“Guarda chi c’è.”

“Chi?”

“Vedi qualcun altro qui,” dissi, indicando con un movimento della testa il ragazzo che camminava davanti a noi.

“Non lo riconosci?”

Roman strizzò gli occhi. La strada era già immersa nell’oscurità. Il ragazzo camminava qualche decina di metri più avanti, illuminato da un lampione. Roman scosse il capo. “Boh, mai visto.”

“È Davide.”

Roman mi fissò interdetto.

“Non ti ricordi? Alle medie?”

A Roman si illuminarono gli occhi. “Il frocio,” esclamò così forte che Davide, il frocio, si voltò a guardare. Io e Roman scoppiammo a ridere. Davide fece finta di nulla, ma accelerò il passo.

“Qualcuno si è spaventato.”

“Dai, divertiamoci un po’.” Accelerai anch’io il passo. Roman sghignazzò e mi fu subito dietro. Ho una grande falcata: il ragazzo non poteva sfuggirmi.

In un attimo fui alla sua sinistra. Il ragazzo alzò lo sguardo verso di me. I suoi occhi azzurri mi fissarono spaventati. Era proprio Davide. Non era cambiato per niente. Sembrava ancora lo stesso ragazzino delle medie. Magro allampanato con i capelli biondicci arruffati.

“Ciao, che fai in giro tutto solo?”

Davide distolse lo sguardo senza rispondermi.

“Ehi, il mio amico ti ha fatto una domanda.” Roman era apparso alla destra di Davide. “Hai sentito quello che ha detto?” Roman gli diede uno spintone, facendolo andare a sbattere contro di me. Io lo spintonai di rimando.

“Sì, ho sentito. Non sto facendo niente. Voglio solo andare a casa.”

“Oh, vuole andare a casa. Ti aspetta il fidanzatino?”

“Non sono cazzi tuoi.”

“Ehi, modera il linguaggio, frocetto.” Gli tirai uno ceffone che gli fece voltare la faccia.

Un filo di sangue gli rigò il labbro. Si asciugò il sangue con la mano e mi fissò con rabbia. “Che carino. Subito in soccorso del suo fidanzatino offeso.”

“Che cazzo hai detto?” gridò Roman.

“Ohu, era meglio che stavi zitto, frocetto.”

Roman gli diede un altro spintone, ma stavolta ad accoglierlo ci fu un mio destro piantato nello stomaco. Davide si piegò in due per il dolore. Roman lo spintonò nuovamente, facendolo cadere per terra.

Vederlo così raggomitolato, indifeso, non ci fermò. Iniziammo a tirargli calci. Lui protesse il volto con le braccia.

Qualcuno gridò. Ma non era stato Davide.

Dall’altro lato della strada un uomo stava gesticolando sulla soglia di un bar. In un attimo sei o sette uomini corsero fuori.

“Oh, merda.” Roman non ci pensò un attimo e si mise a correre.

Io esitai un attimo. Fissai Davide per terra che si nascondeva ancora il volto pronto a ricevere altri colpi. Poi scappai anch’io.

Non ci avrebbero mai presi. Su di una cosa era sicuro: io ero il più veloce. Mi voltai a controllare, se si erano già arresi. Un uomo barbuto e nerboruto era proprio dietro di me. Mi afferrò per la spalle e mi fece cadere.

“ROMAN,” urlai. “AIUTAMI.”

Roman si voltò verso di me. Ma non si fermò. Continuò a correre. L’uomo mi bloccò al suolo torcendomi un braccio e, mentre i suoi compari lo raggiungeva, Roman svanì nel buio della via.

“Allora, codardo, cosa si prova a fare a botte due contro uno?”

“Brutto figlio di puttana.”

“Ti piace vincere facile? Bene, vediamo se ti piace anche quando sei tu da solo contro sei.”

Non ricordo cosa successe dopo. Ricordo solamente che iniziarono a pestarmi. Uno dopo l’altro o tutti insieme, non ricordo. Calci, pugni, ceffoni, testate. Non ricordo. Ricordo solo il dolore.

“Fate piano. Da questa parte. Apri quella porta. Sì, quella. Ecco, mettilo sul letto. Fai piano. Ho detto fai piano.”

“Sei troppo buono, tu.”

