Finalmente è terminato il mio ultimo anno di liceo. Solo le vacanze estive mi separavano dall’università e la libertà.
Quest’estate, però, ho deciso che era giusto fare la mia parte per la società. I miei amici mi hanno preso per pazzo, ma io mi sono offerto volontario per aiutare nell’accoglienza dei rifugiati che sbarcavano sulle coste italiane.
Sono stato selezionato per un piccolo centro di accoglienza in Basilicata. E ora sono immerso fra gli oliveti della campagna di una delle regioni più disabitate d’Italia.
Mi hanno trovato una sistemazione in un piccolo paesino di collina. Ogni mattina prendo la mia bicicletta e mi faccio una decina di chilometri fra piantagioni di susine e albicocche.
Passo la giornata ad aiutare nella manutenzione del centro fino a sera e poi nuovamente torno al villaggio.
“Sempre puntuale ogni mattina.” Mi salutò Ammar, mentre stavo legando la bicicletta vicino all’entrata del centro.
“Che altro ho da fare se non venire qui.” Ci stringemmo la mano.
Ammar aveva uno o due anni in più di me, ma era uno dei primi rifugiati a essere stati accolti in questo centro. Parlava bene l’italiano e aiutava i volontari nelle attività giornaliere.
La mattina era fresca e si lavorare bene, ma presto la temperatura saliva velocemente. Il caldo quell’estate, come quelle precedenti, sembrava voler battere ogni primato storico.
Ammar si sfilò la maglietta, mostrando un torso magro, ma muscoloso. Mi sorrise. I suoi denti bianchi spendevano nel suo volto scuro.
Abbassai lo sguardo imbarazzato. Anche gli altri che ci aiutavano iniziarono a mettersi a petto nudo.
“Non hai caldo, Nicola?” Mi chiese Farid.
“No, no, sto bene. E poi il Sole è troppo forte. Rischio di scottarmi.”
Farid disse qualcosa in arabo e i suoi amici scoppiarono a ridere.
“Che cosa a detto?” Chiesi ad Ammar. Lui esitò a rivelarmelo.
“Ha detto che hai la pelle fragile come quella di una donna.”
Alzai le spalle. Non era il primo che mi prendeva in giro per la mia pelle chiara. Inoltre, in realtà, non volevo spogliarmi, perché un po’ mi vergognavo.
La giornata passò in fretta. Nonostante fosse un centro piccolo c’erano sempre cose da fare. Senza rendermene conto arrivò sera.
“Devo andare o finisco che stasera non ceno.” Salutai Ammar e mi avviai verso la bici.
Faccio per partire e mi rendo conto che entrambe le ruote sono bucate.
“Maledizione. E’ la terza volta.”
Tornai dentro. “Ammar, dov’è Marco? Mi si è bucata di nuovo la gomma, stavolta tutte e due.”
“Marco?” Ammar mi fissò interrogativo. “È partito dopo pranzo. Non ti ricordi? Aveva degli impegni a Potenza.”
“E Gabriele e Luciano?”
“Già andati. Era tardi.”
Sospirai e telefonai per chiedergli se potevano tornare a prendermi. Ma né Luciano né Gabriele sembrano volermi rispondere.
“Come faccio a tornare? Qui non passano bus.”
“E dai non disperare. Per una volta puoi dormire qua. Noi lo facciamo tutte le notti.”
Ammar mi accompagnò nei dormitori. Tutti mi fissarono sorpresi. Nel centro c’erano solo uomini, perché le donne e i bambini erano state spostate in un altro paese.
“Ragazzi, abbiamo un nuovo rifugiato,” esclamò Ammar, facendo scoppiare qualche risata.
Poi mi condusse a un letto ancora libero. Era piccolo e attaccato al muro in fondo alla sala.
“E’ tutto quello che c’è. Mi dispiace,” cercò di scusarsi Ammar.
“Tranquillo, lavoro anch’io qui. Conosco i nostri problemi di spazio.” Sinceramente ero contento di avere questo letto in disparte.
Ammar mi portò un asciugamano. “Le docce sai dove sono.”
Lo ringrazia e mi spogliai, avvolgendomi nell’asciugamano, prima di dirigermi verso le docce.
