Il panorama fuori dal finestrino si ripeteva sempre uguale. I boschi erano spogli e i campi silenziosi. Il treno sfrecciava veloce nella campagna. Era da qualche anno che non tornavo a casa. Sono nato in un villaggio imboscato fra gli Appennini, lontano da Firenze e lontano da Perugia. Appena ho terminato il liceo, non ho aspettato molto prima di salire sul primo treno e trasferirmi a Milano per studiare.
Faceva strano tornare. Quest’anno la mia classe delle medie ha deciso di fare una rimpatriata. All’inizio ero stato tentato di rifiutare. Rivedere i vecchi compagni. Mi veniva una stretta al petto solo a pensarci. Alla fine, però, mi sono fatto coraggio e ho accettato.
Dopo essere sceso alla mia fermata, ho dovuto aspettare il mio bus. Era ancora lunga la scarpinata fino al paese. Arrivai a sera inoltrata. La piazza principale era già vuota. Il Palazzo comunale dominava con la sua imponente mole medievale, ricordando le antiche glorie dell’epoca dei Comuni e i fasti del Rinascimento.
I rintocchi delle campane risuonarono per le viuzze acciottolate. Fui pervaso da un senso di inquietudine. Non ricordavo neppure l’ultima volta che avevo sentito quel suono. Camminai rapido fino alla casa dei miei e chiusi dietro di me la porta. Passai la serata a mangiare e chiacchierare con i miei genitori.
Il giorno seguente andai a camminare per i dintorni. Dopo il trauma iniziale, mi trovai ad apprezzare quella quiete. La sera mi vestii per bene. Ero nervoso come al primo giorno di scuola. Indossai una camicia bianca con un maglioncino e una giacca.
Il ristorante era lo stesso dove festeggiavamo sempre i compleanni da bambini. Era forse anche uno dei pochi ristoranti rimasti nel paese.
“Ehi, Luca.” Mi salutò qualcuno. Mi voltai e vidi il grande sorriso di un ragazzo barbuto. Salutai timidamente, insicuro su chi fosse.
Lui finse di rimanerci male. “Non mi avrai mica dimenticato. Sono Marco.”
Spalancai gli occhi. Era davvero lui. Sotto quella barba lo riconobbi. “Scusami, ma con quel barbone che ti ritrovi non ti avevo proprio riconosciuto.”
Marco rise e si accarezzò il barbone. “Sì, hai visto che roba? Non pensavo che ce l’avresti fatta a venire. Ormai avevamo tutti perso le speranze di rivederti.”
“E, invece, eccomi qui. Ci sono tutti?”
“Quasi tutti, Eleonora non ce l’ha fatta. È dovuta restare a Roma. Ma vieni entriamo. Alcuni sono già arrivati.”
Eravamo quasi tutti lì. C’era anche Sara, la prima persona con cui mi ero scambiato un bacio. Saremmo stati due bambini di otto anni. Quel casto bacio sulla guancia ci aveva fatto sentire così grandi. Riconobbi il caro vecchio Lucio. Lo prendevano spesso in giro per i suoi chili di troppo, ma adesso sembrava felice.
Poi il mio sguardo cadde su quei malinconici occhi color nocciola. Nicola mi sorrise. Lo salutai con un cenno della mano. La sua mascella era ricoperta di una corta barba. Era cambiato anche lui, ma era sempre lo stesso. Era stato il mio migliore amico fin dall’asilo. Alla fine del liceo, però, ci eravamo persi di vista. Prendemmo posto a tavola e, dopo i primi momenti di imbarazzo e disagio e paio di bicchieri di vino del posto, fu come se la scuola non fosse mai finita.
Era l’una passata, quando finalmente ci alzammo da tavola. Io, Nicola e Marco ci allontanammo insieme, canticchiando vecchie canzoni d’infanzia.
“Ragazzi, io vi lascio qui. È stato un onore passare un’altra valorosa serata con voi.” Declamò Marco, sorridendo un sorriso sbilenco. E a fatica riuscì ad estrarre la chiave di tasca e ad aprire la porta.
“Che matti che siamo.” Dissi, quando Marco svanì in casa sua.
“Già. Come abbiamo fatto a perderci di vista?” Si chiese Nicola.
“È stata colpa mia. Ero molto confuso. Sono stato uno stupido.”
“No, no, è colpa mia. Stavi passando un periodo… difficile. Avrei dovuto comprenderti. Ero il tuo migliore amico.”
