“Io mi rifiuto di venire. Vi rendete conto di dover far la doccia tutte assieme?” Elisa scosse il capo incredula.

“Ma, infatti. Chi le conosce quella della 3A e della 3C?” Le diede corda Mara.

“Non dimenticare quelli della 3D.” Aggiunse Alida.

“Oh, mio Dio, ci sono anche quelle sfigate?”

“Sinceramente ho meglio da fare che passare un’intera settimana in montagna.” Disse Eleonora, mentre si sistemava il rossetto, cercando la posizione migliore per vedersi con la camera dello smartphone.

“E soprattutto non voglio finire a fare una doccia gelata.” Calcò Elisa.

“Forse possiamo chiedere di farci tornare a casa la sera. Alla fine andiamo lì per sciare, mica per lavarci.” Suggerì timidamente Alida.

“Ma le sentite?” Francesco alzò gli occhi al cielo, mentre dava un’occhiata al gruppo di ragazze che parlavano della settimana bianca qualche banco più indietro.

“Tutte queste storie per farsi una doccia.” Edoardo scosse la testa. “Le ragazze hanno paura anche a vedersi nude fra di loro.”

“Ehi, se non vi va di fare la doccia con quelle delle altre classi, potete fare la doccia con noi.” Esclamò Francesco, alzando la mano.

“Ma stai zitto, pervertito.” Elisa gli lanciò qualcosa in testa.

“Ahio. Ma che ti prende. Sei un pericolo.”

“Le ragazze sono proprio difficili.” Disse Edoardo, guardandomi.

Io mi limitai a inclinare leggermente la testa verso di lui, ma non alzai gli occhi dal libro sul banco. Alzai le spalle con disinteresse.

Se non volevano farsi la doccia, cavoli loro. Quelle che avrebbero puzzato sarebbero state loro, non io. Non mi riguardava. Però, dovevo dare ragione alle ragazze che andare a fare una settimana bianca era proprio una perdita di tempo.

I nostri professori avevano deciso che quest’anno avremmo trascorso una settimana a sciare a Bosco Gurin, nelle Alpi svizzere. Avevano prenotato un intero ostello per tutte le classi di terza.

Non che non mi piacesse sciare, ma passare sette giorni con tutta la scuola mi sembrava la cosa più noiosa che mi potesse capitare. Forse quasi come i grandi cenoni di famiglia. Ed era appena passato Natale.

A ogni modo, a fine gennaio eravamo tutti al completo di fronte all’ingresso della scuola con sci e tavole da neve pronti a essere caricati sui bussini che ci avrebbe condotto in alta montagna.

Appena mi sedetti al mio posto, infilai le cuffiette e feci partire una playlist sul telefono. E gli schiamazzi e risate dei mie compagni attorno a me svanirono nel suono aspro del metallo.

Fuori dal finestrino i palazzi di città scomparirono lentamente, lasciando spazio alle eleganti case dei sobborghi che via via si fecero più radi, finché non rimasero che i boschi e i monti.

“Allora chi sta sopra e chi sta sotto?” Esclamò Leonardo, entrando nella stretta stanza dell’ostello.

“Sopra.” Urlarono in coro Francesco ed Edoardo, fiondandosi nella stanza e facendo quasi cadere Leonardo che li fissava esterrefatto, mente le loro borse volavano sopra la sua testa per atterrare in cima ai due letti a castello.

“Ehi, non abbiamo ancora deciso.” Lamentò Leonardo, voltandosi verso di me sulla porta per cercare un sostegno.

Io mi guardai in giro indifferente. Sopra o sotto faceva lo stesso: era una stanzetta grigia e bassa. Tra il letto sopra e il soffitto di legno c’era la stessa distanza che fra il letto sotto e quello sopra.

Gettai la mia borsa sul letto sotto Edoardo e Leonardo sospirò, lanciando un’occhiata irritata verso Francesco che sghignazzava.

Non riuscivo proprio a condividere il loro entusiasmo. Sciare è così noioso.

Tutto quello sbattimento di indossare strati di tute e vestiti, portarsi in giro gli sci, salire un’infinità di lentissime funivie e sciovie per… per scendere. Seriamente solo per scivolare sulla neve fino a valle, dove si è iniziato.