Le chiamavamo docce, ma erano una fila di tubi da cui scrosciava acqua. Durante il giorno l’acqua era quasi sempre bollente, ma durante la sera diventava tiepida.
Avevo sperato di essere da solo, ma come c’era d’aspettarselo c’era già gente. Mentre camminavo verso l’ultima doccia in fondo, sentii gli occhi degli altri che mi fissavano incuriositi.
Qualcuno dovette aver fatto una battuta perché scoppiarono a ridere. Mi portai sotto la doccia e iniziai a lavarmi.
“È piacevole dopo una giornata sotto il Sole, vero?” Ammar aprii l’acqua della doccia di fianco a me.
Io annuì, ma subito spalancai gli occhi. Nabil alle spalle di Ammar aveva il cazzo in tiro e si stava massaggiando con la mano insaponata.
Ammar si voltò a vedere e sorrise divertito. “Che ti sorprendi. Ormai non vediamo una donna da mesi.”
Ammar si lavò in fretta e prese ad asciugarsi. “Non hai ancora finito?” Mi chiese.
“Sto ancora un attimo.”
Ammar se ne andò e io rimasi a sbirciare Nabil che si masturbava due docce dopo la mia. Non era il primo cazzo che vedevo. Al liceo facevamo tutti la doccia nudi dopo ginnastica. Ma era la prima volta che vedevo il membro di uomo maturo in tiro dal vivo.
Era un cazzo grosso e venoso. Nabil aveva gli occhi chiusi e la testa inclinata all’indietro. Io ero come ipnotizzato. Il suo volto si contrasse in una smorfia di piacere e fiotti di liquido bianco piovvero per terra.
“Ti è piaciuto?” mi chiese qualcuno alle mie spalle, facendomi sobbalzare. Era Farid che sorrideva malizioso.
“Cosa? No, no, io…” Balbettai.
Farid gridò qualcosa in arabo e gli uomini si voltarono a fissarci. Ci fu un attimo di silenzio. Poi ci furono qualche esclamazione di esultanza e alcuni ragazzi si avvicinarono verso di noi.
Feci per indietreggiare, ma Farid mi spintonò in avanti.
“Che cosa fai?”
“Voi europei ci avete tolto le donne. Abbiamo bisogno di sfogarci.” Spiegò Farid. “L’avevo capito subito che eri uno di quelli.”
“Quelli?”
“Un metnak e tutti i metnak sono miboun.” Tutti quelli che si era radunati gridarono divertiti la parola “miboun”.
“Cosa?”
“Un rottinculo. I rottinculo sono come le puttane: devo soddisfare gli uomini.”
Cercai di fuggire, ma Farid mi bloccò, afferrandomi per il braccio.
“Dove cerchi di scappare? Non c’è nulla per decine di chilometri qui.”
Mi spinse in ginocchia, sulla terra bagnata. I ragazzi attorno a me avevano i cazzi già in tiro. Erano davvero mesi che non scopavano.
Farid, però, li fece allontanare e mi fece dondolare davanti agli occhi il suo grosso cazzo scuro.
“Forza, fammi godere.”
Rimasi immobile, finché qualcuno alle mie spalle mi spinse in avanti, schiacciandomi contro l’inguine di Farid. Avevo paura. Loro erano così tanti.
Aprii la bocca per gridare qualcosa, ma Farid ne approfittò subito per infilarci il suo cazzo.
“Fai attenzione con i denti.”
Era la mia prima volta, ma istintivamente coprii i denti superiori con le labbra e con la lingua iniziai un movimento in avanti e indietro. Gli uomini scoppiarono a ridere e batterono le mani.
“Allora sei o non sei un miboun?” chiese Farid, sorridendo soddisfatto.
Io non reagii, limitandomi a succhiare il suo cazzo. Farid mi strattono la testa.
“Allora?”
Mi staccai dal suo cazzo. “Sono un miboun.”
“Avete sentito tutti?”
Ci fu un urlo di approvazione. Farid mi tirò nuovamente sul suo cazzo e fece cenno a qualcuno dietro di me, che mi tirò su. Farid si assicurò che non staccassi mai la mia bocca dal suo cazzo.
