Era il 1402 e Gian Galeazzo Visconti, duca di Milano, sognava di riunificare l’Italia come ai tempi dell’Impero romano. Dopo aver conquistato Verona, Perugia e Bologna l’esercito milanese si stava dirigendo verso Firenze, l’ultimo bastione dell’Italia centrale che resisteva alla sua avanzata.
Città e vassalli avevano risposto alla chiamata alle armi di Gian Galeazzo Visconti, ma non il signorotto che governava il paese dove sono nato.
Luigi Fressaca si era rinchiuso nella sua piccola fortezza arroccata sugli Appennini fra Toscana ed Emilia, ed era stato muto alle richieste del nostro duca.
Con mio padre e mio fratello minore stavamo lavorando nei campi della nostra piccola fattoria di montagna.
“Vado prendere l’acqua al ruscello.” Avvertii mio padre.
Avevamo un pozzo, ma il ruscello era vicino e l’acqua era più fresca. Immersi il secchio di legno nella corrente e lo tirai sui stracolmo d’acqua. Una mano mi strinse la spalla, facendomi sobbalzare.
“Ehi, ragazzo. Sei il fratello di Bianca?” Cinque soldati mi stavano guardando interrogativi.
“Sì, signore.”
“Bene. Vieni con noi. Messer Fressaca vuole vederti.”
Bianca era mia sorella maggiore. Il mese scorso gli uomini di Fressaca l’avevano catturata per farne l’amante del nostro signore. Mio padre aveva cercato di opporsi, ma dopo le minacce di dare fuoco a tutta la nostra casa, non ha potuto far altro che cedere.
I soldati mi portarono alla fortezza e mi gettarono ai piedi di Luigi Fressaca, che seduto al tavola stava mangiando il cibo che aveva confiscato a noi contadini.
“Come ti chiami, ragazzo?”
“Azzone, signore.”
Fressaca scoppiò a ridere. “Come il duca buono. Tuo padre si prende troppe libertà. Vi credete forse dei nobili?”
“No, signore.”
“Bene, perché siete solo feccia.” Pezzi di cibo volarono fuori dalla suo bocca, quando sputò fuori quella parola con rabbia. “Tua sorella ci ha molto delusi.”
“Mi dispiace, mio signore.”
Fressaca scaraventò il cibo che era sul tavolo per terra e si alzò in preda alla furia. Mi strinse per il colletto della camicia e mi sollevò da terra.
“Tua sorella è scappata, umiliandomi davanti ai miei sudditi.” Esclamò, gettandomi a terra.
“Sono desolato, mio signore. Mia sorella merita tutta il vostro disprezzo.”
“Il mio disprezzo? Ormai è lontana e non credo la vedrò mai più. Ma tu e la tua famiglia dovete pagare per le sue colpe.”
“Chiedo clemenza, signore. La mia famiglia è povera. Non abbiamo più nulla se non le nostre braccia.”
“Tu non hai altre sorelle, vero?”
“Solo un fratello più piccolo.”
“Spogliatelo.” Ordinò Fressaca ai suoi uomini.
I soldati mi afferrarono e mi strapparono di dosso i vestiti, lasciandomi nudo sul pavimento di pietra. Tremavo più per la paura che per il freddo.
Fressaca mi girò attorno, come se mi stesse studiando.
“Prenderai il posto di tua sorella.” Decise il signore.
“Mio signore, io sono un maschio.”
“Non ce l’hai forse una bocca e un culo?”
“Sì, ma non capisco.”
I soldati scoppiarono a ridere. “Non sei già un po’ grande per farti ancora queste domande?” Mi provocò uno di loro.
Non capivo a cosa si riferisse. Avevo visto molti animali copulare alla fattoria. Sapevo come funzionava. Avevo fantasticato spesso di entrare con la mia virilità in Rosalia, la figlia dei vicini.
“Ci sono un po’ di cose che dovete insegnare a questo ragazzo.”
I soldati esultarono. Quello che penso fosse il capitano, si tolse la cotta di maglia e abbassò la cinta dei pantaloni, rivelando un membro che avrebbe potuto competere con quello del cavallo che avevamo alla fattoria. Avvicinò la sua asta in erezione alla mia faccia.
“Prendilo in bocca, ma fai attenzione ai denti.”
