Avevo lavorato tutta la notte, ma mi sentivo ancora pieno di energie. Appena le porte del treno si aprono, salto su con la stessa agilità della sera prima. Il vagone era completamente vuoto. La cosa non mi sorprendeva. Era uno dei primi treni del mattino.
Mi incammino lungo il corridoio centrale. A metà della carrozza noto un ragazzo con gli occhiali e i cappelli scompigliati. Si sorreggeva la testa con la mano e guardava fuori dal finestrino. Non distoglie neppure un attimo gli occhi dal panorama. Faccio per proseguire, ma esito un attimo. Quel ragazzo lo conosco.
Mi siedo di fronte a lui. Il ragazzo non si volta neppure a guardarmi, ma si agita sul posto. Probabilmente è infastidito che ho deciso di sedermi proprio lì, nonostante il resto del vagone sia vuoto.
“Ehi.” Lo chiamo.
Lui finalmente alza gli occhi su di me. Mi fissa interrogativo.
“Sei Mattia, vero?”
Non che avessi davvero bisogno di una conferma. Non era cambiato affatto. Aveva ancora la stessa corporatura magra e il volto di un adolescente.
Lui si limita ad annuire con fare sospettoso. Non mi riconosceva. Lui sembrava ancora il ragazzino di una volta, ma io ero cambiato. Avevo i lineamenti maturi di uomo, una corta barba scura e avevo messo su un bel po’ più di muscoli.
“Sono Riccardo. Abbiamo fatto il liceo insieme.”
Spalanca gli occhi come se volesse scrutarmi meglio. “Cavolo, scusami. Sotto quella barba proprio non ti riconoscevo.”
Gli allungo la mano e lui la stringe. La sua presa è sicura, ma delicata. Sorrideva, ma era un sorriso forzato. Avrebbe voluto continuare a vagare nei suoi pensieri, piuttosto che tornare indietro ai tempi del liceo.
“Come te la passi? È da un secolo che non ci si vede.”
“Sì, davvero. Un secolo. Sto bene. Te?”
“Alla grande. Di solito non incontro nessuno a quest’ora sul treno.”
“Sì, oggi devo iniziare prima al lavoro. Non avevo molta scelta. Tu vai al lavoro sempre a quest’ora?”
“Per la verità, finisco adesso. Lavoro come guardia notturna.” Mi allargai sul posto, mettendo in mostra i miei bicipiti come se fossero il segno della mia professione.
Mi allenavo quasi ogni giorno. Non che il mio fosse un impiego pericoloso, ma mi piaceva pensare di intimorire con la mia figura. E almeno con lui sembrava avere effetto, perché Mattia si schiacciò ancora di più contro lo schienale e abbassò gli occhi quasi a disagio.
Ma nel suo caso, però, non credo fosse timore. Al liceo girava la voce che fosse gay. Non ho mai avuto conferma, ma guardandolo adesso non ho dubbi.
Gonfio il torso, mettendo ancora più un evidenza i miei pettorali che risaltano sotto la maglietta. Allargai le gambe. Il mio pacco risaltava tra le mie cosce.
Mattia si inumetta le labbra, tossendo leggermente. Riporta la sua attenzione fuori dal finestrino.
“Questi pantaloni mi uccidono.” Commento, mettendomi a posto il pacco con enfasi. Lui lancia una veloce occhiata e annuisce imbarazzato. O forse eccitato.
È quello che mi piace dei gay. Alla fine sono pur sempre maschi. Una donna si sarebbe già scandalizzata, ma un frocio no. È come agitare sotto i loro occhi un’esca e loro iniziano a sbavare. Lascio che il mio cazzo si gonfia tra le mie gambe.
Non fraintendetemi. Non sono gay. Ma non mi faccio scrupoli. Quando passi le tue notti sveglio a non far niente, non hai molto da pensare e finisci per guardare porno e farti delle seghe. I miei orari non mi permettono molta vita sociale e alla fine ogni occasione è buona per svuotare le palle.
“Ti piace ancora il cazzo?” Chiedo a brucia pelo. Lui si tira impettito e mi fissa offeso.
“Come scusa?”
“Su non fare quella faccia. A scuola lo sapevano tutti.” Mi massaggio il pacco. Ormai il mio cazzo in tiro non si può più nascondere.
Lui scuote la testa senza parole.
“Vuoi succhiarmelo?”
Lui si alza, ma non se ne va. Fanno tutti così. È solo una scenetta. Smania dalla voglia di succhiarmelo. Mi apro la patta e tiro fuori il mio cazzo. Lui deglutisce e si guarda in giro.
“Non c’è nessuno.” Lo rassicuro, agitandogli la mia virilità davanti.
Lui non è ancora convinto. Alza gli occhi al soffitto.
“Al mattino mettono i treni più vecchi. Non ci sono telecamere.”
Mi fissa ancora incerto su cosa fare, ma non hai più scusanti.
“Allora?”
Abbassa la testa ormai vinto. Si avvicina e mi stringe l’asta con timidezza. Muove lentamente la mano, saggiando la mia durezza.
Gli faccio cenno con un movimento del capo di venire giù. Lui si inginocchia. La sua mano sempre salda al mio cazzo. Deglutisce e si umidifica le labbra. Apre la sua boccuccia e avvolge la mia nerchia.
La sua lingua morbida solletica la cappella. Mi lascio andare contro lo schienale e mi rilasso.
È quello che mi piace dei froci. Gli dici quello che vuoi e loro lo fanno. Guardo la sua testa alzarsi e abbassarsi. La mia asta scomparire nella sua bocca. È ancora un po’ timido.
