Quando mi sono svegliato era ancora notte. La casa era immersa nell’oscurità. Mi sono alzato sonnolente e a tentoni mi sono diretto in bagno. Tirai un sospiro di sollievo, mentre mi svuotavo la vescica. Odiavo svegliarmi la notte per dover pisciare.

Mentre tornavo in camera nel buio, andai a sbattere contro qualcosa. Tastai e sentii dei solidi pettorali. Era Marco, il mio ragazzo. Dovevo averlo svegliato, alzandomi dal letto.

Feci scorrere le mani lungo i suoi addominali e gli strinsi il pacco. Iniziai a massaggiarlo. Non ci volle molto prima che sentii il suo cazzo gonfiarsi sotto la stoffa.

Senza che Marco dicesse niente, mi sono inginocchiato di fronte a lui. Gli ho abbassato i pantaloncini e ho liberato quella verga. Il suo cazzo non era ancora completamente eretto.

Ho avvicinato la testa e lo accolto nella mia bocca umida. La mia lingua ruotava, mentre muovevo leggermente la testa avanti e indietro.

Percepivo il suo cazzo ingrossarsi e diventare duro. Con una mano presi a massaggiargli le balle sode. Ormai il suo cazzo si spingeva nella mia gola in profondità. Iniziai ad accentuare i movimenti e a succhiare con maggior impegno. Mi piaceva sentirlo così eccitato.

Lentamente il torpore del sonno iniziò a svanire. E mi resi conto che io e Marco ci eravamo lasciati due settimane fa. Spalancai gli occhi e mi paralizzai per la paura. Questo odore era un odore sconosciuto. Questo cazzo era grosso, molto più grosso di quello di Marco.

L’uomo, chiunque fosse, appoggiò qualcosa sull’armadietto a fianco. Non sapevo cosa fare. Ma lui restava in silenzio.

Meccanicamente ripresi a muovere la testa su e giù, lasciando che la cappella di quello sconosciuto mi penetrasse in gola. Il suo cazzo era duro come pochi avessi assaggiato. Anche la mia mano ricominciò a massaggiargli le palle. Sembravano cariche come se aspettassero da molto tempo di essere svuotate.

L’uomo restava in silenzio senza toccarmi. La vena del suo cazzo era gonfia. La mia lingua scorreva dalla base fino alla cappella al ritmo del movimento della mia testa. Il glande ormai era liscio e turgido. L’asta vibrò.

Fiotti di sperma caldo e corposo mi schizzarono in bocca. Non osai ritirarmi e lasciai che quel liquido denso mi colasse in gola. Aveva un gusto pregno di maschio.

Dopo un lungo istante l’uomo sfilò la sua verga ancora barzotta dalla mia bocca. Lo sentii sistemarsi i pantaloni. Mi passò a fianco, sfiorandomi. Rimasi in ginocchio per molto tempo dopo che i suoi passi erano ormai svaniti dal mio piccolo appartamento di studente.

Quando mi rialzai, mi resi conto che stavo tremando tutto. Il mio cazzo, però, ero duro fra le gambe. Non potei fare a meno di andare in bagno e masturbarmi sul gabinetto, fantasticando su quello sconosciuto e il sapore del suo seme che ancora mi riempiva la bocca.

Il giorno dopo mi svegliai con la sensazione che fosse stato tutto un sogno. E forse era stato davvero così. Andai in bagno, ma mi bloccai nel vestibolo a fissare l’armadietto. Di fianco a un paio di libri, c’era un coltello. Era un mio coltello. Uno di quei grossi coltelli da cucina con il manico nero.

Deglutii. Ero sicuro che il giorno prima quel coltello non c’era e di certo io non portavo in giro i coltelli per l’appartamento.

Respirai profondamente per cercare di riprendere la calma. Andai nel mio salotto e vidi che le tapparelle erano leggermente sollevate. Abbastanza per far scivolare dentro una persona. Fui preso dal panico. Mi vestii rapidamente e senza far colazione uscii di casa per andare all’università in anticipo di ore.

