Le auto sfrecciavano rapide di fronte ai suoi occhi. Fari abbaglianti si susseguivano con regolarità. Tirò il bavero della sua giacca, tentando di coprirsi il volto. Quella notte era più fresca del solito.

«Ehi, Luca, già al lavoro?» Due donne, un’africana e una bionda, vestite con abiti scollati lo salutarono dall’altra parte della strada.

Luca sorrise e ricambiò il saluto con la mano. «Ormai. Anche se per adesso non sta andando molto bene. Voi siete appena arrivate?»

«Eh, fa freddo stasera,» replicò l’africana. «Ci vediamo,» aggiunse, accennando ancora un saluto e incamminandosi con l’amica. Le ragazze stavano quasi tutte nella strada al di là dell’incrocio.

Luca sorrise. «Buon lavoro,» augurò, ma lo disse troppo piano, perché lo potessero sentire.

Seguì un attimo con lo sguardo quelle due figure allontanarsi traballanti sui loro tacchi alti. Forse erano ormai troppo vecchie per quel lavoro. Abbassò gli occhi e tirò un calcio a un sasso. Le auto continuavano passare senza posa.

Finalmente un auto rallentò e si portò ai bordi della carreggiata. Era un’Alfa Romeo 159 del colore dello stesso cielo notturno.

Luca sbirciò nel finestrino. L’uomo alla guida lo scrutava. Aveva i capelli scuri, leggermente brizzolati, lo sguardo sicuro e indossava una giacca blu scuro con cravatta. Alla fine abbassò il vetro.

«Come ti chiami?»

«Luca.»

«Salta su.»

Aprì la portiera e si sedette di fianco a lui. Era bell’uomo. Aveva gli occhi scuri come i capelli. Non ne capitavano tanti così. Senza dire nulla mise in moto e si diresse verso il parco lì vicino.

Luca sorrise, quando gli occhi gli caddero sulla mano al volante. Portava la fede.

L’uomo parcheggiò l’auto in un luogo appartato. Chiuse le sicurezze delle portiere e si volse verso Luca.

«Quanti anni hai?»

Luca sapeva cosa rispondere, perché sapeva cosa fantasticavano questi uomini. «Diciotto.»

In realtà ne aveva venti, ma ai suoi clienti piaceva possedere un ragazzino che aveva appena raggiunto la maturità.

«Sei proprio piccolo,» disse l’uomo, visibilmente eccitato, avvicinando una mano al volto di Luca.

Gli sfiorò la guancia. Sembrava un tipo gentile. Le sue dita seguirono il profilo della mascella del ragazzo, scendendo, poi, verso il suo collo delicato.

«Come sei bello.»

Luca rimaneva in attesa, cercando di comprendere che cosa desiderasse l’uomo.

Infine, l’uomo portò una mano sul suo pacco che risaltava gonfio fra le gambe.

«Succhiamelo,» ordinò.

Luca sorrise e si abbassò verso di lui. Con agilità aprì il bottone e tirò giù la sua cerniera. La cappella lucida faceva già capolino da dietro le mutande.

Luca cercò una posizione più comoda, poi abbassò le mutande dell’uomo. Il suo cazzo si drizzoò scattante. Non era molto lungo, ma proporzionato.

Appena Luca lo afferrò fra le dita, l’uomo trattenne un gemito. Il ragazzo avvicinò il suo volto a quel bastone. Annusò il suo odore. Era pulito e profumato come ci si aspetterebbe da un uomo della sua sorta.

Tirò fuori la lingua e stuzzicò il prepuzio, alzando gli occhi a osservare il suo uomo. Lui lo fissava bramoso. Le labbra socchiuse.

«Ciuccialo,» sussurrò.

Luca spalancò le labbra e avvolse la cappella. La lingua ruotò attorno alla base del glande. Poi con un risucchio Luca ingoiò il cazzo fin quasi alla base.

L’uomo ebbe un sussulto, quindi il ragazzo si ritirò fin quasi a liberare la cappella. Poi di nuovo affondò la sua bocca sul cazzo stavolta finché il suo naso non sfregò contro i suoi peli.

Sentire il glande premere sul fondo della gola lo faceva impazzire. Infine iniziò a pompare con un movimento di risucchio avanti e indietro.

La sua mano destra massaggiava con maestria le palle dell’uomo, che si abbassò i pantaloni fin alle ginocchia per permettere al suo ragazzino di soddisfarlo con più agilità.

Luca fece godere l’uomo con attenzione, ascoltando i suoi gemiti e dosando la velocità. Quando poi l’uomo iniziò ad ansimare che non ce la faceva più, accelerò il ritmo e prima che esplodesse staccò la sua presa e fiotti di sperma caldo gli macchiarono il volto.

«Uao, il migliore pompino della storia,» riuscì a boccheggiare l’uomo in estasi.

Mentre Luca si ripuliva il volto dallo sperma, l’uomo si richiuse i pantaloni. Poi estrasse il portafoglio e diede i bigliettoni a Luca.

«Vali davvero il tuo prezzo,» si complimentò ancora. «La prossima volta voglio provare anche il resto,» promise, prima di salutarsi.

Luca guardò l’Alfa Romeo partire e lo salutò ancora con la mano, mentre si allontanava nella notte.

Poi lo sbattere violento di una portiera lo fece voltare di scatto. Un uomo stava imprecando contro una Fiat Bravo blu che rapida stava lasciando il parcheggio.

