Spinsi la mia bici lungo il vialetto di casa e mi appostai sul marciapiedi ad aspettare Alessia. Il Sole era già alto in cielo, ma c’era una brezza fresca che rendeva ancora piacevole l’aria.

Controllai l’ora sul telefono. Sospirai. Era di nuovo in ritardo. Alzai le spalle. Inspirai profondamente e mi godetti il tocco caldo del Sole.

“Nico,” mi chiamò qualcuno.

Mi voltai verso il fondo della strada. Alessia pedalava, agitando la mano, e quasi sbandava. Non era sola. Mi coprii la fronte con un mano per proteggermi dal Sole. Era suo fratello.

“Ciao. Scusa, il ritardo,” esclamò Alessia con il fiatone per la veloce pedalata.

Incrociai le braccia e finsi uno sguardo di rimprovero, ma sorrisi subito. “Fa niente. Ormai ci sono abituato.”

“Ciao, Andrea,” salutai suo fratello, porgendogli la mano.

Andrea era più grande di noi. Forse 3 o 4 anni in più di noi. Andava già all’università. Lo vedevo spesso a casa di Alessia, ma siamo usciti raramente tutti insieme. Andrea ricambiò il saluto e ci rimettemmo per strada, pedalando verso la piscina.

La nostra piscina comunale non era molto grande, ma per passare un pomeriggio al fresco andava benissimo.

“Ci vediamo in acqua,” disse Alessia, quando fummo entrati, dirigendosi verso gli spogliatoi femminili, mentre io e Andrea entrammo in quelli maschili per cambiarci.

Inizia a spogliarmi. Prima di sfilarmi le mutande, mi voltai a controllare quello che faceva Andrea. Mi sentivo un po’ in imbarazzo a farmi vedere nudo dal fratello della mia migliore amica.

Presi il mio costume blu e nero e feci per infilarmelo. Sobbalzai, voltandomi di scatto. Andrea era dietro di me con il suo cazzo mezzo in tiro. Mi aveva sfiorato il culo.

“Perdonami. Non volevo,” cercò di scusarsi, infilando rapidamente il suo cazzo nel costume.

Io lo fissai incredulo e mi tirai su il costume veloce.

“Non sono gay. Lo giuro.”

E questo avrebbe dovuto farmi sentire meglio? Rimanemmo qualche instante in silenzio. L’uno di fronte all’altro in completo imbarazzo. Nessuno osava alzare gli occhi per paura di incrociare lo sguardo dell’altro.

“Scusami davvero. È solo che non l’ho mai fatto. E tra poco ho 21 anni.”

“Capisco, ma non credo che questo sia il modo giusto di farlo.”

“Lo so. Scusa. È stata una reazione automatica. Hai… hai un bel…” balbettò, indicando verso il mio bacino. Non potei fare a meno di arrossire.

“Tu hai tanta esperienza… con i maschi. Forse potevi… aiutarmi.”

Andrea sapeva che ero gay, ma forse fraintendeva il significato di esperienza.

“Mi dispiace. Io non… Penso sia meglio che usciamo. Alessia ci starà già aspettando.”

Lui annuì e uscimmo dallo spogliatoio.

Alessia attirò la nostra attenzione, agitando il braccio in aria.

“Stavolta siete voi quelli in ritardo.”

Io fissai Andrea imbarazzato, ma lui finse di non notare il mio sguardo.

“Ehi, ma che avete?”

“Nulla, perché?” chiesi.

Alessia alzò le spalle. “Dai, cosa aspettiamo? Vogliamo farlo sto bagno, o cosa?” Alessia si gettò in acqua con un tuffò. Era sempre stata la più energica e sportiva di noi due. Io e Andrea ci immergemmo con calma, usando i gradini.

“Sembrate due nonnini,” ci prese in giro lei.

“Adesso te lo faccio vedere io chi è il nonnino, qui,” esclamai e iniziai a spruzzarla con l’acqua. Continuammo a giocare e io mi dimenticai di quello che era successo con Andrea negli spogliatoio.

“Che ore sono?” chiesi a un certo punto.

Alessia indicò l’orologio sopra la piscina, ma appena vide l’ora balzò fuori dall’acqua. “Maledizione, avevo dimenticato che oggi lavoravo mezza giornata in libreria,” esclamò.

“Fa niente. Ti accompagno,” mi proposi.

