“Dai, Luca, muoviti. Vorrei arrivare al rifugio prima di mezzogiorno.” Mi urlò mio padre qualche decina di metri più avanti.
Io strinsi i pugni, digrignai i denti e accelerai il passo per raggiungere lui e il resto del gruppo che mi aspettavano in cima alla curva.
Mio padre era un appassionato alpinista e ogni tanto mi obbligava ad accompagnarlo con i suoi amici in montagna.
“Se non vuoi che ti lasciamo indietro, è meglio che ti dai una smossa.” Non c’era nessun tono di comprensione nella voce di mio padre. Non ce la feci più.
“Io non volevo neppure venirci. Sei tu che mi hai trascinato qui,” lamentai.
Mio padre strizzò gli occhi e le labbra divennero una fessura. “Sei solo uno lazzarone che passa le giornate davanti al computer e quando non è davanti al computer davanti al telefono. Nessuna donna ti vorrà mai, se resti un tale smidollato. La prossima volta ci vengo con tua sorella, che è più uomo di te.”
Lo fissai in silenzio. Vidi gli sguardi pieni di pietà dei suoi amici. Pietà per mio padre che aveva un figlio così. Mi voltai e presi un sentiero che si inoltrava nei pascoli.
“Bene. Vattene. Se ci cerchi, ci trovi al rifugio. Sempre se riesci a seguire un sentiero fino alla fine. Smidollato.”
Mi morsi il labbro. Ma non bastò il dolore a bloccare le lacrime che iniziarono a rigarmi il volto. Camminai a grossi passi nell’erba sempre più alta, finché non raggiunsi un ruscello. Gettai lo zaino nel prato e mi sedetti su una roccia che si specchiava nell’acqua.
“Ehi, Luca. Tutto bene?”
Mi asciugai le lacrime e mi voltai. Era Edoardo, uno degli amici di papà. Guardai oltre lui per vedere se stesse arrivando qualcuno altro. Se stesse arrivando mio padre. No, era da solo.
“Tutto bene? Ho visto che ti sei allontano così di fretta. È pericoloso andare in giro da soli in montagna.”
“Sto bene,” dissi, voltandomi a fissare la corrente del ruscello. Edoardo appoggiò lo zaino e si inginocchiò sull’erba che cresceva sulla sponda del corso d’acqua.
“Ho detto a tuo padre che ti avrei aspettato io. Non c’è fretta. Gli raggiungeremo alla capanna. Possiamo anche arrivare nel pomeriggio.”
Alzai lo sguardo verso di lui. Mi stava sorridendo. Ebbi un attimo di imbarazzo e abbassai subito la testa.
“Non devi prendertela. Tuo padre è fatto così, ma non ce l’ha con te.”
Alzai le spalle. “Ogni tanto penso che preferirebbe che non fossi suo figlio.”
“Non è vero ti vuole bene. Io sarei orgoglioso di avere un figlio come te.”
Non potei fare a meno di sorridere.
“Sai, io ho solo una figlia. Vive con sua madre. Siamo divorziati e non ho molte occasioni di vederla.”
“Mi dispiace.”
Lui alzò spalle, ma non distolse la sua attenzione da davanti a sé. “Ho sempre desiderato avere un figlio maschio. Con un maschio puoi fare cose che con una ragazza ti creerebbero solo imbarazzo.” E parlando si sfilò la maglietta, restando a petto nudo.
Iniziò a rinfrescarsi con l’acqua del ruscello e pulirsi le ascelle. “Vedi? Mia figlia si sarebbe già imbarazzata solo perché mi sono levato la maglietta.” Scosse il capo, gettandosi acqua sul volto.
Finsi di ridere, ma dovetti fare fondo a tutte le mie forze per non abbassare lo sguardo a disagio.
Edoardo era il più giovane degli amici di mio padre. Avrà avuto una trentina d’anni. I muscoli bagnati del petto guizzavano con i riflessi del Sole. Aveva una leggera peluria che dallo sterno gli scendeva fino a lambirgli la vita. La patta era gonfia. Abbassai gli occhi.
“Cavolo, qui è davvero fantastico,” esclamò, buttandosi sull’erba. Si appoggiò sui gomiti, gettando la testa indietro e lasciando che i raggi del Sole lo asciugassero. Rimanemmo qualche tempo così, in silenzio.
