Quando mi svegliai all’improvviso, il letto oscillava violentemente. La luce della Luna illuminava la cabina. Le parenti sembravano traballare, ma ero solo io che stavo tremando.

“Mamma, mamma. Che cosa succede?” Gridai, saltando giù dal letto. Il pavimento oscillava come e più del letto e mi ritrovai per terra.

“Luca, stai bene? Presto andiamo.” Mia madre comparve sulla soglia e mi afferrò per un braccio, tirandomi su con forza. In corridoio c’era mio padre.

“Veloci, non c’è tempo.”

“Ma che cosa succede?” Chiesi nuovamente, mentre correvo.

Poi sentii come il rumore di un sasso che finisce in una pozzanghera e mi resi conto che avevo i piedi bagnati. C’era acqua lungo tutto il corridoio.

“Aiuto, per favore, qualcuno mi aiuti.” Un ragazzina bussava con forza alle porte della cabine.

“Sara, dove sono i tuoi genitori?” Mia madre lasciò il mio braccio e si avvicinò alla mia amica.

“Sono bloccati nella loro cabina. Non riesco a farli uscire. Per favore, aiutatemi.” Sara scoppiò a piangere.

“Va tutto bene. Li salveremo, ma calmati e smettila di piangere.” Mia madre afferrò Sara per le spalle e la fissò dritta negli occhi. Sara annuì, singhiozzando.

“Vado io ad aiutarli. Tu porta i ragazzi sul ponte.” Esclamò mio padre, correndo verso la cabina dei genitori di Sara.

Mia madre prese me e Sara per un braccio e iniziò di nuovo a correre. Lungo il corridoio, su per le scale, sempre più su.

La nave si inclinò. Si inclinò troppo. Un suono sordo fece tremare le scale.

Il soffittò ci crollò sopra le teste. Mia madre cercò di proteggere me e Sara con il corpo, ma fummo illesi. La scala, però, era bloccata. Iniziammo a gridare, cercando di spostare le macerie. Finalmente si aprì uno spiraglio.

“Signora Gasser, sta bene?”

“Marco? Sei tu, Marco?”

Il volto di un ragazzino apparve nel buco fra le macerie. Mia madre e Marco presero a spostare calcinacci e detriti. Finalmente si aprì uno spazio sufficientemente largo. Mia madre fece passare prima Sara, poi mi infilai io.

“Marco.”

“Signora?”

“Marco, tu sei il più grande. Ti affidò la vita di mio figlio e di Sara. Portali in salvo.”

“Mamma? Mamma cosa vuoi fare?”

“Tuo padre è rimasto indietro. Anche i genitori di Sara. Devo andare ad aiutarli. Non ti preoccupare. Vi raggiungeremo.” Mia madre cercò di sorridere, ma il suo volto esprimeva solo paura.

“Mamma. Mamma.” Gridai, allungando il braccio verso di lei, ma mia madre si voltò e corse giù per le scale. “Mamma, aspetta. Vengo con te. Aspetta.”

Cercai di infilarmi nuovamente nel buco, ma Marco mi afferrò per la vita e mi tirò indietro.

“Cosa diavolo fai? Lasciami andare.” La mia voce era diventata un piagnucolio.

“Hai sentito cosa ha detto. Tornerà.”

“Ma…”

“Smettila di frignare. Non c’è tempo. Dove credi che siano i miei genitori? Sto forse piangendo?” Urlò con rabbia, strattonandomi per le spalle.

Intravidi un accenno di lacrime negli occhi, ma Marco cercò di resistere. Abbassai lo sguardo e mi lasciai trascinare via.

C’era gente che correva di qua e di là in preda al panico. La nave era sempre più piegata. Io e Sara eravamo persi, ma Marco ci guidò fra la folla. Ci arrampicammo sul bordo della nave ormai quasi piegata su un lato.

“Dobbiamo saltare.”

“Cosa? No.” Esclamò Sara. “E le scialuppe?”

“Metà delle scialuppe sono affondate con la nave. Le altre sono inutilizzabili. Dobbiamo saltare. Altrimenti verremmo trascinati in profondità con la nave.”

“Ma…”

“SALTATE.” Marco gridò e si lanciò in mare.

Io e Sara ci guardammo. Annuii. Inspirai profondamente e mi gettai nel vuoto.

Il tonfo mi fece precipitare talmente tanto in profondità che temetti non sarai più emerso sulla superficie. Ma tornai a respirare. Al mio fianco apparve il volto spaventato di Sara.

Mi guardai attorno in preda all’ansia. Non riuscivo a trovare Marco. Era affogato? Ci aveva abbandonati?

“Sara. Luca.” Marco ci chiamò a gran voce, agitando il braccio.

Aveva trovato un canotto e si era messo in salvo. Ci venne incontro e riuscimmo a salire a bordo.

Sara lanciò un urlo e scoppiò a piangere. La nave stava per essere inghiottita dalle acque.

Non riuscii a trattenere le lacrime. Guardai Marco, ma si era voltato dall’altra parte e remava frenetico. Sapevo che anche lui stava piangendo.

Non ricordo, quando mi sono addormentato, ma è stato un tamburellare ritmato a risvegliarmi. Un grosso gabbiano stava beccando il gommone.

“Nooo.” Gridai, lanciandomi contro di lui.

Fu troppo tardi. Il gabbiano diede un’ultima violenta beccata. Uno sbuffo d’aria seguito da un fischio lo fece fuggire.

“No, no, no.” Marco si era svegliato e corse a cercare di tappare il buco prima che fosse troppo tardi.

“Ragazzi.”

“Forse c’è qualche cosa per riparare il buco.” Dissi, iniziando a rovistare sul fondo del gommone.

“Ragazzi.”

“Che c’è Sara? Non lo vedi che affondaaa…” Marco non riuscì a terminare la frase.

“Siamo salvi.” Disse Sara, indicando la foresta di palme che si innalzava alle sue spalle.

Eravamo salvi. Scoppiammo a ridere e saltammo giù dal gommone. La sabbia era calda sotto i piedi. Corremmo avanti e indietro sulla spiaggia. Eravamo salvi.

Alla fine ci calmammo e iniziammo a camminare lungo la banchina alla riceva di qualcuno.

Camminammo per non so quanto tempo. Alla nostra sinistra c’era sempre la foresta di palme e alberi tropicali e destra l’oceano.

Quando raggiungemmo una grossa scogliera, decidemmo di risalire il monte che domina alle spalle della foresta. Camminavamo sempre più in alto. Sempre più ripido. Infine, giungemmo in cima.

Gli occhi scorrevano veloci giù per le pendici verdi del monte fino a spaziare nell’oceano infinito. Oceano da ogni parte.

“Un’isola. Un’isola disabitata.” Sara si accasciò a terra e prese ad agitare la testa fra le mani.

“Andiamo. Torniamo al canotto. Dobbiamo prepararci per la notte.” Marco si voltò e rimise in cammino.

“Perché? Siamo soli e senza speranza. Nessuno sa dove siamo. Non c’è più nessuno.” Gridai con rabbia.

“Se tu vuoi restare qua a piagnucolare, fai pure. Ma lamentarsi e piangere non serve a niente.” Senza neppure guardarci, Marco si allontanò. Misi una mano sulla spalla di Sara ancora sconvolta e l’aiutai ad alzarsi. Scendemmo il monte in silenzio, ognuno perso nei suoi pensieri.