Passai tutta la giornata nell’ansia e quella notte non dormii. Ma non successe nulla. E neppure la notte seguente. Dopo qualche giorno avevo ritrovato la mia sicurezza e il mio sonno.

Un cazzo non più sconosciuto

Qualche settimana dopo, mi svegliai di soprassalto. Era ancora tutto buio. Mi era sembrato di sentire un rumore. Forse era stata solo la mia immaginazione. Nonostante quello che credessi non avevo ancora superato l’ansia di quella notte.

Tornai a sdraiarmi sotto le coperte, ma non riuscivo a prendere sonno. Sentivo il bisogno di assicurarmi che non ci fosse nessuno. Mi alzai piano e nell’oscurità mi diressi nel vestibolo. I miei occhi si stavano lentamente abituando al buio. Non c’era nessuno. E neppure in bagno.

Entrai nel salotto. Le tapparelle erano leggermente sollevate e la luce della Luna filtrava illuminando una figura in mezzo alla stanza. Mi immobilizzai. Era quell’uomo. Ne ero sicuro, anche se non l’avevo visto in volto l’altra volta. Stava lì in piedi con le gambe divaricate.

Lui non si mosse e rimase in silenzio. Una parte di me voleva gridare, chiedere aiuto e chiudersi in camera in attesa dei soccorsi. Un’altra sentiva come irrefrenabile desiderio di avvicinarsi.

Feci un passo verso di lui. L’uomo non diede nessun segno. Feci qualche altro passo e fui di fronte a lui. Aveva una corporatura solida. Non erano muscoli di palestra, ma quelli naturali che si formano con il duro lavoro. Aveva una mascella forte e i capelli a spazzola, rasati ai lati.

Sembrava in attesa. Mi accorsi che in mezzo alle gambe metteva in mostra un grande rigonfiamento. Non diceva niente, ma il suo corpo parlava per lui. Era così dominante. La sua sola presenza mi opprimeva. Le ginocchia mi cedettero e mi trovai con il volto davanti al suo pacco.

Ancora nessun movimento da parte sua. Avvicinai le mani alla sua patta. Stavano tremando. Gli abbassai i pantaloni e stavolta il suo cazzo svettò subito nel pieno della sua virilità.

Lo strinsi con una mano. Volevo saggiarne la forza e la consistenza. Era duro come l’altra volta. Come se durante queste settimane avesse aspettato questo momento.

Avvicinai le labbra e lasciai che la cappella si aprisse la sua strada nelle mie labbra, mentre spingevo la mia testa verso di lui. Il suo cazzo mi invase la bocca, in profondità nella mia gola, fino a farmi venire un accenno di conato. I suoi folti peli alla base dell’asta mi stuzzicavano il naso.

Dopo un lungo istante iniziai a ritirare e spingere la testa contro il suo cazzo. Mi afferrai alle sue gambe, mentre spingevo in gola la sua cappella. Succhiavo e ruotavo la testa. Quando sentii la sua vena gonfiarsi mi fermai e lentamente sfilai il cazzo.

Non so se fu solo una mia impressione, ma percepii una certa irritazione da parte di quell’uomo.

Volevo soddisfarlo completamente. Era tornato per quello e sentivo quasi un dovere, un istinto ad appagarlo. Mi voltai e mi abbassai i boxer con cui dormivo. Mi piegai a novata gradi, sollevando il culo.

Afferrai da dietro il suo cazzo e mi avvicinai, finché la sua cappella non mi sfiorò la fessura fra le chiappe. Mi sputai sulla mano e mi inumettai il buchino. Sporsi il culo, spingendolo verso il suo cazzo. Allargai le chiappe e la cappella toccò il mio buchetto. L’uomo ancora non si mosse. Spinsi. Il buco faceva resistenza. Mi morsi le labbra e premetti più forte.

“AAAaaagh.”

Non potei trattenere un gemito di dolore, quando finalmente la sua cappella mi aprì il culo e involontariamente scivolai indietro, impalandomi completamente. Ansimai dolorante. Avevo il suo grosso palo conficcato in profondità nella mia carne.