“È meglio che ci mettiamo in marcia,” disse alla fine Edoardo.
Annuii e ripresi lo zaino in spalla. Edoardo infilò la maglietta in una tasca del suo sacco e si infilò lo zaino a petto nudo. Le fasce del zaino, mettevano ancora più in risalto i suoi pettorali scolpiti.
“Io devo… pisciare un attimo,” balbettai, indicando un’area appartata, nascosta dagli alberi.
Questo è il cazzo di uomo
Mi appostai tra due larici e aprii la patta. Inspirai profondamente rilasciando la tensione e finalmente iniziai a pisciare. Il rumore di passi nell’erba mi fece sobbalzare.
Mi voltai di scatto. Edoardo stava camminando verso di me.
“Anch’io devo liberarmi,” disse, prendendo posto proprio di fianco a me. Le nostre braccia si sfiorarono. In un attimo si aprì la patta ed estrasse il suo pisello.
“Ecco un’altra cosa che non potrei mai fare con mia figlia.”
Il suo getto si andò ad aggiungere al mio. Divenni teso e la mia vescica si bloccò. Per fortuna avevo quasi finito. Feci per chiudermi la patta, ma il mio occhio cadde sul arnese che Edoardo teneva nella mano.
Forse perché un po’ barzotto, ma il suo pisello era davvero grosso. Guardai il mio piccolo pisello a penzoloni.
“Grosso, vero?”
Io abbassai lo sguardo imbarazzato. “No, non stavo… io stavo solo…”
“Tranquillo. Vedrai che crescendo si ingrosserà anche il tuo.”
Tenni lo sguardo fisso verso il getto del suo piscio. Il mio volto dovette essere diventato rosso come un pomodoro.
“Vuoi vedere quanto diventa grande in tiro?” mi chiese come se fosse la cosa più normale del mondo.
Alzai lo sguardo verso di lui e poi lanciai un’occhiata rapida al suo pisello. Non mi diede il tempo di rispondere. Se lo afferrò più saldo con la mano e iniziò ad agitarlo. Chiuse gli occhi e inclinò la testa all’indietro, mordendosi le labbra.
Deglutii, cercando di non fissarlo, però, ero davvero curioso. Non avevo mai visto un cazzo in tiro dal vivo. Oltre al mio intendo.
In poco tempo il suo cazzo prima a penzoloni si sollevò. Era davvero grosso. La sua cappella era lucida e sembrava pulsare.
“Non male, vero?” Edoardo fece un sorriso sbilenco, più a sé stesso che a me. Io annuii. “Se vuoi puoi toccarlo. Non mi scandalizzo.”
La sua proposta mi lasciò senza parole.
“Dai, senti quanto è duro.” Lo disse con tanta naturalezza che senza rendermene conto allungai la mano e lo toccai. Mi ritirai subito, quasi avessi toccato qualcosa che scotta.
Edoardo ridacchiò. Alla fine avvolsi la mano attorno all’asta. Era calda e liscia. Mi sembrava di sentire il sangue fluire. Il cazzo ebbe uno scatto e io lascai la presa.
“Cavolo, adesso non posso andare in giro con sto coso nei pantaloni,” osservò, fingendo di sforzarsi di infilarlo nei pantaloni.
“Non è che mi dai una mano? Non vuoi provarlo?”
“Provarlo?” Lo fissai interdetto.
Edoardo rise. “Sì, assaggialo. Prendilo in bocca.”
“No, per cosa mi hai preso?” Sbottai, scuotendo il capo.
Edoardo ridacchio ancora. “Bè, mi sembra che anche tu hai qualche problema lì in basso.”
Mi guardai fra le gambe. Non me ne ero resto conto. Avevo ancora la patta sbottonata e il mio pisello che si era gonfiato fino ad andare in tiro. Me lo coprii con le mani, ma anche se non era grande come quello di Edoardo, era difficile nascondere l’erezione.
“Dai, se mi dai una mano con questa, dopo ti aiuto io lì sotto,” suggerì Edoardo.
Mi morsi il labbro. Prendere in bocca un cazzo sembrava la peggiore delle umiliazioni eppure fremevo di provare. Forse era solo curiosità. Deglutii e mi abbassai con gesti impacciati. Non sapevo bene come fare. Edoardo si voltò verso di me. Il suo cazzo eretto mi fissava minaccioso.