“Sei sicuro che non c’è pericolo?”

“Vuoi che restiamo qua?”

“Almeno uno di noi.”

“Andate. Andate. Me la so cavare.”

Perché era lui il frocio

Lentamente iniziai a mettere a fuoco. Era una stanza piccola. C’era solo un letto e poco altro. Mi sollevai suoi gomiti. Un dolore lancinante mi percorse la schiena. Mi resi conto che indossavo solo una canottiera e dei boxer. Chi diavolo mi aveva spogliato?

La porta si aprì. Era Davide. Rimase un attimo, fermo, a fissarmi sulla soglia. Infine, entrò con in mano una grossa scatola rossa.

“Dove sono?”

“Sei a casa mia.”

Con una grande sforzo iniziai a sollevarmi.

“Stai giù. Non ti muovere. Ti farai male.”

“Sto bene.” Mentii, ma sapevo che una smorfia di dolore mi si era disegnata sul volto. Mi portai seduto.

Appoggiò la scatola su un tavolino e tirò fuori bende, cerotti, disinfettante e non so che altro. Mi si avvicinò con una crema in mano.

“Che cazzo vuoi fare?”

“Hai preso un sacco di botte.”

“Non è niente.”

“Lascia che disinfetti almeno questa ferita.”

Lo guardai in cagnesco, ma alzai le spalle. Lui si sedette sul letto di fianco a me. Si schiacciò una crema bianca sul dito e lo avvicinò alla mia fronte. Istintivamente gli afferrai il polso, bloccandolo a mezz’aria.

Lui non disse niente e rimase immobile. Ci fissammo per un lungo istante.

“Oh, al diavolo.” Esclamai e lasciai la presa. Davide iniziò a spalmarmi la crema sulla fronte.

“Fa male?” Dovetti aver fatto una smorfia dolorante, perché si fermò.
“No.” Dissi, ma faceva male. Un uomo non si lamenta.

Prese un cerotto e lo posizionò sulla fronte. Quindi, mi prese il braccio. Non mi ero accorto, ma avevo una ferita anche sul bicipite. Seguì la stessa procedura.

Mentre mi medicava, mi resi conto che anche lui aveva alcune ferite e contusioni sul volto e sulle braccia e chi sa dove altro. Gliele avevo causate io. E ora era lui a curarmi. Abbassai lo sguardo.

“Ti ricordi di me?”

“Sì… Daniel.”

“E ti ricordi come ti trattavo.”

“Certo. Come potrei dimenticarlo?”

“Allora perché lo stai facendo?”

“Cosa?”

“Questo.”

“Sei ferito. È la cosa giusta da fare.”

“Chi erano quegli uomini?”

“Lavorano per la mia famiglia”

“Guardie del corpo?”

Lui rise. “No, sono operai. C’è un cantiere poco lontano.”

Ebbi un moto di irritazione. Anche da ragazzini mi ricordo di quanto era ricco. E mi dava fastidio. Non che facesse qualcosa per esibire la sua ricchezza, ma lo sapevo. Sapevo che era ricco e tanto bastava per farmelo odiare.

In realtà, non ricordo esattamente perché non lo sopportassi. Ricordo solo che mi irritava tutto di lui. Come parlava, come si muoveva, come si vestiva. A quei tempi ero un po’ il capetto della classe. Non mi ci era voluto molto per aizzare tutti contro di lui.

Davide iniziò a disinfettarmi un’altra ferita sul ginocchio. Mi faceva strano vederlo piegato di fronte a me, mentre ero in boxer e canottiera.

Non sono gay. Ho sempre avuto storie con ragazze. Ma c’era qualcosa in tutto questo che mi eccitava.

Non era solo la posizione. Era quel suo modo di prendersi cura di me, prima ancora di prendersi cura di se stesso.

“Finito.” Disse, infine, risvegliandomi dalle mie riflessioni. Si sollevò e ripose tutto nella scatola rossa del pronto soccorso. Si avviò verso la porta. Lo afferrai per un braccio e lo feci cadere sul letto.

Afferrai l’elastico dei miei boxer e liberai il mio cazzo. La mia asta, già in erezione, balzò su con uno scatto. Davide fissò in silenzio il mio cazzo.

