Il carnevale è uno dei periodi più importanti dell’anno per gli svizzeri. La Svizzera è un Paese che ha cercato di portare la precisione e l’efficienza alla sua massima espressione.
Lo svizzero vive tutto l’anno rispettando alti standard di ordine, pulizia e cortesia. Adeguarsi a questi comportamenti rischia di essere estenuante, se non si conserva un momento dell’anno per lasciarsi andare.
E il carnevale è questo momento. Come i Saturnalia per gli antichi Romani, che a dicembre si travestivano, indossavano maschere e costumi e invertivano i ruoli della loro ordinata società, anche gli svizzeri alla fine dell’inverno si permettono alcune trasgressioni.
Il Fasnacht di Berna, il carnevale di Lucerna e naturalmente il Rabadan di Bellinzona sono tra le feste carnevalesche più celebri in Europa. E anch’io, come ogni anno, parteciperò al carnevale di Bellinzona, il più importante della Svizzera italiana.
Quest’anno, però, ho deciso di prendere davvero alla lettera la trasgressione carnevalesca.
Fatico quasi a riconoscere quel volto che si riflette nello specchio. Le lunghe ciglia, la pelle candida, le labbra quasi porpora sembrano persino più grosse. Chi è quella ragazza nello specchio che mi sorride?
“Luca! Luca hai visto i miei guantoni da pugilato? Uohu, che cosa hai fatto al mio fratellino?” Mio fratello Andrea spalancò la porta del bagno e si bloccò sulla soglia sorpreso.
“Il fatto che non chiudo la porta a chiave non significa che non devi bussare.”
“Ok, questa è indubbiamente la voce di mio fratello.” Andrea finse di tirare un sospiro di sollievo e si avvicinò al mio fianco. “È impressionante. Se ti avessi incontrato per strada probabilmente non ti avrei riconosciuto.”
Il volto di Andrea e il mio si riflettevano l’uno accanto all’altro nello specchio. La sua mascella solida, ben delineata, così virile era un forte contrasto rispetto al mio mento dai lineamenti dolci.
“Se non fossi mia sorella, pardon mio fratello…” Andrea mi annusò il collo.
“E piantala,” esclamai, spingendolo via. Lui scoppiò a ridere.
“Ma non dovevi vestirti da tigre quest’anno?”
“Sì, ma mi son detto che questa volta sarebbe stato divertente provare qualcosa di nuovo.” Ero curioso di non essere più riconoscibile, di non essere più io, ma allo stesso tempo di essere visibile, di avere un volto.
“Aspetta, allora ti do qualcosa.” Svanì in corridoio. Tornò qualche istante dopo, stringendo in mano qualcosa.
“Il tuo parapalle di scorta? Guarda che non pensavo di vestirmi da pugile.”
“È carnevale. Non si sa mai. Meglio che metti questo.”
“Ma…”
“Fidati. È sempre meglio essere previdenti.”
Sospirai. “Va bene, va bene.” Gli indicai il comodino del bagno lì vicino.
Andrea appoggiò il parapalle. “Ti lascio finire di mettere il trucco, sorellina.”
“Piantala,” esclamai, ma ormai Andrea era già scomparso in una risata.
Riportai la mia attenzione allo specchio. Non avevo mai desiderato essere una ragazza. Eppure guardando il mio volto in quel momento, mi resi conto che era molto più femminile di quanto avessi mai notato. Chi sa se fossi stato una ragazza sarei stato comunque omosessuale, una lesbica. Ma mi piaceva essere un ragazzo, un ragazzo a cui piacciono i ragazzi.
Il fascino di Robin Hood
“Luca non è ancora arrivato. È in ritardo di quasi dieci minuti.” Un ragazzo vestito da principe stava fissando nervoso il telefono.
“Perché ti agiti tanto, Maurizio? È carnevale.” Replicò languidamente un altro che sembrava una brutta copia di Jack Sparrow
“Lascialo stare, Leo. Lo sai com’è fatto. Se non si rispetta la tabella di marcia al secondo, va in panico.” Disse un altro ragazzo con indosso un grosso costume da orso.
“Non sono in panico, Ale. Fa freddo qua fuori. Ma ovviamente con quella pelliccia che ti ritrovi, a te non te ne frega niente.”
“Sei tu che hai voluto fare il fighetto in calzamaglia.”
La strada era piena di risa. Gruppi di ragazzi con i costumi più strani camminavano verso l’ingresso alle mura.