“No, no. È qua vicino. State pure. Ci vediamo dopo.” Alessia corse via, salutandoci con la mano.
Io e Andrea rimanemmo a mollo a fissare Alessia che scompariva negli spogliatoi.

“Vuoi… vuoi andare allo scivolo?” chiesi, tossicchiando un attimo. Almeno sullo scivolo non avrei dovuto interagire con lui.

Andrea annuii e ci spostammo allo scivolo. Dopo una lunga serie di solitarie discese valutai che potevamo andarcene senza sentirci in imbarazzo e ci dirigemmo verso gli spogliatoi.

Presi il mio sciampo e andai a lavarmi via il cloro nelle docce. Andrea si posizionò in una doccia quasi opposta alla mia.

Un po’ mi dispiaceva per lui. Non era quello che chiamerei un ragazzo carino, ma era una persona molto timida e gentile. Avrei voluto aiutarlo in qualche modo.

Quando finimmo di lavarci, prendemmo i nostri asciugamani e tornammo ai nostri armadietti.

Mi vestivo lentamente. Sentivo il cuore battermi veloce. “Senti, Andrea.”

Lui si voltò, facendo sbucare la testa dalla maglietta.

“Se vuoi… posso aiutarti.” Mi guardai in giro. Non c’era nessuno. “Posso prendertelo in bocca… se vuoi.”
Il volto di Andrea si illuminò e assentì con slancio.

Trovammo uno sgabuzzino che usavano come magazzino e ci infilammo di nascosto. Andrea si sedette su una panca e allargo bene le gambe. Lui era già tutto vestito, io indossavo solo le mutande.

Mi fissava con quei sui grandi occhi pieni di trepidazione. Era davvero la sua prima volta. In mezzo alle gambe, sotto la stoffa dei pantaloncini, si intravedeva già un ragguardevole rigonfiamento.

Mi inginocchiai fra le sue cosce. Lui si piegò leggermente indietro. Non si aprì neppure la patta dei pantaloni. Avvicinai la mano e abbassai la cerniera. Appena ebbi abbassato l’elastico delle sue mutande, il suo cazzo balzò fuori.

Il cazzo era un po’ come lui, nella media. Non che avessi visto chi sa quanti cazzi.

Strinsi l’asta e la cappella pulsò. Il suo cazzo fremeva fra le mie dita. La mia mano iniziò un movimento sali e scendi. Era davvero molto duro.

Andrea aveva chiuso gli occhi e inclinato leggermente la testa all’indietro. Probabilmente si stava immaginando che una delle sue fighe compagne di università che gli stava facendo la sega.

Alzai le spalle. Alla fine ero io che avevo deciso di fargli questo piacere.

“Lo… lo puoi prendere in bocca?” mi chiese, quasi in un sussurro. Aveva aperto gli occhi mi stava fissando.

Io annuii. Avvicinai la testa e mi inumidii le labbra. Lentamente aprii la bocca e avvolsi la sua cappella. Il suo cazzo ebbe un paio di scatti. Andrea trattenne un gemito, mordendosi il labbra inferiore.

Iniziai a muovere la testa. La mia lingua ruotava attorno al suo glande. Con una mano presi a massaggiargli le palle. Succhiavo con impegno. Forse volevo che la sua prima volta fosse bella. Il suo respiro divenne affannoso. Anche il mio cazzo era diventato duro.

“Posso… metterlo dentro?” chiese tutt’a un trattato.

Smisi di ciucciare e alzai la testa incerto. Aprii e chiusi meccanicamente la bocca.

“Non so se…” La frase mi si spezzò in gola. Mi fissava con degli occhi pieni di speranza e desiderio. Sospirai, seguendo con lo sguardo i suoi lineamenti aspri. Forse passerà molto tempo prima che possa avere un’altra occasione. Mi portai in piedi.

Il suo cazzo lucido risaltava fra le sue gambe. Lui non si mosse. Capii che avrei dovuto fare tutto da solo. Feci per portarmi sopra di lui, ma Andrea mi fermò.

“Puoi farmi vedere il culo?”

Annuii un po’ umiliato, ma era comprensibile che lui, etero, preferisse vedermi di schiena senza il mio pisello sulla sua pancia. Mi voltai e con cautela abbassai il mio culo sulla sua asta. La strinsi alla base, assicurandomi di puntarla in alto. La sua cappella mi sfiorò il buchino.

