Quest’estate siamo andati in vacanza in Sardegna. I miei genitori conoscono una coppia che ha una casa vicino a Cagliari e ci avevano invitato a passare insieme un paio di settimane ad agosto.

Partimmo la sera tardi con il traghetto dal porto di Genova e arrivammo la mattina dopo a Cagliari. La casa degli amici dei miei genitori era fuori città nella zona collinare. Sporgevo la testa dal finestrino per godere dell’aria fresca, mentre l’auto scivolava lungo le curve.

“Siamo arrivati,” esclamò mio padre, quando l’auto si fermò di fronte a un grande cancello che si aprì in un fitto giardino mediterraneo.

La casa non era molto grande, ma aveva quel classico aspetto italiano che piace tanto ai turisti. Aveva il tetto in tegole di terracotta, tende bianche che si agitavano al vento sui balconi, e quei colori caldi che ti fanno sentire sempre a casa.

Gli amici dei miei ci aspettavano sull’ingresso. E non erano soli.

“Ma c’è anche Francesco?” chiesi, senza nascondere la mia ansia e irritazione.

“Sì, non te lo avevamo detto?” mi chiese mia madre con noncuranza.

“No, che non me lo avevate detto. Se lo avessi saputo, non sarei venuto.”

Francesco era il figlio dei loro amici. Aveva solo un anno in più di me, ma a quest’età un anno era tutta una vita. Era un ragazzo arrogante. L’ultima volta che eravamo andati insieme in vacanza sulla Riviera romagnola aveva fatto il bulletto tutto il tempo.

“Su, dai non fare così. Vedrai che ti divertirai.”

Scendemmo dall’auto e andammo a salutare. Francesco aveva un sorriso supponente dipinto sulla faccia. Su insistenza dei nostri genitori ci stringemmo le mani. La sua presa mi fece quasi male e io ci vidi una minaccia: preparati che i tuoi tormenti sono solo all’inizio.

“Francesco, aiuta Luca con la sua valigia,” lo invitò suo padre Edoardo.

“Abbiamo preparato un letto nella stanza di Francesco, così possono stare insieme,” spiegò Federica, la madre di Francesco, ai miei genitori, facendomi raggelare.

Avrei dovuto passare due settimane nella stessa stanza con Francesco? Ero talmente sorpreso che feci cadere la mia borsa, mentre cercavo di tirarla fuori dal baule.

“Sei ancora deboluccio, eh, Luchino?” mi inzigò Francesco come era solito fare. “Dammi qua, è meglio la porto io.”

Si infilò la borsa a tracolla e si incamminò verso l’ingresso.

“Che fai ancora lì? Non riesci neppure a camminare?” mi provocò sulla soglia, voltandosi verso di me. Strinsi i pugni e lo seguii in camera.

La stanza era più grande di quanto immaginassi. Era quella con le tende bianche sul balcone che si vedeva dal giardino. Andai fuori. La vista era da favola. La collina precipitava veloce verso il fondo e il mare si apriva in tutta la sua maestosità. Sembrava di essere in un sogno.

“Figo, eh?!” esclamò Francesco, apparendo al mio fianco.

Sembrava un sogno. Invece era solo un incubo.

Il pomeriggio andammo già al mare. I genitori di Francesco vollero portarci subito in una piccola cala spettacolare. La spiaggia si allargava ad arco in una baia protetta da alte scogliere. E sembrava incredibile che ci fosse così poca gente.

Io e mio padre ci gettammo subito in acqua, raggiunti poco dopo da Francesco e suo padre. Federica e mia madre, invece, restarono sotto l’ombrellone a chiacchierare.

Non passò molto tempo che anche mio padre si stancò di giocare con me e si mise a parlare con Edoardo. Alla fine eravamo rimasti solo io e Francesco.

“Guardali, sembrano due balenottere arenate,” scherzò Francesco, indicando i nostri due padri sdraiati sul bagnasciuga con le pance bianche che risaltavano al Sole.

Annuii silenzioso. Non mi piaceva che parlasse così di mio padre.

“Dai, vieni,” mi incitò, tuffandosi in acqua e iniziando a nuotare a grandi bracciate. Io non potei far altro che seguirlo.