Non capisco proprio come la gente non possa trovarlo ridicolo.

Ed è quello che abbiamo fatto. Salire e scendere, salire e scendere, salire e scendere.

Anche se devo ammettere che i panorami che si aprivano di fronte a noi erano favolosi. Lo stanco sole del pomeriggio accarezzava le montagne imbiancate della valle di Bosco Gurin, mentre la brezza leggera, ma gelida, sollevava turbini di fiocchi candidi.

“Attenzione.” Urlò qualcuno.

Feci solo in tempo a vedere il volto di un ragazzo che si stava fiondando contro di me, prima che mi centrasse in pieno, facendomi finire gambe all’aria.

“Scusami. Scusami. Mi dispiace.”

“Ma che cazzo…” Imprecai, mentre cercavo di sciogliermi dal quel nodo di gambe.

Quando riuscii a mettermi in piedi, porsi una mano al ragazzo per aiutarlo a rialzarsi. Lui la afferrò e io lo tirai su.

“Oh, uao. Che forza.” Esclamò lui sorpreso.

“Dove diavolo stavi guardando?” Chiesi un po’ irritato. Anche se il complimento sulla mia forza mi fece piacere.

“Mi dispiace. Sono veramente una schiappa.” Lui sorrise desolato. Il suo volto gentile e quei suoi modi teneri, mi fecero subito passare l’irritazione.

“Ti faccio vedere come si frena.” Dissi, facendogli vedere come posizionarsi per evitare che investisse qualche altro sfortunato lunga la discesa.

“Sai chi è?” Mi chiese Francesco, quando il ragazzo mi salutò per riprendere la sua spericolata discesa.

“Chi?”

“Quello, scemo. È Luca della D. Dicono che è frocio.”

Edoardo strizzò gli occhi, cercando di metterlo a fuoco.

“Si dice omosessuale, idiota.” Leonardo scosse il capo. “E poi sono solo voci.”

“Di certo stasera alle docce bisognerà fare attenzione.” Francesco ed Edoardo sghignazzarono.

Luca.

Che Francesco fosse un’idiota non c’erano dubbi, ma forse stavolta aveva ragione.

Il ragazzo aveva raggiunto due amiche più basso. Era un tipo gracilino. Alto e magro.

Non so che cosa fosse, ma anche a me dava l’impressione di essere omosessuale. Forse il modo in cui rideva o i gesti delle mani. Non lo so, ma mi incuriosiva.

Quello che i ragazzi si dicono nelle docce

Mentre camminavamo lungo il corridoio che portava alle docce comuni, Francesco teneva le mani ben salde all’asciugamano avvolto in vita.

Si guardava intorno come se temesse comparire qualche criminale. Un criminale pronto a rubargli l’asciugamano.

“Cosa nascondi lì sotto di così prezioso?” Lo inzigai.

“Più che prezioso, nasconde qualcosa di piccolo.” Edoardo ridacchiò e tentò di afferrargli l’asciugamano.

Francesco schivò agilmente l’assalto, ma nel movimento Edoardo perse quasi l’equilibro. Fu il suo asciugamano a cadere.

Dall’altra parte del corridoio scoppiarono delle fragorose risate. Un gruppo di ragazze stava uscendo dalle docce delle femmine.

Edoardo si ricoprì velocemente e in modo impacciato. Era rosso e irrigidito come un pomodoro secco.

“Non sembra che ci fosse nulla da nascondere lì sotto. O forse era troppo piccolo e non l’ho visto.” Lo schernì Francesco, sghignazzando come uno scemo.

Io e Leonardo tentavamo di trattenere le risa per non umiliare ulteriormente Edoardo.

Lui accelerò il passo e quasi corse via a rifugiarsi nelle docce. Quando lo raggiungemmo era già sotto l’acqua. Ovviamente voltato contro il muro.

Appendemmo gli asciugamani con circospezione. Ognuno lanciando occhiate guardinghe agli altri.

Cercavamo di rubare una sbirciata tra le gambe dell’altro e allo stesso tempo di difenderci dagli sguardi curiosi. Anche se più che per curiosità era per rassicurarci. Rassicurarci che il nostro cazzo fosse più grosso di quello degli altri.

