Quando ero un ragazzino sognavo di fare il pilota di Formula 1. Chiudevo gli occhi e le mie mani si stringeva al volante e io quasi volavo sulla pista del circuito di Monza. Ma, come spesso succede, sognare non basta e spesso neppure l’impegno.

Ormai sono quasi cinque anni che scorrazzo gente di qua e di là per Milano e la sua area metropolitana. Ho un’agile auto elettrica bianca.

Voi starete pensando che non è la scelta che vi sareste aspettati da un appassionato di Formula 1, eppure un’auto elettrica ai suoi vantaggi. In particolare posso guidare senza pagare nell’AreaC, la grande area a traffico limitato nel centro di Milano. E poi, quando ancora chiudo gli occhi, sono sempre sulla pista di Monza e posso guidare quello che voglio.

I sedili della mia auto hanno visto passare tanta di quella gente. Uomini e donne più o meno simpatici, più o meno strani. Ognuno con i suoi problemi, le sue gioie e la sua vita. E per un certo tempo la loro vita si è intrecciata con la mia.

Quello del tassista non si può dire che sia il miglior lavoro del mondo, ma a me ha sempre dato molte soddisfazioni. Specialmente se, come me, sai trovarti nel posto giusto al momento giusto.

Il sabato sera mi piace girare nella zona fra Porta Vigentina e Porta Lodovica, nel sud di Milano, verso il quartiere di Morivione.

“Dove la porto?” chiedo all’uomo che ha a preso posto nel sedile anteriore e senza dire una parola a continuato a digitare sul suo telefono.

“Ah, sì, mi scusi, Stazione Centrale, per favore.”

È vestito bene: giacca, cravatta, pantaloni lisci. Deve essere qualche professore che si è trattenuto più a lungo nella biblioteca dell’Università Bocconi. Non è esattamente quello che stavo cercando, ma è ancora presto. Ho tutto il tempo.

Raggiungo Stazione Centrale e lascio l’uomo alla sua destinazione e al suo telefono, riprendendo la mia strada verso la Milano sud. Le ore seguenti sono più  lente del previsto. Ma alla fine la mia lunga attesa viene premiata.

Delle risate da sbornia mi risvegliano dal mio torpore serale. Sistemo lo specchietto e li vedo nel riflesso.

Sono tre ragazzi. Sono vestiti ognuno in modo diverso, eppure c’è qualcosa di caratteristico nel loro stile, qualcosa che li accomuna e li rende immediatamente classificabili. Alcuni li chiamano checche.

Ma non fraintendetemi, io li sono grato. È grazie a ragazzi come loro, ragazzi che vivono la loro identità così apertamente, che adesso le persone omosessuali possono sposarsi e adottare. È il loro coraggio di uscire dall’ombra, di rischiare, che aiuta quelli che nell’ombra ci rimangono.

“Tassista! Ehi, tassista.”

Abbasso il finestrino e appoggio il mio braccio muscoloso fuori dal finestrino. Il ragazzo ha dei jeans attillati e una maglietta il cui spacco davanti arriva fin quasi all’ombelico. Sgrana gli occhi, mentre le sue lunghe collane argentate tintinnano al suo dondolare instabile.

So di non essere un adone, ma ho quel fascino di uomo vero, maschio vissuto, che sognano nelle loro fantasie erotiche, ma che non trovano nei locali in cui bazzicano, dove ci sono solo palestrati depilati.

“Tassista,” ripete, più a sé stesso che a me, per riprendere una certa compostezza.

Sollevo il mento e lo fisso interrogativo.

“Il mio amico deve andare a casa. E sbronzo perso,” spiega, indicando alle sue spalle l’amico quasi sdraiato sulla schiena del terzo ragazzo che indossa un paio di occhiali scuri in piena notte.

“Non sono sbronzo. Sono perfettamente sobrio,” esclama offeso il ragazzo, tirandosi dritto in piedi, ma il ragazzo con gli occhiali deve precipitarsi a sostenerlo prima che si riversi al suolo. “Ok, forse un pochettino.”

Con uno scatto della testa gli indico la porta dietro. I ragazzi aprono la portiera all’amico e lo gettano sul sedile.