Quando, mi voltai indietro per vedere quanto ci eravamo allontanati, mi resi conto che eravamo quasi ai margini della piccola baia. Vedevo i miei genitori lontani sulla spiaggia. Francesco raggiunse la scogliera e si tirò su a sedere sulla roccia. Io presi posto poco più in basso, lasciando i piedi a mollo.

“Forza, saliamo più in alto,” mi propose.

Io alzai lo sguardo. La scogliera era molto alta e ripida. “Non credo sia una buona idea.”

“Su, non fare il cagasotto. Vuoi restare tutto il tempo lì ad agitare i tuoi piedini nell’acqua come un bimbominchia?”

Senza rispondere alla sua provocazione mi alzai e iniziai ad arrampicarmi sulla scogliera. Francesco saliva agile e rapido. Non doveva essere la sua prima salita. In attimo fu in cima e scomparve dietro la roccia. Quando fui quasi arrivato anch’io, mi voltai a guardare.

Era molto più alto di quanto sembrasse dal basso. Ebbi un attimo di vertigini e persi la presa.

Stavo per morire.

Una mano apparve rapida da dietro la roccia e mi afferrò il braccio, tirandomi su di peso. Caddi sulla pietra, graffiandomi le gambe sui sassi.

“Stai bene?” Francesco era sinceramente preoccupato. I suoi occhi marroni mi fissavano in ansia.

“Mi hai fatto male,” fu l’unica cosa che riuscii a dire. Mi morsi il labbro, pentendomi di quelle parole.

L’apprensione che prima dominava il volto di Francesco, scomparve in un attimo. “Scusa, se ti ho salvato la vita. La prossima volta ti lascio cadere nel vuoto.”

“È colpa tua. Sei tu che hai voluto salire quassù. Lo dicevo che non era una buona idea,” replicai altrettanto piccato.

“Nessuno ti ha obbligato a venire.” Francesco si girò, dandomi la schiena.

Aprii la bocca per dire qualcosa, ma la richiusi meccanicamente. Aveva ragione, ma lui mi aveva provocato. Che altro dovevo fare? Strinsi le gambe al petto e le abbracciai, appoggiando la testa sulle ginocchia.

“È bellissimo,” sussurrò Francesco dopo un lungo silenzio, quasi parlando a sé stesso.

Alzai gli occhi. Il sole era basso all’orizzonte. Il cielo era di un azzurro caldo e il mare sembrava dorato.

“Già,” mormorai.

Francesco sembrava avere lo sguardo perso verso l’infinito. Si voltò a fissarmi, sorridendo quasi timidamente. Arrossii e abbassai lo sguardo imbarazzato.

“Forse è meglio tornare ora,” dissi, tirandomi in piedi.

“Ah, già, i bambini piccoli non possono star fuori fino a tardi,” mi prese in giro Francesco.

Sospirai e mi sporsi verso il basso. Deglutii. Non sarei mai riuscito a scendere. All’improvviso Francesco mi strattono, tenendo per le spalle. Lanciai in urlo.

“Paura?” Francesco rideva.

Lo spinsi via furioso. “Potevi uccidermi, scemo.”

“Dai, scherzavo. Ti tenevo stretto.”

“Poi sono io il bambino,” borbottai, iniziando a scendere. Non sarei rimasto sulla roccia con lui neanche un secondo ancora.

La discesa fu più facile di quello che pensai. Francesco mi raggiunse subito e ci tuffammo in acqua. Ebbi un brivido. Sembrava più fredda di prima, forse perché eravamo stati a lungo al sole.

Durante il viaggio di ritorno non ci scambiammo neppure una parola. I nostri genitori non si accorsero di niente. Del resto non ci parlavamo molto di più neppure prima.

Galeotto fu il gatto

A cena ascoltammo le conversazioni dei nostri genitori e le poche parole che ci scambiammo furono per chiedere la brocca dell’acqua o l’olio.

Eppure speravo che quella cena non finisse mai. Dopo sarei dovuto andare a dormire in camera con Francesco. Di nuovo da solo con lui.

Quando accesi la luce della stanza, un gatto balzò spaventato giù dalla mia branda e fuggì verso il balcone.

“Maledizione, come ha fatto a salire dal balcone?” Francesco corse fuori a controllare. Io mi avvicinai alla branda. Un odore inteso di piscio aveva appestato lenzuola e materasso.