“Sono già tutti ubriachi,” osservò con disprezzo Maurizio.
“Tranquillo. Tra poco lo sarai anche tu,” lo inzigò Leo.
“Ehi, guardate quella fatina.” Ale fece un impercettibile movimento del capo verso di me che mi stava avvicinando. Forse credeva di aver parlato piano.
“Viene dalla nostra parte.” Leo si sporse in malo modo.
“Hai bisogno qualcosa?” si informò Ale.
Li fissai da dietro la mezza-maschera veneziana che mi nascondeva gli occhi dietro i lustrini bianchi.
“Scemi. Sono io.” La mia voce era più profonda di quanto il mio costume da fatina potesse far intuire.
I ragazzi rimasero lo stesso un attimo interdetti. Sollevai la maschera, rivelando gli occhi.
“Luca?” osò Maurizio.
“Ma non dovevi vestirti da tigre?” Leo mi girò attorno.
Indossavo una gonnellina di tulle bianca sopra una specie di collant viola e due piccole ali candide mi spuntavano dalla schiena. I lunghi capelli neri, che mi cadevano oltre le spalle, sembravano quasi naturali.
“Ma queste poppe.” Leo afferrò da dietro le due arance che svettavano sul mio petto.
“Piantala. Ho gonfiato un corsetto.” Cercai di divincolarmi dalla sua presa.
“Però, qua sotto è rimasto qualcosa.” Leo abbassò la mano sotto la gonnellina fra le mie gambe. “Ehi, ma cos’è?”
Persino sotto la spessa cipria si dovette notare che ero arrossito.
“Il parapalle di mio fratello. Per precauzione. E adesso sembra essere servito.”
“Mi sa che il tuo fratellone esagera un po’. O crede di avere davvero una sorella.” Ale inarcò un sopracciglio.
“Se avete finito, è ora di andare. Un carnevale ci aspetta,” esclamò Maurizio e noi rispondemmo urlando e ululando.
Le strade e i vicoli storici di Bellinzona era pieni di gente che si spostavano da un tendone all’altro. Venivano persone da tutta la Svizzera e dall’Italia. Io e i miei amici ballavamo e ci divertivamo.
“Devo andare a pisciare. Ho la vescica che mi scoppia,” urlai a Maurizio che ballava di fianco a me.
La musica era assordante. Maurizio, però, annuì come se avesse capito. Mi feci largo a forza fra le persone che si accalcavano nel tendone e finalmente riuscii a raggiungere l’uscita. Appena fuori inspirai profondamente. Era piacevole respirare nuovamente aria pulita senza quell’odore di sudore e alcol che impregnava i tendoni.
Raggiunsi gli scatolotti mobili dei bagni. Appena misi piede dentro i ragazzi ai pisciatoi si irrigidirono e mi fissarono a disagio.
Un ragazzo travestito da cowboy si affrettò a chiudere la patta e si allontanò in fretta. Che cosa gli era preso? Mi voltai verso il gabinetto senza guardare e andai a sbattere contro qualcuno. Indossava una tunica marrone sopra una camicia bianca. Un piccolo berretto piumato gli decorava il cappella. Robin Hood.
“Scusami, io…”
Il Robin Hood sorrise e mi indicò il simbolo sulla porta. Era quello degli uomini.
Realizzai che stavo indossando un vestito da fatina alata. “Io non…” Cercai di giustificarmi.
“Tranquilla,” – Robin Hood si avvicinò al mio orecchio per sussurrami qualcosa – “non sei la prima ragazza che cerca di intrufolarsi nel bagni degli uomini per saltare la fila di quello delle donne.”
“Ma non è come pensi…” – Abbassai lo sguardo imbarazzato. Non sapevo come spiegare la situazione. “Mi sono confuso.” Conclusi che era più semplice far finta di nulla e mi voltai di scatto, uscendo dal bagno.
Il piscio, però, premeva per uscire. Guardai il bagno delle donne. Non potevo entrare lì. Ero pur sempre un ragazzo. Mi girai a guardare nuovamente il bagno degli uomini.
Il Robin Hood mi stava ancora fissando sulla soglia. Mi sorrise e io non potei far altro che abbassare lo sguardo a disagio.
Mi allontanai veloce alla ricerca di un altro posto dove pisciare. Girai a vuoto per non so quanto tempo, finché non trovai un parco discosto. Mi appostai dietro un albero e finalmente tirai un sospirò di sollievo, mentre il getto caldo bagnava le radici della pianta.