Mi fermai un attimo a prendere fiato, ma iniziai presto a muovermi avanti e indietro, non volendo farlo attendere. Lasciavo che il suo cazzo quasi uscisse del tutto e poi me lo piantavo nuovamente dentro fino alla base. Un misto di piacere e dolore mi percorreva.

Era umiliante. Mi ero piegato e avevo sollevato il culo a uno sconosciuto e ora mi impalavo da solo per dargli piacere come l’ultimo dei puttani. Mi sentivo così servile, eppure non potevo fare a meno di trattenermi.

Accelerai i miei movimenti. Sentivo il suo cazzo vibrare nella mia carne aperta. Schizzi di sborra calda mi inondarono l’intestino.

Avevo lasciato che uno sconosciuto mi venisse dentro. Rimanemmo per qualche tempo così. Immobili. Io piegato a novanta, lui con il cazzo che lentamente si sgonfiava dentro di me.

Infine, estrasse la sua verga. Io presi dei fazzoletti sul tavolo e mi inginocchiai davanti a lui per pulirgli il cazzo. Non so perché lo feci, ma sentivo che era il mio compito pulirlo dopo che aveva goduto, come se fosse un mio modo per scusarmi se il mio culo non fosse stato abbastanza pulito.

Gli riposi il cazzo nei pantaloni. Lui si risistemò il pacco e senza dirmi nulla si voltò, svanendo dal balcone. Lasciandomi in ginocchio in mezzo al mio salotto con la sua sborra nel culo e il cazzo in tiro.

La voce della notte

Nelle settimane seguenti non lo vidi più. Poi una notte sentii qualcosa muoversi nel mio letto. Qualcuno mi tirò giù i boxer abbastanza da rivelare il culo. Era lui. Quel l’uomo, il ladro.

Stavolta mi toccava. Mi allargò le chiappe e sputò. Percepii la sua saliva colarmi sul buchino. Si aprì la zip e la sua cappella si appoggiò al mio buchetto.

Non si fece tanti scrupoli. Mi entrò in un colpo, come se si fosse lasciato cadere dentro di me. Il suo cazzo mi spaccò il culo e io rilasciai un grido di dolore.

“Non avevo mai scopato un gay,” disse quasi casualmente. Aveva una voce solida come i suoi muscoli. Sollevato sulle braccia iniziò a muovere il bacino. Il suo cazzo entrava e usciva dal mio culo. Il suo ritmo era frenetico. Voleva solo venire. Voleva solo godere.

Strinsi le mani alla testata del letto, mentre il dolore via via si diluiva, ma non ebbi tempo di provare piacere. L’uomo iniziò ad ansimare e in un attimo esplose nell’orgasmo e si svuotò le palle dentro di me in una smorfia di liberazione. Si accasciò seduto indietro sul letto. Il cazzo a penzoloni.

Sapevo cosa si aspettava. Presi dei fazzoletti dal comodino e mi voltai a pulirgli il cazzo.

“Avevo proprio bisogno di sfogarmi,” disse, mentre mi assicuravo fosse completamente pulito. Riposizionai il cazzo nella patta e gli tirai su la cerniera. Scese dal letto e io lo segui dopo essermi tirato su i boxer.

Si diresse verso la finestra. “Puoi uscire dalla porta,” proposi.

Lui mi fissò un istante. Poi si voltò verso l’uscita. Gli aprii la porta e lui scivolò fuori. Si fermò un attimo sul pianerottolo a mettersi ancora a posto il pacco e poi svanì lungo le scale senza voltarsi. E io mi ritrovai di nuovo a casa mia con la sborra di uno sconosciuto che si agitava dentro di me. Lo sfogo di un ladro che aveva bisogno di svuotarsi le palle.

Le settimane seguenti quell’uomo tornò regolarmente, ma ora entrava dalla porta e accendeva la luce. Mi resi conto che era un ragazzo, non molto più grande di me. Faceva l’operaio. Un lavoro pesante dove si era fatto quei muscoli, ma che non bastava sempre per sbarcare il lunario.

Tra una sborrata e l’altra mi rivelò che la notte, che era venuto a casa mia, era stata la sua prima volta come ladro di appartamento. Non volle, però, mai svelarmi il suo nome.