“MAMMA, quel gatto è tornato,” gridò Francesco. I nostri genitori ci raggiunsero nella stanza.

“Ancora?” esclamò con irritazione Edoardo.

“Stavolta ha fatto la pipì sulla branda.”

“Non ne posso più. Ogni volta trova un posto nuovo. Adesso dove facciamo dormire Luca?” rifletté Federica.

“Può venire a stare nel nostro letto,” si propose mia madre, anche se notai lo sguardo sconvolto di mio padre a quella proposta.

“No, no, già non è un letto grande,” si oppose subito Edoardo, incrociando lo sguardo di mio padre.

“Il letto di Francesco è grande. Potete dormire insieme, no?” Federica sorrideva nella sua ingenuità.

“Ma mamma…” iniziò a lamentarsi Francesco.

“Dovevi pensarci prima di dimenticare la finestra aperta,” lo zittì suo padre.

“Ma fa niente. Posso anche dormire per terra,” mi proposi subito. Meglio il duro pavimento, piuttosto che nello stesso letto con lui.

“Assolutamente non se ne parla,” tagliò corto Federica. “Su, non fate i capricci. Il letto è sufficientemente grande per tutti e due.”

Io e Francesco ci scambiammo un’occhiata e sospirammo arrendevoli, mentre i nostri genitori se ne andarono, soddisfati che per loro si fosse tutto risolto per il meglio.

“Io dormo da questo lato. Vicino alla finestra,” mise subito in chiaro Francesco, indicando la parte sinistra del letto.

Io mi limitai ad alzare le spalle. A me faceva lo stesso. Francesco iniziò a spogliarsi, rimanendo in boxer.

L’avevo appena visto in costume, eppure vederlo con la biancheria intima faceva un effetto tutto diverso. Aveva un fisico atletico e tonico. Si vedeva che aveva iniziato a fare sport regolarmente. Non potei non notare la leggera peluria che già gli sbucava da sotto i boxer e si allungava verso l’ombelico.

“Che fai? Vuoi dormire vestito?”

Io abbassai imbarazzato lo sguardo e mi spogliai a mia volta, indossando rapidamente il mio pigiama corto.

“Dormi ancora con il pigiama? Sei proprio un poppante.”

“Sempre meglio di quei mutandoni da nonno.”

Francesco si infilò sotto il lenzuolo leggero. Feci altrettanto, posizionandomi al margine estremo del letto. Avrei rischiato di cadere, piuttosto che stargli vicino.

“Buonanotte,” mi salutò.

“Buonanotte,” ricambiai e chiusi gli occhi. Nonostante fosse ancora agosto, la notte sembrava già quasi fredda. Mi strinsi braccia e gambe al corpo per evitare il più possibile di disperdere calore.

“Hai freddo?” mi chiese all’improvviso Francesco.

“No, no, va bene,” mentii. Non volevo che mi prendesse in giro anche per questo. Lui si alzò dal letto e andò ad aprire un armadio.

Tornò con una coperta e me la stese addosso.

“È un po’ leggera, ma dovrebbe andare.”

“G-grazie,” Balbettai sorpreso, ma Francesco si limitò a tornare nel letto. “E… grazie anche per oggi.” Mi resi conti che non l’avevo ancora ringraziato per avermi afferrato sulla scogliera.

“Mi spiace averti spaventato,” replicò lui e tornò nuovamente il silenzio.

Il respiro di Francesco divenne più profondo e regolare. Doveva essersi addormentato. La cosa mi irritò un po’. Non so esattamente perché. Iniziai a girarmi nelle coperte cercando una posizione più comoda.

“Non riesci a dormire?”

Aprii gli occhi di scatto. “Credevo ti fossi già addormentato.”

“No, non ho più sonno.”

“Anch’io,” percepii il cuore iniziare a battermi all’impazzata. Cosa mi prendeva? “Senti…” iniziai.

“Cosa?”

“Niente. Lascia stare.”

“Dai, dimmelo. Non lasciare le frasi a metà.”

“Ho detto: niente.”

“Sei il solito cagasotto.” Francesco mi colpì in faccia con il cuscino.

“Ehi.” Strinsi il mio cuscino e lo centrai in testa.