“Basta così, voltati,” mi intimò.
Quando mi fui girato mi fece piegare a novanta gradi. Adesso vedevo le facce sorridenti degli altri uomini. Alcuni era molto giovani. Avranno avuto la mia età.
“Che culo da donna che hai.” Farid appoggiò la sua cappella sul mio buchino e spinse, ma trovò più resistenza di quanto dovette aspettarsi. “Ehi, ma non l’hai mai preso nel culo?” chiese stupito.
Io scossi la testa, sollevando altre risate.
“Preparati che ti apro per bene.” Spinse più forte, finché la cappella non fu dentro. Io lanciai un urlo.
“Ora sei ufficialmente un metnak, un rottinculo.”
Mi morsi il labbro, mentre le lacrime iniziarono a solcarmi il viso. Farid estrasse il suo cazzo. Pensavo l’avesse fatto per darmi sollievo, ma subito lo infilò nuovamente.
Un’altra fitta di dolore mi trafisse la pancia. Stavolta un ragazzo di fronte a me ne approfittò per infilarmi il suo cazzo in bocca e per impedirmi di gridare iniziò a fottermi la gola.
Saranno stati gli ormoni giovanili o la lunga astinenza, ma non ci volle molto che mi stringesse la testa fra le mani e dando dei rapidi colpi mi inondò la bocca di sborra.
Si staccò da me con un’espressione estatica. Io sputai il suo liquido per terra, tossendo disgustato. Un gesto che non sembrò piacere. Farid mi diede un affondo che mi fece inarcare la schiena. Lui mi afferrò per i capelli e fece piegare ancora più indietro.
“Che cosa fai? Quello che hai sputato è il liquido più sacro che ci sia. Devi far vedere che apprezzi quello che ti danno.” Mi diede un ultimo strattone alla testa e lasciò la presa.
Un altro ragazzo si mise di fronte a me. Temendo un’altra reazione violenta di Farid, stavolta spalancai le labbra servizievole e accolsi la sua verga come se fosse la cosa più importante al mondo. Farid riprese a stantuffarmi con una certa soddisfazione.
Finalmente anche Farid raggiunse l’orgasmo e mi schizzò fiotti di sperma nel culo. Poi si piegò in avanti e mi sussurrò nell’orecchio.
“Quello che hai dentro è il seme di un vero maschio. Il mio marchio. Ora sei di nostra proprietà.”
Annuii senza staccare le labbra del cazzo del ragazzo, ma fu lui che lo sfilò.
Voleva usufruire di tutto il servizio. Si portò alle mie spalle e senza tante cerimonie iniziò a sbattermi, mentre un altro ragazzo prendeva il suo posto nella mia bocca.
Il dolore era diminuito e sentivo il cazzo fra le mie gambe gonfiarsi. Un ragazzo se ne accorse e tutti scoppiarono a ridere.
“Ti ecciti con un cazzo in culo? Sei proprio un pervertito,” esclamò Saad, il ragazzo che mi stava fottendo. Ormai i loro insulti non mi facevano nessun effetto. L’eccitazione stava crescendo incontrollata in me. Iniziai a masturbarmi.
“Che fai?” Gridò Saad.
Io mi fermai incerto su cosa avessi fatto di sbagliato. Saad spinse via la mia mano.
“Non sei qui per godere. Tu devi soddisfare solo gli uomini.” Mi strinse le braccia dietro la schiena e mi cavalcò con veemenza, finché anche lui non esplose in un orgasmo di piacere.
Così uno dopo l’altro mi sborrarono in culo, incuranti della sborra che mi colava dalla gambe.
Finalmente, quando anche l’ultimo di quelli che si erano fermati alle docce si fu sfogato, mi lasciarono sotto una doccia aperta a pulirmi.
Cagai fuori la sborra che mi aveva riempito il retto, formando una montagnetta bianca ai piedi del tubo della doccia.
Inginocchiato sotto l’acqua che cadeva, mi masturbai, andando ad aumentare il cumulo denso.
Un senso di vergogna e rabbia mi percorse, quando l’orgasmo si esaurì. Ero stato scopato da una folla di arabi e mi ero fatto una sega in preda all’eccitazione.