Appena sborrava si rivestiva e correva via. Non voleva mai vedere che mi toccassi o venissi. Voleva immaginarmi solo con un culo e una bocca.

Una notte dopo avermi sbattuto all’ingresso, una sveltina rapida per svuotarsi le palle, lo seguii in strada. Quell’uomo entrava come e quando voleva in casa mia e mi riempiva di sborra il culo e mi faceva ingoiare litri del suo seme, ma non sapevo dove lui abitasse. Così lo pedinai fino alla sua casa. Era un grande palazzo popolare. Quando scomparve nell’ingresso, tornai indietro.

Il finesettimana tornai di giorno di fronte a quel palazzo. Mi sedetti su una panchina discosta e rimasi ad aspettare. Non so perché lo stavo facendo. Credo volessi vedere quel ragazzo di giorno, in pieno Sole, in un contesto diverso.

A un certo punto apparve sull’ingresso. Sorrideva e teneva la porta aperta per fare uscire qualcuno. Una donna con un neonato nel passeggino e una bambina nell’altra mano uscì fuori.

Forse è solo una vicina. Forse non è la sua famiglia.

Il ragazzo aiutò la donna a scendere la rampa e quando furono sul marciapiede le diede un bacio. Era un bacio familiare come quello che si dà alla compagna di una vita.

Prima che il ragazzo potesse notarmi mi nascosi dietro un cespuglio. Lui e la sua famiglia si allontanarono felici. Quando finalmente erano scomparsi alla mia vista, uscii dal mio nascondiglio. Ero sconvolto. Sì, sapevo che era etero. Non aveva mai scopato con un uomo prima di me. Eppure non pensavo potesse avere una compagna e addirittura una figlia e un figlio.

Mi sentivo così uno schifo. Forse state ridendo e mi disprezzate. Alla fine ero stato io che mi ero dato a lui sottomesso e senza chiedere nulla in cambio. Direte che avrei dovuto sentirmi schifoso dal principio, quando lo lasciavo usarmi così. Eppure in quei momenti mi sentivo utile.

Quella settimana, come sempre, tornò a casa mia. Si era preso una mia chiave di riserva, quindi, la notte entrava liberamente.

Le ultime volte mi ero abituato ad accoglierlo già piegato a novanta appoggiato al tavolo della cucina con i boxer abbassati dietro, perché non voleva vedermi il cazzo. Mi preparavo anche il buchino, così che il suo cazzo potesse scivolare meglio e godesse di più. Anche questa volta feci lo stesso. Nonostante tutto volevo ancora soddisfarlo.

Appoggiò le chiavi all’ingresso. Si tolse la giacca e si abbassò i pantaloni. Il suo cazzo era già in tiro. Se lo strinse con la mano e si avvicinò al mio culo. Allargai leggermente le chiappe e lui me piantò dentro, spingendo con tutto il corpo. Mi fece un po’ male, ma meno di averlo visto con la sua famiglia. Ero abituato a prenderlo in culo.

Mi strinse le chiappe e iniziò a fottermi.

“Ti ho visto l’altro giorno,” dissi tra un gemito e l’altro.

“Ah, sì?” Si limitò a mugugnare, afferrandomi per i fianchi per aiutarsi con gli affondi. Non era mai interessato a quello che dicevo, tranne quando gli dicevo che ce l’aveva grosso ed era un vero stallone.

“Ti ho visto con la tua famiglia.”

Lui si fermò un attimo. Ma fu solo un attimo. Mi afferrò per i capelli e mi fece inarcare la schiena, riprendo a cavalcarmi con la solita foga.

“Che cosa ti aspettavi?” Era una domanda retorica. “Amo le donne. Ma quando hai una figlia, uno figlio e un altro in arrivo, la vita di coppia è finita. E di certo non posso permettermi di andare a puttane.”

Quindi, ero una specie di sostituto gratuito di una prostituta per lui.