Iniziò una lotta a cuscinate, finché Francesco perse la presa del suo cuscino che volò lontano. Stavo per cantare vittoria, pronto a dargli il colpo di grazia che lui mi si avventò contro, afferrandomi i polsi e schiacciandomi sul materasso, impedendomi di muovermi.

“Ho vinto,” esclamò.

“Ma non vale.” Cercai di spingerlo via, ma lui mi pesava addosso e non mollava la presa.

Eravamo uno sopra l’altro. I nostri volti a pochi centimetri di distanza. Francesco si avvicinò lentamente. Anche nella semi-oscurità riuscivo a vedere le sue labbra socchiuse. Deglutii, mentre mi avvicinavo a mia volta. Chiusi gli occhi e le nostre labbra si sfiorarono timidamente.

Poi lui estrasse la lingua e le nostre bocche si unirono. Non so quanto tempo passò, ma quando le nostre lingue si staccarono dal loro abbraccio poteva essere trascorso solo un istante o un’eternità. Francesco mi lasciò i polsi e si allontanò da me.

“Scusami, non so cosa mi sia preso.” Era voltato di schiena e la sua voce aveva una fragilità che non gli avevamo mai sentito prima. Mi avvicinai a lui e avvolsi il suo torace fra le mie braccia.

“Sei… sei così caldo.”

Lui dopo un attimo di sorpresa, si girò verso di me e mi abbraccio. Poi, quando sollevai il volto, ci baciammo nuovamente.

Francesco fece scorrere le mani lungo il mio collo, giù verso il basso. Mi alzò l’orlo della maglietta del pigiama e dopo essersi staccato dalle mie labbra, me la sfilò.

In spiaggia mi aveva già visto nudo, eppure non potei fare a meno di coprirmi, quasi imbarazzato dal suo sguardo. Lui mi baciò il collo e un bacio dopo l’altro mi obbligò ad aprire le braccia, scendendo verso l’ombelico.

Quando tentò di andare oltre, lo bloccai. Il mio pisello era gonfio sotto la stoffa del pigiama e mi vergognavo.

Lui, però, non si fece fermare. Con un agile e svelto movimento mi sfilò anche i pantaloncini, lasciandomi nudo di fronte a lui. Francesco si raddrizzò come a volermi vedere meglio. Se non fosse stato scuro, si sarebbe accorto del mio rossore sulle guance. Ma mi rassicurai nel vedere che dentro i suoi boxer anche lui era nella mia stessa situazione.

Francesco si piegò tra le mie gambe. Non ci furono parole da parte mia per fermarlo. La sua lingua mi stuzzicò la cappella. Poi scese verso il basso, a solleticarmi le palle. Mi coprii il volto a disagio.

Lui si ritirò, ma fu solo un attimo. Le sue labbra avvolsero la mia cappella. La sua bocca calda mi tolse il fiato. Il mio cazzo sembrava pronto a esplodere. Lui sembrò accorgersene, perché si staccò. Si inumidì un dito e lo fece scorrere verso il mio buchino.

“Non… non l’ho mai fatto,” balbettai, quasi tremando.

“Ne-neanch’io. Vuoi farlo lo stesso con me?” Nella sua voce c’era la paura di un rifiuto. Una paura che doveva perseguitarlo da molto tempo.

Io assentii con un gesto della testa. Francesco mi accarezzo il buchino e spinse lentamente il dito dentro. Emisi un gemito.

“Fa male?” mi chiese subito, bloccando il dito.

“No, va bene.”

Il suo dito entrò e ruotò dentro di me. Provò con due dita e quando sembrò che fossi a mio agio. Si alzò in piedi e si sfilò finalmente i boxer.

Anche nella notte il suo cazzo svettava fra le sue gambe. Era più grosso e lungo del mio. Sembrava già il pisello di uomo.

Francesco si inginocchiò fra le mie gambe. Io le allargai. Si inumidì il cazzo e con la mano lo puntò verso il mio buchino. Quando la sua cappella sfiorò il mio fiore di ragazzo, trattenni il fiato.

Francesco spinse. Mi morsi le labbra e dovetti trattenere un lamento di dolore. Infine, la cappella scivolò dentro, seguita dal resto. Mi sembrava di essere stato aperto in due.

“Posso muovermi?” chiese incerto Francesco. Io balbettai il mio assenso. Non osavo parlare per temere di lasciarmi sfuggire un gemito di dolore.