Mi asciugai e tornai nel dormitorio. Pensavo che fosse finita, ma quando entrai mi resi conto che era appena iniziata.
La voce era girata velocemente come si poteva immaginare e un uomo era nudo sdraiato sul letto con il cazzo in erezione che puntava verso l’alto. Quando mi vide lo agitò.
Mi guardai intorno. Tutti mi stavano fissando e ridacchiando. Sapevo cosa dovevo fare. Mi tolsi l’asciugamano dalla vita e salii sopra di lui.
“Impalati, ragazzo, fammi vedere quanto ti piace prenderlo in culo,” mi disse l’uomo. Feci per infilarmelo, ma lui mi bloccò. “Girati. Non voglio vedere il tuo cazzetto, fammi vedere il culo da donna che ti ritrovi.”
Mi voltai e lentamente lasciai che il suo palo duro mi penetrasse. Non potei fare a meno di emettere un gemito. Ero appena venuto ed ero estremamente sensibile. I ragazzi attorno sghignazzarono.
Iniziai un sali e scendi, ma presto l’uomo si sollevò leggermente e mi prese per i fianchi, dandomi un ritmo più veloce.
L’uomo prese ad ansimare, infine mi spinse giù sul cazzo che vibrò tra le mie gambe. Il mio culo era nuovamente pieno di sborra.
Lentamente mi sollevai e mi diressi a sguardo basso verso il mio letto. Mi raggomitolai sul materasso, sperando che ora mi lasciassero in pace. Ma non passò molto tempo che qualcuno si sdraiò di fianco a me.
“Così ai dato il culo ai miei amici.”
Mi voltai e vidi gli occhi bramosi di Ammar che mi fissavano. Gli occhi mi si riempirono di lacrime. “Sono stati loro…io…”
“Cazzo, piangi, frocio.” Le sue parole mi fecero più male di tutti quei cazzi in culo. “Forza, mettiti sulla pancia. Ora voglio avere la mia parte.”
“Pensavo fossimo amici…”
Ammar rise. “Avevo capito subito che eri un frocetto. Aspettavo solo il momento giusto. Girati.”
Mi sdraiai come mi aveva ordinato. Lui si mise dietro di me e mi allargò le gambe.
Come gli altri lo infilò tutto d’un colpo. La sborra e le scopate precedenti mi avevano ormai preparato. Ammar trombò pieno di rabbia e rancore.
“Facevi tanto il fighetto. Ti credevi migliore di noi. Lo studentello volontario che arriva qui a dare ordini. Ma è questa la posizione che ti meriti: con un cazzo in culo. Il cazzo di un vero maschio.”
I suoi colpi erano rapidi e profondi, lanciò un urlo di vittoria, quando il suo cazzo schizzò fiotti del suo seme dentro di me. I suoi amici risposero con altrettanto grida di soddisfazione.
“Senti come sono felici? Il frocetto europeo ora è di nostra proprietà. Forza, dillo. Dillo che ti piace essere scopato da noi e che hai chiesto tu il nostro cazzo.”
Dissi quello che voleva. Poi sentii le mie stesse parole ripetute. Aveva il mio smartphone e aveva registrato tutto.
“Ora siamo sicuri che farai quello che diciamo. O preferisci che tutti sappiano che ci hai pregato di scoparti?”
La mattina dopo mi svegliai con la certezza che fosse stato tutto solo un incubo. Ma il dolore al culo, mi riportò alla realtà.
Mi tastai il buchetto e lo sentii ancora umido dei loro umori maschili. Il dormitorio era ancora immerso nel silenzio. Mi alzai piano senza far rumore. Avrei trovato qualcuno che mi desse un passaggio e sarei tornato al paese.
“Qualcuno sta cercando di evitare i suoi doveri mattutini?”
Mi bloccai di colpo. Ammar mi aveva sentito. “No, no, non volevo rischiare di svegliare nessuno.”
Ammar annuì, portandosi a sedere sul bordo del letto. Si abbassò i boxer e mi mostrò il suo cazzo ancora addormentato. Mi fece cenno di avvicinarmi.
Mi inginocchia fra le sue cosce e a un suo scatto del mento accolsi il suo cazzo in bocca.