“Cosa? Mai,” mi opposi, cercando di scappare. Gli altri soldati mi bloccarono.
“Il ragazzo è un po’ ribelle, ha bisogno di essere addomesticato,” disse il capo. “Giratelo e tenetelo fermo.”
“Lasciatemi andare. Lasciatemi…” Il grido mi si strozzò in gola. Il capo aveva appoggiato la sua mazza al mio buchino e stava spingendo.
“Ora mi prendo la tua virtù, dolcezza.”
“Basta, ti prego. Fa male. Fa male.” Gemetti, mentre l’uomo cercava di forzarsi l’entrata.
Alla fine la punta si infilò dentro. Lanciai un urlo di dolore. Era come se mi avessero impalato con un bastone.
Non ebbi il tempo di riprendere il fiato che il soldato diede un’altra spinta e la sua nerchia si piantò fino all’elsa in profondità nella mia carne. Sembrava che mi avessero pugnalato. Sentivo il mio culo bruciare come se fosse stato aperto in due da una lancia.
“Cazzo, sei più stretto di tua sorella. Però, anche lei gridava come te la prima volta.” L’uomo aveva iniziato a ritirare il suo membro, dandomi un po’ di sollievo.
Ma fu solo un attimo. Con un colpo più forte del primo me lo piantò nuovamente dentro. Lo stomaco voleva uscirmi dalla gola talmente aveva spinto a fondo.
Inarcai la schiena, ma non riuscii neppure a gemere di dolore per essere rimasto senza fiato. I soldati ridacchiarono e il loro capo prese a muovere il bacino in modo più ritmato. La sua asta si ritirava rapida e altrettanto rapida si piantava nuovamente in me.
Gli altri soldati mi lasciarono finalmente andare, il dolore mi aveva reso inebetito. Il capo mi stava montando come avevo visto fare tante volte ai cani nel nostro cortile alla fattoria.
Mi scopava come avevo sognato di fare con Rosalia. Solo che ero io quello che veniva montato, ero io la cagna.
Uno dei soldati davanti a me si abbassò i pantaloni e tirò fuori la sua nerchia e me la fece sventolare davanti alla faccia. Non sapevo cosa voleva.
Poi mi prese la faccia e mi tappò il naso. Per respirare aprii automaticamente la bocca e lui mi infilò la sua minchia in gola. Mi strinse la testa fra le mani e prese a scoparmi la bocca. Non pensavo fosse possibile.
“Fai attenzione coi denti. Coprili con le labbra se no te li faccio saltare.”
Feci come mi aveva ordinato.
Alle mie spalle il capo mi aveva afferrato con forza per i fianchi e sembrava volermi sfondarmi il culo con i suoi colpi. La sua mazza sembrava più dura di un aratro.
A un certo punto sentii il mio buchino vibrare. Il capo grugnì come un animale. Aveva raggiunto l’apice del piacere e stava svuotando il suo seme dentro di me. Mi aveva inseminato come se fossi una giumenta da mettere incinta.
Il parroco del villaggio aveva messo in guardia noi giovani che versare il nostro seme fuori da una donna era peccato. Ero venuto varie volte nel sonno, sogni peccaminosi, ma il sacerdote aveva detto che essendo involontario non era peccato grave.
Non ebbi nessuna possibilità di lamentarmi: il cazzo che mi perforava la bocca scattò. Degli schizzi densi e caldi mi riempirono gola. Subito l’uomo mi tappò il naso di nuovo.
“Se vuoi respirare, ti conviene ingoiare tutto.”
Ingoiare gli umori più intimi di questo uomo? Scuotei il capo, ma presto l’aria inizio a mancare. Non potei far altro che mandare giù.
Quel liquido pesante mi colò in gola come pece incandescente. Finalmente mi lasciò il naso ed estrasse la sua virilità ormai svuotata.
“Ti hanno fecondato per bene.” Il signore sembrava soddisfatto. “Ho sempre voluto vedere come una gallina deponesse un uovo. Sei una pollastra tu?”
Non sapevo come rispondere. I soldati mi fecero segno di assentire e io annuii.
“Allora fammi vedere,” mi ordinò il signore. Un soldato andò al tavolo e prese una delle uova sode rimaste.
Si portò alle mie spalle. Spinse e l’uovo venne risucchiato dentro. Avevo il culo arroventato e quell’uovo fresco fu quasi un piacere, ma si muoveva e schiacciava le interiora.