Aprii le labbra e accolsi la cappella in bocca. Era liscia e calda, ma non aveva gusto o meglio nessun sapore che riuscissi a definire. Provai a muovere la testa avanti e indietro. La cappella mi strofinava il palato. Pensavo avrei percepito qualcosa di più speciale.
A Edoardo sembrava piacere. Il suo respiro divenne più inteso. Aveva gli occhi socchiusi. Per non so quale motivo vederlo in questo stato mi eccitò. Iniziai a succhiare con più impegno, muovendo la lingua attorno al suo glande. Sentivo come un impulso a volerlo soddisfare.
Lui liberò un gemito e aprì gli occhi, forse apprezzando i miei maggiori sforzi. Mi porto una mano alla nuca. Le dita si immersero nei capelli. Mi spinge la testa verso il suo cazzo. Più a fondo.
Spinse finché la cappella non mi andò in gola e i suoi peli pubici non mi solleticarono il naso. Gemette di soddisfazione, vedendo tutto il suo grosso e lungo cazzo completamente svanito nella mia bocca.
Ebbi una serie di conati di vomito e dovetti ritirarmi. Un filo di bava mi legò ancora per qualche istante a quel cazzo pulsante.
Quando tentai di riprenderlo in bocca, Edoardo mi fermò e mi fece sollevare.
“Ti piace, vero? Adesso è tempo per qualcosa d’altro. Fammi vedere il tuo culetto. È da quando mi sgambettavi davanti agli occhi, mentre salivamo, che voglio ammirarlo.”
La sua richiesta mi colse di sorpresa, ma alla fine che male poteva fare farglielo vedere. Mi girai timidamente e mi tirai giù prima i pantaloncini e poi i boxer. Edoardo mi fece piegare, spingendomi sulla schiena.
“Avevo ragione. Hai proprio un bel culo,” mi afferrò le chiappe, facendomi sobbalzare e le allargò. “E che bel buchino rosa.”
Quando lasciò la presa, feci per sollevarmi.
“Ehi, ehi, cosa fai? Non vorrai lasciarmi così,” disse, indicandosi fra le gambe.
Che cosa vuole ancora?
“Ho detto che ti avrei aiutato. Vedrai che questo fa al caso tuo.”
Un cazzo in culo? Come poteva fare al caso mio? Se c’era qualcosa di più umiliate di prendere in bocca un pisello, quello era di avere un cazzo dentro la tua parte più intima. Eppure sentivo ancora l’eccitazione di prima e quel strano desiderio di soddisfarlo. Riuscii solo ad annuire. Edoardo mi spinse verso un albero. Mi aggrappai al tronco. Si spuntò sul cazzo.
Sentii il tocco delicato della sua cappella contro il mio buchino. “Preparati.”
Prepararmi? Non feci in tempo a chiederlo che Edoardo conficcò il suo cazzo nel mio culo.
Lanciai un urlo che risuonò fra le montagne. Avevo letto tanti racconti erotici. Avevo visto tanti porno. Un sacco di ragazzi che lo prendevano in culo. Era umiliante, però, non sembrava facesse male. Almeno non così tanto. Avevo immaginato che la prima volta sarebbe stata dolorosa, ma così era come si mi avesse squartato la carne.
Edoardo si era fermato. Il suo cazzo restava, però, affondato fino all’elsa. “Scusami. Non mi capita molto spesso di avere a che fare con un ragazzino verginello. Volevo proprio rompertelo.”
Faceva troppo male. Cercai di divincolarmi dalla sua presa. Volevo liberarmi di quel bastone che premeva contro lo stomaco. Ma Edoardo mi afferrò per un braccio e mi spinse la schiena in basso.
“Tranquillo. Va tutto bene. Vedrai che passerà.”
Sentii la sua asta ritirarsi, dandomi un po’ di sollievo. Ma poi nuovamente la spinse dentro. Era un movimento lento, ma impietoso.
“Il dolore è il prezzo di prenderlo in culo.”
“Ma io non volevo…” Avevo le lacrime agli occhi.