“Dove cavolo eri finito?” esclamò Maurizio, quando raggiunsi nuovamente i miei amici nel tendone.
“Ti avevo detto che andavo a pisciare.”
“Sì, ma sarà stato mezz’ora fa.”
“Lascia stare. Ho avuto qualche contrattempo. Vado a prendermi qualcosa da bere.” Mi diressi al bancone. “Una birra.” Ordinai al bar.
“Una birra? Non è proprio quello ci si aspetta beva una fatina carina come te.” Il moschettiere al mio fianco al bancone mi sorrideva malizioso. Annuii conciliante e mi allontanai.
“Ehi, dove scappi farfallina.” Il moschettiere mi afferrò per un braccio e mi trascinò a sé. L’alito dell’uomo puzzava di alcol come pochi. “Me lo dai un bacino?”
“Ma che ti prende?! Lasciami andare.” Cercai di staccarmi da lui, ma il moschettiere mi stringeva troppo forte.
“Dai, dai, fatina esaudisci il mio desiderio.”
“Ehi, D’Artagnan lasciala in pace.” Robin Hood era apparso da non so dove e aveva afferrato l’uomo, strattonandolo indietro.
“Ma che vuoi? Trovativi la tua fatina.”
“Questa è la mia fatina. Stai importunando la mia ragazza.”
Il moschettiere aprì e chiuse meccanicamente la bocca. Lasciò andare il mio braccio e svanì rapidamente.
“La tua ragazza?” Ripetei.
“Sono Robin Hood. Sono sempre pronto ad aiutare i deboli e gli indifesi.”
“Non sono debole.” Anche se era così che mi sentivo. È questo quello che provano le ragazze, quando vengono molestate?
“La tua birra.” Il barista spinse il mio bicchiere di plastica sul bancone.
“Pago io. E dammene un’altra.”
“Ehi, me la posso pagare da me la birra.”
Robin Hood rise. Aveva una bella risata allegra. “Sei una fatina combattiva. Allora offrimela tu per averti salvato due volte.”
“Due volte?”
“Anche ai bagni.”
Scossi il capo conciliante. “Va bene. Ma solo per la seconda volta.”
Rimanemmo al bancone a chiacchierare per un po’. Robin Hood si stava rivelando un ragazzo davvero simpatico. Non posso negare che mi piaceva parlare con lui. E mi piaceva anche essere oggetto delle sue attenzioni. Era quasi più rilassante adeguarsi a questi ruoli definiti dal genere.
“Questa canzone l’adoro.” Esclamai involontariamente a un certo punto.
“Ti va ti ballare?” Chiese Robin Hood.
“Non so se…”
“Dai, vieni.” Robin Hood mi prese la mano. La sua stretta era dolce e salda. Mi lasciai guidare in pista.
Robin Hood si mise subito a ballare. Esitai un attimo, poi il ritmo della mia canzone preferita mi entrò dentro e non riuscii più a trattenermi.
Lentamente senza neppure accorgermi mi ritrovai a pochi centimetri dal visto di Robin Hood. Era bello. Aveva una corta, ma folta barbetta, gli occhi vivaci e un naso forte.
Le sue braccia robuste, ma affilate mi cinsero la vita. Lo lasciai fare e portai le mie attorno al suo collo. Con un movimento lento, ma preciso Robin Hood arrivò a lambire il mio culo.
Non dissi nulla e lui si arrischiò a superare la gonnellina. Le sue mani raggiunsero le mie chiappe. Mi piaceva quel suo tocco delicato, ma sicuro.
“Sei davvero fantastica. Sei diversa da tutte le ragazze che abbia mai conosciuto.”
“Ragazze?” Ripetei come risvegliandomi da un sogno. Mi ricordai che indossavo sempre quel vestito da fatina. Quel ragazzo, Robin Hood, era ancora convinto che fossi una ragazza.
Robin Hood rise. “Non intendevo fidanzate. Ma ragazze-ragazze. Sei già gelosa?”
“No, non era quello che intendevo.”
“Mi piace la tua voce più profonda.”
Mi sciolsi dal suo abbraccio. In quel movimento brusco, la mia mano finì fra le sue gambe. La ritirai di scatto da quell’inconfondibile gonfiore sotto la tunica.
“Scusami. È che mi piaci davvero tanto.” Robin Hood era sinceramente imbarazzato.
Mi allontanai in fretta. Quando uscii all’aria aperta, sentivo il cuore battermi forte.