Ammar mi appoggiò entrambe le mani sulla nuca. Percepii il suo corpo tendersi per poi rilassarsi. Uno spruzzo caldo mi sorprese in gola. Feci per ritrarmi, ma le sue mani mi bloccarono.
“Ingoia tutto o sveglierai gli altri,” mi mise in guardia Ammar.
Iniziai subito a deglutire il suo piscio. Per fortuna ero assetato dalla nottata. Il suo getto sembrava senza fine e mandare giù diventava difficile, ma finalmente mi colpì con gli ultimi schizzi.
Tirò fuori il cazzo e mi strinse la bocca con la mano, obbligandomi a tenerla aperta. Scosse il suo pisello per far cadere le ultime gocce.
“Ci vediamo a colazione,” mi disse, alzandosi e lasciandomi inginocchiato con il sapore del suo piscio in bocca.
Quando entrai in mensa, gli occhi di tutta la sala mi puntarono. Mentre camminavo fra i tavoli, risolini e risatine mi accompagnavano.
“Ehi, dove vai?” Mi fermò uno. “Abbiamo già preparato il tuo cibo,” disse, indicandomi un piatto con un paio di grosse fette di pane e marmellata.
Non posso negare di aver avuto un attimo di un senso di sollievo e gratitudine. Ringraziai e presi posto. Feci per portare alla bocca la prima fetta, ma la mano mi si bloccò a mezz’aria.
Non era marmellata. Mi avevano sborrato sul pane. I ragazzi attorno a me scoppiarono a ridere.
“Ti conviene mangiarlo, perché non avrai niente altro stamattina.”
Inspirai e sotto i loro sguardi impazienti morsi il primo boccone. La sborra era fredda, ma ancora liquida. Ingoia ogni bocconi quasi senza masticare e me ne andai. Ormai Marco e gli altri dovevano essere arrivati. Era finalmente finita.
Ma ancora una volta mi sbagliavo. Ammar fece in modo di farmi trasferire a dormire nel centro. All’inizio i miei superiori erano scettici, ma per non rischiare di scontentare Ammar dovetti convincerli io stesso.
Durante il giorno mi portarono in uno dei frutteti attorno al centro. Lontano dagli occhi degli altri italiani.
“Allora ti piace la tua nuova sistemazione?” si informò Ammar.
“Era proprio necessario il collare? Non c’è il rischio che scappi,” chiesi, afferrando il collare che mi stringeva il collo e mi legava con una corda all’olivo centenario.
“Lo so, ma hai ragazzi piaceva l’idea di vederti trattato come una cagna. E ora vediamo se hai fatto come ti ho detto.” Mi si avvicinò e mi fece voltare.
Mi tirò giù i pantaloncini con l’elastico. Sotto non avevo le mutande. Così era più facile per gli uomini arrivare e scoparmi velocemente. Ammar fece scorrere il dito nella fessura fra le mie chiappe.
“Bravo, ti sei anche lubrificato con l’olio.” Si aprii la cerniera dei pantaloni.
La sua asta già in erezione mi strofinò fra le chiappe. Poi con rapidità si infilò nel mio buchino. Ebbi uno scatto.
“Non ti sei ancora abituato?”
“È grosso,” mi sfuggi. Il commento sembrò eccitare ancora di più Ammar, perché prese subito a sbattermi con irruenza. Con gemiti più pacati della sera precedente mi sborrò in culo.
E fu solo la prima sborrata della giornata. Anche quelli che la notte prima non avevano osato prendermi di fronte agli altri, qui, nella solitudine della campagna, si fecero più intraprendenti. E presto l’aria attorno all’olivo divenne pregna di odore di sesso.
Sul pomeriggio tardi arrivò un piccolo gruppetto. Era in quattro. Riconobbi Hassan. Era uno dei più giovani rifugiati al centro. Avrà avuto la mia età o al massimo un anno in meno di me. Abbassai lo sguardo dall’imbarazzo.
Hassan parlava poco l’italiano, quindi non avevamo legato molto, ma essere visto in quello stato da un mio coetaneo mi rendeva la vergogna insopportabile. Ma anche lui doveva essere venuto per lo stesso motivo degli altri. Eppure sembrava altrettanto imbarazzato come me.
