Il cartello alla porta d’ingresso invitava a suonare ed entrare.
Il giovane infermiere al bancone della segreteria mi sorrise, quando aprii la porta. Aveva una mascella forte e degli capelli scuri crespi.
Mi presentai in un sussurro, dicendo di avere un appuntamento per una visita.
Il ragazzo digitò qualcosa sulla tastiera. I sui bicipiti guizzarono.
«Il medico ti riceverà tra un attimo. Accomodati pure nella seconda stanza qui a destra.» Disse, indicandomi il corridoio a fianco.
Prima di allontanarmi adocchiai il suo tesserino di riconoscimento attaccato alla camicia maniche corte azzurra.
Si chiamava Mario. Ma sembrava anche indiscutibilmente eterosessuale.
La stanza era completamente bianca con un lettino medico al centro e un paio di sedie. Presi posto in una di queste. Le pareti erano tappezzate da una serie di manifesti di anatomia.
Stavo fissando la sezione del profilo di un pene, quando il medico spalancò la porta con veemenza. Mi alzai di scatto.
Il signor Riccardi era il medico di fiducia della mia famiglia da quando ero nato. Era un uomo sui quaranta-cinquanta anni con i capelli brizzolati e un fisico ancora prestante.
«Oh, Luca. Come stai?» Mi salutò, stringendomi la mano. «È passato molto dalla tua ultima visita.» Osservò, mentre il suo sguardo sorvolava la mia scheda. «Siediti. Siediti. Raccontami che cosa succede.»
Ripresi posto imbarazzato. Non sapevo da che parte cominciare.
Da qualche settimana sentivo dei dolori all’ano ogni volta che defecavo. Avevo passato le ultime notti nella paranoia, navigando in Rete alla scoperta delle più indicibili malattie.
Balbettando, cercai di spiegare i miei sintomi. Il medico annuiva, riportando ogni tanto gli occhi sulla mia scheda.
«Non credo che ci sia nulla di preoccupante. Ma, intanto, facciamo un piccolo controllo. Potresti toglierti i pantaloni, per favore?»
Arrossii, ma feci come mi era stato chiesto e mi ritrovai in mutande.
«Anche quelle. Poi sdraiati di lato.»
Sapevo che il medico mi aveva visto spesso nudo da bambino, nonostante ciò mi sentii a disagio e sfilai lentamente le mie mutande.
Quando fui sul lettino Riccardi, mi invitò a rilassarmi. Sentii il suo dito, avvolto nel latice dei guanti, freddo per il gel lubrificante, sfiorare il mio ano.
Ebbi un sussulto, mentre il dito iniziò a roteare dentro il mio luogo più intimo. Per la prima volta pensai al signor Riccardi come qualcosa di più di un semplice medico. Percepii il mio sesso risvegliarsi e scacciai subito quel pensiero.
«Finito.» Disse, sfilando il dito. «Come immaginavo non è nulla di grave. Sono delle semplici fessure anali.»
Tirai un sospiro di sollievo e inizia a rivestirmi.
«Sono delle naturali ferite che si formano ogni tanto. Dovrebbero presto scomparire da sole. In ogni caso, ti riceverò ancora settimana prossima per un controllo di sicurezza.»
Tornai a casa un po’ turbato, ma passai tutta la settimana attendendo con ansia la nuova visita.
Rimasi un po’ deluso, quando al bancone non ritrovai il bell’infermiere dell’altra volta, ma una ragazza dai voluminosi capelli ramati che mi fece accomodare nella solita stanza.
Sentii la maniglia abbassarsi e mi alzai dalla sedia. Ma fu Mario, l’infermiere, a entrare. Aveva uno sguardo serio e formale.
Mi spiegò che il signor Riccardi si era dovuto assentare oggi per una speciale visita a domicilio e lui l’avrebbe sostituito. Lesse rapido la mia scheda.
«Fessure anali, eh? Va meglio?»
Annuii con imbarazzo. «Sì, non mi fa più male.»
«Abbassati pantaloni e mutande che facciamo un veloce controllo.»
Cercai di nascondere il mio disagio. Mario avrà avuto appena una decina d’anni in più di me. Mi spogliai, tentando di nascondere la mia virilità. Stavo per salire sul lettino, ma lui mi bloccò.
«Non stare a sdraiarti. Basta che ti pieghi.»
«Piegare?» Ripetei.
«Sì.» Sorrise. «A novanta. Ma non ti preoccupare. Non ti farò niente.» Mi fece l’occhiolino.
Sentii come l’altra volta un freddo dito di latice penetrarmi l’ano.
L’infermiere si bloccò subito.
Poi iniziò a muoversi, ma con movimenti più invadenti e curiosi. Il mio cazzo si gonfiò più rapidamente e incontrollato. Trattenni un gemito. Poi Mario scoppiò a ridere.
«Cazzo, tre dita sono riuscito a infilarci in quel tuo buco slabbrato.»
Le sue parole offensive mi arrivano attutite dal piacere. «Ma io non…» Tentai di negare.
«Tu cosa? Non sei frocio? So riconoscere un culo vergine, anche se non è quello di una donna.» Tolse le dita dal mio ano e mi strinse il cazzo con violenza. «E il mio massaggio ti è piaciuto.»
Non mi diede il tempo il tempo di replicare che le sue dita mi entrarono nuovamente. Il piacere prese nuovamente il sopravvento. Poi levò nuovamente le dita e gettò via i guanti.