Francesco ritrasse il suo cazzo e lo spinse nuovamente a fondo. Il movimento del suo bacino era impacciato e irregolare. Non riuscii più a trattenere un lamento di sofferenza.

“Ti ho fatto male?”

“Un po’, ma non ti fermare. Voglio… voglio che continui.”

Francesco andava piano e cercava di dare un ritmo ai suoi colpi, ma perdeva rapidamente il controllo. Il dolore si affievolì e il mio cazzo tornò a pulsarmi.

Non durammo a lungo. Dopo un altro paio di affondi, sentii il cazzo di Francesco vibrare dentro di me. Francesco chiuse gli occhi, gettando indietro la testa.

Lanciò un gemito di piacere trattenuto, mentre schizzi del suo primo seme si riversava dentro di me. Il mio cazzo si agitò e senza che lo avessi toccato, schizzò un primo getto contro il petto di Francesco per poi terminare con uno sgorgare di liquido trasparente. Francesco mi crollò addosso. Il suo pisello ancora dentro il mio buchino.

Scoppiammo a ridere, una risata isterica. Eravamo pieni di sborra e puzzavamo come non mai. Lentamente ci staccammo l’uno dall’altro e andammo a lavarci in bagno. Quando tornammo a letto, ci addormentammo l’uno nelle braccia dell’altro.

Uccello di bosco

I giorni seguiti diventammo inseparabili. I nostri genitori erano piacevolmente sorpresi. Chissà se lo sarebbero stati altrettanto, se avessero saputo la verità.

I genitori di Francesco mi trovarono un materasso di ricambio. Alla sera mi sdraiavo sulla branda e appena tutti si erano coricati, sgattaiolavo nel lettone con Francesco. Passavamo la notte a divertirci, finché non crollavamo esausti.

Il giorno dopo, però, eravamo ancora energici per andare in spiaggia.

“Andiamo a dare un’occhiata nel bosco?” mi propose a un certo punto Francesco.

La baia era protetta alle sue spalle da una fitta foresta mediterranea. Pini marittimi, querce da sughero e ginestre crescevano selvagge, dando l’impressione di trovarsi su un’isola remota. Ci incamminammo per quella che sembrava una grande avventura.

“Ehi, Luca, guarda questo.”

Mi voltai e vidi Francesco che sorrideva malizioso. Il suo cazzo in tiro sporgeva da sotto il costume.

“Ma che fai. Qualcuno potrebbe vederci.”

“Ma non c’è nessuno. Dai, dagli un bacino.”

Mi guardai in giro circospetto. Qualcosa si mosse in un cespuglio.

“Sarà stato un animale,” minimizzò Francesco. Io sospirai e mi piegai verso il suo costume. Tirai fuori la lingua e gli diedi un misero assaggio.

“Tutto qui?”

Sorrisi e glielo presi in bocca. Aveva un gusto salato di acqua di mare. Il cespuglio si agitò nuovamente. Io mi staccai di scatto.

“Sarà anche un animale, ma è meglio che torniamo,”dissi.

“Dai, non mi vorrai lasciare così.” Francesco mostrò il suo costume, dove il suo cazzo premeva, creando un’evidente protuberanza. Risi e tornai fra le sue gambe e lui si abbassò il costume.

Le mie labbra avvolsero la sua cappella e poi spinsi accogliendo tutta l’asta. Mentre glielo succhiavo, gli accarezzai la leggera peluria che gli cresceva fra la base del pisello fino a lambirgli l’ombelico. I miei peli erano ancora pochi e piccoli, i suoi, invece, era quelli di un ragazzo già maturo.

“Sto venendo,” ansimò Francesco, estraendo il suo cazzo.

Non ebbi il tempo di reagire, che mi schizzò fiotti di sborra calda e densa in faccia. Quando il piacere dell’orgasmo fu svanito, Francesco non riuscì a trattenere una risata. Il suo liquido bianco mi colava sugli occhi e le guance. Cercai di pulirmi alla bene e meglio.

“È meglio che torniamo. Così ti dai una lavata in mare.”