Quella notte la passammo l’uno vicino all’altro nel gommone che avevamo trascinato sotto le palme. I giorni seguenti iniziammo a costruire la nostra base in attesa che qualcuno venisse a prenderci. I giorni passarono, poi anche le settimane.

Lentamente avevamo creato una nostra routine. Marco pescava sugli scogli, soprattutto granchi, perché non era ancora pratico con i pesci. Mentre io e Sara cercavamo frutta e bacche nella foresta. C’erano avocado, cocco, guaiava e persino ananas a banane. Passavamo le giornate a dormire, nuotare, giocare. Alla fine era bella questa vita senza scuola, senza compiti.

Un giorno una tempesta investì l’isola. Le gocce di pioggia sembravano proiettili, le palme si piegavano quasi a spezzarsi. Le onde erano altre metri e la spiaggia era scomparsa.

“Una nave.” Esclamò Sara, indicando davanti a sé, oltre le onde, lontano una luce vibrava all’orizzonte. Ci alzammo tutti di scatto, portandoci sulla soglia della nostra capanna.

“Non ci vedranno mai.” Sospirai.

“Ci vedranno. Devo vederci.” Sara corse fuori sotto la pioggia.

“Sara, è troppo pericoloso. Torna indietro. Sara.” Gridai, ma lei era già corsa via e i tuoni coprivano ogni suono. Marco si fiondò fuori e io non potei far altro che correr loro dietro.

“Sara. Sara.” Gridavo e gridavo, ma il vento era troppo forte e mi sembrava che le parole mi tornassero in gola. La tempesta divenne sempre più forte. Non riuscivo più a vedere nulla. Mi rifugiai sotto un sasso e rimasi in attesa, finché non mi addormentai.

Quando finalmente il Sole si aprì un varco tra le nuvole, mi rimisi in cammino alla ricerca di Sara e Marco. Il vento aveva completamente stravolto l’isola. La spiaggia era piena di detriti trascinanti dal mare, molti alberi erano spezzati.

“Marco. Marco.” Agitai il braccio, quando vidi Marco in piedi sulla scogliera. Quando lo raggiunsi vidi che stringeva qualcosa nella mano.
“È la maglietta di Sara?” Chiesi.
“È ancora viva. Dobbiamo solo trovarla.”
Iniziammo subito a cercarla. Prima attorno alla scogliera, poi sempre più lontano. La cercammo per giorni, ma di Sara nessuna traccia.

“Sarà non c’è più, Marco.” Dissi, appoggiando una mano alla spalla di Marco che fissava il Sole che scompariva all’orizzonte, la maglietta di Sara sempre stretta nella sua mano.
“Stai zitto.” Esclamò, scrollandosi di dosso la mia mano. “È viva. Lo so. Lo sento.”
“Dobbiamo procurarci del cibo. Abbiamo quasi finito le scorte.”
“Se tu vuoi arrenderti, fallo pure, ma io continuerò a cercarla.”
Scossi il capo e mi voltai. Stava per scendere la notte. Dovevo accendere il fuoco.

Marco cercò Sara ancora per qualche giorno. Infine, si raggomitolò nella capanna e rimase così in silenzio. Io continuavo a occuparmi di mandare le cose avanti. Raccoglievo legna e frutta, riparavo la capanna e ogni sera accendevo il fuoco.

E una di quelle sere, mentre stavo provando a cuocere uno strano grosso frutto dalla scorza dura, Marco uscì dalla capanna e si sedette vicino al fuoco. Gli offrii da mangiare e stavolta accentò il cibo. Mangiò rapidamente con avidità. Quando avemmo finito, restammo in silenzio a fissare le fiamme.

Poi Marco iniziò a piangere. Non l’avevo mai visto piangere e adesso piangeva a dirotto.

“Dovevo tenerla al sicuro. L’avevo promesso.”

Mi portai al suo fianco e lo abbracciai. Lui continuò a piangere.

Dopo quella sera non parlammo più di Sara, né della nave che avevamo visto durante la tempesta.

Segandosi di nascosto

Le settimane erano diventate mesi e ormai la speranza di essere salvati svaniva sempre più. Eravamo tornati alla nostra routine. Io giravo i boschi alla scoperta di nuovi strani frutti e Marco scrutava l’acqua per pesci e granchi.

Mentre camminavo con il nasco all’insù nei boschi, però, me lo trovai davanti. Era seduto contro una roccia con gli occhi chiusi, la testa inclinata all’indietro. Aveva la canotta solleva che svelava la sua pancia e i pantaloncini abbassati fino alle caviglie. Tra le gambe svettava il suo cazzo in erezione. La sua mano si muova ritmicamente lungo la sua asta.

Mi voltai di scatto, nascondendomi dietro un grosso tronco. Avrei dovuto andarmene, ma rimasi immobile. Sentivo i sospiri sommessi di Marco e lo strusciare della sua mano. Diedi un’altra sbirciata. Avevo intravisto il suo cazzo molte volte. Mentre si svestiva o quando si bagnava pescando. Ma non l’avevo mai visto in tiro.

Era più grosso del mio e forse anche più lungo. Delle palle sode penzolavano alla sua base. Sembrava già il cazzo di un uomo, non più quello di un ragazzino. La sua cappella lucida sembrava quasi esplodere. Marco accelerò il ritmo. La sua mano scivolava su e giù sempre più rapida. Si morse il labbro, mentre una smorfia di piacere gli si disegnò in volto.

Il suo corpo si tese come un arco. Gli addominali risaltarono ancora di più. Uno getto di liquido bianco schizzò dalla cima del suo cazzo. Volò poco lontano. Poi un’altra schizzata fece scattare quella nerchia e poi ancora un’altra meno intensa.

Marco respirava quasi affannato. Lentamente sollevò la testa. Fissò quasi con orgoglio le macchie di sborra che chiazzavano la terra di fronte a lui. Si alzò e si tirò su i pantaloncini sistemandosi il pacco, forse con il cazzo ancora sporco della sua stessa sborra.

Mi acquattai contro l’albero e aspettai che si fu allontanato. Poi vi avvicinai al luogo, dove era venuto. Tre grosse macchie bianche risaltavano contro la terra scura. Mi abbassai e allungai le dita. La sborra era ancora tiepida. La saggiai fra le dita: era densa. Lentamente avvicinai la mano al naso. Inspirai. Quell’odore intenso, quasi acre, mi inebriò. Il mio cazzo si indurì nei pantaloncini.

Me li abbassai e mi smanettai frenetico. La mia mente piena di immagini di Marco nudo. Gemetti e i miei schizzi di sborra si andarono ad aggiungere a quelli di Marco.

I giorni seguenti, ogni volta che Marco svaniva nella foresta, sgattaiolavo dietro di lui e mi appostavo tra i cespugli.

Marco si metteva comodo contro il suo sasso. Sollevava la maglietta e si abbassava i pantaloni. Non mi ero mai reso conto di come fosse più fisicato di me. Il suo bicipite si contraeva, mentre faceva scivolare la mano lungo la sua asta in erezione. La sua tartaruga di tendeva e si animava con i suoi spasmi di piacere. Aveva anche più peli. Un cespuglio chiaro si allungava fino a lambire l’ombelico. Avevamo la stessa età, forse lui un anno in più, eppure Marco sembrava così maturo, così uomo.

