Questo finesettimana sono andato in vacanza in Svizzera. Un paio di amici mi avevano invitato a passare qualche giorno sul Lago di Lugano. A Milano, dove ho dovuto cambiare treno, si sono seduti di fronte a me due ragazzi.

Sembravano avere circa la mia età. Il ragazzo più alto aveva dei crespi capelli scuri, una mascella ben delineata e una carnagione mediterranea. L’altro era più piccolino, ma aveva due grossi occhioni vivaci e la pelle chiara. Si chiamava Massimo e presto attaccò bottone con me.

Erano originari di Bari, ma si percepiva poco l’accento. Lui e il suo amico, che me lo presentò come Mauro, studiavano alla scuola alberghiera della loro città e stavano andando a Pontresina, vicino San Moritz, nei Grigioni, per seguire un tirocinio presso un ristorante. Era la prima volta che andavano in Svizzera.

Mauro praticamente per tutto il viaggio non aprì bocca e rimase quasi in rispettoso ascolto del tuo suo estroverso compagno.

«Stiamo per arrivare a Lugano.» Dissi, indicando il lago che si estese di colpo di fronte a nostri occhi.

«Uao, che spettacolo. È fantastico.» Esclamò Massimo, attaccandosi al finestrino.

Effettivamente il panorama era davvero stupendo. Dei monti boreali affondavano a picco nelle acque del lago che risplendeva del Sole pomeridiano.

«A Lugano dovremmo acquistare dei biglietti per il bus che ci porterà a Pontresina. Spero non avremmo problemi.»

«Potete farli anche alle biglietterie automatiche. Vi aiuto io, se volete. Così vi faccio vedere anche dove dovrete prendere il bus.» Mi proposi.

Erano entrambi molto carini. Non mi dispiaceva passare ancora qualche momento con loro e godere della loro compagnia.

«Tanto con i miei amici ci siamo organizzati che li avrei scritto quando sarei arrivato. Quindi ho tempo.»

«Sarebbe perfetto. Grazie mille.» Mi ringraziò Massimo.

Alle macchinette facemmo in un attimo. Ormai ero pratico. Ultimamente facevo spesso visita ai miei amici in Svizzera.

Poi condussi i due ragazzi a vedere qual era la loro fermata, ma, in ogni caso, avevano ancora tempo prima della partenza del loro bus.

«Dai, andiamo al bar che ti offriamo un caffè per ringraziarti dell’aiuto.» Suggerì Massimo.

«Ma no, figurati, non ho fatto niente di che. Alla fine ce l’avreste fatta anche tranquillamente da soli.» Dissi, un po’ a disagio. «Inoltre, non bevo caffè.» Aggiunsi.

«Dai, dai, che ci hai facilitato le cose. Niente caffè, allora. Ti offriamo qualcosa altro da bere.»

Non so cosa mi prese. Forse erano i suoi occhioni che allegri mi invitavano, forse era l’alone misterioso di Mauro. Ma mi dissi che tanto non li avrei più rivisti, che non rischiavo nulla. Non sembravano dei ragazzi aggressivi.

«Qualcosa altro da bere non mi dispiacerebbe.» Risposi.

Poi inspirai profondamente, cercando dentro di me un coraggio che non credevo di possedere.

«Se volete posso farvi un pompino.» Appena terminai la frase fui preso dal panico.

Non so come mi era potuta uscire quella frase. Massimo fu preso davvero alla sprovvista. Lo vidi che mi fissava con gli occhi spalancati che, se fosse stato possibile, gli facevano gli occhi ancora più grandi. Aprì e chiuse un attimo la bocca.

Mauro, invece, se non fosse stata per quella sopracciglia che si sollevò, sarebbe apparso completamente impassibile.

Deglutii, mentre i secondi passavano come fossero ore.

Finalmente il silenzio fu rotto dalla risata imbarazzata di Massimo.

«Non mi era mai successo che come ricompensa per un favore si offrissero di farmi un altro piacere. E soprattutto non ho mai ricevuto l’offerta di farmi fare la pompa da un maschio. Anzi, in realtà, neppure da una ragazza, che prima di farti un pompino…»

Tirai un sospiro di sollievo mentalmente. Almeno l’aveva presa sul ridere.

«Per il prossimo mese ci hanno detto che sarà quasi impossibile per noi uscire la sera. Il lavoro ci impegnerà a tempo pieno. Ma letteralmente.» Massimo incrociò lo sguardo di Mauro e, come se si leggessero nella mente, sembrò trovare in lui una conferma a quello che stava per dire. «Andiamo in un posto appartato. I bagni.»

Non credevo alle mie orecchie. Avevano accettato. Senza farli attendere mi diressi verso i bagni con loro appresso.

Di fronte al bagno degli uomini Mauro si bloccò, mentre Massimo entrò senza aspettare. Io feci un cenno del capo a Mauro, forse lui non voleva. Sorridendo, entrai anch’io.

Massimo mi attendeva di fronte a uno dei gabinetti. Si infilò dentro e io gli andai dietro, chiudendo la porta. Mi fissava con sguardo sicuro, aspettando che facessi io la prima mossi.

Mi inginocchiai sul pavimento pulito come solo quello di un gabinetto svizzero può essere.

Avvicinai le mani tremanti alla sua patta. Ovviamente non era il mio primo bocchino, ma la situazione era nuova.

Dopo un attimo di impaccio riuscii a sbottonarlo e ad aprire la cerniera. Indossava dei boxer. Abbassai l’elastico e svelai la sua virilità. Il suo cazzo era ancora a riposo.

«Dovrai darti da fare per svegliarlo. Non è abituato a vedere altri ragazzi.» Disse, quasi a giustificarsi.