Mi strinse i glutei. «Che culo favoloso. Liscio. Senza peli.» Mi allargò le chiappe e strusciò il suo pacco. Si staccò e mi diede una sculacciata. «Un culo fatto per essere fottuto. Lo sai qual è la differenza fra voi e le donne?» Mi chiese.
Scossi il capo, ormai desideroso di vedere quel suo bastone. «Loro servono anche per mandare avanti la specie. Voi, culirotti, esistete solo per darci piacere. Siete dei buchi da riempire.»
Le sue umiliazioni avrebbero dovuto farmi andar via, ma l’eccitazione mi faceva annuire servile.
«Ora voltati e preparami che ti apro in due.»
Mi girai mansueto e mi inginocchiai di fronte a lui. Era un ragazzo atletico e mi sovrastava poderoso.
Gli abbassai i pantaloni e svelai il suo cazzo non ancora completamente in tiro.
«Forza, finocchio, fa il tuo dovere.» Mi ordinò.
Aprii le mie labbra e avvolsi il cazzo completamente. Mario rise.
«Sei proprio un ricchione obbediente.»
La sua nerchia si rizzò rapida e in un attimo non riuscii più a tenerla tutto in bocca.
Passai la lingua dalla base alla cima, ruotando attorno alla gonfia cappella. Seguivo le venature con dovizia, mentre con i polpastrelli presi a massaggiargli le sode palle da torello.
«Ti hanno insegnato bene a fare il succhiacazzi.» Mi appoggiò una mano sulla nuca e mi spinse il cazzo a fondo.
Pompavo con impegno. Volevo soddisfarlo e ricevere i suoi complimenti di puttano. Sollevò anche l’altra mano e mi fermò la testa.
Prese a fottermi la bocca. La cappella mi strofinava la gola. Poi affondò il palo fino alla base. Trattenni un conato.
Alzai gli occhi. Mi stava fissando malizioso. L’aria iniziò a mancarmi, ma resistetti. Il volto dovette divenirmi violetto, perché lasciò la presa.
Inspirai rauco, tossendo. Ridacchiò.
«Bravo, golaprofonda. Tu sì, che rispetti il cazzo del tuo padrone. Dai, fammi rivedere quel tuo culo di troietto che ora te lo spacco per bene.»
Mi rialzai e mi voltai sul lettino, sollevando il culo verso di lui.
Lentamente fece scivolare la sua mazza sulla mia fessura, facendomene pregustare la durezza. Sputò sul mio culo e mi preparò il buchino.
Poi senza preavviso mi infilò la cappella dentro. Lanciai un grido di dolore. Mario rise.
«Grida pure, tanto le pareti sono insonorizzate.» Spinse ancora più a fondo il suo cazzo.
Poi mi afferrò per i fianchi e tra le mie grida iniziò a muoversi avanti e indietro.
Non passò molto tempo che i miei lamenti divennero gridolini di piacere.
Ridacchiò. «Vedi che sei fatto per essere trombato.» Estrasse la sua minchia all’improvviso come l’aveva inserita. Poi la spinse nuovamente dentro. «Il tuo culo ha proprio la forma giusta per il mio cazzo.»
Affondava con golosità nelle mie viscere. «Allora? Ti piace farmi godere?»
Gemetti un assenso in risposta.
«Bravo, pigliainculo, e cosa sei?»
«Un buco per il tuo cazzo.»
Mario rise e mi strinse i capelli sulla nuca, tirandomi indietro. Inarcai la schiena.
«Giusto. Come un oggetto esisti solo perché vieni usato.»
Mi montò con foga, sbattendomi senza nessun rispetto. Il suo respiro divenne più affannoso, poi esplose in grugnito di piacere.
Sentii il suo liquido caldo colpirmi le pareti. Il suo respiro rallentò.
«Avevo proprio bisogno di svuotarmi le palle. Con voi froci c’è il vantaggio che non restate incinta. Siete dei porta sborra perfetti.»
Inizia a masturbarmi eccitato dall’avere il suo marchio dentro di me, ma lui mi fermò.
«Puliscimi il cazzo che devo tornare al lavoro.»
Rimasi un attimo interdetto, ma alla fine cedetti. Ingoia di nuovo il suo cazzo che ora aveva anche i miei odori e glielo pulii con attenzione.
Gli diede una veloce controllata, ma non soddisfatto me lo ficco di nuovo in bocca.
Infine, lo ripose nelle mutande e si tirò su i pantaloni.
«Prendi un appuntamento con la segretaria per la settimana prossimo. Dovrò sfogarmi ancora.» Uscì, chiudendo la porta dietro di sé.
Non tornai più. Cambiai medico. Qualche mese dopo scoprii che l’infermiere era stato condannato per aver abusato di alcune pazienti. Mi è difficile descrivere i sentimenti che provai. Mi sentii sollevato, ma allo stesso tempo dispiaciuto.
15 febbraio 2017 at 21:21
Io capisco fare la zoccola ma farsi abusare senza essere consapevole non è una bella cosa dovresti un po rivedere te stesso.
"Mi piace""Mi piace"
16 febbraio 2017 at 9:47
È l’autorità del camice medico, o in questo caso infermieristico, sulla proprio consapevolezza. 😉
"Mi piace""Mi piace"
16 febbraio 2017 at 10:45
autorità o non autorità devi farti rispettare devi prendere tu per le palle. Ricorda che le troie hanno il potere, poi vabbè sarà un mio pensiero ma io non sto proprio sotto a nessuno e non prendo manco orini da nessuno, avrei agito in maniera diversa, però il mondo è bello perchè è vario no!? quindi se ti piace così tutti contenti….
"Mi piace""Mi piace"