Per giorni fu un regolare appuntamento. Marco si segava e sborrava e io con lui poco lontano, nascosto e silenzioso. Ma una volta arrivai alla piccola radura e lui non c’era. Eppure si era alzato e immerso nella foresta. Vagai alla sua ricerca per un po’. Alla fine mi diedi per vinto e mi voltai per tornare al capanno.

Appena mi girai me lo trovai davanti. Era seduto con il cazzo stretto nella mano. Aprì gli occhi di scatto e mi fissò per un lungo, lunghissimo istante.

“Che cazzo…” Esclamò infine lui. Saltando in piedi e infilando rapido il suo cazzo nei pantaloni. Io mi voltai imbarazzato.

“Scusami, non… non volevo… ” Balbettavo senza sapere cosa dire.

Tornammo alla spiaggia insieme, in silenzio. Io camminavo di fronte, lui dietro.

Quella sera mangiammo senza scambiarci una parola. Fissavamo le fiamme del fuoco, cercando di evitare di incrociare lo sguardo dell’altro.
“Mi dispiace.” Dissi, senza sapere veramente perché.
Lui alzò le spalle, cercando di sembrare a sua agio. “Tutti si smanettano.”
“Già.”
Calò nuovamente il silenzio.
“Prima ti ho interrotto… se vuoi… se vuoi puoi finire… Visto che è buio.” Aggiunsi dopo un po’. Durante la notte non ci allontanavamo quasi mai dal fuoco.

Marco mi fissò un po’ sconvolto, ma sapevo che era percorso dalla mia stessa tensione. La tensione di chi stava per venire, in preda all’eccitazione, un’eccitazione che non andava via finché non avevi sborrato.

Marco scosse il capo. “Tu sei tutto scemo.” Ma non lo disse troppo convito.
“Se vuoi mi sego anch’io. Così è meno imbarazzante.”

Marco ci pensò un attimo, ma alla fine acconsentì. Iniziammo a masturbarci sotto i pantaloni. Lentamente, controllando di sottecchi l’uno l’altro. Lui per assicurarsi che non lo stavo spiando, io, invece, per sbirciare al suo rigonfiamento tra i pantaloni.

Presto i nostri cazzi erano troppo duri e troppo gonfi. La mano si muoveva con fatica. Marco stufo si tirò giù i pantaloni e iniziò a segarsi bellamente davanti a me. Io mi feci coraggio e feci lo stesso.
“Direi che non c’è dubbio su chi ha vinto.” Marco sorrideva orgoglioso.

Lo fissa interdetto. Lui fece un cenno del capo verso il mio cazzo e indico il suo con entrambe le mani. Arrossi imbarazzato, nascondendo il mio pisello. Lui scoppiò a ridere.

“Sei tu che l’hai proposto.”

Il suo cazzo era innegabilmente più grosso del mio. Il mio era ancora il cazzo di un bambino, il suo quello di un adulto.

“Cazzo, non ce la faccio.” Esclamò Marco.
“Vuoi… che te lo sego io?” Non so come mi uscirono quelle parole.
“Ma che cazzo… non sono mica gay.” Marco si alzò sconvolto e si allontano sulla spiaggia.

Maledizione. Che casino avevo fatto. Avevo rovinato definitivamente il rapporto con l’unica altra persona su quest’isola desolata. Mi strinsi la testa tra le mani, fissando la sabbia, cercando di farmi venire in mente una soluzione per risolvere questa situazione.
“Vuoi davvero segarmelo?” Marco era riapparso di fronte a me. Era tutto teso e a disagio.
Aprii e chiusi meccanicamente la bocca, senza sapere cosa dire. Alla fine annuii.

Dopo un attimo di imbarazzo Marco si sedette su una pietra vicino a me. Senza guardarmi, si aprì la patta ed estrasse il suo cazzo, ormai barzotto. Chiuse gli occhi e rimase in attesa.

Non avevo mai toccato il cazzo di qualcun altro, oltre al mio. Il cuore mi batteva forte. La mano mi tremava, mentre l’allungava verso quel pezzo di carne viva. Marco ebbe uno scatto, quando gli afferrai il cazzo con la mano.

Era morbido e caldo. In un attimo era nuovamente in piena erezione. Mesi e mesi a masturbarsi sembravano averlo reso estremamente reattivo. Iniziai a muovere la mano su e giù. La sua pelle liscia scivolava tra le mie dita. La cappella gonfia e lucida sembrava brillare alla luce delle fiamme. L’avevo ammirato così tante volte da lontano, che quel momento non mi sembrava neppure reale.

Delle gocce di pre-sperma zampillarono fuori dalla punta del suo cazzo. Deglutii. Sentii l’impulso a leccarle via. Non so cosa mi stava succedendo. Era più forte di me. Volevo assaporare i suoi umori. No. Dovevo trattenermi. Mi ero già umiliato abbastanza, offrendomi di segargli il cazzo. Cosa avrebbe pensato di me?

Ma in quel momento non mi importava. Mi passai la lingua sulle labbra. Avvicinai la bocca e leccai. Marco aprì gli occhi di scatto. Ma non si ritrasse. Rimase come in un’attesa spasmodica. A me non importava più nulla. E anche a lui non sembra più importare che fossi un ragazzo.

Quelle gocce avevano un buon sapore. Un sapore che non avevo mai assaggiato prima. Era il gusto della trasgressione. Era il gusto del maschio. Inspirai profondamente e socchiusi la bocca. La mia testa si abbassò su quell’asta eretta. Le mie labbra avvolsero la cappella. La mia lingua accarezzo l’asta e roteò, saggiando la durezza di quel bastone virile.

Marco gemette e lanciò indietro la testa. I muscoli delle sue cosce si tesero. Avevo un cazzo in bocca. Avevo il cazzo di Marco in bocca. Iniziai a muovere la testa su e giù. La mia saliva rendeva scivolosa la sua asta. Mi piaceva la sensazione soffice e liscia eppure dura e solida del suo cazzo contro le mie guance.

Non so se ero bravo, ma Marco ansimo e gemette. Le sue dita affondarono nella sabbia. La grossa vena del suo cazzo era gonfia come non mai. L’asta vibrò. Uno schizzo denso e caldo mi colpì il palato. Poi un altro. E ancora uno. Il gusto pastoso della sborra mi impregnò la bocca.

Non sapevo cosa fare. Avevo il suo seme in bocca. Marco ansimava. Dovevo sputare? Eppure non mi faceva schifo come avrei immaginato. Mi piaceva tenere quella sua parte di lui così intima, così legata al suo piacere, sulla lingua.

Marco alzò la testa e aprì gli occhi. Ingoiai. La sua sborra colò lungo la mia gola. Lui spalancò gli occhi, aprendo la bocca.

C’era peggiore umiliazione? Era come aver dichiarato la mia servitù. Marco abbassò gli occhi e incrociò il mio cazzo in tiro fra le gambe. Distolse subito lo sguardo.

Io mi alzai imbarazzato e mi allontanai. Marco andò sulla banchina a lavarsi. Lo fissai nell’oscurità e un paio di seghe esplosi in una serie di schizzi incontrollati.

È la mia prima volta

Il giorno dopo non parlammo di quello che era successo la notte prima. Era un sollievo che Marco mi trattava come prima. Ma la sera fu diverso. Quando ci coricammo sulle nostre brandine di foglie, Marco si sdraiò sulla schiena e tirò su il suo cazzo in erezione. Iniziò segarsi rumorosamente, illuminato dalla debole luce della Luna.