Assicurandomi che nessuno mi vedesse, corsi in spiaggia e mi gettai in acqua. Francesco mi seguì, camminando lentamente, mentre se la rideva tra i denti. Mi strofinai per bene la faccia sott’acqua. Francesco mi sorprese alla spalle e mi sfilò in un colpo il costume.

“Fra’, mi vedono tutti. Ridammelo.” Mi abbassai a nuotare quasi con solo il volto fuori dall’acqua per essere sicuro che nessuno notasse nulla.

“Dai, non ti vede nessuno. Fammi vedere il tuo culetto, Luca.” Francesco agitava il mio costume in aria.

“Piantala di fare lo scemo. Dammi il costume.”

Qualcuno alle sue spalle gli rubò il costume di mano. Era un uomo o forse solo un ragazzo. Quando sei solo un adolescente quelli più grandi di te sembrano già tutti uomini adulti.

“Penso che questo sia tuo,” esclamò il ragazzo, gettandomi il costume. Lo afferrai al volo e me lo infilai in un solo movimento.

“Ehi, stavamo solo scherzando. Chi ti ha dato il diritto di immischiarti?” lamentò Francesco, irritato da quella intromissione.

“G-grazie,” balbettai, rivolto a quello sconosciuto.

Il ragazzo rispose con un saluto finto militare. “Luca, giusto? Ci vediamo in giro.”

Lo seguii con lo sguardo, mentre svaniva fra le onde.

“Che rompiscatole.” Francesco mi risvegliò dalla mia contemplazione. “Torniamo a riva?”

Mi diedi un’ultima controllata alla faccia e nuotammo verso la spiaggia.

Francesco si sdraiò sul bagnasciuga e io mi sedetti al suo fianco. Un pallone da pallavolo volò sopra le nostre teste, finendo in acqua. Mi alzai veloce per raccoglierlo.

“Grazie, Luca.” Era il ragazzo di prima. Gli porsi il pallone, leggermente a disagio. Lui fece per voltarsi, poi si bloccò. “Senti, sai giocare a pallavolo?”

Annuii. A casa facevo parte della squadra locale. Eravamo solo ragazzini, ma ce la cavavamo.

“Dai, allora vieni a giocare con noi. Ci manca una persona.”

Mi voltai verso Francesco. Lui si limitò ad alzare le spalle con disinteresse.

“Va bene,” risposi.

“A ogni modo, sono Mattia.” Si presentò il ragazzo.

Lui e i suoi due amici avevano disegnato un piccolo campo da beach volley sulla sabbia. Mattia insistette perché facessi coppia con lui. Francesco, che ci aveva seguiti silenziosamente, si sedette a bordo campo. I suoi amici non erano molto bravi e la prima partita la vincemmo senza grandi sforzi.

“Bene. Avete fatto la vostra partita. Possiamo andare ora, Luca?” chiese Francesco spazientito.

“Su, bimbo, non fare il guastafeste. Ci stiamo divertendo qua.”

“Ma chi stava parlando con te.”

“Facciamo solo un’altra partita. Poi andiamo,” dissi, cercando di smorzare gli animi.

Mattia fece il primo servizio. Lanciò in alto la palla, ma invece di andare nell’altra metà del campo andò a cadere di fronte a Francesco.

“Passami la palla, bimbo.”

Francesco raccolse il pallone e glielo lanciò in faccia. Mattia parò tranquillamente il colpo.

“Come siamo permalosi.”

La partita proseguì normalmente. A un certo punto, però, Mattia parò un colpo e il pallone quasi centrò Francesco in faccia, che riuscì a schivare il tiro all’ultimo.

“Ma che diavolo vuoi? Eh?!”

“Ehi, non ti scaldare tanto. Non ho mica fatto apposta,” si giustificò Mattia.

“Sì, come no. Luca, vieni andiamocene.”

“Fammi finire la partita.”

“Ho detto andiamocene.”

“Ehi, ragazzino, stai calmino. Ha detto che vuole finire di giocare. Non sei tu ha decidere.” Mattia si fece avanti protettivo.

“Luca, andiamo.”

“Ho detto che voglio restare.” Stava iniziando a irritarmi.
“Preferisci stare con ‘sti scemi che con me?”

“Sì, tu non fai che fare il bulletto tutto il tempo. Sono stufo. Potrò decidere anche da me.”

Francesco mi fissò inespressivo. “Va bene,” disse semplicemente e se andò.