“Ormai è tutto passato. Siamo qui. Di nuovo insieme.” Ci scambiammo un sorriso di sollievo e continuammo a camminare in silenzio.
“Io abito qui, adesso.” Disse a un certo punto Nicola.
“Bella casa.” Commentai, alzando lo sguardo fino al tetto. “Bè, spero che riusciremo a vederci ancora prima che riparto.”
“Senti, hai voglia di salire e farti ancora un goccino?” Propose Nicola. I suoi occhi nostalgici mi fissarono.
“Ma sì, dai. La notte è giovane.”
Salimmo le vecchie scale. Era un piccolo appartamento.
“Avevo sentito che eri andato a vivere con Francesca.” Dissi, guardandomi intorno.
“Ci siamo lasciati qualche mese fa.” Replicò Nicola dalla cucina.
“Oh, mi dispiace. Non sapevo.”
“Tranquillo. Non ce nulla da dispiacersi. Ci siamo lasciati di comune accordo. Non poteva più andare avanti.” Spiegò Nicola, uscendo dalla cucina con una bottiglia del miglior vino e un paio di bicchieri. “Ecco qua.” Esclamò, appoggiandoli sul tavola. Ci riempimmo i bicchieri e continuammo a chiacchierare.
“Sai che ero innamorato di te?” Confessai a un certo punto.
Nicola rise. “E certo che lo so. Hai cercato di baciarmi.”
Scoppiai a ridere anch’io. Una risata imbarazzata. ”Sì, scusami. Ero proprio cotto. Avrei fatto qualunque cosa per te.”
La risanata di Nicola andò affievolendosi. “Mi dispiace averti rifiutato in così malo modo.”
Scossi il capo. “Dai, non scherzare. Non avrei mai dovuto offrirmi di farti anche una sega.”
Nicola rise, annuendo vigorosamente. “Ero totalmente sconvolto. E imbarazzato.”
“Lo so. Lo so. E pensa che in realtà ho detto “sega”, ma, invece, volevo succhiartelo. Se me lo avessi chiesto te lo avrei succhiato ovunque. Avrei fatto tutto per te.”
Scese il silenzio fra noi.
“Senti.” Disse, infine, Nicola. “Me lo vuoi ancora succhiare?”
Spalancai gli occhi e aprii la bocca senza sapere cosa rispondere.
“Non siamo più adolescenti. E tu avevi la ragazza fino a non molto tempo fa.”
“Appunto. Sono mesi che non scopo. Questo è un paesino. Non si può certo dire che la figa abbondi. L’hai detto tu che avresti fatto di tutto per me.”
“Infatti, “avrei”, al passato. Ora ho una vita a Milano.”
“Dai, tanto tra poco te ne andrai. E sarà tutto dimenticato. Nessuno saprà niente.”
“Sei ubriaco, Nicola. Non sai più quello che dici. Vieni. È meglio che te ne vai a letto.” Dissi, alzandomi dalla sedia.
Nicola si agitò e fece i capricci come se fosse ancora un bambino delle elementari. Alla fine ammise di essere un po’ sbronzo e lo aiutai ad alzarsi.
Appoggiò il suo braccio attorno al mio collo e lo condussi nella sua camera da letto.
“Va bene. Allora ci vediamo i prossimi giorni.” Dissi, facendolo scivolare sul letto.
Non feci in tempo a salutarlo che aveva già iniziato a spogliarsi. Si sfilò la camicia con un movimento impacciato, rivelando la tartaruga che gli avvolgeva l’addome. Non riuscii a trattenermi dal fissarlo.
“Ehi, aiuto. Dammi una mano. Mi sono incastrato.” Lamentò, agitandosi con la camicia mezza sollevata che gli stringeva le braccia.
Lo aiutai a sfilarsela del tutto. Si slaccio il bottone della patta e aprì la cerniera. Deglutii. Provò a tirarsi via i pantaloni, ma non ci riuscì.
“Vuoi continuare a fissarmi o mi dai finalmente una mano.” Esclamò, indicando i suoi pantaloni.
Scossi il capo rassegnato e gli strinsi l’orlo dei pantaloni e tirai. Caddi quasi all’indietro con i mano i suoi pantaloni. Nicola si gettò con la schiena sul letto.
Indossava solo dei boxer rossi e un paio di calzini bianchi. L’avevo già visto con solo il costume da bagno, ma ero strano vederlo adesso così cresciuto, così adulto, così maschio.