Era un invito. O forse più richiamo. Mi portai fra le sue gambe e glielo succhiai. Glielo succhiai le notte seguenti. E poi durante il giorno: in spiaggia, nella foresta, fra gli scogli. In piedi, sdraiato, sopra di me.

“Senti,” disse una sera, mentre si lasciava ciucciare il cazzo. “Senti, avresti… ti andrebbe… di provare… cioè, sai, qui, non avremmo mai occasione di farlo con una ragazza… forse, pensavo, potevo scopare.”

Non stavamo forse scopando? Ma sapevo cosa intendeva. Smisi di succhiargli il cazzo. Voleva mettermelo dentro. Da quella parte.

Non posso negare di averci fantasticato qualche volta. Però, farlo davvero era tutta un’altra storia.

“Lascia stare. Volevo giusto chiederlo.” Marco distolse lo sguardo, forse messo a disagio dal mio silenzio.

“È la mia prima volta,” balbettai. “Non so se è una cosa giusta.”

“Non l’ho saprà mai nessuno. Ci siamo solo noi sull’isola.”

Rimasi a lungo in silenzio. Marco prese a masturbarsi il cazzo. Sembra impossibile che quella grossa mazza potesse entrare dentro di me.

Annuii, senza riuscire a staccare gli occhi dal suo cazzo che appariva e spariva tra le sue dita. “Non l’ho mai fatto.”

“Neanch’io. Devi solo girarti.”

Mi voltai a gattoni. Marco mi tirò giù i pantaloncini, svelando il mio culo. Avrei voluto sotterrare la faccia nella sabbia. Le sue mani esplorarono le mie chiappe. Fui percorso da un fremito. Non so se di paura o di piacere. Stavo tremando.

Marco avvicinò il suo cazzo al mio culo. La sua cappella mi sfiorò il buchino.
“Entro.” E spinse.
“Fa male.”
“È molto stretto.” Continuò a spingere. Con una mano mi afferrò a un fianco, mentre l’altra era stretta attorno al suo cazzo.
“Fa male. Non ce la faccio.”
“Ci siamo quasi.”

La sua cappella riuscì a superare la mia resistenza. Era dentro. Avevo immaginato tante volte cosa avrei provato la prima volta. Ma nessuna era come quello che sentii in quel momento. Lanciai un urlo, mentre Marco infilò la sua asta fino all’elsa nella mia carne.

Era come se con un bastone mi avessero lacerato il culo.
“È troppo grosso. Devo abituarmi.” Provai a balbettare.
“Aspetta, ti aiuto.” Ritrasse il suo cazzo, dandomi un temporaneo sollievo, ma subito la spinse nuovamente dentro. E poi ancora fuori. E poi dentro.

Mi stava scopando. Ecco come mi aiutava. Ogni colpo inarcavo la schiena, stringendo la sabbia nel pugno delle mani.

Lentamente, però, sembrava funzionare. Il mio culo si stava abituando al quella mazza piantata dentro. Faceva sempre male, ma allo stesso tempo era piacevole. Mi piaceva, ma non volevo farglielo vedere.

Come per il primo pompino, così anche questa prima scopata fu rapida. Marco faticava a mantenere il ritmo. Ogni tanto i suoi colpi erano rapidi e scordinati, altre volte erano lenti, ma forti, affondi quasi violenti, che mi mandavano lo stomaco in gola.

Il respiro di Marco divenne affannato. Chiuse gli occhi, mentre il volto si contorceva in una smorfia. Il corpo si tese. Il suo cazzo si agitò nella mia carne. Getti di sborra si riversarono nel mio culo. In profondità. Diede ancora una serie di colpi. Poi cadde all’indietro sulla sabbia. Il suo cazzo scivolò fuori, esausto.

“Uao. Meglio di qualunque pompino.” La voce di Marco era spezzato dal fiatone.

Io non dissi nulla. Rimasi immobile. A quattro zampe, senza voltarmi, con il culo sollevato. Avevo ancora il cazzo in tiro. Avrei voluto masturbarmi. Ma avevo paura che avrebbe capito che, nonostante il dolore, mi fosse piaciuto.

Lentamente il respiro di Marco tornò regolare. Si alzò e si diresse verso il mare per darsi una lavata. Quando si fu allontanato, mi spostai dietro la capanna. E lì, lontano dai suoi occhi, mi segai.

Mi segai pensando a lui che mi scopava. A Marco che me lo metteva in culo. A lui che sborrava. Al suo seme che ancora si agitava dentro di me.

Schizzi di sborra macchiarono la sabbia. E, mentre il piacere svaniva, ebbi un moto di vergogna. Avevo perso la mia verginità, perdendo la mia virilità.

Marco ormai aveva provato il piacere del culo e i giorni successivi divenne sempre più insistente. Non si accontentava più solo del pompino, tanto meno della sega.

Non so se fossero le giornate lunghe e vuote, oppure gli ormoni di adolescenti, ma l’energia di Marco sembrava inesauribile. E anche la sua sborra.

Ogni giorno mi schizzava in culo. E la sua sborra agiva quasi da clistere e mi preparava il culo per la volta seguente, che in alcuni casi finiva per essere la sera stessa. Ormai il mio culetto si era abituato al suo cazzo, ma era perennemente indolenzito dalle sue botte.

Una mattina mi stava scopando su un’altura. Voleva godere del panorama, mentre godeva del mio culo. Eravamo in piedi. Io piegato a novanta gradi. Mi stringeva i fianchi, mentre il suo cazzo affondava nella mia carne.

C’era qualcosa che correva sulla spiaggia. Strizzai gli occhi. “C’è qualcuno. È una persona.” Esclamai, indicando verso la banchina.

“Sto per venire.”

“Ci vedrà.” Cercai di svincolarmi dalla sua presa.

“Ci sono quasi.”

“Sta andando verso la nostra capanna.”

“Cazzo.” Alla fine Marco sfilò il suo cazzo ancora in tiro, facendomi sobbalzare.
Cercammo di sistemarci e corremmo giù in spiaggia.

Il cazzo di un uomo

“Così eravate anche voi sulla nave? Siete stati bravi a costruirvi questo angolino.” Alessandro mangiava avidamente, seduto di fronte al nostro fuoco sulla spiaggia.

Durante il naufragio si era salvato legando assieme una serie di casse galleggiati. Su quella precaria zattera aveva vagato per giorni sotto il Sole inclemente. Era sopravvissuto mangiando pesci, finché non era approdato sulla nostra isola.

“Com’è che non ti abbiamo mai visto per tutto questo tempo?” Chiese bruscamente Marco.
“Vivevo in una grotta in una baia dall’altra parte dell’isola. Avevo tutto quello di cui avevo bisogno”
“E perché ora sei qui?”

Marco sembrava non fidarsi di lui. Non riuscivo a capire perché. Alessandro alzava spesso lo sguardo dal cibo e sorrideva. Aveva una corta barba. Indossava dei pantaloncini, creati probabilmente strappando dei pantaloni lunghi. Seduto sul masso a gambe divaricate rivelava delle cosce muscolose e pelose.