“Ehi, fate piano.” Ma i ragazzi si limitarono a sbattergli la portiera in faccia.

“Dove?” chiedo al ragazzo con i jeans attillati.

“Chiedi a lui” si limita a rispondere, voltandosi e allontanandosi con l’altro amico.

“Begli amici che hai,” dico al ragazzo dietro.

Lui si gira verso l’altro finestrino, mettendo il broncio. “Non sono miei amici.”

Alzo le spalle. “Ce li hai soldi?”

“Certo, che ti credi?”

Arrogante e petulante. Proprio il genere che piace a me. Un figlio di papà che finge di fare il selvatico, ma la sua è solo la ribellione dei soldi. Appena sarà cresciuto, tornerà all’ovile. Per adesso non c’è carattere che il mio cazzo non abbia domato.

“Allora dove ti porto?”

“Brera.”

Quasi scoppiò a ridere. Sì, proprio un figlio di papà. Accendo il motore e mi avvio. Il ragazzo si mette comodo sui sedili, stravaccato come su un divano. Un ciuffo castano gli cade continuamente sugli occhi e lui imperterrito lo tira su. Ha qualcosa di tenero in quella sua maglietta bianca attillata.

“Brutta serata?”

Lui mi fissa qualche istante, poi distoglie lo sguardo senza rispondere. Sono pronto a tornare all’attacco, ma alla fine decide di parlare.

“Mi ha dato buca.”

“Chi?”

“Una persona.”

Sorrido paterno. “Non sa cosa si è perso.” Ok, questa mi è uscita male, ma tanto è mezzo sbronzo. E, infatti, accenna un sorriso e si siede dritto, mettendosi a posto ancora una volta il ciuffo.

Come ho detto non sono un adone, ma ho il mio fascino. Il fascino del maschio virile, che vive la sua vita di tutti giorni. I capelli crespi scuri, una barba corta curata, e una muscolatura niente male. Ma soprattutto so come prenderli quelli come lui.

La maggior parte sognano il principe azzurro. Un uomo alto, bello e gentile, che gli accoglie sotto il suo mantello per proteggerli da tutte le asperità della vita. Ma poi è all’uomo rude che cedono al primo accenno.

“Hai ancora tempo per rifarti della serata.” Gli sorrido provocatore.

Lui mi guarda tra l’ingenuo e l’interrogativo. Svolto a destra e prendo una strada poco trafficata che ci porta in un’area tranquilla, immersa nel verde. Il ragazzo non si accorge di nulla, finché non accosto e fermo l’auto sotto un albero.

“Ehi, perché ci siamo fermati? Questa non casa mia,” lamenta stridulo, guardandosi intorno.

Più che spaventato è irritato. Esco dall’auto e apro la portiera, dove sta seduto il ragazzo. Lui si tira indietro verso il lato opposto.

“Succhiami il cazzo,” gliela butto così diretta, senza preavviso.

Lui apre e chiude meccanicamente la bocca. Un’espressione fra l’offesa e la sorpresa gli si disegna sul volto.
“Ma cosa? Ma che cazzo vuoi. Per chi mi hai preso. Portami a casa.”

Non faccio caso ai suoi lamenti e mi abbasso la patta dei pantaloni, tirando fuori il mio cazzone già in tiro. Non ho nessuna titubanza a mostrare la mia virilità. Sono ben piazzato.

E il ragazzino se ne accorge, perché smette di lamentarsi. Spalanca gli occhi e deglutisce.

“Forza, succhia.” Conosco quelli come lui. Non sanno resistere a un ordine diretto. Comandagli quello che vuoi e cedono servizievoli. È parte della loro natura.

Il ragazzo è imbarazzato, si guarda in giro nervoso. Non c’è anima viva. Ma più che esserne spaventato, sembra venir rassicurato da quella solitudine.

Si avvicina timidamente verso di me. I suoi occhi non si staccano dal mio arnese che orgoglioso svetta di fronte a me. Ormai sento il suo respiro profondo accarezzarmi la cappella.