Una leggera peluria gli sbucava dall’elastico dei boxer e saliva a lambirgli l’ombelico. Aveva dei pettorali che avrebbero fatto invidia a molti palestrati di Milano. Erano ricoperti da dei riccioli pelosi.
Ma erano le sue gambe che attirarono la mia attenzione. Avevo sempre avuto un debole per i polpacci ed era quelli muscolosi da gran camminatore.
Mi umettai le labbra. “Senti.” Iniziai. “Fammi almeno vedere il tuo cazzo. Non l’ho mai visto.”
In questi villaggi sono tutti molto pudici. Anche quando facevamo ginnastica nessuno faceva la doccia e aspettavamo adolescenti puzzolenti di tornare a casa.
Nicola sollevò la testa dal letto. “Vuoi vedere il vero cazzo di un uomo, eh?” Ridacchiò.
Si alzò, mettendosi seduto sul bordo del letto, poi si portò in piedi. Un sorriso malizioso si disegnò sul suo volto. Inserì i pollici sotto l’elastico dei boxer e con un gesto teatrale se li tirò giù.
“Allora? Scommetto che i tuoi amichetti milanesi non ce l’hanno un arnese così.” Provocò.
Era innegabilmente grosso. Il suo cazzo era leggermente barzotto, incoronato da una densa rete di peli scuri. Un paio di grandi palle pendeva sode sotto di lui.
“Credi che tutti i gay abbiano un cazzetto?” Replicai.
Lui sorrise e fece uno scatto del mento in direzione delle mie gambi come per sfidarmi. Mi abbassai i pantaloni. Inspirai profondamente e scesi i boxer.
Nicola sembrò sorpreso. Non posso biasimarlo. Anch’io sono ben messo. Sarebbe stato difficile indovinare chi di noi due avesse il cazzo più grosso.
“Non siete così sprovvisti voi gay alla fine.” Concesse, annuendo. “Dai, ormai siamo qui. Non avrai altre occasione. Non l’hai sognato per anni il mio cazzo?” Domandò, massaggiandoselo. Si stava già gonfiando molto.
Deglutii. Aveva ragione. Quante volte mi ero masturbato immaginando di poterlo finalmente toccare?
Nicola si sedette sul bordo del letto. Il suo cazzo era ormai un’asta dura. Se lo strinse e lo agitò davanti ai miei occhi. Mi avvicinai piano. Lentamente mi inginocchia in mezzo alle sue gambe vigorose.
Non era la prima volta che mi trovavo di fronte a un cazzo, eppure mi sentivo nuovamente come un adolescente alla sua prima esperienza.
Nicola mi stava fissando bramoso. Quando tirai fuori la lingua, però chiuse gli occhi. Forse non era poi così pronto a farsi succhiare il cazzo da un altro ragazzo.
Diedi un colpo della lingua al prepuzio. Nicola afferrò con forza le coperta del letto. Mi feci coraggio e iniziai a leccare dalla base del cazzo fino alla punto e ritorno. Odorava di maschio, ma era pulito.
Scesi e risalii varie volte, poi allargai le labbra e spinsi la testa contro la sua cappella. Era turgida e lucida. Lasciai che la mia umida bocca l’avvolgesse.
Nicola non riuscì a trattenere un sospiro. Ruotai la lingua, percependo il suo glande. Poi iniziai a pompare.
La mia testa si muoveva su e giù. Su e giù. Nicola strinse le coperte nelle sue mani. Con una mano presi a massaggiargli le palle. Si erano indurite ed era divenute sode e rugose. Poi con l’altra mano gli strinsi l’asta del cazzo e mi aiutai masturbandolo. Ogni tanto ruotavo la testa, ma per fargli provare nuove sensazioni.
A un certo punto spinsi la testa più a fondo. La cappella sfregò contro la mia gola e ingoiai tutto il suo bastone fino alla base. Nicola gemette e non poté fare a meno di aprire gli occhi e fissarmi ammirato. La grossa vena centrale si gonfiò ancora di più.
Nicola mollò la presa delle coperte, portò le mani sulla mia testa. Mosse leggermente il bacino. Feci per staccarmi, ma Nicola mi tenne il capo premuto.
Uno schizzo di liquido caldo mi colpì il palato e poi un altro e un altro ancora. Nicola mugolò di piacere.
Lasciò che il suo cazzo si rilassasse nella mia bocca e poi lo sfilò. Agitai la sua sborra nella sua bocca. Era buona. Lui mi guardava, ansimando. Ingoiai.