“Nessun maschio vuole prenderlo in culo. Ma per alcuni è un destino inevitabile. È nella loro natura. Non ti piace forse farmi felice?” Edoardo aveva un tono così suadente.
Mi lasciò andare il braccio, afferrandomi per un fianco e accarezzandomi la schiena. Aveva un portamento così sicuro. Il petto muscoloso, gli addominali disegnati, la mascella forte, era così uomo fatto. Lui sapeva cosa era giusto.
Annuii, abbassando gli occhi.
“Vedi? È come un istinto. Altrimenti tutti sarebbero etero, perché infilarlo non fa male.” Terminò la frase dando un colpo violento che mi fece inarcare la schiena dal dolore, ma stavolta trattenni il lamento di dolore.
“Mia moglie non capiva, sai? Non riusciva ad accettare la mia bisessualità. Non accettava che potessi voler andare con un altro uomo. Ma tu, anche così giovane, lo intuisci il perché, vero? Lo intuisci nel tuo corpo, quando ti pieghi, sporgendo il tuo culo per accogliere il mio cazzo.”
Estrasse completamente la sua asta e me la ficcò nuovamente con violenza fino all’elsa, facendomi inarcare la schiena dal dolore.
Non capivo cosa intendesse, eppure represso nell’inconscio sentivo di saperlo. Il perché era quello che mi spingeva a lasciare che godesse con il mio culo, che invadesse la mia parte più intima.
“Un maschio, un vero maschio, è fatto per dominare, per entrare e prendersi ciò che vuole. Una donna accoglie, non ha altra scelta. Non può comprendere il senso di potere che si prova, quando il tuo cazzo penetra la carne, la apre come una lama affilata.”
Il ritmo del suo bacino era riflessivo. Lo sguardo di Edorado era focalizzato sul suo cazzo che scompariva dentro il mio culo. Mi afferrò le chiappe e le allargò più che riuscì.
“E questo senso di potere, questo senso di dominio, è al suo apice, quando è un maschio, un maschio che dovrebbe essere un dominatore, sceglie di offrire il suo culo, il suo corpo, per il tuo piacere. Si umilia, mette da parte il suo piacere, si piega e apre le sue gambe, perché tu possa rompergli il culo.”
Edoardo mi afferrò per i fianchi e accelerò i colpi. Le sue palle sbatteva contro il mio culo. Mi morsi il labbro e le mie mani si strinsero più forti alla corteccia del tronco.
“S-sì, è umiliante, ma non m’importa. Voglio che godi.” Le parole mi scapparono strozzate.
Si aggrappò ai miei capelli e mi obbligò a inarcare ancora di più la schiena. Mi cavalcò come se fossi stato un puledro selvaggio.
“Lo senti? Questo è il cazzo di un adulto, di uomo. Lo senti?”
“Sììììì,” esclamai con veemenza, mentre Edoardo diede una serie di potenti affondi che percepii fino allo stomaco, quasi a volersi assicurare lo avessi sentito.
Il ritmo dei suoi colpi era frenetico. Chiuse gli occhi e inclinò leggermente la testa indietro, come a volersi focalizzarsi solo sul piacere, sul suo piacere fisico.
Stava ansimando come non aveva fatto per tutta l’arrampicata. Gemette, mentre il suo volto era contratto in un spasmo di godimento. Il suo cazzo fremete dentro di me. Diede le ultime botte, profonde. Voleva svuotare le sue palle nel mio culo, scaricare fino all’ultima goccia del suo seme dentro di me.
Si accasciò sudato sulla mia schiena. Il suo respiro affannato echeggiava nel mio orecchio. Sentivo il mio buchino ormai sfatto trovare lentamente sollievo, mentre il suo cazzo ritornava alle sue misure originarie.
Infine, Edoardo si staccò da me. Quando anche la cappella del suo cazzo fu uscita dal mio buchino, sobbalzai. Edoardo sorrideva soddisfatto. Sembrava esausto e lasciò cadere la testa all’indietro.
“Vado a darmi una lavata. Sei stato bravo,” disse, voltandosi. Quel complimento mi fece sentire per una volta fiero. Ero stato bravo. Nessuno me lo diceva mai.