Lui solleva lo sguardo esitante. Lo invito con uno scatto del mento. Lui abbassa gli occhi e socchiude le labbra. La sua bocca calda e umida mi avvolge la cappella. La sua lingua ruota, assaporando le mie forme.

Lentamente la sua timidezza si scioglie e accoglie la mia asta sempre più in profondità. Non deve avere molta esperienza, perché i suoi gesti mancano di sicurezza.

Trattengo un lamento. I suoi denti mi grattano il prepuzio. Lo fermo e con la mano gli sollevo il mento. È adorabile con il mio bastone infilata in bocca.

“Fai attenzione con quei denti. Coprili con le labbra.”

Non tutti i succhiacazzi possono essere talenti naturali, alcuni hanno bisogno di buoni maestri.

Il ragazzo arrossisce, ma fa come dico e riprende a ciucciare diligente. Mi rilasso, mentre la sua lingua mi massaggia il prepuzio e le sue labbra mi eccitano la cappella.

“Massaggiami le palle.”

Lui non se lo fa ripetere. La sua manina di segaiolo inizia ad accarezzarmi i gioiellini. Ha un tocco delicato, come se stesse maneggiando la cosa più sacra al mondo. E come dargli torto?

Ma è ora di mettere alla prova le sue capacità. Allungo la mano e la faccio scorrere tra i suoi capelli. Lui mi lancia uno sguardo tenero. Deve averlo scambiato per un gesto romantico.

La mia mano si serra dietro la sua nuca e spingo il bacino in avanti. Il mio cazzo gli affonda in bocca e la mia cappella gli sfrega la gola.

Deve avere un paio di conati di vomito, perché tenta di tirarsi indietro, ma non mollo la presa. I suoi occhi da cerbiatto mi fissano supplichevoli.

C’è un senso di esaltante onnipotenza nel controllare l’aria che respira. Appena, però, inizia ad accennare un cambio di colore, lascio la presa e lui si libera dal mio cazzo e tossendo rauco, riprende a respirare. Ma non si lamenta. Si è lasciato addomesticare velocemente.

Quando il suo respiro ritorna regolare, stringo l’asta del mio cazzo e glielo agito davanti agli occhi. Lui ritorna mansueto al suo lavoro, ma c’è meno intensità nel suo succhiare.

La cosa mi infastidisce un po’, quindi gli stringo la testa fra le mani e prendo a scopargli la bocca. Lui si limita a posizionare meglio l’angolatura della sua testa e si lascia perforare la gola.

Vorrei sborrargli in bocca, ma mi trattengo e finalmente sfilo la mia mazza dalla sua gola. C’è un certo sollievo nel suo sguardo. Resterà deluso.

“Vieni fuori,” gli intimo.

Lui esce dall’auto e lo faccio girare, piegandogli la schiena verso la carrozzeria. Con uno strattone gli tiro giù pantaloni e mutande, rivelando un culetto liscio e candido che quasi splende alla luce debole della Luna.

Così leggermente piegato le sue chiappe si aprono, lasciando il suo buchino senza protezione. Non capirò mai gli uomini etero. Come si può desiderare di entrare in una vagina, quando il buco del culo è così perfetto, rotondo e rosato. Ha la forma giusta per accogliere il cazzo.

Stringo le chiappe del ragazzo. Sono morbide e sode allo stesso tempo. Gli faccio scivolare il cazzo sul buchino, ma non resisto a lungo. Il culo ha un richiamo irresistibile.

E lui, il ragazzo, è così docile. Solleva il culo, come a volermi facilitare l’ingresso. La schiena si incava in una curva. Le mani si stringono all’auto, mentre la sua testa è chinata verso il basso. Tutto il suo corpo sembra gridarmi: “usami, godi”.

Mi sputo sul cazzo e gli inumidisco il buco. A un tremito al mio tocco. Avvicino il cazzo. La mia cappella gli sfiora il buchino. Spingo con un unico e profondo colpo.

Devo avergli spinto l’intestino fino in gola, perché lancia un grido di dolore. Ma non c’è nessuno a sentirlo. Mi piace spaccargli il culo. È un po’ come se stessi ancora scopando per la prima volta un verginello.