Robin Hood apparve sulla soglia del tendone. “Ehi, aspetta. Che cosa succede?”
Corsi via. O almeno ci provai. Era difficile anche solo camminare in quella folla che si agitava per le strade.
Una ragazza troppo facile?
Senza rendermene conto mi infilai in un vicolo cieco. Mi voltai per tornare indietro, ma Robin Hood era lì di fronte a me. Stavo per dire qualcosa, ma le parole mi si strozzarono in gola alla vista del volto di quel ragazzo così affranto, come se avesse temuto di aver perso per sempre la persona più importante della sua vita.
Rimanemmo lì, immobili, in silenzio per un lungo istante. Alla fine Robin Hood si avvicinò e mi afferrò la mano. Mi tirò a sé e mi baciò. Stavo per spingerlo via, ma quel bacio, quel bacio era meraviglioso. Mi arresi al momento e ricambiai quell’effusione.
Robin Hood iniziò ad allungare le mani lungo il mio corpo. Mi strinse il seno finto del corsetto, ma non si accorse di nulla.
Anch’io ormai non riuscivo più a trattenermi e feci scorrere le dita sul suo petto. Il tessuto della tunica rivelava la sua muscolatura tonica: i pettorali duri, gli addominali ben disegnati.
Le mani di Robin Hood tornarono nuovamente sul mio culo e mi strinsero le chiappe.
“Che bel culo sodo.” Mi sussurrò.
Osai spingermi più in basso. Le mie mani raggiunsero la sua cintura. Robin Hood mi baciò il collo. Inspirai profondamente e una mano andò oltre a tastare quel gonfiore fra le sue gambe che prima avevo solo sfiorato. Era duro. Era grosso.
A quel gesto Robin Hood si fece più gagliardo e portò una mano fra le mie gambe.
“Ehi, ma che cos’è questo?” Esclamò, tirandosi indietro.
Mi ha scoperto. Ha scoperto che sono un maschio. Deglutii spaventato.
“È una protezione da pugilato?” Chiese.
Liberai un sospiro di sollievo. “Eh, sì… mio fratello, lui non si sentiva sicuro a farmi uscire al carnevale, così…”
“Un fratello molto premuroso. Devo preoccuparmi? Mi verrà a cercare?”
Risi. “No, no. Assolutamente no.”
Sembrò sollevato e tornò a baciarmi. Le sue mani non attesero molto prima di afferrare nuovamente le mie chiappe, quasi mangiandole con le dita.
Mi resi conto che il mio Robin Hood non avrebbe osato andare oltre. Era quel tipo di ragazzo, quello gentile e rispettoso fino all’ultimo. Ma sapevo quello che voleva.
Ragazzi gay o etero erano tutti uguali. Gli accarezzai il cazzo ormai a fatica contenuto in quei pantaloni di stoffa. Robin Hood ansimò. Un sospiro enfatizzato per farmi capire che sperava in qualcosa di più.
Mi guardai attorno. Nel vicolo non c’era nessuno. Le poche finestre erano serrate e oltre, lontano, quasi non si sentivano più i suoni e i rumori del carnevale che andava avanti senza di noi.
Gli abbassai i pantaloni e i boxer, abbastanza perché il suo cazzo balzasse fuori. Era un arnese di medie dimensioni, come quello che ti aspetti dall’educato ragazzo della porta accanto. Ma era duro. Duro di chi è eccitato da sentimenti veri.
Iniziai a muovere la mano su e giù. Robin Hood non staccava mai le mani dal mio culo, mentre mi baciava il collo, le orecchie, la bocca.
Infine, mi sciolsi dal suo abbraccio. Robin Hood mi fissò fra il desiderio e la sorpresa. Mi inginocchiai. E aprii la bocca. Quando le mie labbra avvolsero quell’asta, Robin Hood trattenne il fiato prima di sospirare di piacere.
Esplorai il suo cazzo con la lingua: la cappella turgida, la grossa e lunga vena centrale, il prepuzio. Mi piaceva il tocco della sua pelle liscia e soffice sulla mia lingua.
Robin Hood portò una mano alla mia testa. Capii che era un invito per iniziare a succhiare. L’asta scivolava rapida dentro e fuori dalla mia bocca. Le dita di Robin Hood si strinsero nei cappelli della mia parrucca.
Sollevai una mano e presi a massaggiargli le palle sode. Robin Hood sembrò gradire perché si piegò verso di me, appoggiandosi alle mie spalle.