Lui spalancò gli occhi per la sorpresa. “Oh, cazzo.” Disse soltanto e si gettò di nuovo sul letto. Avevo il cazzo duro.
“Nicola.” Chiamai. “Nicola. Nicola?” Nicola si era addormentato con un sorriso ebete sulla faccia.
Trovai il bagno. Mi masturbai rapidamente e venni nel gabinetto. Non ebbi grande sollievo. Il mio cazzo restò duro per molto tempo. Me ne andai in silenzio.
Quando mi buttai nel letto di camera mia, la testa vorticava ancora di pensieri. Avevo succhiato il cazzo al mio migliore amico di infanzia. E avevo ingoiato la sua sborra. Alla fine il sonno mi prese e caddi addormentato.
Mi risvegliai il pomeriggio tardi. Avevo un leggero mal di testa, ma nulla di grave. Sentivo ancora il gusto della sua sborra in bocca. Controllai il telefono. Mi brillarono gli occhi. Mi aveva scritto.
“Hai voglia se ci vediamo anche oggi?”
Ero in preda all’eccitazione. Sentivo le mie speranze dell’adolescenza risvegliarsi là, nel profondo, dove le avevo seppellite nel dolore.
Scossi la testa. No, no. Non dovevo nutrire nessuna aspettativa. Vorrà solo mettere in chiaro cos’è successo ieri sera e farmi giurare di portarmi il segreto nella tomba.
Eppure la mia razionalità non riusciva a diminuire la mia eccitazione. Risposi affermativamente e mi diede appuntamento a casa sua qualche ora dopo.
Furono le ore più lunghe della mia vita. Finalmente mi ritrovai di fronte al suo portone e suonai. Mi aprii senza chiedermi chi fossi.
Salii le scale a tratti. Prima saltando varii gradini, poi lentamente un gradino alla volta. Entrai.
Nicola era in piedi alla finestra che dava sulla strada. Gli sorrisi. Lui mi fissò con fare malinconico. Fui preso dalla paura. La porta si chiuse alle mie spalle. C’era qualcun altro. Mi voltai di scatto.
“Luca, quanto tempo.” Un uomo, forse sulla trentina, mi sorrise.
“Fabrizio?” Chiesi.
“Sono cambiato molto?” Mi chiese lui di rimando.
Scossi il capo. “Ero solo sorpreso di vederti.”
Fabrizio era il fratello maggiore di Nicola. Avevano circa 6 anni di differenza. Si assomigliavano molto. Fabrizio aveva solo i lineamenti più marcati.
“Sai, io l’avevo capito. L’avevo capito fin dalla prima volta che venisti a giocare a casa nostra.”
Lo fissai interrogativo.
“L’avevo capito che eri frocio. Lo dissi tante volte a Nicola. Ma lui non faceva che negare. Ma io ci ho occhio per quelli come voi.” Si vantò.
Cercai di trattenere l’irritazione per il fatto che mi avesse insultato.
“Ma alla fine dell’ultimo anno di liceo hai dato ragione a me.” Rise di soddisfazione. “Nicola è un cagasotto. Se fossi stato il mio migliore amico, io non ti avrai mai cacciato via. Io si che avrei saputo cosa farne di te. Ieri anche Nicola, però l’ha finalmente capito.”
Cercai lo sguardo di Nicola, ma il mio amico distolse gli occhi verso la finestra.
Fabrizio rise di gusto. “È venuto subito a raccontarmelo il tuo amico. Lo sapevo che voi froci succhiate alla grande.”
Mi diressi verso la porta per andarmene. Non sarei stato in sua presenza in minuto di più.
“Ehi, ehi, dove corri?” Disse e mi fece dondolare la chiave davanti al naso. Allungai la mano per afferrarla, ma lui la ritirò più veloce.
Mi fece cenno di no con il dito. “Prima di avere la chiave devi farci un piccolo servizio.”
Lo fissai stupefatto. “Non se ne parla.”
“Su non fare quella faccia. Lo so che mi sbavavi dietro da ragazzo. Ogni volta che venivi a trovarci facevo in modo di farmi trovare a torso nudo. Lo vedevo come mi mangiavi i pettorali con gli occhi.”
Si sfilò la camicia a quadretti, mostrandomi il suo petto villoso.
“Questo è il petto di uomo. Questi muscoli,” disse, indicando i bicipiti. “questi muscoli sono guadagnati sul lavoro. Con fatica vera. Non come quelli di quei fighetti a Milano che si agitano sugli attrezzi delle palestre.”
Si abbassò i pantaloni e se li tolse con un agile movimento.