Deglutii e lentamente mi spinsi verso il basso. Trattenni il respiro, mentre il glande si faceva strada dentro di me. Nonostante quello che poteva credere Andrea, io l’avevo fatto solo un paio di volte e non ero molto abituato. Il suo bastone scivolò dentro di me, finché non raggiunsi l’elsa.

Andrea mormorava parole incomprensibili. Sentivo il suo cazzo gonfiarsi ancora di più contro le pareti.

Attesi un attimo per abituarmi alla sua asta. Anche se non era molto grossa, era pur sempre un palo duro che mi apriva la carne.

Infine, iniziai a muovermi. Mi sollevai e poi mi lasciai andare. Poi nuovamente mi tirai su, la sua asta usciva umida dei miei umori sotto di me, e di nuovo mi infilzai. Su e giù. Su e giù. Andrea ansimava sempre più forte.

“Per favore non venirmi dentro,” lo pregai.

Lui annuì in preda al piacere. Nonostante il mio avviso, il suo corpo fremette tutto e, in un gemito di goduria, il cazzo si agitò dentro di me, liberando il suo liquido di piacere. Si vedeva che era la davvero sua prima scopata.

“Scusami, non sono riuscito a trattenermi.”

Era la prima volta che mi venivano dentro. Ma lui era tanto tenero che non mi importava. Avevo quasi lo stimolo a baciarlo. Mi sfilai il suo cazzo lentamente. Era ancora duro ed eretto come se non fosse neppure venuto.

Andrea rimase ancora un attimo seduto. Lo sguardo perso nel vuoto e il cazzo in tiro fra le gambe. Io non ero ancora venuto, ma non volevo rischiare di sporcare. Non avevamo preso nulla con noi per pulirci.

Mi tirai su le mutande. Per fortuna non avevo nessuna perdita di sborra dal culo. Mi aveva schizzato il suo seme in profondità. Lui ripose il suo cazzo che finalmente si stava afflosciando fra i pantaloni.

Uscimmo dallo sgabuzzino con circospezione.

“Vado al bagno,” dissi, ma, quando mi resi conto che erano pieno di gente, lasciai perdere. Mi vergognavo. Avevo paura che mi vedessero.

“Già fatto?” chiese Andrea, infilandosi lo zaino in spalla.

“No, non sono andato.”

Mi vestii rapidamente, cercando di nascondere cazzo ancora in tiro, e uscimmo. Pedalammo insieme verso casa. Lui davanti e io dietro con ancora la sua sborra nel mio culo.

Fu un ritorno a casa difficile. Sentivo i suoi umori muoversi dentro di me e, a ogni sobbalzo, la sborra spingeva per uscire. Eppure mi piaceva avere il suo orgasmo dentro di me.

Mi sentivo legato a lui. Scossi la testa. Dovevo scacciare questi pensieri di intimità. Lui era etero. Lo sapevo.

Qualche settimana dopo suonarono il campanello di casa. Aprii la porta.

“Andrea?”

Andrea era davanti a me sulla soglia. Mi faceva strano rivederlo dopo tutti quei giorni. Avevo sperato che ci saremmo sentiti dopo, ma nessuno dei due a quanto pare aveva avuto il coraggio di scrivere all’altro. Io avevo perso ormai le speranza.

“Ciao. Sei da solo?” chiese, allungando il collo per sbirciare in casa.

“Sì… sì, accomodati.” Lo feci entrare.

“Come stai?” gli domandai, invitandolo in soggiorno

“Bene…. tu?”

“Bene anch’io. Oggi ho la casa tutta per me. I miei genitori sono andati a fare una gita a Torino. Non sono mai stati al Museo Egizio e…” Andrea aveva già smesso di ascoltare. Si stava guardando in giro inquieto.

“Non c’è nessuno?” si informò nuovamente.

“Sì, ti ho appena detto che sono andati a Torino,” gli ripetei interdetto.

Lui si slacciò la cintura e si aprii la patta. E sotto il mio sguardo incredulo estrasse il suo cazzo barzotto. Dopo quanto successo in piscina, non avrei dovuto lasciarmi sorprendere tanto dai suoi comportamenti, eppure rimasi a fissarlo a bocca aperta.

“Succhiamelo,” mi ordinò.

“Cosa? Come scusa?”

“Dai, non ce la faccio più. Ho bisogno di sborrare da giorni.”

Non riuscivo a capacitarmi. Lui si irritò e mi venne vicino. Con forza mi spinse sulle ginocchia. Era più forte di quanto immaginassi. Forse perché era più grande di me di qualche anno. Tentati di sgattaiolare via, ma lui mi blocco e mi spinse contro le sue palle.