Lo scappellai delicatamente con la mano. Avvicinai le labbra e lo misi tutto in bocca.

Con la lingua iniziai degli agili movimenti circolari. Presto sembrarono aver effetto e in un attimo il suo cazzo si gonfiò in tutta la sua fierezza.

Era di misure nella media, ma duro come fosse acciaio. Alzai lo sguardo e vidi Massimo a occhi chiusi che si passava la lingua sulle labbra.

Vedere di essere riuscito a eccitarlo mi attizzava. Iniziai a pompare famelico. Il suo cazzo era così duro che non riuscivo a resistere.

Affondai la bocca sul suo cazzo fino sentirlo premere contro il fondo della gola. Massimo ebbe un gemito di piacere e finalmente aprì gli occhi.

«Sei un succhiacazzi nato.»

Aumentai il ritmo, ciucciando con foga. Massimo prese ad ansimare, mentre il suo cazzo sembrò vibrare. Mi afferrò la testa e spinse il suo cazzo a fondo. Schizzi di sperma caldo mi colpirono la gola.

«Volevi bere qualcosa altro? Eccoti la mia sborra. Ora bevi.» Esclamò, dando un paio di ultimi colpi nella mia gola.

Girai la sua sborra in bocca, gustandola. Poi, fissandolo negli occhi, ingoiai.

Massimo sorrise, gongolando. Richiuse la sua patta.

«È stata davvero una fortuna incontrarti. Il tuo aiuto è stato davvero prezioso.» Sorrise e aprì la porta.

Mentre mi lavavo le mani, sentii Massimo che parlava con Mauro.

«È proprio vero che i maschi fanno dei bocchini favolosi. Ti conviene non perdere l’occasione. Pompa che è un’idrante.»

Non feci in tempo a inserire le mani sotto l’asciugatore elettrico che Mauro entrò. Rimanemmo un attimo in silenzio a guardarci.

Quando finalmente le mie mani furono asciutte mi diressi nuovamente verso il gabinetto.

Quando Mauro fu dentro il cesso chiusi la porta, mentre lui appoggiò il suo zaino in un angolo.

Gli tastai la patta con la mano e mi sorpresi che aveva il cazzo già in tiro. Il suo sguardo tra il gelido e l’assente mi spinse tra le sue gambe.

Gli slacciai i bottoni dei suoi jeans. La sua asta sembrava esplodere fra le sue mutande. Alzai gli occhi e per una volta sembrò imbarazzato.

Liberai il cazzo dalla sua prigione. Era più grosso di quello di Massimo e anche più scuro. Mauro mi fissava voglioso.

Diedi un bacio a quella cappella prosperosa, pregustandone il sapore. Tirai fuori la lingua e inizia a passarla su e giù dalla base fino alla cima. Su e giù.

Non resistetti a lungo. Aprii la bocca e ingoiai la sua verga. Assaporai un attimo la sua consistenza. Solido e venoso. Poi iniziai a succhiare con avidità. Lo volevo prosciugare.

Mauro ansimava sommesso. A un certo punto, però, mi bloccò e sfilò il suo cazzo.

Stavolta ero io che lo guardavo voglioso, ma lui non sembrò interessato. Mi fece cenno con la mano di alzarmi. Mi fece voltare e io appoggiai le mani alle pareti.

La situazione stava prendendo una piega inaspettata e io non potei trattenere un gemito di desiderio. Slacciai la cintura e in un istante Mauro mi aveva già abbassato pantaloni e le mutande.

Mi allargò le chiappe, ammirando il mio culetto liscio. Percepii la sua asta strofinarsi nella mi fessura.

«Ti prego.» Mugolai. «Rompimi il culo.»

La mia richiesta sembrò eccitarlo ulteriormente. Sputò sul suo cazzo e se la massaggio.

Poi sentii la sua cappella appoggiarsi al mio buchino. Iniziò a spingere. Il mio ano faceva resistenza, quindi Mauro aumentò la pressione e con un colpo fu dentro di me. Emisi un lamento di piacere.

Il suo cazzo sfregava piano contro le mie pareti. Con un mano entrò sotto la mia giacca e mi accarezzò potente la schiena.

I colpi divennero più rapidi. Affondava il suo palo fino a farmi sentire le sue palle da torello pugliese picchiare sulle chiappe.

«Sì, fottimi.»

Il suo cazzo si muoveva sempre più veloce. Con una mano si aggrappò ai miei capelli, tirandomi la testa indietro.

Mi sentivo completamente in suo potere. Percepii il suo cazzo gonfiarsi dentro di me. Mauro grugnì di goduria, mentre un nuovo calore mi riempiva la carne.

Gridai di piacere e il mio cazzo fiottò schizzi di sborra sul pavimento del gabinetto. Non mi ero neppure reso conto di aver iniziato a masturbarmi.

Mauro levò la sua verga ormai spompata dal mio buco. Si pulì rapidamente il cazzo con un po’ di carta igienica. Poi lo rinfoderò tra le sue mutante, richiudendolo dentro i pantaloni.

Tirò fuori dalla tasca il biglietto del treno che li aveva portati a Lugano. Cercò una penna nello zaino e scribacchiò qualcosa sul biglietto. Me lo consegnò.

«Ciao. Grazie.» Disse semplicemente. Aprì la porta e mi salutò con un cenno, lasciandomi mezzo nudo nel bagno.

Guardai il biglietto. C’era un numero di cellulare e qualche parola: “Torniamo tra un mese.”

Avevo ancora la sua sborra nel culo e il mio ano già fremeva, immaginando che fra trenta giorni avrebbe accolto nuovamente il cazzo di quel toro e, chi sa, forse anche quello di Massimo.