“Dai, su. Che cosa aspetti?” lo incitavano i suoi compagni. Era tutti uomini adulti. Uno era il padre di Hassan. La mattina era venuto da solo e si era svuotato già le palle dentro di me.
“Non l’ha mai fatto,” mi spiegò suo padre, tirandomi giù i pantaloncini. “Quindi, aiutalo. Voglio che lo fai godere.”
Tenendo gli occhi bassi, annuii. Appoggiai le mani al tronco e sollevai il culo verso di lui. Hassan guardava i suoi compagni a disagio. Non sapeva come fare. Al che mi voltai.
Il suo cazzo era già in tiro. Forse lo era dalla sera prima. Suo padre mi fissava severo. Dovevo soddisfarlo. Mi inginocchiai e glielo presi in bocca. Hassan si ritirò un attimo, ma appena iniziai a succhiare, iniziò subito a gemere.
Quando finalmente si fu rilassato mi girai di nuovo e prendendo la sua asta nella mano lo guidai al mio buchino. La sua cappella sfiorò il mio fiore ormai appassito.
Lentamente spinsi indietro il mio culo e mi trafissi contro quel bastone eccitato. Hassan trattenne il respiro. Incominciai a muovere avanti e indietro, scopandomi da solo. Hassan prese ad ansimare.
Suo padre e i suoi compagni iniziarono a incitarlo, credo perché prendesse lui il controllo. Infatti, in uno scatto di orgoglio mi afferrò per i fianchi e con gesti impacciati e ritmo irregolare provò a sbattermi.
Doveva far vedere a suo padre che era un uomo e che poteva prendersi il suo piacere. Affondò pochi colpi e lo sentii fremere, venendo copiosamente.
Estrasse il suo cazzo e sorrise ebete. I suoi compagni si congratularono. Suo padre era fiero che avesse scopato il ragazzo europeo. A me, invece, non fu dato tempo di riprendere fiato.
“Ora facciamo vedere a mio figlio, qual è il modo giusto di fotterti,” mi avvertì il padre. Non era il primo che veniva a fare il bis quel giorno. Non sempre c’era lavoro da fare per tutti e quando ci si annoia la libido aumenta.
Ero, però, sempre impressionato dalla naturalezza con cui tutti avevano iniziato a scoparmi l’uno di fronte all’altro senza imbarazzo. Ma forse ad alcuni era proprio quello che piaceva: far vedere che anche loro potevano farmi quello che volevano.
A tardo pomeriggio Ammar veniva a slegarmi. Prima di ricondurmi al centro, però, si divertiva a portami in giro per l’oliveto con la corda come un cane.
Mi conduceva a un altro albero e mi ordinava di fare la pipì come un cane. Mi mettevo a quattro zampe e sollevavo la gambe posteriore e pisciavo contro il tronco. Ammar sghignazzava. Poi finalmente cagavo fuori la sborra che si era accumulata nel retto e mi riconduceva al centro.
Avevo sperato che almeno al centro, finché c’erano in giro i miei colleghi italiani, avrei avuto un po’ di tregua, ma Ammar aveva stabilito un sistema in modo che quelli che non avevano avuto occasione di sfogarsi nell’oliveto potessero godere al centro. Gli uomini dovevano limitarsi a stringersi il pacco davanti a me e io avrei dovuto precederli nei bagni dei rifugiati.
Entravo e attendevo davanti a un pisciatoio. Poco dopo il ragazzo che aveva fatto richiesta arrivava e mi ordinava qualcosa. Anche se di solito si limitavano a posizionarmi alle mie spalle, mi tiravano giù i pantaloncini senza mutante e mi trafiggevano con il loro arnese duro.
Ilahm mi stava stantuffando aggressivo. Quelli che mi scopavano la sera era sempre più infoiati.
Io stringevo l’ano, perché dopo tutti i cazzi della giornata, il mio culo era sempre un po’ più rilassato e se non lo facevo godere abbastanza si sarebbe andato a lamentare da Ammar.
La porta dei bagni si aprì di scatto. Qualcuno sembrava non avere la pazienza per attendere il suo turno. Ma Ilahm si bloccò di colpo.