Rimasi piegato a novanta gradi per ancora molto tempo, anche quando era ormai scoparsi tra gli alberi, verso il fiume. Alla fine staccai la mano dal tronco dell’albero e la portai al mio cazzo in tiro. Mi segai rapidamente, rivivendo il momento in cui aveva raggiunto l’orgasmo, in cui aveva sborrato dentro di me. La sua sborra ancora dentro di me.
Gemetti, mentre schizzi di liquido caldo macchiavano la mia mano e la terra sotto di me.
Respirai profondamente. Gli odori intesi del bosco, delle foglie decomposte, si mischiavano all’odore di sperma. Mentre l’orgasmo fluiva via, mi resi conto di quello che era successo. Un uomo, un amico di papà, mi aveva scopato.
E avevo… avevo il suo… sperma dentro di me. Un fremito di disagio e vergogna mi agitò tutto il corpo. Che cosa dovevo fare? Non potevo, non volevo sentire il suo seme nella mia carne. Mi guardai intorno. Edoardo era scomparso e non sembrava esserci nessun altro in giro.
Mi accovacciai come se dovessi cagare su uno di quelle latrine antiche. Lanciai ancora un’ultima occhiata attorno. Una cosa era pisciare all’aperto, un’altra era fare la cacca. Soprattutto se quello che si doveva espellere era sborra.
Spinsi. E scoreggiai. Abbassai la testa completamente rosso e mi tappai lo orecchie. Finalmente sentii il liquido denso di Edoardo scivolarmi via. Mi sforzai a spingere ancora. Alla fine, quando fui certo di essermi liberato di tutta la sborra, mi alzai con cautela.
Non volevo guardare per terra. Non volevo. Ma istintivamente guardai. Era una macchia bianca enorme. Era davvero tanta sborra. Forse perché era già adulto o forse solo perché era lui. Scossi il campo e mi tirai sui i pantaloni e mutande, nonostante avessi il sedere umido dei suoi umori, della sua saliva, della sua sborra.
Arrivai in vista del ruscello. Edoardo era sdraiato sul prato a torso nudo. Gli addominali e i pettorali bagnati brillavano al Sole. Mi allontanai lungo il corso d’acqua. Non volevo che mi vedesse mentre mi pulivo.
L’acqua era gelida. Ma fu un piacere immergerci le mie chiappe. Mi sembrava di avere il buchino in fiamme e l’acqua portava un po’ di sollievo. Mi sentivo così sporco, ma non importava quanto strofinassi le chiappe nel riale: il senso di sporcizia non se ne andava.
Mi aveva scopato. Mi aveva infilato il suo cazzo in culo. E mi era venuto dentro.
Alla fine mi arresi. Mi rivestii infreddolito e bagnato e risalii il ruscello. Edoardo era ancora allungato sull’erba. Un ronzio discontinuo riempiva l’aria. Stava ronfando. Certo, si riposava dopo aver sbattuto il figlio dell’amico. Mi avvicinai e lo fissai. Era così muscoloso e virile. Ebbi un moto di invidia.
Tossicchiai. Poi più forte. Lui si agitò e aprii gli occhi lentamente. Sbadigliò e si appoggiò sui gomiti.
“Che bella giornata,” disse, guardandosi in giro e assaporando i raggi del Sole sul suo volto.
“Dobbiamo andare.”
“Hai così tanto voglia di raccontare a tuo padre che ti sei fatto scopare?” Lo disse per ridere, ma mi fece arrossire. Raccolsi il mio zaino e mi incamminai con passo rapido verso il sentiero.
Un cazzo in culo e il papà di fianco
Per il resto del percorso non accennammo più a quello che era successo. In realtà, non io non parlai proprio più, mentre Edoardo ogni tanto lanciava qualche commento sul paesaggio. Fu un sollievo, quando finalmente fummo in vista del rifugio. Un sollievo che non durò molto.
“Che diavolo di fine avevate fatto?” La voce chiassosa di mio padre ci accolse appena mettemmo un piede dentro la capanna. “È colpa di mio figlio, vero, Edoardo? Te l’avevo detto di non perdere tempo con sta femminuccia.”
Avevo quasi voglia di dirgli che aveva ragione. Hai ragione: tuo figlio è una femminuccia, se l’è fatto mettere in culo dal suo caro amico Edoardo. Ma non dissi nulla. Abbassai lo sguardo e fissai in silenzio il pavimento.