Per tutto quel tempo Marco mi era parso il massimo della virilità. Ma ora, vedendolo fianco a fianco ad Alessandro, mi rendevo conto era ancora solo un ragazzino. Sicuramente più maturo di me, ma ancora un ragazzino.

“Non mi fido di lui.” Esclamò Marco, mentre camminavamo nel bosco alla ricerca di qualche noce di cocco.
“Perché?”
“Non lo so. Ha qualcosa di sospetto.”
“A me sembra simpatico.”
“Dobbiamo essere prudenti.”

Alzai le spalle, mentre fissavo le cime delle palme, cercando di scorgere qualche noce.

Alle mie spalle Marco infilò una mano nei miei pantaloncini. Il suo indice scivolò tra le mie due chiappe a solleticarmi il buchino. Appoggiò l’altra mano sulla mia schiena e mi spinse verso il basso, obbligandomi a piegare a 90 gradi.

Mi abbassò i pantaloni in modo brusco. Si sputò un paio di volte sul cazzo. Puntò contro il mio buchetto e spinse. Si sforzò l’ingresso e mi scivolò dentro in in colpo solo, facendomi sobbalzare. Inarcai la schiena, cercando di attutire la botta.

Mi scopò in maniera particolarmente irritata. Io lo lasciai fare. Chiusi gli occhi e immaginai le cosce di Alessandro. Immaginai Alessandro che mi accarezzava la schiena e mi scopava. Sì, Alessandro. Alessandro. Marco gemette e riversò il suo seme e il suo piacere nel mio culo.

Il giorno dopo mi sentivo in colpa per aver fatto sesso con Marco, fantasticando su Alessandro. Sapevo che non era tradimento. Del resto immaginare qualcosa, non era la stessa cosa che farla. Eppure non riuscivo a liberarmi da quella sensazione di disagio.

Mentre attraversavo il bosco, un rumore mi fece sobbalzare. Alzai lo sguardo. Alessandro era di fronte a me. Mi dava la schiena. Non potevo vedere, ma stava chiaramente pisciano.
“Ehi, ciao.” Mi salutò Alessandro, girando la testa.
Abbassai lo sguardo imbarazzato. “Scusami. Non… non ti avevo visto. Ero immerso nei pensieri.”
“Non ti preoccupare. Avevo finito.”
Sollevai nuovamente gli occhi. Alessandro si era voltato, ma aveva ancora il cazzo fuori. Distolsi lo sguardo, mentre se lo sistemava nei pantaloni.
“Ehi, tranquillo. Siamo fra maschi.” Alessandro si avvicinò e mi diede una pacca sulla spalla. “Dove stavi andando.”
“Alla scogliera. Per raccogliere qualche alga.”
“Dai, andiamo che vengo a darti una mano.”

Le onde trascinano a riva molte alghe. Sulla sabbia è sempre un casino raccoglierle, ma sulla roccia è più facile. Non tutte sono buone, ma ce ne sono alcune che abbiamo scoperto vanno bene con tutto.

Dopo aver passato qualche tempo piegati sugli scogli a selezionare le alghe, ci andammo a sedere sulla banchisa.
“Pensavo fossi più rilassato alla vista di un pene.”
“Come?”
“Siete solo in due. Vi sareste visti nudi un sacco di volte.”
“Sì, ma…” Sapevo che stavo diventando tutto rosso in volto.
“Capisco. Vedere il cazzo di un adulto fa sempre impressione. Vuoi dargli un’altra occhiata?”
“Cosa? No, no, perché?”

In realtà, ero curioso. L’avevo visto solo di sfuggita. Ma mi era bastato per vedere che era molto più grosso di quello di Marco.

Alessandro alzò le spalle e si sdraiò sulla sabbia, incrociando le mani dietro la nuca.
“Vi ho visti. Nel bosco. Tu. E Marco. Insieme.”
Abbassai lo sguardo. Non sapevo cosa dire.
“So che cosa significa stare tutto questo tempo da soli. Senza nessuno sfogo.”

Alessandro si portò una mano tra le gambe e iniziò a massaggiarsi il pacco. La situazione mi metteva a disagio, ma non riuscii a trattenermi dallo sbirciare. La punta del suo cazzo faceva capolino dall’orlo. Doveva essere molto più lungo di quello di Marco. E la cappella era così grossa.

Alessandro aprì il bottone e si tirò lentamente giù la cerniera. Non indossava mutande sotto i pantaloncini e il suo cazzo schizzò eretto in tutta la suo possanza.

Era grosso e venoso. Una folta peluria scura lo incoronava alla base dell’elsa. Era il cazzo di un uomo. Non quello di un ragazzino.

“Ti piace?” Alessandro si era rimesso seduto e aveva avvicinato il suo volto al mio. “Vuoi dare un po’ di sollievo anche a me?”

Strinsi i pugni e abbassai gli occhi sulla sabbia. “Mi dispiace. Io… io non posso… Marco… capisci?”

Alessandro si ritirò. “Capisco. Non ti preoccupare. Ho superato i limiti. Non avrei dovuto. Perdonami.”

Era così gentile. Mi alzai di scatto. “Devo andare. Scusami.” Mi allontanai in fretta, quasi correvo, lasciando Alessandro con il cazzo in tiro fuori dai pantaloni, solo, sulla spiaggia.

Quella sera, davanti al fuoco, ridevamo e chiacchieravamo come se nulla fosse successo.

“Siete proprio una bella coppia,” commentò a un certo punto Alessandro.

“Non stiamo insieme. Non siamo una coppia.” Marco balzò in piedi irritato.

“Stai calmino. Avevo pensato…”

“Ecco. Hai pensato male. Gay sarai tu.” Gettò la sua ciotola in malo modo nella sabbia e si allontanò.

Io e Alessandro rimanemmo seduti. Solo il crepitare del fuoco rompeva il nostro silenzio. Avevo gli occhi fissi sul fondo delle mia ciotola che stringevo con forza fra le mani. Sentivo lo sguardo compassionevole di Alessandro su di me. Passammo il resto della serata scambiandoci poche parole.

Quella notte nella capanna non riuscii ad addormentarmi. Continuavo a cambiare posizione, mentre la mia mente frullava di pensieri. Sentivo il respiro profondo di Marco e mi innervosiva. Alla fine mi alzai e uscii nella notte. Inspirai profondamente le fresca aria di mare e alzai lo sguardo verso l’alto. Come ogni volta mi mancò il fiato.

Il cielo era incredibile da quell’isola. Senza luci, senza nubi era un infinito velo brillante. Non riuscivi ad appagarti abbastanza gli occhi. Sembrava che c’erano più stelle che oscurità. Faceva venire le vertigini.

“‘È bellissimo, vero?”

Sobbalzai per lo spavento. Mi ero dimenticato che Alessandro dormiva fuori.

“Scusami. Non volevo spaventarti.”

“Scusami tu. Ti ho svegliato.”

Alessandro scosse il capo. “Non riuscivo a dormire.”

“Neanch’io…” Portai nuovamente l’attenzione sul cielo stellato.

“Ogni volta che guardo questa immensità, mi è difficile non sentirmi sopraffatto. Tutte queste stelle con i loro pianeti. Con le loro lune.”

“Sì, vengono sempre pervaso da un senso di solitudine.”

“Ma non sei solo,” mi sussurrò quasi nell’orecchio, Alessandro. Mi allontanai da lui, più velocemente di quello che avrei voluto.