Riprendemmo la partita. Giocammo ancora un bel po’, finché non decidemmo di fare una pausa.

“Vieni, abbiamo portato un po’ di frutta,” mi propose Mattia. Li seguii nel boschetto alle spalle della baia. Avevano trovato un angolino riparato, dove potevano stare tranquilli senza essere disturbati.

Per andare, dobbiamo venire

“Eccoci qua,” esclamò Mattia. Eravamo usciti in una piccola radura.

“Ma non c’è niente.”

“Abbiamo fragole e banane. E sono tutte per te. Sappiamo che ne vai matto,” disse il ragazzo di nome Angelo, massaggiandosi fra le gambe.

“Che cosa…?”

“Ti abbiamo visto come lo succhiavi al tuo amichetto sfigato.” La voce di Mattia era dura e maliziosa.

Feci per andarmene, ma appena mi voltai mi trovai davanti Alessandro che mi sormontava con la sua stazza. “Dove credi di scappare?”

“Per favore, lasciatemi andare.”

“Ma certo che ti lasciamo andare. Prima, però, dobbiamo venire noi.” Mattia liberò dal suo costume un grosso cazzo rugoso. “Tutta altra storia rispetto al cazzetto da bambino del tuo amico.”

Angelo mi prese alle spalle e mi piegò in avanti, verso il cazzo di Mattia. “È ora di fare il tuo dovere, putanello.”
“Fa come dice, Luca. Loro sono meno gentili di me. E non gridare o vuoi che succeda qualcosa di male al tuo amichetto?”

“Francesco non ha fatto nulla. Lasciatelo in pace.”

Mattia scoppiò a ridere. “Bene, allora sai cosa fare.”

Avevo il suo cazzo a pochi centimetri dalla faccia. Ingoiai il mio orgoglio e aprii la bocca. Le mie labbra avvolsero la sua asta salata e iniziai a succhiare.

“Mettici più impegno,” mi ordinò Angelo, spingendomi la testa sul cazzo dell’amico. La sua asta mi grattò il fondo della gola, mentre i suoi folti peli di uomo mi stuzzicavano il naso. Ebbi un conato di vomito, ma Angelo lasciò la presa prima che potessi soffocare.

Ero troppo spaventato per fermarmi. Ciucciai come meglio potei. Dovevo soddisfarli, altrimenti se la sarebbero presa con Francesco. Mattia ansimava silenzioso con la testa inclinata all’indietro.

Alle mie spalle Angelo mi tirò giù con uno strattone il costume, lasciando il mio culetto all’aria.

“Guardate che culetto, sembra proprio fatto per essere scopato.”

“Il tuo amichetto ti ha già rotto il culo?” chiese Alessandro.

Fu Angelo a dargli la risposta. Avvicinò la sua cappella al mio buchino e, dopo averci sputato sopra, spinse il suo bastone dentro di me.

Mattia mi schiacciò il suo cazzo in gola per impedirmi di urlare, ma non poté fermare le lacrime che mi scivolarono sulle guance.

“È stretto, ma scommetto che è già stato aperto varie volte,” commentò Angelo, ridacchiando.

Non perse un istante e iniziò a muovere il bacino avanti e indietro. I suoi colpi erano più sicuri di quelli di Francesco. Estraeva quasi completamente il cazzo e lo ripiantava con forza fino all’elsa. Le sue grosse palle mi sbattevano contro il culo.

Presto Mattia si stufò di essere solo ciucciato. Staccò il suo cazzo dalla mia bocca e si alzò. Ma non ebbi molto tempo per prendere fiato: Alessandro prese il suo posto e iniziò a scoparmi la bocca con la stessa forza che Angelo aveva usato nel mio culo.

Mattia alle mie spalle fece scostare Angelo, nonostante le lamentele di quest’ultimo.

“L’ho trovato io questo bocconcino. Se c’è qualcuno che deve sborrarlo per primo quello sono io.”

Mattia mi strofinò la fessura del culo con la sua mazza, poi senza preavviso me lo infilò dentro. Anche se era grosso uguale a quello di Angelo, era innegabilmente più lungo.

La sua cappella mi schiacciava la pancia, obbligandomi a inarcare a schiena per diminuire il dolore. I miei gemiti di dolore sembravano eccitare ancora di più Mattia, perché mi afferrò per le braccia e si aiutò con i colpi.