“Non essere così duro con tuo figlio, Antonio.” Edoardo mise un braccio attorno al mio collo. “Luca è un bravo ragazzo. Mio padre lo guardò stralunato. “L’ho messo alla prova. Tuo figlio ha una profonda resistenza. Regge di buon grado anche i colpi più pesanti.”
Per fortuna mio padre borbottò qualcosa e si voltò senza notare che ero arrossito in modo incontrollato. Nello staccarsi da me Edoardo fece scorrere la sua mano lungo la mia schiena fino a strizzare una chiappa prima di allontanarsi a salutare il resto della combriccola.
Il resto della sera non fu molto diverso dalle altre gite, a cui ero stato obbligato a partecipare. Edoardo passò la cena a ridere e scherzare con mio padre e i loro amici. Io mangiai in silenzio al margine estremo della tavolata.
Andare a dormire fu una liberazione. Purtroppo le capanne di montagna hanno poche stanze, quindi, ci aveva assegnato una lunga camera che sembrava un dormitorio militare. Dormire con tutta quella gente mi metteva a disagio, ma per fortuna erano tutti esausti e in un attimo la stanza risuonò dei mormorii e delle russa di sei uomini. Io mi coprii con il piumone e chiusi gli occhi.
Mi girai e rigirai nel letto. Non riuscivo a dormire. Non potevo fare a meno di rivivere la passeggiata di stamattina. Il mio cazzo divenne duro in un attimo. Mi voltai sul fianco. Portai una mano sotto il pigiama, fra le mie gambe. E iniziai a fare scorrere il palmo sul mio cazzo. Mio padre russava quieto e non mi preoccupai del frusciare della coperta.
Sentii qualcosa muoversi sulle mie coperte. Mi bloccai di scatto, trattenendo il respiro. Non osai voltarmi. Qualcuno si stava infilando nel letto. Doveva essere lui. Si avvicinò a me. Sentivo il suo respiro profondo accarezzarmi i capelli. La sua mano mi toccò la schiena e scivolò verso l’elastico del pigiama.
Deglutii. C’erano mio padre e i suoi amici qualche metro più in là. Ma ero già eccitato dal mio fantasticare. E lui doveva saperlo. Doveva aver visto il mio movimento sotto la coperta.
Mi tirò leggermente giù il pantaloni del pigiama, quanto bastava per svelare il mio culetto. La sua mano mi accarezzò le chiappe e scivolò a sfiorare il mio buchino. Poi si strinse ancora più vicino a me. Il suo petto muscoloso mi sfregava la schiena. Sentii la punta del suo cazzo che si faceva strada verso il mio buchetto.
Portai una mano alla chiappa e la sollevai per facilitare il suo ingresso. Era un piccolo gesto, ma mi fece sentire così servile. Ed era così. Volevo semplicemente che sfogasse le sue necessità notturne. Lui sembrò apprezzare, perché riuscì a infilare con un’unica movimento la sua asta eretta dentro di me.
“Argh, mmmpf.” Il mio buchino non era stato lubrificato e mi sembrò che mi avesse trafitto con una lancia.
“Sssssh, fa piano,” bisbigliò Edoardo, tappandomi la bocca con una mano.
Mio padre si agitò nel sonno un letto più in là. Edoardo prese subito a scivolare dentro e fuori impaziente. Doveva eccitarlo fottersi il figlio dell’amico a pochi metri di distanza dal padre.
Lo scricchiolare di un letto mi fece rizzare le orecchie. Qualcuno si stava alzando. Vidi una figura nella penombra camminare a tentoni. Mi irrigidii, ma Edoardo si limitò a rallentare il ritmo. Il suo cazzo rimaneva saldo piantato dentro la mia carne.
La porta della stanza si socchiuse e la figura svanì nella luce del corridoio, forse alla ricerca del bagno. Quando sembrò che nella camera fosse tornato nuovamente la calma, Edoardo accelerò il ritmo.
Strinse le braccia al mio corpo e il suo cazzo fremette nelle mie viscere. Svuotò con cura la sua sborra nel mio culo. Il suo respiro era affannato. Attese un attimo, poi sfilò il suo cazzo e lo pulì con il mio pigiama.