“Fammi uscire.” Intimai, guardando Nicola.
Fabrizio scosse il capo. “Non cercare il suo aiuto. Guarda che l’ha scritto lui il messaggio.”
Strinsi la mascella e mi avvicinai a Fabrizio, sfidandolo con lo sguardo. Abbassai lo sguardo e mi inginocchiai di fronte a lui.
Fabrizio scoppiò in una risata. “Lo sapevo che era tutta scena.”
Aprii la cerniera dei suoi pantaloni e abbassai l’elastico dei suoi boxer.
La sua asta balzò fuori già dura. Era più grossa di quella di Nicola, molto più venosa, ma non tanto più lunga. Il suo odore mi inebriava.
Spalancai le labbra per accogliere tutta la sua cappella. Feci ruotare la lingua, gustando quella liscia fragola.
Sentii il mio cazzo iniziare a premere sotto i pantaloni, rendendomi conto di come l’eccitazione mi stesse strascinando. Mi staccai di scatto.
“Cazzo, sei proprio esperto. Chi sa quanti ne hai già succhiati. Ti piace proprio fa godere il cazzo. Non ti fermare.” Esclamò spingendo la sua nerchia nella mia bocca.
Non potei far altro che aprire le labbra. Il suo cazzo si piantò in profondità. Ebbi un conato di vomito, mentre i suoi peli strofinavano il mio naso.
Fabrizio si fece prendere dalla foga e iniziò a fottermi la gola. Quando il primo filo di saliva cadde sul pavimento, Fabrizio rallentò il ritmo e sfilò il suo arnese dalla mio bocca.
“Credo che non ci sia niente di più umiliante di fare un pompino. Eppure guardati: sei così eccitato che sbavi come una cagna in calore.” Fabrizio rise e mi strinse i capelli dietro la nuca, spingendomi la testa contro il suo cazzo.
La sua minchia umida della mia saliva mi strofinava la guancia.
“È questo che ti piace, vero? Far felice un vero maschio.” Mi strattonò la testa indietro e mi fece dondolare la sua cappella di fronte agli occhi. Aprii meccanicamente la bocca.
“No, no, voglio provare tutto. Voltati.” Mi spinse a carponi sul divanetto.
Mi tirò giù i pantaloni e le mutande con un colpo secco, lasciandomi a culo all’aria. Scoppiò a ridere con soddisfazione.
“Lo sapevo. Lo sapevo. Sei proprio un rottoinculo. Vieni a vedere, Nicola.”
Abbassai la testa in preda all’imbarazzo. Il mio ex migliore amico che veniva a guardarmi il culo.
“Guarda, che culo liscio. Senza un pelo. Te lo depili, vero? Tutto per soddisfare al meglio chi ti sbatte.”
Mi afferrò le chiappe nelle mani e me le strinse, assaporandone la consistenza.
“E guarda il suo buco. Sembra chiamare cazzi.” Fabrizio appoggiò la punta della sua minchia sul mio buchino.
“Aspetta…” Feci per fermarlo, ma lui spinse impaziente. Il suo cazzo penetrò con forza dentro di me. Lanciai un grido strozzato di dolore.
“Ora è proprio rotto.” Sghignazzo Fabrizio, tenendo la sua nerchia affondata dentro la mia carne.
Un dolore lancinante mi toglieva il respiro. Avrei voluto staccarmi da lui, ma Fabrizio mi teneva schiacciato sul divano con la sua massa muscolare.
“Dai, non sono il primo che ti apre in due. Anche se un cazzo grosso come il mio non l’hai mai preso.”
Estrasse leggermente il cazzo, dandomi un attimo di sollievo, ma fu solo un istante, perché me lo spinse nuovamente in fondo, iniziando a muovere il bacino.
Dava colpi sicuri, di uno che ha pieno controllo del suo corpo. Il suo ritmo era rapido, aveva solo il proprio piacere nei pensieri.
“Come sei morbido e caldo, eppure sei ancora stretto.”
A ogni affondo rispondevo con un gemito di dolore.
“Basta, Fabrizio. Gli stai facendo male.” Nicola afferrò il fratello per un braccio, trattenendolo.
“Di certo prendere un cazzo in culo non fa bene. Ma non l’hai fatto venire per far un piacere a lui. E poi guarda.” Disse, sollevandomi di peso e facendomi voltare verso Nicola. “Guarda come è eccitato dall’avere un cazzo piantato nella pancia.”