Spinsi la testa a fondo. La cappella mi sfregò il palato e penetrò in gola, in profondità. Spinsi ancora e riuscii a ingoiare il cazzo fino all’elsa. Robin Hood gemette di piacere e di sorpresa.
“Oh, cazzo.” Fu l’unica parola completa che riuscì a emettere.
Con il suo cazzo piantato in gola, alzai lo sguardo, incrociando quello di Robin Hood, che mi fissava arrapato. Infine, mi sfilai il cazzo di bocca e respirai profondamente. Robin Hood si piegò in avanti e mi stampò un bacio.
Mi rimisi in piedi. Robin Hood era chiaramente deluso, ma non osò dire nulla.
“Non… non riuscirei a togliermi la protezione qui, ma… ma se vuoi… posso darti il lato B.” Balbettai, imbarazzato dalla mia stessa proposta.
“Il-la-to-B?” Sillabò Robin Hood.
Mi voltai e spinsi in fuori il culo, sollevando la gonnellina di tulle. Robin Hood non riusciva ancora a rendersi conto dell’offerta. Ma nessun uomo etero si tirerebbe indietro di fronte una proposta del genere.
Robin Hood aveva ormai capito che tipo di persona aveva di fronte e con l’eccitazione a mille mise da parte i suoi scrupoli di bravo ragazzo.
Mi afferrò l’elastico delle calze e tirò giù svelando le mutandine che avevo rubato a mia cugina qualche giorno prima. Erano delle piccole mutandine con pizzo bianco. Ma Robin Hood non ci fece caso e tirò giù anche quelle.
Il mio culo era ormai indifeso e io lo sporsi in fuori. Robin Hood massaggiò le mie chiappe candide e lisce. Godendo finalmente di quello che fino a quel momento aveva potuto assaporare solo attraverso la stoffa.
Mi piegai a novanta gradi, appoggiando le mani al muro. A quel movimento le mie chiappe si allargarono, svelando il mio buchino rosato.
“Che visione fantastica. Hai un culo perfetto.” Robin Hood sembrava già penetrarlo con gli occhi.
Ormai non resisteva più. Mi spinse la schiena ancora più in basso. Si afferrò il cazzo in una mano e lo puntò alla mia rosellina.
La sua cappella sfiorò il mio buchino. Poi spinse. Il mio buchino non era stato umettato e fece resistenza.
Mi resi conto che quel ragazzo non aveva avuto molto spesso occasioni per gustare il lato B. Per fortuna il suo cazzo era bagnato dalla mia saliva.
Robin Hood fece più forza. Non riuscii a trattenere un gemito di dolore, ma Robin Hood non ci fece caso, ormai completamente focalizzato sul quel culo bianco che quasi brillava nella notte.
La cappella si aprì la strada e, poi con un colpo unico, il cazzo mi fu dentro. Inarcai la schiena e lanciai un gridolino.
“Fai piano. Ci sentiranno.” Robin Hood guardò verso la fine del vicolo, ma nessuno ci avrebbe potuto sentire. “Cazzo, è tutto dentro. È così caldo e morbido.”
Si morse il labbro. Con le mani mi allargò le chiappe per poter meglio ammirare la sua asta completamente conficcata nella mia carne.
Poi mi afferrò ai fianchi e iniziò a muovere il bacino. Non mi ero ancora abituato e ogni colpo era una piccola fitta di dolore. Ma Robin Hood era in preda all’estasi. Il suo cazzo entrava e usciva con rapidità. Ogni tanto lanciava un affondo, che mi faceva sobbalzare.
Il mio cazzo, schiacciato nel parapalle, mi faceva male. Ma il mio buchino era completamente aperto e i miei gemiti erano ormai di piacere.
Poi le botte divennero più forti e il ritmo accelerò. Robin Hood iniziò ad ansimare.
“Non venirmi dentro, per favore.” Lo supplicai.
“Ah? Sì, sì. Certo.” Mormorò Robin Hood.
Il rumore delle sue palle che sbattevano contro il mio culo echeggiava nel vicolo. Robin Hood chiuse gli occhi, mentre il suo cazzo si muoveva sempre più rapido dentro e fuori.
“Ah, non ce la faccio più.” Il volto di Robin Hood si contorse in una smorfia di piacere.
Il suo corpo si irrigidì, mentre dava gli ultimi scoordinati affondi. Sentii il suo cazzo vibrare dentro il mio culo, mentre rilasciava fiotti di sborra calda e densa.