Non sarò ricco, ma anch’io ho qualcosa di cui andar fiero. C’era sorpresa negli occhi di Davide, ma non c’era quella reticenza mista alla ripugnanza delle ragazze. Era lo stesso sguardo che hanno i maschi quando vedono delle tette.

Mi piaceva quello sguardo.

Ma lui non si limitò a guardare. Allungò la mano. Le sue dita mi avvolsero l’asta.

“È grosso,” Sussurrò forse a me, forse a sé stesso. A quelle parole gonfiai il petto e gongolai. Fa sempre piacere sentirselo dire, ma quando a dirtelo è un altro ragazzo sembra più vero.

La sua mano iniziò a scorrere lungo la mia mazza sempre più dura. Era un sali e scendi dolce, ma ritmato.

Volevo che lo prendesse in bocca. Volevo vedere il mio cazzo scomparire dentro la bocca di un altro maschio. Ma non osavo chiederlo. Non volevo sembrare… frocio.

“Prendilo in bocca,” alla fine mi scappò.

Lui non mi diede del frocio. Non disse niente. Non mi guardò neppure. Perché era lui il frocio. Era lui che lo avrebbe preso in bocca.

E le sue labbra si aprirono. Sembrò sul punto di dire qualcosa. Ma si abbassò fra le mie gambe. Si piegò tra le mie cosce muscolose. E inghiottì il mio cazzo.

Liberai un sospiro tra il piacere e lo stupore. Frocio. Frocio. Frocio. Aveva preso il mio cazzo in bocca. La sua lingua ruotava attorno alla mia cappella pulsante. Mi sentivo l’uomo più potente del mondo. L’unico uomo del mondo.

Staccò le labbra dalla mia cappella e tirò fuori la lingua, facendola scorre lungo la mia asta. Alzò gli occhi verso di me. Quello sguardo mi irritò. Lo afferrai per i capelli e lo spinsi contro il mio cazzo. La mia cappella si forzò l’entrata nella sua bocca, obbligando ad abbassare gli occhi.

Iniziò a succhiare. Pompava come se gli piacesse. La sua saliva colava lungo il mio bastone. Non riuscii più a trattenere i gemiti. Chiusi gli occhi e feci cadere indietro la testa. Ma lui si fermò. Si sfilò il cazzo dalla bocca.

Quando aprii gli occhi, me lo trovai davanti. Mi fissava mellifluo. Si avvicinò verso di me. Le sue labbra socchiuse alla ricerca di un bacio.

“Che cazzo fai? Non sono FROCIO io,” gridai, spingendolo via. Lui cadde riverso indietro sul letto. Mi lanciò uno sguardo indifferente, come chi è abituato a essere maltrattato.

Non era la prima volta che lo spingevo quella notte. E quante altre volte l’avevo spinto a scuola, facendolo cadere per terra. Lo schiacciavo con il mio piede fino a fargli respirare la polvere. I nostri compagni ridevano. E io mi sentivo potente.

Volevo ancora stargli sopra. Schiacciarlo. Ricordargli chi era il capo. Chi è il capo.

Lui distolse lo sguardo e fece per alzarsi. Lo afferrai per la cintura e tirai indietro. I pantaloni gli si sfilarono leggermente, rivelando l’inizio della fessura delle sue chiappe.

Ritirai la mano di scatto. Davide rimase immobile in quella strana posizione. Il torso contorto di lato. Il culo leggermente sollevato verso di me.

Abbassò la testa, allungando indietro entrambe le mani. Si afferrò la cintura e tirò. Come la migliore delle puttanelle sembrò aver intuito i miei desideri. Svelò il suo culo. Un culo bianco e liscio.

Allungai la mano e gli massaggiai le chiappe. Erano sode e morbide. Davide sollevò il culo verso di me. Allargai le sue chiappe e il suo buchino rosato mi si rivelò in tutta la sua fragilità. Il mio cazzo era così duro che mi sembrava stesse per esplodere.

Mi sputai sul cazzo e me lo massaggiai per me. Afferrai con la mano l’asta del mio cazzo e lo puntai verso quel culetto candido.

Davide, così piegato, la testa nascosta nelle spalle, il culo sollevato, non sembrava molto diverso dalle altre ragazze che mi ero trombato. Ma quel culo. Quel culo così sodo era forse il migliore che avevo mai avuto fra le mani.