Luca riconobbe l’uomo. Era Arnost, più conosciuto semplicemente come il Bulgaro. Arnost rimase a bestemmiare ancora a lungo, anche quando l’auto era ormai scomparsa. Poi l’uomo si accorse di Luca che lo fissava.

«Luca,» esclamò con il suo forte accento dell’Europa orientale e si incamminò verso di lui. Luca sospirò, capendo che ormai non aveva più possibilità per evitarlo.

«Cazzo, quello sfigato di merda me l’ha ficcato in culo,» ringhiò con astio. Il Bulgaro era uno di quelli che prendeva solo clienti a cui poteva metterlo in culo lui. Vedeva nella penetrazione una sua singolare occasione di rivincita su quei ricconi.

«Quando gli ho detto di no, mi ha preso con la forza e mi ha sbattuto sul sedile.»

Luca era sorpreso che quell’uomo fosse riuscito a immobilizzare il Bulgaro. Un tempo Arnost faceva il muratore. Era molto forte e robusto.

«Almeno ha pagato bene,» aggiunse. «Cazzo, però, mi devo sfogare.»

Luca lo ascoltava in silenzio, sperando di poter tornare presto al lavoro. Gli stava facendo perdere un sacco di tempo.

Il Bulgaro gli si avvicinò ancora di più e lo strinse per un braccio. «Vieni. Andiamo,» disse, strattonandolo verso il parco.

«Oh, ma che vuoi. Devo andare a lavorare io.»

«Bene,» esclamò, il Bulgaro spintonandolo con aggressività. «Adesso lavorerai per me.»

Luca tentò di svincolarsi dalla sua stretta, ma il suo gesto ebbe come unico effetto di far infuriare ulteriormente Arnost.

«Non rompere le palle. Ora fai quello che dico. Sono già scazzato. Non farmi diventare cattivo. Lo sai di cosa sono capace,» ringhiò, dando un altro spintone al ragazzo che finì per terra sul prato.

Il Bulgaro lo sollevò con forza e lo spinse contro un albero. Luca arrendevole appoggiò le mani sul tronco. Il Bulgaro gli abbassò i pantaloni e i boxer con un unico gesto violento.

«Che bel culetto depilato da piglianculo. Non mi sorprende che hai sempre clienti,» disse, tastando con gusto le chiappe di Luca.

Il ragazzo chiuse gli occhi, mentre le sue unghie affondavo nella corteccia nel tentativo di trattenere la rabbia.

Il Bulgaro aprì la patta ed estrasse il suo cazzo già in tiro. O forse ancora in tiro. Ridacchiando iniziò a sfregare la cappella sul buchino di Luca.

«Ora te lo spacco per bene. Vedrai che sono molto più bravo di tutti quei repressi che raccogli in strada.» Cavò un preservativo dalla tasca. Luca gliene fu grato. «Non mi guardare con quella faccia. Io, il mio cazzo, nel tuo culo, dove passano cani e porci non ce lo metto senza goldone.»

Si spuntò sulla mano e preparò con disattenzione il buco di Luca. Aveva bisogna di scopare.

Appoggiò la cappella sul buchino ed emise un mugolio, pregustandone il piacere. Luca gridò di dolore, quando il Bulgaro lo aprì in due con un solo potente colpo.

«Urla. Urla. Non me ne frega un cazzo.»

Arnost sbatteva con violenza la sua asta nel culo di Luca. Lo fotteva rapido, più con rabbia che con vero piacere. Gli stringeva con forza i fianchi, aiutandosi negli affondi.

A un certo punto si aggrappò con un mano ai capelli di Luca, che inarcò indietro la schiena.

«Allora? Ti piace il mio cazzo?.» Luca digrignò denti. «Rispondi,» ordinò.

«No. Mi fa schifo,» sibilò il ragazzo.

Il Bulgaro diede un ultimo strattone alla testa di Luca prima di lasciar la presa. Estrasse il suo cazzo. Luca liberò un sospiro di sollievo. Forse era finito. Arnost rise.

«Tanto lo so che ti piace.» Poi ficco nuovamente con violenza il bastone fino in fondo.

Luca gemette di dolore, sentendo come se il cazzo gli trapanasse il retto. Il Bulgaro riprese a sfondarlo con foga. Ansimava sempre più affannosamente.

I suoi colpi divennero più fitti. Il Bulgaro gemette, gridò qualche parola nella sua lingua e diede gli ultimi affondi.

«Cazzo. Avevo proprio bisogno di svuotarmi le palle,» disse, infine.

Sfilò piano il suo cazzo dal buco aperto di Luca. Si levò il goldone pieno di sborra e lo gettò sulla schiena del ragazzo. Si risistemò i pantaloni e diede uno schiaffo alle chiappe di Luca.

«Ci vediamo, rottinculo,» lo salutò e si allontanò verso la strada.

Luca si liberò con disgusto del preservativo del Bulgaro. Si tirò su i jeans e si accasciò a terra, ai piedi dell’albero. Strinse le gambe contro il ventre e sconsolato appoggio la testa sulle ginocchia.

A un certo punto percepì come la presenza di qualcuno. Alzò gli occhi ed ebbe un sussulto. Un uomo era in piedi di fronte a lui.


Continua con Vita di puttano – …ad alba