“Ma mi piace questa sensazione un po’ malinconica. Sono sempre stato abituato a stare da solo.”

Alessandro annuì e riportò lo sguardo verso il cielo.

Il chiarore delle stelle gli illuminavano il volto. Aveva un profilo marcato. Il naso lungo e solido. La mascella disegnata. La fioca luce della notte esaltava i suoi pettorali ricoperti da una diffusa peluria.

Quando riportai lo sguardo sul suo volto, mi accorsi che mi stava fissando. Distolsi lo sguardo imbarazzato. Che figura di merda. Per fortuna che era notte e non avrebbe notato il rosso sul mio volto.

Un tocco caldo mi fece sussultare. Alessandro era dietro di me. La sua mano ferma e ruvida scorse lungo il mio fianco. Sulla mia pancia. Mi tirò a sé. Sentivo il calore del suo corpo scaldarmi. Il suo respiro contro il mio collo. Stavo tremando.

“Hai freddo?”

Scossi il capo, cercando di portare l’attenzione sulle onde che si abbattevano sulla banchina. La mano di Alessandro risalì il mio petto, arrivando ad accarezzarmi il collo. Contro il mio culo sentivo qualcosa gonfiarsi, diventare più grosso, e premere sulle mie chiappe.

La sua mano si immerse nei miei capelli. Li strinse e mi tirò indietro la testa, facendomi inarcare la schiena. L’altra mano scivolò lungo la schiena, giù fino a lambirmi la vita. Quindi, si intrufolò nei pantaloni. Si infilò tra le mie chiappe. Sentivo le sue dita tastare il mio culo. Solleticare il mio buchino.

Alessandro si staccò da me. Ora era nudo. Completamente nudo. Il suo cazzo svettava di fronte a lui, quasi aggressivo, come una lancia pronta a infilzare il suo nemico. Si lasciò cadere sulla sabbia. Si sedette con le gambe divaricate.

La sua mano era adesso stretta attorno alla base del suo cazzo. La sua asta tesa verso il cielo. Sapevo cosa voleva. Deglutii. Mi avvicinai a lui. Nudo e indifeso. Feci per abbassarmi, ma lui mi fece voltare. Voleva vedermi il culo.

Mi afferrò gentilmente per i fianchi e mi guidò verso il basso. Sempre più in basso. Mi bloccai di colpo. La sua cappella mi sfiorò il buchino. Ebbi un attimo di paura. Quel cazzo era troppo grosso. Non sarebbe mai entrato. Mai. Alessandro mi tirò a sé con più forza.

Strinsi in pugni, mentre il suo cazzo cercava di farsi strada dentro di me. Alla fine mi lasciai andare. La cappella spezzò l’ultima resistenza e si trascinò dentro tutto il resto.

Fui percorso da un dolore lancinante che dallo stomaco arrivò alle orecchie. Avrei voluto gridare, ma mi morsi il labbro. Non potevo rischiare di svegliare Marco.

Alessandro mi lasciò prendere fiato un attimo. Poi strinse nuovamente per i fianchi.

“Muoviti. Muoviti su e giù. Su e giù. Bravo, così.”

Il suo cazzo entrava e usciva. Ogni volta sembrava che mi aprisse nuovamente per la prima volta.

Poi Alessandro si sollevò, spingendomi in avanti. Caddi con il petto sulla sabbia. Il suo cazzo era sempre piantato dentro la mia carne. Feci per sollevarmi, ma Alessandro di schiacciò con la mano verso il basso, lasciando solo il mio culo a mezz’aria.

“Stai giù.”

Fece scorrere la sua mano lungo la mia schiena, quindi, mi afferrò entrambe le chiappe e le allargo. Il suo cazzo si ritirò quasi del tutto.

Rimase così, immobile, sull’orlo del mio buchino. Sembrò un istante infinito. Poi lo spinse di nuovo dentro. Inarcai la schiena. Sembrava che fosse arrivato fin dentro lo stomaco. Le mie mani afferrarono la sabbia con forza. Stavolta Alessandro non mi diede il tempo di riabituarmi.

Mi strinse nuovamente per i fianchi e iniziò a sbattermi. Il suo cazzo mi sfondava con irruenza. Sentivo nei suoi affondi tutti quei mesi di astinenza. La frustrazione di tanti notti passate a segarsi.

La sicurezza dei suoi movimenti era così diversa dall’impulsiva inesperienza di Marco. Alessandro sapeva come raggiungere il suo piacere.

Lentamente il mio culo si abituò ai suoi colpi e il dolore fu affiancato dal piacere. Non riuscivo più a trattenere i gemiti. I miei mugugni acuti sembrarono eccitare ulteriormente Alessandro che accelerò il ritmo.

Mi voltai a guardarlo. Era completamente immerso nel piacere. Il suo corpo era teso. Il sudore faceva luccicare i suoi pettorali alla luce delle stelle.

Poi spalancai gli occhi. Sulla soglia della capanna, immerso nella penombra intravidi il profilo di Marco. Non so cosa mi prese, ma gemetti con più slancio. Volevo che sentisse. Volevo che vedesse.

Alla fine non eravamo una coppia. E lui non era gay.

“Aaaaah, sììì, dopo tanto tempooooh.” Alessandro gemette rumorosamente, mentre il suo cazzo sembrò ingrossarsi ancora di più dentro il mio culo.

Getti di liquido caldo mi riempirono. I suoi colpi divennero disordinati. Alla fine aveva trovato sollievo, sfogando i suoi istinti.

Dopo quella notte Marco iniziò a trattarmi diversamente. Era più gentile, ma allo stesso tempo più distante, più freddo. Non smise, però, di venirmi a cercare per scopare.

Ora avevo due maschi in calore da soddisfare. Potete immaginare cosa significava essere da soli su un’isola deserta senza nulla da fare, o quasi. C’erano giorni in cui mi scopavano ognuno due volte. Era piacevole sentirsi desiderato, ricercato, ma era anche sfibrante farli godere.

Ma dopo quella notte né Alessandro né Marco volevano essere in giro quando l’altro sborrava.

“Allora chi ha il cazzo più grosso?” mi chiese Marco a un certo punto, mentre mi stantuffava tra i cespugli.

“Ah, il tuoooh,” gemetti.

Non era vero. Ma volevo che si prendesse le sue soddisfazioni. E poi piantati nel culo, i cazzi sembrano tutti enormi, non importa quanto veramente grandi.

Il commento sembrò fargli piacere, perché Marco accelerò il ritmo. Mi stringeva per i fianchi e mi sfondava con entusiasmo. Ansimava. Il suo cazzo sembrò gonfiarsi ancora di più dentro il mio culo.

Stava per venire.

Qualcosa si mosse fra i cespugli. Alzai la testa e incrociai lo sguardo di qualcuno. E non era Alessandro. Lanciai un urlo e mi sollevai di scatto, dando una testata in faccia a Marco. Il cazzo di Marco sfilò e cademmo entrambi indietro.

“Che cazzo ti è preso?!” Marco mi spintonò via di dosso.

“C’è… c’è qualcuno,” balbettai indicando i cespugli di fronte a noi.

“Alessandro è a pesca. Non c’è nessuno. Mettiti a pecorina e fammi venireeee….” Qualcuno saltò fuori dai cespugli e corse via tra gli alberi.

Io e Marco ci scambiammo un’occhiata e corremmo dalla parte opposta verso la nostra capanna.