“Fammi vedere come voi polli deponente.”
Il soldato mi spinse verso il suo signore. Mi accovacciai di schiena e iniziai spingere.
Espulsi l’uovo in un gemito. Il mio buchino era ormai troppo sensibile.
L’uovo rotolò fuori sulla pietra ricoperto degli umori del soldato. Stavolta anche Fressaca scoppiò a ridere e fece cenno ai suoi uomini di continuare.
Un altro soldato si posizionò alle mie spalle e mi sollevò, piegandomi in avanti. Ormai sapevo cosa mi aspettava.
Mi scivolò dentro con più facilità del primo. Il seme del capo aveva reso la mia carne più accogliente. Il soldato mi afferrò per le spalle e prese a montarmi con foga.
Sentivo le sue palle gonfie sbattermi contro il culo, mentre il suo bastone entrava e usciva rapido.
Eppure il dolore stava svanendo sentivo un piacere sconosciuto, un piacere che mi faceva vergognare.
Un soldato scoppiò a ridere. “Guardate, ha un cazzo in culo, ma è eccitato come una cavalla in calore.”
Arrossii della vergogna e feci per fuggire. Ma il soldato alle mie spalle mi strinse forte. La mia virilità era diventa dura come il sasso.
“Bene, bene. Alla fine scopriamo la vera natura di questo ragazzo. Una puttana. Abbiamo scelto quello giusto,” disse il signore che guardava lo spettacolo dalla sua sedia.
“Signore, signore. Abbiamo catturato un contadino che è venuto a protestare alle tue porte per l’imprigionamento di suo figlio,” annunciò una guardia, entrando nella sala.
“Sarà il padre del ragazzo. Fatelo entrare e mostrategli che vacca ha come figlio.”
Speravo che non fosse lui, che fosse un altro contadino, ma scortato dalle guardie di Fressaca entrò mio padre.
“Ridatemi mio figlio. Dov’è mio figlio?” gridava, agitandosi nella stretta dei soldati, ma ammutolì, quando mi vide.
“Eccolo, tuo figlio, che offre con piacere i suoi servigi ai miei uomini.”
“Azzone, che cosa ti hanno fatto? Lasciatelo andare, peccatori.”
Fressaca rise. “Fagli vedere chi è il peccatore qui. Tuo figlio si sta godendo questo momento quanto e più dei miei soldati.”
L’uomo alle mie spalle, senza estrarre il suo bastone dalla mia carne, mi sollevò e mostrò a mio padre la mia virilità eretta.
“Non guardare, ti prego. Non guardare,” supplicai mio padre, voltando la testa. Non avevo più nessun controllo sul mio corpo. Mio padre abbassò lo sguardo umiliato.
“Spogliatelo e legatelo,” ordinò Fressaca ai suoi uomini.
I soldati si avventarono su mio padre, che cercò di far resistenza, ma anche lui fu completamente denudato. Poi venne bendato e fu chiamata una servetta dalle cucine. Il suo signore la obbligo a carezzare mio padre, a baciarlo e sedurlo.
Erano anni che il letto di mio padre era vuoto. Mia madre era morta all’improvviso, portata via dalla peste. Non ci volle molto che la sua virilità mi si fu rivelata davanti. Io e mio padre ci assomigliavamo molto, ma non potevo dire di aver preso da lui in mezzo alle gambe.
La ragazza lo baciava, gli sussurrava parole nell’orecchio, gli mordicchiava il lobo e mio padre stava iniziando ad ansimare per l’eccitazione.
“Allora, contadino, non ce la fai più? Se mi supplichi, ti lascio scopare quella servetta,” propose Fressaca.
L’asta di mio padre era lucida e la punta sembrava un lampone troppo grosso che stesse per esplodere. “Per favore, mio signore.”
“Perfetto. Spogliate la servetta,” esclamò Fressaca, facendo alcuni cenni che non capii ai suoi uomini.
Il soldato che mi stava scopando, si fermò e sfilò la sua verga ancora insoddisfatta. Mi strinsero la testa e mi infilarono una benda in bocca.
La servetta con mia sorpresa fu mandata via. I soldati mi trascinarono vicino a mio padre e mi fecero girare, piegandomi nuovamente a novanta gradi. Cercai di divincolarmi, ma i soldati mi tennero stretto.