Alla fine ci trovammo uno di fianco all’altro sotto le docce. Sotto l’acqua calda l’imbarazzo scivolò via e ci ritrovammo a scherzare come al solito.

“Ho dimenticato lo sciampo. Posso il tuo?” Chiese Francesco.

Leonardo glielo lanciò al volo. Non so se fece apposta oppure fu involontario, ma lanciò male e lo sciampo cadde in mezzo a loro.

Leonardo e Francesco si fissarono per un lungo istante. Lanciarono un’occhiata alla loro spalle, dove c’eravamo io e Edoardo.

“Raccoglilo.” Disse Francesco.

Raccoglilo tu. Sei tu che ne hai bisogno.”

“Sì, ma è tuo.”

“Fa come vuoi.” Leonardo si voltò.

Francesco inspirò e piegò le ginocchia. Si abbassò rapido e in un attimo era in piedi.

“Ah-ah.” Esclamò sollevato che non fosse successo niente.

Noi altri scoppiamo a ridere.

“Non credo che stavi rischiando molto.” Dissi, indicando Edoardo alle spalle di Francesco.

Edoardo smise di colpo di ridere.

“Oh, ma che cazzo vuoi. Le misure non contano. È come lo usi.” Edoardo ci guardava in cagnesco.

“Perché tu lo usi, vero?” Leonardo ci sorprese tutti con questo domanda ironica.

Io e Francesco non riuscivamo a smettere di ridere.

“Sicuramente più di te.”

“Sì, per farti le seghe.”

Edoardo alzò le spalle. “Come voi del resto.”

Smettemmo tutti di ridere. Aveva ragione. In silenzio riprendemmo a lavarci.

“Cazzo, questo sciampo sembra sborra.” Esclamò Francesco, rompendo il silenzio, mentre fissava un blob biancastro sulla mano.

“Ci ho sborrato dentro prima di partire.”

“Che cazzo…” Francesco agitò freneticamente la mano.

Schizzi bianchi e densi volarono per le docce, finendo anche contro la mia faccia.

Edoardo si sporse e diede un ceffone in testa a Francesco.

“Piantala, scemo. È solo sciampo.”

Francesco si massaggiò la testa, guardando prima Edoardo e poi il poco sciampo che gli restava sulle dita.

“Ne posso ancora un po’?” Chiese, sorridendo imbarazzato.

Scoppiammo a ridere.

Alla fine tra una cazzata e l’altra riuscimmo a finire di lavarci.

“Noi andiamo. Tu che fai?” Chiese Leonardo, sporgendosi dagli spogliatoi.

“Sto qui ancora un attimo.” Dissi.

“Ci vediamo in camera.”

Alla fine questa settimana bianca si stava rivelando divertente, ma avevo bisogno di stare un po’ da solo.

Volevo godere dell’acqua calda in solitudine, con i miei pensieri, prima di finire ancora nel caos della camera. Già mi immaginavo il casino prima di riuscire ad addormentarsi.

Luca, il frocio della 3D

A un certo punto sentii la porta dei bagni aprirsi. Che noia. Stava arrivando ancora qualcuno. Eppure era già così tardi.

Spensi l’acqua e mi diressi verso gli spogliatoi. Di fronte a me apparve quel ragazzo. Luca. Quello che dicono che sia gay. Era completamente nudo. Appena mi vide si coprì con l’asciugamano.

“Scusa. Pensavo non ci fosse più nessuno.”

“Tranquillo. Me ne sto andando.”

Non aveva ancora quasi peli. E il suo cazzo era piccolino. In un moto di vanità mi sentii così maturo.

Lui annuì e mi fece passare.

“Ciao.” Lo salutai.

“Ciao.”

Mentre mi asciugavo, diedi un’occhiata al telefono. Quegli sfigati dei miei compagni stavano già affollando la bacheca di SnapChat.

Quante cazzate: “e quanto è bianca la neve”, “e quanto azzurro il cielo”, “e quanto sono bravo a fare acrobazie”, “e quanto sono figa”, “e quanto mi fa cagare il cibo dell’ostello”,…

La porta si aprì di nuovo. Senza rendermi conto, cazzata dopo cazzata, ero ormai asciutto.

Mi nascosi di lato. Non volevo dovermi perdere nei convenevoli con altri ragazzi.