La mia cappella gli sfiorò il buchetto. Forse poteva sembrare una ragazza, ma non lo era. Era un maschio e io glielo stavo per ficcare in culo.

Spinsi. Spinsi più forte. Il suo culetto faceva resistenza. Davide gemette. Spinsi. La cappella entrò. Spinsi ancora e con un altro affondo lo aprii in due. Davide lanciò un gridolino di dolore. Doveva fare davvero male.

Mi sentii nuovamente potente come ai tempi della scuola.

“Quante volte ti avevo preso per il culo…” La mia voce era rotta dall’eccitazione. “Quante volte… e ora te l’ho veramente messo in culo.”

Ma non era come ai tempi della scuola. Era 100 volte meglio.

Afferrai stretto Davide per i fianchi e sfilai il mio cazzo quasi fino alla cappella. Poi lo spinsi nuovamente tutto dentro. Davide inarcò la schiena mugugnando.

Era incredibile che quel bastone che mi ritrovavo riuscisse a scomparire fin in fondo nella sua carne. Ripetei il movimento varie volte. Ammirando il mio cazzo rompergli il culo, mentre lui si agitava per il dolore.

Poi lo spinsi giù, schiacciandolo sulla schiena. Lo schiacciai come facevo a scuola. Mi gettai su di lui con il mio peso. Il mio cazzo ben conficcato nel suo culo.

Mi sembrò quasi che era sempre stato questo quello che volevo fargli. Era come se ogni volta che gli avevo piantato un pugno in pancia, il mio unico desiderio era stato quello di piantargli il mio cazzo in profondità nello stomaco.

Mi sollevai sulle braccia, appoggiandomi alla sua schiena e presi a muovere il bacino. Il mio cazzo entrava e usciva dal suo culo. Veloce. Sempre più veloce. Dentro era così caldo, morbido liscio.

Sempre più veloce.

Gemetti come un dannato, mentre un’ondata di piacere mi pervase tutto. Schizzai fiotti di sborra nel culo di Davide. Conficcai un’ultima volta il mio cazzo in profondità, assicurandomi di svuotare le ultime gocce e poi mi accasciai indietro.

Lentamente l’orgasmo scivolò via. L’eccitazione, che mi aveva dominato fino a quel momento, lasciò posto a un’irritazione profonda. Strinsi le mano a pugno e le picchiai sul materasso. Davide mi toccò una gamba. Io allontanai, scalciando.

“Vattene,” gli ordinai.

Mentre si alzava lentamente dal letto, intravidi il suo cazzo per la prima volta. Era ancora in erezione. Ebbi un moto di orgoglio a osservare che era più piccolo del mio. Molto più piccolo. Era piccolo, perché lui era frocio. Perché lui lo prendeva in culo. Il frocio è quello che lo prende. Il frocio è quello che prende il cazzo. Ripetei mentalmente.

Mentre Davide si tirava su i pantaloni, facendo scomparire le sue chiappe ormai arrossate per le botte, mi resi conto che aveva ancora la mia sborra in culo. Gli avevo sborrato in culo. L’avevo riempito del mio seme. Dovetti trattenere una risata isterica. Il frocio è quello che lo prende.

“Il frocio è quello che lo prende.” Quando Davide fu svanito dietro la porta, dissi quelle parole ad alta voce. Dovevo sentirle. “Il frocio è quello che lo prende.”

Il frocio è quello che lo prende. Quello che lo prende. Che lo prende. Lo prende. E con questa frase che mi vorticava in testa, crollai addormentato.

È giusto che ti faccia male

Quando mi risvegliai, il Sole picchiava già dalla finestra. Non sapevo che ore erano. E neppure mi importava. Sono andato alla ricerca del bagno. Dovevo proprio darmi una lavata.

Fatta la doccia, ho iniziato a vagare per quella casa. O meglio villa.

“Ma quanto cazzo è grande sto posto?!”

Le stanze sembravano susseguirsi all’infinito. Era non c’era nessuno. Tutto vuoto e silenzioso. Solo i mobili neri di design mi fissavano indifferenti.

Il lungo corridoio che avevo seguito si è spalancato in un salone enorme. Un grossa vetrata, grande quanto tutto il mio appartamento, rivelava un fitto giardino quasi tropicale, nascosto all’interno della villa.