Dammi sollievo

“Non credevamo che ci fossero altre persone sull’isola.” Edoardo avrà avuto 45-50 anni ed era piuttosto grasso.

Seriamente era un uomo grasso su un isola deserta. Anche se per essere deserta quest’isola si stava rivelando particolarmente affollata.

“Io e mio figlio abbiamo vissuto in una spelonca ai piedi di una scogliera dall’altra parte dell’isola. Non abbiamo mai avuto problemi di cibo, perché sulla riva si erano arenate gran parte delle scorte della nave.”

Ecco, spiegato come mai fosse così grasso. Non che fosse obeso, ma era rotondetto. Un notevole panza fuoriusciva dalla maglietta.

Suo figlio, Mattia, invece, era magro. Forse perché era ancora giovane. Credo avesse 2 o 3 anni in meno di me e Marco.

Da quando ci eravamo seduti attorno al nostro fuoco, aveva detto a mala pena una parola. Se ne stava con lo sguardo fisso sulla sabbia di fronte a sé. Ogni tanto alzava gli occhi, ma appena incrociava il mio sguardo, riportava svelto la sua attenzione alla sabbia.

Quanto aveva visto? Che cosa avrà pensato di me e Marco? L’avrà raccontato a suo padre? Queste domanda continuava a ronzarmi in testa.

Probabilmente anche Marco si stava chiedendo le stesse cose, perché lasciava parlare Alessandro, che in mezzo a noi, di fronte ai nuovi arrivati, stava guidando l’interrogatorio.

“E come mai avete deciso di venire qui?”

“La verità è che abbiamo finito il cibo. Quello che abbiamo negli zaini e tutto quello che ci rimane.” Indicò i due grossi zaini appoggiati alle loro spalle. “La scogliera è arida. C’era ben poco che potessimo mangiare.”

A parte i pesci nell’oceano. Sembravano i classici turisti da prima classe, ma alla fine non potemmo far altro che accoglierli nella nostra spiaggia.

Il loro arrivo cambiò l’equilibrio che si era formato fra me, Marco e Alessandro. Penso in un certo senso in meglio. Almeno per me. Le scopate era divenute meno frequenti e più riservate.

Fu un sollievo, in particolare per il mio buchino. Inoltre, Marco e Alessandro sembravano finalmente aver trovato qualcosa in comune: il loro fastidio nei confronti di Edoardo.

Lui e Mattia contribuivano poco o niente ai compiti della giornata, che con il loro arrivo erano aumentati. Le nostre scopate erano divenute uno sfogo per la frustrazione che provavano Marco e Alessandro.

Un giorno Alessandro mi aveva appena sbattuto con frenesia e mi aveva sborrato in culo. Se ne era andato in fretta a controllare che gli altri non incendiassero la capanna in sua assenza.

Dopo essermi sparato una sega, mi accovacciai ed espulsi la sborra di Alessandro. Il suo liquido ancora caldo mi stava colando fuori dal culo, quando un rumore sulle foglie mi fece sobbalzare.

“Allora, Mattia aveva detto il vero.” Edoardo mi stava fissando alle mie spalle.

Mi alzai di scatto, guardandomi in giro frenetico alla ricerca dei miei vestiti. Un filo di sborra mi colava lungo la chiappa.

“Ehi, non ti agitare. Non ti giudico mica. Quando si passa mesi solo con le seghe, è normale cercare una valvola… di sfogo.”

Si abbassò i pantaloncini, svelando il cazzo già duro che spuntava fra le gambe.

Distolsi lo sguardo imbarazzato. Raccolsi i miei vestiti e feci per allontanarmi.

Edoardo mi afferrò per un braccio. “Dove scappi? Ti fai sbattere da quegli altri due, ma non vuoi darmi un po’ di sollievo?”

“Lasciami. Mi fai male.”

Mi tirò a sé e mi spinse in ginocchio. “Su, non farti pregare. Siamo sulla stessa barca… voglio dire sulla stessa isola. Non vorrai abbandonarmi con quest’erezione?” Agitò il suo cazzo di fronte al mio volto.

Era per quello che Marco e Alessandro mi scopavano? Solo per trovare sollievo a un erezione? Ero una valvola di sfogo per la loro libido?

Ripensando a tutte le volte che avevamo fatto sesso, mi resi conto che non mi avevano mai toccato il cazzo. Come se volessero conservare l’illusione che fossi come una ragazza.

Non mi avevano neppure mai chiesto se mi piacesse. Forse perché alla fine non gli interessava. Gli interessava solo sborrare.

Edoardo mi afferrò i capelli sulla nuca. Li tirò.

“Aaaaaah.” Appena aprii la bocca per lamentarmi, lui mi spinse la testa contro il suo cazzo. La sua cappella entrò e io non feci più nessuna resistenza.

Edoardo prese a scoparmi la bocca. E io lo lascai fare. Lo lasciai fare come lasciavo fare gli altri.

Alzai lo sguardo. Riuscivo a malapena a vedergli il volto oltre la sua pancia che strabordava. Aveva gli occhi chiusi. Chi sa chi si stava immaginando al mio posto.

“Cazzo, avevo dimenticato quanto fosse bello farselo succhiare,” mugugnò. “Muovi un po’ più la lingua. Ecco, così.”

Edoardo lasciò finalmente la presa sulla mia nuca e smise di muovere il bacino. Ormai ce l’avevo in bocca. Presi a muovere la testa e a succhiare. Il cazzo era incredibilmente duro, ma non era grande. Anzi, in confronto a quello di Marco e soprattutto di Alessandro era innegabilmente un piccolo cazzo. Ma era più maneggevole.

“Piano. Piano. Rallenta,” esclamò a un certo punto Edoardo. “Sono mesi che non me lo faccio succhiare.” Sfilò il suo cazzo, spingendomi via la fronte.

“Voltati.”

Mi girai e lui mi schiacciò la schiena con la mano, obbligandomi a mettermi a quattro zampe.

“Visto da dietro potresti quasi sembrare una ragazza. Certo, non mia moglie. Mia moglie era grassa.”

Le sua mani mi afferrarono il culo e mi massaggiarono le chiappe.

“Che culo soffice,” sussurrò.

La sua mano scivolò lungo la mia schiena. Sembrava quasi tenero. Sembrava. Le sue dita si strinsero attorno al mio collo e mi tirarono indietro.

Inarcai la schiena, spingendo in fuori il culo. Il suo cazzo umido per la mia saliva, scivolò tra le mie chiappe.

“Oh, porca puttana. Non ce la faccio più.” Lasciò andare la presa del mio collo e riportò le sue mani sul mio culo. Mi allargò le chiappe.

“Uao, che buchino rosato e perfetto. Sembra fatto apposta per essere riempito.” Ridacchiò. Si afferrò il cazzo nella mano e lo puntò alla mia rosetta.

Spinse. Il cazzo entrò dentro senza resistenza lubrificato dalla sborra e dalla saliva di Alessandro. Edoardo fece una smorfia ebete.

“Fantastico. È così caldo e morbido. Meglio ancora della tua bocca.”

Non attese neanche un istante e iniziò a muovere il bacino. Fortunatamente ero abituato a cazzi più grossi e il suo non mi faceva male. Ma mi fotteva in modo rude e incontrollato di chi non scopa da troppo tempo.