Robin Hood si accasciò sulla mia schiena. Respirava affannosamente per lo sforzo e il piacere.
“Uao, è stato fantastico. Scusa, se ti sono venuto dentro, ma non sono riuscito a trattenermi: hai davvero un culo che sembra fatto apposta per il mio cazzo.”
Robin Hood sfilò lentamente il suo arnese ormai scarico. Gemetti, quando il mio buco ritornò nuovamente vuoto.
Tirai subito su mutandine e calze con la sua sborra dentro. Avrei preferito se non si fosse svuotato dentro di me. Fare pipì dietro un albero è una cosa, ma accovacciarsi per liberarsi della sborra era tutt’altra. Inoltre, avevo il cazzo ancora in tiro rinchiuso nel parapalle che mi faceva male.
Lanciai un ultimo sguardo a Robin Hood che si sistemava il cazzo nei pantaloni, prima di correre via.
“Ehi, no, aspetta. Dove vai?” Robin Hood mi corse dietro.
Stavolta, però, mi nascosi tra la folla e svanii.
Il ricordo della fatina arrapata
“Un caffellatte, per favore?”
“Arriva subito.”
“Per me un latte macchiato. E anche quella brioche.”
“In arrivo.”
Avrei dovuto chiedere il giorno libero. Il finesettimana aiuto al bar di un ristorante a Tenero, a poca distanza dal Centro Sportivo Nazionale svizzero, per racimolare qualche soldo. Tornare al lavoro il giorno dopo il carnevale è veramente troppo.
“Ciao.”
Questa voce la conoscevo. Quando alzai lo sguardo, incrociai gli occhi allegri del Robin Hood.
Anche nei vestiti di tutti i giorni conservava quel suo aspetto atletico di ragazzo dei boschi. Sorrisi. Mi aveva trovato. Rimasi a fissarlo in attesa che mi dicesse qualcosa.
“Posso ordinare?”
Come era apparso il sorriso svanì. “Ah, sì. Certo. Dimmi.”
“Un succo di carote, un espresso e una birra, per favore. Siamo a quel tavolo.” Indicò il tavolino davanti alla grande finestra, dove c’erano altri due ragazzi.
Annuii e iniziai a preparare quanto richiesto. No. Non mi aveva riconosciuto. E come avrebbe potuto? Avevo un vestito da fata, i capelli lunghi e mezza-maschera che mi copriva il volto.
Quando fu tutto pronto, raggiunsi il tavolo con il vassoio.
Nel servire Robin Hood, cercai ancora di sorridere per attirare la sua attenzione, ma senza successo.
Alla fine era meglio così. Quel ragazzo credeva di aver passato la serata con una ragazza e se avesse scoperto che aveva fatto sesso con un altro ragazzo, non sarebbe finita bene.
“Ma alla fine ieri dove sei sparito? Sei scomparso per quasi tutta la notte.” Chiese uno dei suoi due amici. Dal bancone rizzai le orecchie.
Robin Hood raccontava della nostra notte insieme. Arrossii da quanto andava nei dettagli. I miei dettagli. Come poteva raccontare tutto ai suoi amici?
“Che fortunello che sei stato. Ti sei trovato una puttanella tutta per te.”
“E come si chiama sta fatina arrapata?”
“Non lo so.”
“Te lo sei fatto succhiare e le hai sborrato in culo e non sai come si chiama?”
“Bè, una sborrata e un pompino non implicano grande intimità. Quando sei una puttanella.” Ridacchiò l’altro amico.
“Ma c’era di più che solo sesso. Ho sentito qualcosa.”
Il cuore mi iniziò a battere a pieni giri. Uscii dal bancone e mi avvicinai nuovamente al suo tavolo.
Volevo dirgli qualcosa. Volevo parlargli.
Lui mi notò subito. I suoi occhi si sono illuminati. Mi ha riconosciuto. Mi sono avvicinato e gli ho sorriso. Stava per dirmi qualcosa.
“Potresti portarci il conto, per favore?”
Grazie per aver letto questo racconto erotico gay. Lascia un commento o una critica qui sotto. I tuoi consigli e suggerimenti sono importanti.
27 marzo 2018 at 19:24
Mi sa che al prossimo carnevale provo anch’io a vestirmi da fatina. XD
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27 marzo 2018 at 19:28
A carnevale se ne vedono tante di fatine con gambe pelose e la barba… e sono più che certo che nessun etero se le fila. 😉
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