Gli concedo un po’ di tempo per abituarsi al mio bastone piantato dentro. Quando sembra rilassarsi, inizio a muovere il bacino.

Forse non sarà più un verginello, ma il suo culo è stretto quanto basta. Il mio cazzo scivola che è una meraviglia in quella carne calda e morbida.

Non ci vuole molto tempo perché il ragazzo inizia a gemere di piacere. Per quanto mi riguarda potrebbe anche stare zitto. A certi piace sentire quello che lo prende in culo mugolare, ma a me non importa tanto.

Lo so cosa state pensando. Sentirlo mugulare, significa che sta godendo. Ma sinceramente chi volete prendere in giro? Mi volete fare credere che glielo piantate nel culo per il suo piacere?

La verità è che il fatto che il rottinculo goda è del tutto casuale. Non mi credete? Volete la prova? E allora pensate al pompino. Ve lo fate succhiare e gli trombate la bocca per stimolargli le tonsille? No, ve lo fate succhiare perché godete voi.

Certo, ci sono quegli uomini a cui piace sentire il proprio ragazzo gemere ogni volta che glielo mettono in culo. Ma il piacere che provano è lo stesso di quando vedono brillare gli occhi al quel visetto con un cazzone infilato in gola.

È il piacere di sapere che quel ragazzo è contento di farci felici. Alla fine non ci interessa veramente se sta godendo sul serio. Quello che conta è che si dimostri gratificato dal prenderlo in culo, che sia contento di far godere noi.

E penso che molti saranno d’accordo con me che è un nostro diritto. Alla fine siamo noi che facciamo tutta la fatica.

E questo ragazzino sembra proprio felice di farmi godere con quel suo culetto liscio. Le mie palle sbattono ritmiche contro le sue chiappe, mentre gli spacco il culo. Il ragazzo porta la sua mano al suo cazzo e inizia a farsi una sega.

“Ehi, che fai?” esclamo, sbattendogli via la mano. “Vuoi finire per sporcarmi il sedile?”

Il ragazzo riporta la mano sulla carrozzeria e non osa più toccarsi.

Gli afferro i fianchi magri con le mie grosse mani e stringendolo forte mi do la carica per spingergli la mia asta in fondo. A ogni colpo inarca la schiena come se gli stessi perforando lo stomaco.

Accelero il ritmo. I miei colpi lo fanno tremare tutto. Gemo, dando un ultimo profondo affondo. Voglio sborrargli dentro il colon. Voglio che per un po’ il mio seme resti dentro di lui.

Lancio un grugnito di goduria, mentre gli schizzo la mia sborra calda fin dentro lo stomaco.

Ansimo forte, sfilando il mio cazzo. Non una goccia di sborra cola dalle sue chiappe ormai arrossate. Avevo fatto un buon lavoro a spingergli il mio sperma in fondo.

Mi pulisco il cazzo con un fazzoletto e riprendo il mio posto alla guida. Nello specchietto vedo il ragazzo sborrare nelle aiuole. Sale in auto in silenzio e nel silenzio arriviamo a casa sua.

Quando gli dico il costo della corsa, paga senza protestare, nonostante gran parte del costo era dovuto al tempo che avevo speso a trombarmelo.

Si volta e si dirige verso il portone di quella che doveva essere casa sua. Sorrido con soddisfazione, osservando la sua camminata incerta. Mi piace immaginare che il culo gli farà male per qualche giorno.

Non so neppure come si chiama. Me lo ero fatto succhiare e gli ero sborrato in culo, ma non so neppure il suo nome. Ma forse era meglio così per entrambi.

“Ehi, ragazzo,” lo chiamo.

Lui si volta incerto.

“Trovati un compagno gentile e che ti rispetti. Lascia gli stronzi come me alla loro solitaria vita.”

Alla fine non sono così stronzo. Forse sì. Alla fine con questo mio banale e non richiesto consiglio volevo solo mettermi la coscienza a posto.

Avevo goduto di lui. Ma forse mi faceva anche tenerezza e gli auguravo di non capitare ancora con uomini come me. Perché alle fine le mie son tutte balle. Le balle di una persona che si sente sola.