“Eccoti il suo culo, facci ciò che vuoi.”
“Grazie, mio signore.” Mio padre allungò le mani alla cieca, finché non tocco le mie chiappe. Le strinse con desiderio. La sua mano poi scivolò nella fessura, accarezzandomi la rosa.
Un soldato mi afferrò i coglioni e me li tirò su. Mio padre fece per scendere, ma un altro soldato lo bloccò.
“Non avrai altro che il suo culo,” disse, quasi con irritazione Fressaca.
“Chiedo perdono, mio signore.” Avvicinò la sua verga al mio buchino.
“Perdonami, fanciulla,” disse, ma affondò la sua asta senza troppe remore. Erano anni che non usava quella mazza e ora voleva solo sfogarsi.
Gli occhi mi si riempirono di lacrime, ma non per il dolore che ormai era quasi scomparso. Mio padre mi strinse i fianchi per aiutarsi negli affondi. I suoi gemiti divennero più forti.
“Toglietegli la benda,” ordinò il signore. Io mi agitai. Quando mi padre vide chi stava sbattendo, si bloccò. I soldati scoppiarono a ridere.
“Allora contadino. Com’è il culo di tuo figlio?” gli chiese Fressaca.
Mio padre rimase un lungo istante in silenzio.
Un soldato prese la testa di mio padre e gliela spinse verso il basso, mostrando il mio membro in erezione. “Guarda, tuo figlio sta godendo ad avere la nerchia di suo padre rompergli il culo.”
“Questo non è mio figlio. Ho un solo figlio e mi aspetta a casa. Questa è una puttana.” Le parole di mio padre mi fecero più male di tutti i colpi mi avevano sfondato fino adesso. “Questa puttana ha davvero un culo favoloso. Giusto quello che serve per far godere un vero uomo,” calcò ancora mio padre e riprese a fottermi.
Una volta, quando ero piccolo, ero stato svegliato nella notte da dei gemiti e mormorii. In silenzio mi ero alzato ed ero andato a sbirciare nella stanza dei miei genitori e li avevo visti.
Erano legati in un abbraccio e mio padre si muoveva premuroso sopra mia madre, mentre la guardava negli occhi.
Ma non c’era nessuna premura stavolta. I suoi affondi erano pieni di desiderio e libido. La sua asta mi schiacciava la carne a ogni botta, facendomi inarcare la schiena per attenuare il dolore.
Mio padre mi afferrò i capelli e mi cavalcò come montava il nostro cavallo nei campi. Le sue botte divennero più forti. Il suo sudore mi colava sulla schiena. Ansimava eccitato.
Poi lanciò un gemito di vittoria e la sua virilità fremette nel mio culo. Il seme di mio padre, quello stesso seme che aveva fecondato mia madre, mi colmò il culo.
Esausto mio padre si estrasse di scatto il suo membro, facendo colare un po’ di liquido caldo sulle mie gambe. Poi strofinò la sua virilità sulle mie chiappe per pulirsi delle ultime gocce.
“Sei soddisfatto, contadino?”
“Sì, mio signore. Erano anni che non mi svuotavo.”
“Buttateli fuori,” ordinò Fressaca e i soldati ci spintonarono fino in strada.
“Padre, io…”
“Non sono tuo padre. Ho solo un figlio.”
Gli occhi mi si riempirono nuovamente di lacrime.
“Hai disonorato la nostra famiglia. Vattene.”
“Padre, vi prego…”
“VATTENE, PUTTANA.”
Mi voltai e mi allontanai in silenzio il frutto del piacere di mio padre che si agitava dentro di me. Girai ancora una volta la testa, sperando di vedere mio padre che mi chiamava indietro. Ma era ancora lì immobile con lo sguardo che fissava la terra.
Gian Galeazzo Visconti morì quello stesso anno a Melegnano. Il suo sogno di un’Italia riunificata fu infranto dalla peste. Adesso abbiamo un nuovo duca e meno sogni.
Scrivo queste ultime parole da una taverna a Milano, dove aspetto il mio prossimo cliente.
2 marzo 2021 at 21:12
Può sembrare umiliante in effetti uno stupro e sempre doloroso, ma fare la puttana x piacere e stupendo!!! Baci a tutti 3343095677
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