Entrarono in tre. Credo della sezione D. Lanciarono gli asciugamani sulla panca e sghignazzando si infilarono nelle docce.

Mi avvolsi nel mio asciugamano bianco e quatto quatto mi avvicinai alla porta.

Mi sporsi appena verso le docce per assicurarmi che non mi vedessero, ma mi ritirai indietro sconvolto. Lentamente allungai ancora un occhio. Trattenni il respiro.

Luca era inginocchiato sul pavimento bagnato. I tre ragazzi gli erano attorno. Ridevano e si davano delle gomitate.

Luca muoveva la testa avanti e indietro. Il cazzo in tiro del ragazzo più grosso scompariva ritmicamente tra le labbra di Luca. Con le mani stringeva i cazzi degli altri due ragazzi. Sta facendo loro una sega.

Uno dei due, aveva i capelli scuri, quasi neri, tirò a sé Luca. Il cazzo di quello grosso gli si sfilò dalla bocca, lasciando dietro di se un filo di saliva.

Luca non ebbe molto tempo per prendere fiato, che il ragazzo moro gli infilò il suo cazzo in gola. Appoggiò la sua mano contro la nuca di Luca e iniziò a muovere il bacino. Gli stava scopando la bocca.

Quello grosso afferrò Luca per un braccio e lo sollevò in piedi. Luca non staccò la sua bocca dal cazzo del moro, mentre con la mano tentava di segare il terzo, un ragazzino magro e lentigginoso.

Il grosso posizionò Luca a novanta gradi, schiacciandolo sulla schiena. Agitò il suo cazzo contro il suo culo, ridacchiando.

Luca aveva un culo piuttosto formoso, ma non come quello di una ragazza, e sembrava piuttosto sodo.

Il grosso gli schiaffeggiò un paio di volte le chiappe. Poi fece scorrere il suo cazzo lungo la fessura del culo.

La sua asta scivolava fluida su quel culo bagnato. Il grosso continuò così con quel movimento che mimava una scopata.

Infine, senza preavviso conficcò il suo cazzo nel culo. Luca gemette, soffocato dal cazzo del moro. Cercò di divincolarsi, ma i tre ragazzi lo tenevano serrato.

Il grosso gli afferrò i fianchi e si aiutò così a darsi un ritmo. Il suo cazzo appariva e spariva nella carne di quel ragazzo.

Quella mazza quasi rossa per l’eccitazione faceva un forte contrasto con quel culo bianco, quasi esangue.

Era la prima volta che vedevo, dal vivo, qualcuno che scopava.

Mi voltai, appoggiandomi alla parete. Le gambe mi cedettero e scivolai in terra.

Avevo il cazzo in tiro. Era durissimo. Non l’avevo mai avuto così duro. Sentivo la cappella scoppiarmi. Il cuore mi batteva a mille.

I gemiti di Luca divennero più forti, e intensi. Erano mugugnii di dolore e di piacere. Qualcuno iniziò ad ansimare. E poi nelle docce risuonò un grugnito animalesco.

Mi afferrai il cazzo e iniziai a segarmi frenetico. Smanettavo rapido. Oh, sì, sì. Cazzo. Sììì.

Gettai indietro la testa, mentre fiotti di sborra, schizzi incontrollati come mai avevo lanciato prima, macchiarono il pavimento dello spogliatoio e la mia mano.

Avevo il fiatone. Respirai e inspirai. Profondamente. Anche al di là del muro sembravano aver finito. Risero più forte del solito.

Afferrai l’asciugamano e sgattaiolai a nascondermi.

“Cazzo, gli hai proprio rotto il culo sta volta.”

“Gli ho schizzato fin allo stomaco. Cagherà sborra per giorni.”

“La prossima volta, però, tocca a me metterglielo in culo.”

“Ma se gli hai praticamente aperto la mandibola con il tuo cazzo.”

Rimasero un attimo ad asciugarsi. Si dovevano essere dati una rapida lavata.

Quando stavo per uscire, al moro scappò l’occhio sui miei schizzi di sborra che ancora macchiavano il pavimento.

Alzò gli occhi e si guardò in giro. I nostri sguardi si incrociarono. Sorrise, ma non disse nulla. Seguì gli altri e svanì nel corridoio.