Alessandro stava raggiungendo l’orgasmo. Il suo cazzo si gonfiò ancora di più nella mia gola. La mia saliva cadeva copiosamente sulla sabbia. Lo sentii grugnire. Sfilò il suo cazzo e mi schizzo la sua sborra calda, quasi bollente, sulla faccia.

Angelo prese subito il suo posto. Sembrava non farcela più. Presi il suo cazzo in bocca. Poi lui mi prese una mano e se la porta alle sue palle.

“Massaggiale,” ,i ordinò.

Alle mie spalle Mattia stava raggiungendo l’apice. Mi stringeva i fianchi con forza e mi spingeva indietro, facendomi impalare sul suo cazzo, mentre lui lo conficcava contro di me. Lanciò un grido di goduria, mentre estraeva il cazzo e mi innaffiava il culo con la sua sborra densa.

“LUCA. LUCA,” gridò qualcuno, mentre Angelo mi schizzò getti densi del suo liquido nei capelli.

Quando Mattia ebbe pulito il suo arnese ormai scarico sulle mie chiappe, mi accasciai esausto sulla sabbia. Dal mio culo ancora mezzo sollevato colò un filo di sborra lungo le gambe.

“Luca, che cosa…?” Francesco si gettò in ginocchio al mio fianco e mi sollevò la testa sulle sue gambe. “Siete dei mostri,” urlò a Mattia e ai suoi amici. Loro scoppiarono a ridere, mentre si tiravano su i costumi.

“Era così tenero con le lacrime negli occhi, mentre gli rompevo il culo,” Angelo sghignazzavo.

“Dovresti fare maggiore attenzione al tuo ragazzo,” lo schernì Mattia.

“Chiamerò la polizia,” sibilò Francesco.

“E perché? Lui ha fatto tutto volontariamente,” fece notare Angelo.

“O quasi. Aveva così tanta paura che ti succedesse qualcosa,” disse Mattia con un tono piagnucoloso.

“Ihaaaaaa.” Francesco lanciò un urlo e si gettò a testa bassa contro Mattia.

Lo centrò in petto, facendolo rovesciare sulla sabbia. Poi gli si buttò sopra e iniziò a prenderlo a pugni in faccia.

Dopo il primo attimo di sorpresa Mattia reagì e con un unico cazzotto ben assestato fece fare un volo di qualche metro a Francesco.

Mattia si rialzò, sputando della sabbia.

“Piccolo pezzo di merda. Ora ti faccio vedere io,” minacciò, avvicinandosi a Francesco. Ma Angelo lo bloccò per un braccio.

“Lascia stare. È solo un ragazzino sfigato.”

“Hai visto quello che mi ha fatto? Non gliela faccio passare liscia.”

“Ehi, laggiù. Tutto bene? Cosa sta succedendo?” gridò qualcuno da dietro la boscaglia.

“Ragazzi, è meglio che ce ne andiamo prima che ci vedano,” esclamò Alessandro.

Mattia lanciò un ultimo sguardo pieno di rabbia a Francesco. Sputò verso di lui e si voltò, svanendo fra gli alberi insieme ad Angelo e Alessandro.

“Mi dispiace,” sussurrai. “Avevo paura che ti facessero del male.”

“È colpa mia. Scusami,” balbettò Francesco, scuotendo vigorosamente la testa, mentre gli occhi gli si riempivano di lacrime. “Non faccio il bulletto. Ho sempre avuto paura che tu mi rifiutassi. Volevo dimostrare che non provavo niente per te. Ma io ti amo. E poi mi irritavo, quando tu non mi guardavi, quando non mi parlavi, quando mi evitavi.”

Francesco scoppiò a piangere, abbassando la testa. Le sue lacrime iniziarono a bagnarmi il volto.

“Scusami,” disse Francesco, cercando di asciugarmi la faccia dalle sue lacrime.

“Sono pieno di sborra e sabbia. Le tue lacrime sono l’ultima cosa.” Riuscii a sorridere.

Francesco si asciugò gli occhi con il braccio.

Sollevai una mano e gli accarezzai il volto. “Anch’io ti amo. Mi spiace essere stato freddo con te.”

Ci abbracciammo.