“Forza, preparalo che ho bisogno di svuotarmi.”

Il suo cazzo era ormai in tiro. Me lo premette contro le labbra. Era duro come il sasso come l’altra volta. Feci per dire qualcosa e lui ne approfittò per infilarlo.

Mi strinse la testa fra le mani e spinse la sua asta fino a sbattermi le palle sul mento. La sua cappella gonfia mi soffocava. Non attese un attimo e iniziò a scoparmi la bocca.

Non riuscivo a capire dove fosse finito il ragazzo timido e gentile che vedevo sempre a casa di Alessia. O forse non c’era mai stato. Avevo frainteso i suoi silenzi per gentilezza. Il vero Andrea era quello che godeva con la mia bocca.

La saliva iniziò a colarmi a fiotti dagli angoli della bocca, macchiandomi la maglietta. Finalmente sfilò la sua mazza. Mi massaggiai la mascella. Mi aveva sbattuto con tanta foga che mi sembrava che me l’avesse dislocata.

Mi tirò su di peso e mi fece voltare, facendomi appoggiare al muro. Mi afferrò i pantaloncini che indossavo in casa e me li tirò giù, rivelando il mio culetto.

“Già pronto senza mutande? Aspettavi delle visite?” Non c’era scherno nel tono della sua voce, sembrava sinceramente convinto di quello che chiedeva.

Le sue dita mi scivolarono nella fessura delle chiappe. Poi appoggiò la cappella sul mio buchino. Fu così rapido che non mi resi neppure conto di quello che stava accadendo.

Spinse e il glande fu dentro. Spinse di nuovo e la l’asta mi aprii in due. Lanciai un grido di dolore.

“Per favore. Tiralo fuori. Mi fa male.” Gli occhi mi si erano riempiti di lacrime. Una fitta mi risaliva fin sullo stomaco.

Lui inclinò la testa, fissando interrogativo. “Lo so. Hai un cazzo in culo. Faccio veloce.”

Sfilò in parte la sua asta e poi la schiacciò dentro. Poi di nuovo. Il suo ritmo era ancora inizialmente incerto. In fin dei conti era solo la sua seconda volta. I colpi, però, era forti e rapidi.

“Vai, piano, per favore. Fa male,” lo supplicai.

Lui sembrava non sentire quello che dicevo. Mi stantuffava il culo, attento unicamente a godere. In fin dei conti era colpa mia. L’altra volta mi sono dato solo al suo piacere. Gli dai un dito e si prendono tutto il braccio.

Andrea mi afferrò per i fianchi per regolarizzare i suoi colpi, sempre più veloci. Stavolta, da soli a casa, si lasciò andare e gemette senza ritegno.

Affondò il suo cazzo con gli ultimi poderosi colpi in profondità dentro di me. L’asta vibrò. Con un mugugno Andrea si svuotò le palle, schizzando la sua sborra nel mio intestino.

Sfilò il cazzo piano. Stavolta era esausto.

“Cazzo, è stato meglio dell’altra volta. Avevo proprio bisogno di svuotarmi,” esclamò, accasciandosi sul divano. “Prendi qualcosa e puliscimi,” mi ordinò.

Ormai ero intrappolato nel mio ruolo e non potei fare a meno di andare in bagno e prendere un rotolo di carta igienica. Mi inginocchiai e gli pulii delicatamente il cazzo della sua sborra.

“Ma com’è che hai il cazzo in tiro?”

Me lo chiese con tanta ingenuità che non seppi cosa rispondere.

“Prenderlo in culo fa male. Non hai fatto che piagnucolare. E poi l’altra volta non ti sei neanche segato.”

Non sapevo veramente che immagine di me si era fatta. Lui alzò le spalle. Forse non gli interessa neanche. Si alzò, riponendo il suo cazzo.

“Ci vediamo domani,” mi salutò, uscendo di casa.

Rimasi immobile a fissare la porta. Il cazzo in tiro che spingeva contro la stoffa dei miei pantaloncini. Per lui era davvero solo questo. L’amico gay di sua sorella che poteva usare per svuotare le palle, quando ne aveva voglia.

Il giorno dopo per fortuna non venne. E neppure il giorno seguente. Alessia mi ha poi raccontato che aveva iniziato a vedere una ragazza. Si sono messi assieme dopo un mese.

Non posso fare a meno di essere dispiaciuto per lei. So che cosa l’aspetta.