Lentamente mi rimisi in piedi. Guardai nelle docce. Luca era accasciato sulle ginocchia. Le testa reclinata di lato.

Schizzi di sborra densa gli sfregiavano il volto. Deglutii e in silenzio uscii dai bagni.

La metamorfosi del bravo ragazzo

Il giorno dopo aspettai con impazienza, come mai prima, di farmi la doccia. La sera trovai un’altra scusa per restare più a lungo sotto l’acqua, mentre i miei amici tornavano in stanza. Mi asciugai in fretta e mi appartai negli spogliatoi in attesa.

Fu un’attesa più lunga del giorno prima. Ma alla fine Luca arrivò. Entrò guardingo, come se avesse aspettato tanto, sperando di non beccare nuovamente quei ragazzi.

Ebbi una fitta al cuore e un po’ mi sentii in colpa, perché io, invece, speravo che loro arrivassero. E arrivarono.

Stavolta entrarono silenziosamente, forse per non farsi sentire da Luca. Il moro lasciò vagare lo sguardo per lo spogliatoio come se stesse cercando qualcosa. E trovò me.

I nostri sguardi si incrociarono. Lui sorrise e, come la sera prima, non disse nulla. Si voltò e raggiunse i suoi compari nelle docce.

Io mi acquattai contro il muro e sbirciai dentro. Il moro spinse a terra Luca e gli sventolò il suo cazzone davanti al naso.

Luca cercava di allontanare la testa. Una resistenza inutile. Il grosso gli afferrò la testa fra le mani e si forzò dentro le sue labbra, facendosi strada con la sua cappella gonfia.

I gesti del moro erano calcati, virili. Sapeva che gli stavo spiando e gli piaceva.

Il magro sollevò di forza il culo di Luca e gli massaggio bramoso le chiappe. Il suo cazzo, lungo e magro come lui, scattava eccitato tra le sue gambe.

Si strinse l’asta con la mano e lo puntò verso le chiappe di Luca.

“No. Aspetta.” Ansimò il moro.

“Che vuoi, Andrea? Oggi è il mio turno. Ieri è stato Ale metterglielo dentro per primo.”

“Lo so. Lo so. Ma forse ho qualcun altro che vorrebbe provare.” Andrea sorrise malizioso.

Spinse indietro la testa di Luca, lasciando che il suo cazzo uscisse dalla sua bocca e si voltò. Mi appiattii contro la parete, trattenendo il respiro.

Il volto allegro di Andrea sbucò dalle docce. Mi afferrò per un braccio e mi trascinò dietro di sé.

Gli altri ragazzi mi fissarono sorpresi.

“Ma ti conosco. Tu sei quello della B.” Esclamò Ale.

Annuii a disagio. Luca mi guardava sconvolto.

“Vieni.” Andrea mi tirò per il braccio fino a poche decine di centimetri da Luca.

Con un movimento plateale mi sfilò l’asciugamano, rivelando il mio cazzo in tiro.

Agitai le mani come se volessi nascondermi, ma sapevo che non aveva senso. Avevano tutti il cazzo in tiro.

Non sapevo cosa fare. Sentivo il respiro caldo di Luca sfiorarmi la cappella.

Sapevo che era una cosa sbagliata, ma avrei voluto che aprisse le labbra e me lo prendesse in bocca.

Mi vergognavo troppo per fare una mossa. Non avevo mai fatto niente. Sì, ero davvero vergine.

“Io non… non ho mai…” Balbettai.

Andrea sorrise come un fratello maggiore che ha appena portato il fratellino in un bordello.

Afferrò Luca per i capelli sulla nuca e lo spinse verso il mio cazzo. Luca mi lanciò uno sguardo desolato e imbarazzato. E aprì le labbra.

La mia cappella entrò. Scomparve nella sua bocca. La sua calda e umida bocca. La sua lingua mi solleticò il prepuzio. Ruotò attorno alla cappella. Poi Luca prese a ciucciare.

Non ho idea di come succhi una ragazza, ma lui, lui era fantastico. Non ci volle molto, perché sentii l’orgasmo gonfiarmi alla base del cazzo.