Sollevai la testa verso la porta. Il respiro mi si strozzò in gola. Luciano e Gabriele mi fissavano con disgusto.
Nonostante tutte le precauzione di Ammar e degli altri, alla fine i miei colleghi li avevano scoperti. Abbassai lo sguardo dalla vergogna. Tuttavia non potei fare a meno di sentirmi sollevato. Finalmente il mio inferno sarebbe finito.
“Allora è vero che sei diventato il puttano di questi maiali,” esclamò Gabriele avvicinandosi.
“Smamma,” ordinò Luciano, facendo un cenno a Ilahm che non se lo fece ripetere. Sfilò il suo cazzo ormai afflosciato e si dileguò. Io mi tirai su i pantaloni.
“G-grazie,” balbettai verso Luciano, ma lui si limitò a voltare la testa, dopo avermi lanciato uno sguardo di ribrezzo.
“Allora ti piace prendere questi cazzi di straniero nel culo?” Le parole di Gabriele mi fecero più male di tutti quei cazzi in culo.
“Mi fai schifo,” calcò Luciano. “È già disgustoso che lo prendi in culo, ma poi da questi animali.” Scosse la testa.
“Sei una vergogna per noi uomini. Per noi uomini italiani.”
“Ma…io non volevo… sono loro che…”
“Stai zitto. E usa quella tua bocca per quello che sai fare,” mi ordinò Gabriele, aprendosi la patta ed estraendo il suo cazzo barzotto.
“Ma che sei pazzo?” Luciano lo guardò sconvolto.
“Che hai? Dobbiamo far provare a questo ragazzino cosa è un vero cazzo. Ne va del nostro onore di italiani.”
“Ma è un maschio.”
“Se pensi che ti accompagno ancora al paese a pagare tutti quei soldi per farmi una puttana, quando posso avere qui un culo gratis, ti sbagli di grosso.”
Luciano e Gabriele avevano le mogli lontano ed erano stati assegnati a questo rifugio molto prima di me.
Gabriele mi fece cenno con la mano di avvicinarmi. Ormai avevo imparato che resistere peggiorava solo le cose. Mi portai di fronte a lui e mi inginocchiai. Mi inumettai le labbra e accolsi la sua verga nella mia bocca.
Gabriele non trattenne un gemito. “Come sei docile. Mi aspettavo un po’ più di resistenza, ma a quanto pare questi asilanti ti hanno addestrato bene. Fammi godere come soddisfi il loro cazzetti.”
Iniziai a muovere la testa avanti e indietro e ruotarla attorno al suo cazzo che in un attimo era diventato duro come il manubrio della mia bici.
“Non ce la faccio. Divertiti con il tuo frocetto.” Luciano si voltò e uscì dal bagno.
Gabriele non fece caso a lui, troppo preso dal proprio piacere. “Non mi sorprende che vogliano tutti scoparti. Sembri nato per soddisfare il cazzo.”
Arrossii di vergogna. Ammar e i suoi amici mi avevano insegnato a succhiare sotto la minaccia di soffocarmi con il loro cazzo. Gabriele mi afferrò la testa fra le mani e prese a muovere il bacino, fottendomi la bocca.
Io cercai di adattare l’angolatura della mia testa per evitare che il suo cazzo mi soffocasse. Portai una mano alle sue palle e iniziai a massaggiarle, sperando di farlo venire prima.
“Oh, bravo. Sai proprio come far godere un maschio.”
Gabriele gemette. I suoi affondi divennero più violenti. Il suo cazzo vibrò nella mia bocca e schizzi di sborra calda e densa mi colarono in gola.
Gabriele si assicurò che avessi ingoiato tutto, tenendo il suo cazzo in bocca per un po’.
“Allora? Ti piace la sborra di italiano?” mi chiese, quando finalmente estrasse il suo cazzo ormai esausto.
Io annuii e involontariamente mi pulii le labbra con la lingua. Gabriele scoppiò a ridere.
“Bene, la prossima volta saprò dove venire, quando dovrò svuotare le palle.” Mi diede due sberleffi gentili sulla guancia e mi salutò lasciandomi inginocchiò in mezzo al bagno.