“E poi le puttane non sono come te. Loro lo fanno per soldi. È il loro lavoro. Lo fanno bene, ma lo senti che fingono. Con voi gay, o almeno con te, è diverso. Non lo fai per soldi, lo fai solo perché vuoi che goda. Mi piace come sei servile, come metti i miei bisogni prima dei tuoi. E mi piace sborrarti dentro senza rischiare che resti incinta.”

Non credo che li intendesse come dei complimenti, ma il mio cazzo ebbe uno scatto eccitato. Forse aveva ragione. Mi arrapava farlo godere, farlo venire.

E lui venne. Liberò un rantolo più forte del solito, dando degli affondi che dovettero spingere la sua sborra fino allo stomaco. Presi i fazzoletti e gli pulii il cazzo.

“Vedi? Mia moglie non si preoccupa di me. Corre i bagno a lavarsi. Butta fuori il mio seme come fosse veleno.”

Si ricompose e con un cenno della mano mi salutò prima di chiudere la porta alle sue spalle.

Quel giorno mi ero laureato. I giorni seguenti svuotai l’appartamento. Sarei tornato a casa per qualche mese, poi mi sarei trasferito a Torino, dove ero stato assunto in una giovane startup.

Quanto torni la prossima volta?

Sono passati molti anni da quel giorno. Settimana scorsa sono tornato a cercarlo. Sono andato al suo palazzo e ho aspettato. Alla fine è uscita quella donna, la sua compagna con una signora più vecchia e una bambina e due bambini ormai cresciuti.

“Mi scusi. Posso parlare un attimo? Mi saprebbe dire dove posso trovare il suo compagno?” le chiesi.

Lei mi squadrò dall’alto in basso. “Chi?” chiese di tutta risposta.

Doveva avere avuto molti ragazzi anche lei. “Il padre dei bambini,” tentati.
“Dennis?” Sbuffò sprezzante. “Quel porco è in prigione.”

“In prigione? Perché?” Ero sorpreso, ma poi mi ricordai che la prima volta aveva tentato di intrufolarsi in casa mia per rubare.

“Puoi tenermi un attimo Massimo, mamma?” La donna diede il bambino che teneva in braccio alla signora al suo fianco, che si avviò con gli altri due.

“Tu non sembri uno che potrebbe essere suo amico. Se avesse girato con un come te, non sarebbe finito dove è ora. Lo so. Si vede.”

Io annuii leggermente imbarazzato, ma aveva ragione: non eravamo mai stati amici. “Eravamo conoscenti. Non lo vedo da molto tempo.”

“Anch’io. L’ho buttato fuori casa l’anno scorso. Quel pervertito andava nei locali… gay. L’ho beccato una volta a casa nostra a farsi un ragazzo. Per fortuna che i bambini erano dai nonni. Non ho nulla contro i gay. Ma un padre di famiglia con una moglie.” Scosse il capo. “In realtà, non è stata una gran fatica buttarlo fuori casa. Era un perdigiorno. Quasi mi spiaceva per quell’altro. Quel ragazzo. Io ero contenta che negli ultimi mesi avesse smesso di assillarmi a letto.”

“Ma adesso è in prigione?”

“Sì. Questo me lo hanno raccontato. È entrato in un appartamento in un quartiere qua vicino, dove stanno gli studenti. E ha tentato di stuprare il ragazzo che ci abitava.”

“Capisco. Grazie.”

Prima di salutare la donna le chiesi in quale prigione fosse incarcerato Dennis. Non sapeva dirmelo, ma mi diede il suo nome completo, così che potessi scoprirlo io.

“Avete poche ore,” mi spiegò il secondino, chiudendo delle sbarre alle mie spalle. Lo seguii lungo il corridoio della prigione.

“Ecco. Questa è la stanza privata,” disse il secondino. “Divertitevi,” aggiunse, facendomi l’occhiolino e dandomi una pacca sulle chiappe. Non ebbi il temo di replicare che mi aprì la porta e dovetti entrare.

Dennis, il ragazzo, il ladro, l’uomo sconosciuto era seduto sul bordo del letto. Quando alzò gli occhi e mi vide rimase a bocca aperta.

“Pensavo fosse la mia ex-moglie,” balbettò, seguendomi con lo sguardo, mentre visitavo la stanza.