Tentai di trattenerlo. Non potevo venire così velocemente. Non con tutti questi ragazzi che mi fissavano.

“Sto per venire…” Mugugnai, forse a Luca, forse ad Andrea, forse a nessuno.

“Il pistolino più veloce del West.” Sghignazzò Ale.

“Stai zitto. Che la prima volta sei venuto appena te l’ha preso in mano.”

Andrea mi spinse indietro prima che potessi esplodere, bloccando il mio piacere.

Lo fissai irritato. Lui scoppiò a ridere.

“Su, su, non fare quella faccia. Oggi è il giorno del tuo battesimo.” Poi fece ruotare Luca, piantandomi il suo culo davanti agli occhi.

E che culo. Andrea fece piegare Luca verso il basso e afferrò le chiappe di Luca con le mani, allargandole.

In quel culetto bianco e liscio si svelò un buchino rosato. La vagina mi aveva sempre fatto un po’ impressione con tutti quei risvolti, ma quel buco, così preciso, rotondo, rosa, sembrava un richiamo irresistibile.

“Ti prego. Non farlo.” La voce di Luca mi arrivò flebile e spezzata.

Voltò la testa verso di me e mi fissò sofferente. Non potevo farlo.

Era sbagliato. Era un ragazzo come me. Della mia stessa età. Avremmo potuto anche essere amici. È quello che cercai di dirmi. Ma non mi importava.

Volevo scompare. Volevo metterglielo dentro. Quel buchetto sembrava chiamarmi con quella forma arrotondata fatta apposta per il mio cazzo.

“Allora che aspetti? Facci vedere che sei un uomo. Altrimenti te lo mettiamo dentro noi a te.” Tutt’a un tratto la voce di Andrea si fece dura.

Non mi ero reso conto che stavano tutti osservano me. Quella minaccia mise fine a ogni mi titubanza. Sembrò la necessaria giustificazione per mettere via ogni remora. O il suo culo o il mio.

Mi afferrai il cazzo nella mano e appoggiai l’altra mano su una chiappa. Era liscia, morbida e soda. Avrei voluto quasi mangiarla.

Avvicinai la punta del mio cazzo tra le chiappe. La mia cappella sfiorò quel buchino umido dell’acqua delle docce. Spinsi. Spinsi con tutto il bacino, facendo forza sulle gambe.

Luca sembrava così fragile. Il buchino sembrava così fragile. E io lo ruppi. La mia cappella scivolò dentro con uno scatto, quando infine superò la sua resistenza.

Andrea mi spintonò e involontariamente piantai tutta la mia asta fino alle palle. Luca inarcò la schiena e lanciò un gridolino di dolore.

Uao. Ero dentro.

Fissai il mio cazzo svanito nel suo culo. Mi sentivo così potente. Un po’ come uno guerriero che ha appena trafitto il suo avversario con una lancia.

Mi ritirai quasi a volermi assicurare che il mio cazzo fosse ancora lì.

Lo spinsi subito nuovamente dentro. Era così diverso da una sega. Neanche nella mia più realistica fantasia mi ero avvicinato a questa sensazione.

Era così soffice, eppure stretto al punto giusto. La sua carne umida e calda mi avvolgeva e mi accarezza a ogni movimento. Il mio cazzo scivolava senza attrito, non come una mano ruvida.

Allungai le braccia e mi afferrai saldo ai fianchi di Luca. Volevo aiutarmi nelle spinte.

Sentivo gli occhi di Andrea e gli altri ragazzi su di me e temevo che i miei colpi fossero troppo impacciati. Ma più lo sbattevo, più tutto sembrava scomparire attorno a me.

C’ero solo io e Luca. Ma Luca era solo un culo. So che è sbagliato, ma era come se lui fosse nato e cresciuto fino a quel punto solo per farsi scopare da me.

Solo per farmi godere.

Non mi importava se gli piacesse o gli facesse male. Anche se penso gli dovesse far male. Un po’ come quando caghi fuori uno stronzo troppo duro e troppo grosso.

Ebbi un brivido al pensiero del dolore. Ma fu solo un istante. Ero completamente dominato dal fervore.

Accelerai il ritmo. Le mie palle sbattevano contro il suo culo. Sempre più veloce.

Sentii il piacere crescere e poi esplodere lungo tutto il corpo.