Mi alzai lentamente. Vorrei poter dire che avevo l’orgoglio ferito, di sentirmi umiliato, ma in realtà non sentivo più niente.
Andai al rubinetto a sciacquarmi la bocca, ma ormai il gusto di sborra non voleva scomparire.
Sentii dei passi alle spalle. Mi voltai di scatto. Non avevo sentito nessuno entrare. Era Luciano. I suoi occhi erano strani. Le sue dite erano agitate.
“Se ne fai parola con qualcuno, anche solo con Gabriele, ti ammazzo.”
Mi afferrò per il collo e mi strattonò in uno dei gabinetti. Chiuse la porta. Mi spinse contro il muro e mi fece piegare.
Sapevo riconoscere un uomo pericoloso e non osai fare la minima resistenza. Mi abbassai i pantaloncini e allargai le chiappe.
“Neanche una donna offre con tanta facilità la sua figa.” Luciano fece una smorfia di disgusto, ma non si tirò indietro.
Si sputò il suo cazzo, massaggiandoselo. Inarcai la schiena e spinsi in fuori il culo. La sua cappella si posizionò contro il mio buchino. Lo infilò con un colpo solo.
Ormai ero abituato e quasi non sentii dolore. Prese subito a stantuffarmi veloce. Nonostante i suoi commenti sprezzanti, sembrava molto eccitato dallo starsi trombando un ragazzo.
Mi afferrò le braccia e mi le tirò indietro come se fossero delle briglie. Mi cavalcò con la foga di chi non vede la sua donna da molto tempo.
Poi i suoi colpi divennero più frenetici. La sua asta si gonfiò ancora di più e vibrò nella mia carne. Trattenendo il respiro per non far rumore, riversò una serie di schizzi caldi dentro di me.
Mi lasciò cadere le braccia e si appoggiò ancora un attimo con le mani sulla mia schiena, cercando di riprendere il fiato. Non aveva lo stesso vigore giovanile di Ammar e i suoi amici.
Un filo di sborra scivolò fuori, quando estrasse il suo cazzo. Lui si prese della carta igienica e si ripulì, gettandomi la carta bagnata del suo orgasmo sulla schiena.
Uscì senza dirmi niente. Si era preso il suo piacere e quello che era successo per lui non sarebbe più esistito. Fino alla volta successiva.
Mi sedetti sul cesso, senza neppure preoccuparmi della porta aperta. Mi svuotai della sua sborra. Il mio buchino era indolenzito dalle troppe botte.
Ormai mi era chiaro che non avevo più possibilità di sfuggire alla mia situazione. Dovevo solo resistere fino alla fine dell’estate.
Un’ombra apparve di fronte alla porta del gabinetto. Alzai lo sguardo senza timore. Era un ragazzo arabo.
La stoffa dei suoi pantaloni rivelava la forma del suo cazzo già in tiro. Mi asciugai il buco e mi alzai senza tirami sui i pantaloncini. Mi voltai contro il muro e spinsi in fuori il culo.
21 giugno 2018 at 21:04
molto bello eccidante
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4 settembre 2018 at 13:15
Sono stato violentato a 15 anni da tre militari e mi é piaciuto essere la loro troia
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22 Maggio 2020 at 14:33
Wow io ne ho 14 ma vorrei tantissimo
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12 Maggio 2021 at 12:37
bhe sei nella fase dove vorresti farlo con qualsiasi persona. io lo gia fatto con molte persone ovviamente che conosco e adesso ho solo 15 anni quindi direi che non sono piu vergine da almeno 2 anni
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18 Maggio 2021 at 12:30
Eheh, con prudenza, però, Alexnauts. 😉
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12 Maggio 2021 at 12:33
hey ciao come stai eroticoriginal?? ovvimente sono qua per dirti che tutti i tuoi racconti sono belliissimi
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18 Maggio 2021 at 12:27
Ciao, Alexnauts! È da un po’ che non pubblico, ma sto bene. 😉
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18 Maggio 2021 at 16:06
He bhe ormai quel che e fatto e fatto e mi e anche piaciuto farlo però lo fatto sembre quando ero ubriaco pk i miei amici sono molto infami
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