“Non credo che avesse molto interesse a vederti,” dissi, lanciandogli un’occhiata casuale. Era invecchiato. Quelli come lui invecchiano più in fretta. Ma aveva ancora la sua corporatura muscolosa. Forse si allenava qui, in carcere.

“L’hai vista? Come stanno i miei figli e la piccola Claudia?”

“Stanno bene. Non ho parlato con loro.”

Sospirò. Non aveva più quel suo fare dominante, di uomo giovane e scattante che è convinto che tutto è ai suoi piedi, o meglio al suo cazzo.

“Dove eri finito?” mi chiese.

“Non volevi mai sapere nulla di me,” replicai, guardandolo di sottecchi. Il mio tono di sfida sembrò risvegliarlo.

“Però, sei qui. In questa stanza,” osservò in tono malizioso. Iniziò a massaggiarsi il pacco.

Volevo incontrarlo per vedere se mi faceva ancora lo stesso effetto. O almeno questo era quello che mi ero detto per giustificare la mia visita. Avevo chiesto la stanza per gli incontri amorosi. Nel profondo sapevo che ero ancora al suo servizio.

Mi inginocchiai fra le sue cosce. Lui si appoggiò con le mani indietro. Alla fine non era cambiato. E neppure io. Portai una mano al suo pacco e iniziai a massaggiarlo. Si gonfiò rapidamente. Aprii la patta e la sua asta si rizzò virile come un tempo.

Le mie labbra avvolsero la sua cappella turgida e lucida. Spinsi la testa sul suo cazzo e lasciai che mi affondasse in gola come una volta. Succhiavo e gli massaggiavo le palle. Lui si sdraiò riverso sul letto.

A un certo punto mi spinse via. Mi fece posizionare sul letto a gattoni. Mi abbassò i pantaloni con uno strattone, rivelando il mio culo.

“Sai, quando sei scomparso, dopo di te, mi sono fatto un sacco di altri ragazzi,” disse, mentre mi massaggiava le chiappe e accarezzava il buchino. “Ma nessuno era come te. E non lo dico perché mi fossi innamorato di te o altro. Non ho mai amato nessun uomo.”

La sua cappella mi strofinò il buchino. Spinse. Spinse forte. E alla fine mi aprì in due, come aveva fatto la prima volta. E tutte quelle seguenti. Gemetti di dolore.

“Nessuno era pronto come te a soddisfarmi.”

Prese subito a scoparmi. Veloce. Frenetico. Mi afferrò per i capelli, facendomi piegare in due la schiena. I colpi era rapidi. Affondi profondi di chi era in astinenza da tanto tempo. Ma sapevo che in quella sua violenza c’era anche il suo astio nei miei confronti. E il suo desiderio di umiliarmi.

Alla fine ero venuto per quello. Non perché godesse. No, solo perché mi umiliasse. Perché mi schiacciasse sotto il suo peso. Mi impedisse di toccarmi, di godere. E mi mettesse il suo cazzo in culo.

Grugnì e gemette. Il suo volto si contorse in una smorfia. La sua sborra era nuovamente dentro di me. Mi aveva ancora usato per svuotarsi le palle.

Ansimante si sedette sul letto. Mi tirai su i pantaloni. Andai a pulirlo come al solito e gli chiusi i pantaloni. Gli diedi un bicchiere d’acqua che bevve in un sorso.

“Quando vieni settimana prossima?” chiese. Era convinto che sarei tornato.

“Non verrò più.” Quando dissi quelle parole il mio cazzo ancora in tiro fece quasi male. Ero ancora eccitato. Se avesse voluto, avrebbe potuto scoparmi ancora. E ancora. Mi sarei ancora sottomesso a lui. In quel momento, ma dopo non sarei più tornato.

Bussai alla porta per farmi aprire. Il secondino spalancò la porta.

“È stato veloce.”

Non mi voltai a salutare Dennis. Mi allontanai con il secondino che dovette accorgersi del mio cazzo in tiro, perché ridacchiava.

Mi portai la sborra di Dennis fino a casa, a Torino. E solo a quel punto mi segai, immaginando che mi prendeva ancora.