In silenzio, come era venuto, sgattaiolò fuori dalle coperte e mi lasciò nel mio letto con il culo pieno di sborra e il cazzo in tiro. Volevo segarmi, ma non potevo riempire il letto del mio seme. Ripensai un po’ invidioso a Edoardo che si era tranquillamente svuotato nel mio culo e ora poteva tornare a dormire.
Mi tirai su il pigiama sporco e mi alzai silenziosamente dal letto. Edoardo sembrava essersi già piombato nel mondo dei sogni come tutti gli altri. Avrei voluto restare anch’io sotto il piumone.
Socchiusi la porta e infilai la testa fuori per assicurarsi che non ci fosse nessuno in giro. Camminai svelto lungo il corridoi, cercando di nascondere il gonfiore sotto il pigiama. Quando fui finalmente nel bagno, tirai un sospiro di sollievo.
Alzai gli occhi verso lo specchio e sobbalzai. Marco in maglietta e boxer mi fissava alle mie spalle. Non ebbi tempo neppure di voltarmi che mi afferrò, bloccandomi con il braccio attorno al collo.
“È stato più veloce di quanto temessi. Non è durato a lungo, eh?”
L’uomo che si era alzato prima per andare in bagno. Doveva essere lui. Non mi ero reso conto che non era più tornato.
“Allora chi era? Gregorio? Ruggero? Ah, ma certo, era Edoardo. Quel figlio di puttana. Quello si ripassa tutte le stagisti dell’ufficio. E ora ho la conferma che si scopa anche tutti gli stagisti.”
Mentre mi stringeva ancora il collo con un braccio, Marco fece scorrere l’altra mano lungo la mia schiena. Superò il mio pigiama e le sue dita si insinuarono nella fessura tra le mie chiappe.
“Che buchino umido.” Infilò un dito dentro, facendomi sobbalzare. Sentivo la sua mazza dura premermi contro le chiappe.
“Che cosa penserà tuo padre se sapesse che ti fai scopare dai suoi amici, mentre lui dorme nel letto a fianco?”
Mi abbassò i pantaloncini del pigiama, quanto basta per rivelare il mio culetto. Liberò il suo cazzo dai boxer e lo puntò contro il mio buchetto.
“Stai giù,” mi intimò, schiacciandomi la schiena verso il lavandino. “Chi sa chi ce l’ha più grosso. Io o Edoardo?”
Il suo cazzo scivolò dentro con un unico movimento. Nonostante il lavoro del cazzo di Edoardo, non potei trattenere un gemito di dolore.
“Sembra che il mio cazzo sia più grande,” gongolò Marco e senza attendere che mi abituassi al nuovo bastone conficcato nella mia carne, prese a muovere il bacino avanti e indietro. Il suo cazzo entrava e usciva, entrava e usciva.
“Che belle chiappe. Ci credo che Edoardo abbia voluto sfondarle,” mormorò, allargandomi il culo con le mani.
Poi mi afferrò per i fianchi. Mi strinse forte. Mentre spingeva con forza il suo cazzo fino al mio stomaco, mi tirava a sé per dare più slancio ai suoi affondi. Sbatteva con frenesia.
“Quando mi hanno proposto sta camminata in montagna, senza donne, temevo sarebbe stata una palla mostruosa. E, invece, quel pezzo di merda di Edoardo ha trovato l’alternativa.”
I suoi colpi erano sempre più veloci. Sempre di più. Gemette. E la porta del bagno si aprì.
Mentre Marco inarcava la schiena, svuotando le palle nel mio culo con le ultime incontrollate botte, mio padre mi fissava sconvolto sulla soglia.
Che cosa penserà mio padre se sapesse che mi faccio scopare dai suoi amici? Ora l’ho scoperto.
13 febbraio 2020 at 11:41
Bellissimo, complimenti, ci sarà un seguito?
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17 febbraio 2020 at 18:37
Grazie. Sei molto gentile. Non lo so. Come te lo immagineresti il seguito?
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9 aprile 2020 at 20:30
Magari , il padre potrebbe riscattare l’onore del figlio … punendo i suoi amici … e riservando loro una sorte simile a quella riservata al proprio figlio…
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10 aprile 2020 at 8:10
Ciao! Grazie per il consiglio. Mi piace l’idea del riscatto!
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