“Uao. Fantastico.”

“Vuoi mangiare?”

Mi voltai di scatto. Al capo estremo di un lungo tavolo nero lucido era seduto Davide. Mi aveva sentito?

“Sì,” dissi semplicemente. Lui si alzò e svanì in un’altra stanza.

Tornò indietro con un vassoio e mi apparecchiò il posto all’altro estremo del lungo tavolo. Quando fu tornato al suo posto, mi sedetti anch’io.

“Non c’è la governante oggi?” chiesi per scherzo.

“È domenica. Ha libero.” Mi rispose seriamente Davide.

“E le tue guardie del corpo?”

“Sono operai. E non dormono qui.”

Presi il coltello e lo immersi nella marmellata. Iniziai a spalmare con un movimento aggressivo sul pane. Chi sa se aveva ancora la mia sborra in culo? Dovrà fargli male persino star seduto.

“E che cosa fai ora?” Non so perché volessi così tanto mandare avanti la conversazione. Forse ero solo irritato dai suoi silenzi.

“Sto per laurearmi in economia.”

Lo messo in culo a un economista. Non potei nascondere un sorriso di soddisfazione.

“Io sono un tecnico in un’azienda di pavimentazioni.” Avrei voluto che suonasse più altisonante.

“Lo so. La mia famiglia possiede quell’azienda.”

Strinsi con forza il manico del coltello, fulminandolo con lo sguardo.

Sbattei il coltello sul tavolo e balzai in piedi di scatto. La sedia nera e lucida cadde rumorosamente al suolo. Mi diressi verso di lui con passo rapido e pesante.

Davide mi fissava. Indifferente come sempre. Lo afferrai per un braccio e lo strattonai in piedi. Gli schiacciai la faccia contro il tavolo, obbligandolo a piegarsi a 90 gradi. Gli strappai giù i pantaloncini. Quel pigliainculo non indossava le mutande. Forse sperava che gli rompessi ancora il culo.

Lo avrei accontentato.

Mi diedi una rapida sputata sul cazzo. Mi afferrai l’asta con la mano e gli piantai il mio cazzo su per il culo. Davide gridò, picchiando la mano sul tavolo lucido. Non gli diedi tempo di abituarsi e presi a fotterlo frenetico.

“Mi fai male. Lasciami,” lamentò, cercando di liberarsi dalla mia presa.

“Hai un cazzo in culo. È giusto che ti faccia male. Deve farti male.” Volevo fargli male.

Lo schiacciavo con entrambe le braccia contro il tavolo, mentre le mie palle picchiavano contro il suo culo. Il mio palo gli apriva la carne inclemente.

Davide iniziò singhiozzare. Stava piangendo.

“SMETTILA,” urlai, impalandolo con violenza. “Non piangere.”

Il mio cazzo affondava con forza in profondità. Volevo arrivargli fino allo stomaco.

“SMETTILA,” gridai ancora. “Smettila. Smettila.” Le mia voce si trasformò rapidamente in un piagnucolio.

Senza rendermene conto mi asciugai le guance bagnate. Stavo piangendo e non riuscivo a smettere. Rallentai il ritmo dei miei colpi. Barcollai indietro. Il mio cazzo si sfilò, facendo sobbalzare Davide.

Mi fissava. Mi fissava, ma non era più indifferente. Leggevo il suo compatimento in quegli occhi chiari.

Crollai seduto sul pavimento. Portai le mani al volto e le mie lacrime divennero un pianto fragoroso.

Davide si inginocchiò davanti a me. Allungò il braccio e mi strinse la spalla. Quando alzai lo sguardo, incrociai i suoi occhi gentili. Mi gettai fra le sue braccia e continua a piangere. Lui mi avvolse in un abbraccio. Mi strinse forte, accarezzandomi la schiena.

“M-mi di-dispiace,” balbettai, fra un singhiozzo e l’altro. “Mi dispiace.”
“Va tutto bene. Non è niente. Va tutto bene.”

“Mi dispiace.”

“Tranquillo.”

Restammo così, abbracciati, per terra, per molto tempo ancora.

“Sono gay,” confessai, infine, ma non a lui, a me stesso.