Porto una mia mano sulla sua testa. Le mie dita attraversano i suoi cappelli biondi. Premo. Gli schiaccio la testa tra le mie gambe. Lui accoglie docile il mio cazzo in gola. La mia cappella gli accarezza le tonsille. Arriva fino alla base. Il mio cazzone è completamente scomparso fra le sue labbra.
Alza gli occhi e mi fissa come se volesse le mie lodi. Sorrido soddisfatto e gli concedo solo un sospiro di piacere. Alla fine sta solo facendo il suo lavoro.
Gli tengo la mano premuta sulla nuca. Do solo qualche colpettino col bacino. Per fargli sentire bene la cappella in profondità. E aspetto. Voglio che sia lui ad arrendersi.
E alla fine si arrende e tenta di divincolarsi dalla mia presa. Tengo ancora premuto un istante e poi lo libero.
Il mio cazzo si sfila dalla sua bocca e lui riprende a respirare. Non aspetta neppure che il suo respiro si sia stabilizzato e già vuole riprendere a succhiarmelo.
Ridacchio. È proprio una gola profonda che desidera solo farmi godere. Ma lo blocco, spingendolo indietro sulla fronte. Lui mi fissa nuovamente insicuro.
“Voglio il servizio completo.”
Lui si ritira.
“Non faccio queste cose io.” Dice, guardandosi in giro.
Il treno è sempre deserto, ma annuisco comprensivo. Mi infilo il cazzo nei pantaloni e mi alzo.
“Andiamo nel bagno.” Neanch’io voglio essere beccato, mentre mi impalo un ragazzo.
Questo basta per rassicurarlo. Altro che non fare queste cose. Non aspetta altro che farsi rompere il culo.
Il bagno è abbastanza spazioso e soprattutto è pulito. Del resto è ancora presto. Ci entriamo tutti e due. Chiudo la porta alle mie spalle. Lo faccio girare. Lui si appoggia al lavandino. Tiro fuori il mio cazzo ancora duro come un palo d’acciaio.
“Aspetta. Il preservativo.” Esclama, raddrizzandosi nuovamente.
Fingo di cercare nelle mie tasche. “Non ne ho.” Mento. Ho sempre un paio di goldoni nel portafogli.
Lui ne tira fuori di tasca uno e me lo apre. Cerco di trattenere la delusione. Mi stringo la base dell’asta con la mano. Che me lo metta lui.
Mattia mi infila il goldone diligentemente. Poi si volta e si abbassa i pantaloni servizievole. Che culo. Gli massaggio le chiappe. Morbide e sode. E senza peli.
“Preparalo.” Gli ordino.
Lui si spunta sulla mano e si bagna il buchino. Quando ha finito lo schiaccio contro il lavandino. Mi piace vederlo così. Piegato davanti a me con il culo sollevato verso il mio cazzo pronto a farsi spaccare in due.
Mi sfilo il goldone. È un ragazzo tanto ordinato e pulito.
La mia cappella gli sfiora il buchino. Sorrido e spingo il cazzo dentro con un unico colpo. La mia asta gli spacca la carne e lui lancia un grido. Ma non mi supplica di fermarmi.
Questi rottinculo, che si fanno aprire come le prime delle baldracche, non li capisco. Pur di far godere lo stallone di turno soffrono come delle cagne. Ma non mi posso lamentare. A me basta che si lascia sbattere.
Inizio subito a muovere rapido il bacino. Il mio cazzo esce ed entra, tagliandogli la carne. È così caldo e soffice, eppure stretto.
I suoi gridolini di dolore si trasformano velocemente in un ansimare sconnesso.
Quando ritiro il cazzo sembra tirare un respiro di sollievo. Ma quasi geme di dolore, quando glielo sbatto dentro con tutta la forza del mio bacino. Ogni volta che inarca la schiena mi sento inebriare. È il potere di avere il corpo di un altro uomo sotto il tuo controllo. È qualcosa di primitivo. Arcaico.
Il mio ritmo è veloce. Non ho molto tempo. Le mie palle sbattono contro le sue chiappe. Stringo le mani ai suoi fianchi e mi do slancio.
“Cazzo.” Gemo, mentre raggiungo l’orgasmo.
Affondo quasi con rabbia il mio cazzo più in profondità che posso. Voglio che la mia sborra, il marchio del mio piacere, gli arrivi fino allo stomaco.
Infine, mi appoggio un attimo sulla sua schiena. Lui ha ancora il cazzo in tiro.
La voce meccanica dell’altoparlante del treno avverte che stiamo entrando in una nuova stazione.
Lui si alza di scatto. I pantaloni ancora abbassati e il cazzo dritto di fronte a lui.
“È la mia fermata.” Si tira su i pantaloni con rapidità, mentre io ripongo la mia virilità soddisfatta dentro la mia patta.
Apre la porta come un forsennato e si fionda fuori. Fa una smorfia. Mi sa che i miei colpi gli hanno lasciato il buchino un po’ indolenzito. Sorrido quasi con orgoglio. Al lavoro farà un po’ fatica a stare seduto.
Schiaccia il pulsante di apertura quasi istericamente. La porta si apre e lui scende quasi con un salto. Mi saluta con un cenno timido della mano, alzando a malapena gli occhi.
Anch’io sarei imbarazzato se avessi appena lasciato un altro uomo rompermi il culo. Chi sa che faccia farà, quando durante la prima riunione si accorgerà di avere anche la mia sborra che gli si agita dentro.
Lo guardo allontanarsi dal finestrino. Si guarda in giro con fare colpevole. Forse teme che glielo si legga in faccia che è un culorotto. E un po’ è vero. Quelli come lui ce l’hanno scritto in fronte: scopami.
5 marzo 2018 at 18:52
eccitante magari capitasse a me, amo la divisa. sn trav solo passiva
3343094677 baci
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