Chiusi gli occhi e lanciai indietro la testa, gemendo come non avevo mai fatto prima. Il mio cazzo vibrò incontrollato. Gli schizzi di sborra partirono secchi dentro il culo di Luca.

Fu il mio più lungo orgasmo fino a quel momento. Ero venuto senza mani. Ed era stato incredibile.

Era così diverso da una sega. Era come se non avessi avuto nessun controllo sul piacere. Come se il piacere avesse preso il sopravvento su tutto. Anche su di me.

Ansimavo come un scemo. Lentamente il mondo riapparve attorno a me. Andrea e i suoi amici battevano le mani, rideva e mi facevano pacche sulle spalle.

La mia prima scopata. Il mio primo culo rotto.

Piano piano estrassi il mio cazzo ormai esausto. Il culo di Luca era così stretto che quasi sembrava non volermi fare uscire. Luca rimase con la testa piegato.

Feci qualche passo traballante indietro e andai a sedermi contro la parente opposta.

Il magro e lentigginoso, che si chiamava Davide, prese il mio posto in groppa a Luca, che ormai sembrava aver perso emozione e si lasciò inculare senza reagire.

Ale e Andrea, invece, si alternarono nella sua bocca. Alla fine uno dopo l’altro sborrarono rumorosi. Davide gli schizzo sulla schiena, mentre gli altri due gli inondarono la faccia, sporcandogli anche capelli e il petto. Era quasi disgustoso.

“Qualcuno ha bisogno di una lavata qui.” Andrea sorrideva, agitando il suo cazzo contro la guancia di Luca per far cadere anche le ultime gocce di sborra.

Luca alzò lo sguardo verso di lui, forse sperando di potersi finalmente fare una doccia.

“Ti do una mano a lavarti.” Continuò Andrea.

Chiuse gli occhi come se dovesse concentrarsi su qualcosa. Teneva ancora in mano il suo pisello ormai quasi tornato alle sue dimensioni originarie.

“Oh, cazzo. Non starà veramente per… ” Davide lo fissava a bocca aperta.

Io non capivo.

Poi Andrea lanciò un sospiro di sollievo e aprì gli occhi. Un getto giallo zampillo dal suo cazzo, andando a bagnare la faccia di Luca.

Ale e Davide scoppiarono a ridere, mentre Andrea agitava il suo pisello facendo volare il suo piscio sui capelli di Luca.

Era disgustoso e così umiliante. Luca sembrava pronto a piangere, ma non si mosse.

“Cazzo, anche a me scappa.” Ale prese il posto di Andrea, che ormai aveva esaurito il suo piscio.

“Aspetta, aspetta.” Esclamò Davide, portandosi al suo fianco. “Vediamo chi ha la mira migliore. Apri la bocca.”

Luca gli fissò supplichevole. Prima loro, poi me. L’avevano trasformato in un cesso. Luca mi guardava come se stesse per scoppiare a piangere.

Sapevo che vedeva in me quello stesso ragazzo gentile che lo aveva aiutato sulle piste il giorno prima, ma in quel momento io ero solo parte del branco. Non avevo scelto, capite?

“Apri la bocca.” Ripeté nervoso Davide.

Alla fine Luca, lentamente, spalancò la bocca. Ale e Davide scoppiarono a ridere e due schizzi di piscio partirono a tentare di centrare la bocca del poveretto.

“Vieni anche tu.”

Non potei rifiutare quell’invito. Mi portai di fronte a Luca. Lui mi lanciò ancora quel suo sguardo implorante, ma io chiusi gli occhi per non vederlo.

Anche a me scappava da pisciare. Dopo un attimo di tensione, sentii il piscio risalire il mio cazzo.

E poi con uno spruzzo il liquido caldo andò a bagnare, come una pioggia dorata il volto di Luca.

“Ehi, non sputare. Ingoia.”

“Cosa?”

“Ingoia.”

Luca iniziò a deglutire. Stava bevendo il nostro piscio. Ormai la metamorfosi era completa. La mia e quella di Davide.

Vorrei dire che il giorno dopo mi sono rifiutato di tornare con loro. Ma mentirei. Ogni sera ci siamo ritrovati nelle docce, a sera tarda.