Lo sguardo di Nicola che mi fissava fra le gambe, mi fece arrossire. Anche se ieri gli avevo succhiato il cazzo, mi vergognavo a essere nudo e col il cazzo in erezione davanti a lui.
“Forza, ha un altro buco da essere riempito.” Lo incitò Fabrizio, spingendomi a novanta gradi di fronte al fratello.
Nicola esitò un attimo prima di abbassarsi la cerniera e tirare fuori il suo bastone.
Voltai la testa, ma Fabrizio me la tirò per i capelli e mi spinse sul cazzo del fratello. Non potei far altro che ingoiare nuovamente il cazzo del mio amico.
Nicola gemette sommesso e fece scorrere le dita fra i miei capelli. Quel tocco affettuoso, o così lo interpretai io, mi rincuorò e mi impegnai a succhiarlo con maggior desiderio.
Fabrizio riprese a sbattermi con irruenza. Il dolore si era affievolito e ogni colpo era sempre più un piacere, un piacere che non volevo provare.
Forse Fabrizio aveva ragione: ero fatto per far godere gli uomini.
La mano gentile di Nicola si trasformò in una presa sicuro sui miei capelli. Sollevò anche l’altra mano e mi strinse la testa fra le mani, mentre iniziò a scoparmi la bocca. Aveva la testa inclinata all’indietro e gli occhi chiusi.
Fabrizio mi afferrò per i fianchi per aiutarsi a spingere più a fondo il suo palo. I colpi più profondi mi causavano una fitta alla pancia, facendomi inarcare la schiena.
Fabrizio sembrava prenderci gusto a farmi piegare dal dolore. Fu un sollievo, quando accelerò il ritmo. Liberò un grugnito di goduria e mi riempii il retto.
Nicola aveva rallentato i suoi colpi per seguire l’orgasmo del fratello.
“Merda, ma gli sei venuto dentro?” Esclamò Nicola, la voce colorata dall’eccitazione.
“Dove volevi che venissi? Tanto mica rimane incinta. Devi provare il suo culo. Sembra fatto apposta per prendere cazzi.”
Nicola mi sfilò il cazzo dalla bocca. Stavolta non ci fu esitazione in lui. Non mi guardò neppure in faccia e si portò alle mie spalle.
Mi sono dato con troppa facilità e ora loro mi trattavano come meritavo.
“Cazzo, non so se voglio mettere il mio cazzo dove hai appena sborrato.”
“Dai, che sono tuo fratello. Vedrai che sarà ancora più piacevole. E poi dobbiamo riempirlo fino all’orlo sto buco rotto.”
Nicola fece scorrere la mano sulle mie chiappe. “Sembra il culo di una donna. Chiara non me lo ha fatto mai mettere dentro.”
La sua cappella mi sfiorò il buchino, poi entrò lentamente. Più per godere a pieno della sensazione che per premura nei miei confronti. Scoppiò a ridere.
“Me l’ha risucchiato dentro. Persino il suo buco è voglioso di cazzi. È fantastico. È così stretto.”
Incominciò subito a muovere il bacino avanti e indietro. Si fece prendere velocemente dalla frenesia, poiché era già eccitato dal pompino.
Ansimava più rumoroso di suo fratello. Mi afferrò i capelli e mi fece inarcare la schiena, imitando Fabrizio.
“Avrai anche il cazzo grosso come il mio,” mi disse “ma a te, il tuo, non serve a niente.”
Mi cavalcò ancora un attimo e poi con un profondo gemito mi sborrò nel culo.
Diede ancora alcuni colpi e finalmente estrasse il suo cazzo ormai esausto. Mi accasciai al suolo. Il culo sollevato. Un filo di sborra mi colò sulla coscia. Nicola e Fabrizio si riversarono sul divano a riprendere fiato.
“Che scopata.” Ansimò Nicola.
“Te l’avevo detto che avresti dovuto iniziare prima. Pensa a quante seghe ci saremmo risparmiati.”
Non sapevo cosa fare. Ero mezzo nudo con il cazzo in tiro e la sborra che mi colava dal culo sollevato in aria.
“Tieni.” Fabrizio mi lanciò la chiave della porta.
Inspirai profondamente e mi rialzai. Strinsi le chiappe per bloccare le perdite di sborra e mi tirai su pantaloni e mutande.
Loro stavano ancora parlando, ma le loro parole sembrano lontane. Raccolsi la chiave. Non ricordo cosa mi dissero ancora. Me ne andai senza voltarmi con il loro seme nel culo.
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