Sentivo la sua pancia sbattermi contro il culo. Le sue cosce grosse contro le mie gambe. Mentre quell’uomo mi trombava, mi resi conto di quello che avevo fatto in tutti quei mesi.

Edoardo non era assolutamente il mio tipo. Avrebbe potuto essere mio padre. Non provavo nessuna attrazione verso di lui. Marco aveva circa la mia età. Alessandro era poco più grande. Eppure mi scopavamo allo stesso modo di Edoardo.

Credevo di godere anch’io, quando mi chiedevano di andare nel bosco. Ma forse era solo perché provavo una certa attrazione verso di loro. Lasciavo che si svuotassero le palle nel mio culo, nella mia bocca, convinto che ci fosse qualcosa anche per me.

In realtà, ero solo un oggetto. Come una bambola gonfiabile, ma calda e accogliente.

Avrebbe potuto essere Alessandro, o Marco, a scoparmi in quel momento e non avrei notato la differenza. Forse aveva ragione Edoardo: voglio solo dare sollievo.

Forse è per quello che sono sopravvissuto al naufragio: per rendere piacevole la loro vita su quest’isola dimenticata.

Strinsi il culo per meglio avvolgere il suo cazzo e spinsi in fuori le chiappe. Portai una mano alle palle di Edoardo e presi a massaggiarlo, sentendo il suo cazzo che mi apriva il culo umido.

“Ah, sì, bravo. Tu si che ci sai fare.”

Non so perché iniziai a impegnarmi ancora di più. Forse volevo che finisse prima. O forse quando entri in un personaggio, poi lentamente quel personaggio diventa te.

Un rumore tra i cespugli mi fece sobbalzare. Non di nuovo lui. Invece era proprio lui.

Cosa non è disposto a fare un padre per un figlio

“Mattia, che fai li dietro? Vieni fuori. Non aver paura.”

Mi voltai a fissare Edoardo sconvolto. Era suo figlio. E lui mi stava scopando.

Quando Mattia sbucò dai cespugli, tentai di staccarmi da Edoardo, nascondendo il mio cazzo in erezione con le mani.

“Ehi, che ti prende. Stai buono.”

Edoardo mi afferrò per un braccio e mi spinse nuovamente a terra. Affondò con forza il suo cazzo nelle mie carni per chiarire che dovevo restare con il culo sollevato.

“Non restare lì imbambolato, Mattia. Avvicinati. Non sto mica scopando tua madre. Lo so che sei curioso.”

Mattia ci guardava con i suoi occhi spalancanti. Deglutii e si avvicinò lentamente. Quando mi fu quasi di fronte, notai il rigonfiamento tra le gambe. Distolsi lo sguardo a disagio.

“Finché saremo prigionieri su quest’isola non avrai occasione per leggere racconto erotici.”

“Papà, io non ho mai…” Mattia arrossì.

Era ancora così piccolo. Probabilmente alla sua età io non mi ero ancora neppure fatto una sega.

“Questa è la tua opportunità per diventare un uomo adulto. Sai è il sogno di ogni padre accompagnare il proprio figlio alla maturità. Ma a casa non avrei mai potuto portarti in un bordello. E di certo non potevo invitarti in camera da letto per farti vedere come sbattevo tua madre.”

“Papà, per favore.” Mattia abbassò gli occhi per la vergogna.

Se non fossi già a disagio per me, lì con il cazzo di suo padre piantato nel culo ad ascoltare questa conversazione padre-figlio, mi sarei sentito in imbarazzato per lui.

“Su, non fare il puritano come se non fossi curioso. Sei maschio e ti avvii alla pubertà.”

“Sì, ma così è… è… è imbarazzante.”

“Non stavi forse spiandoci prima.”

Mattia divenne completamente rosso in viso.

“Forza, metti a mio agio mio figlio.” Edoardo mi diede una sculacciato e con un paio di botte in culo con il suo cazzo mi fece arrivare dritto dritto con il naso sotto il pacco gonfio di Mattia.

“Muoviti. Hai succhiato il cazzo a quegli altri due. Puoi tranquillamente prendere in bocca anche il suo.”

Digrignai i denti, ma non sapevo come uscire da questa situazione in cui mi ero cacciato. Inspirai profondamente. Allungai le mani e faticosamente, sotto gli affondi di Edoardo che sembrava non volersi fermare neppure istante, slacciai il bottone della patta di Mattia e aprii la zip.

Mattia agitò le braccia e fece girare la testa in tutta la radura quasi in preda al panico. Il suo cazzo, però, non mostrò alcun timore. Balzò fuori in completa erezione. La cappella era lucida per l’abbondante presperma di ragazzino.

Era un cazzo piccolo. Un cazzo di adolescente con una magra peluria a incoronarla.

Mi umettai le labbra e tirai fuori la lingua. Mattia si coprì gli occhi dalla vergogna, ma gemette di piacere quando la mia bocca avvolse completamente il suo cazzo. Stava tremando.

“Succhia,” mi ordinò suo padre. E io presi a succhiare. Riuscivo a ingoiarlo completamente senza soffocare. Mattia mugugnava incontrollato.

“Fermo. Fermo.” Edoardo mi tirò indietro, facendo sobbalzare, mentre la sua cappella mi causò una fitta allo stomaco. “Mattia, vieni da questa parte.”

Mattia aveva il respiro affannoso. Abbassò le mani e aprì gli occhi. Si avvicinò a suo padre senza neppure riuscire a lanciarmi un’occhiata.

“Una bocca calda attorno al cazzo è bello. Lo so fin troppo bene. Ma oggi voglio che tu perda la verginità. Scopare non è facile come sembra, e deve farti dell’esperienza.”

“Cosa? No, non credo che…” Feci per allontanarmi, ma Edoardo mi schiacciò a terra.

“Stai buono. È grande abbastanza.”

Mattia era alle mie spalle. Il mio culo aperto da Edoardo, sollevato, era di fronte a lui.

“Sai, figliolo, sei fortunato. Anch’io avrei voluto che mio padre mi accompagnasse nel mondo del sesso la prima volta. Quella che sperimenterai oggi è un importante lezione e sono felice di poterla condividere con te.”

Mattia era come ipnotizzato. Fissava le mie chiappe. Il primo culo che vedeva dal vivo. Avrà avuto 14, massimo 15 anni.

“Hai visto come faceva tuo padre, vero?”

Mattia annuì.

“Allora avvicinati al suo buchino. È già bello slabbrato. Non farai fatica a entrare.”

Mattia si avvicinò titubante. La punta del suo cazzo sfiorò le mie chiappe e puntò verso il mio buchino. Non osava neppure toccarmi con le mani.

“Prendi il tuo cazzo alla base. Aiutati. Ragazzino allargati un po’ le chiappe così mio figlio vede meglio la tua figa.”

Mi afferrai le chiappe e le allargai leggermente.

“Bravo, Mattia. Appoggiati al buco. Ora spingi. Prendilo per i fianchi, così lo tieni fermo e ti dai spinta.”

“Ah.” La cappella era entrata. Mattia si fermò.

“Dai che ci sei.” Edoardo lo spintonò sulla schiena. Mattia mi conficcò il suo cazzo fino all’elsa. Era un cazzo piccolo, ma il colpo mi fece gemere lo stesso.

Mattia era inebetito. Fissava il suo cazzo ormai svanito dentro il mio culo.

“Ti piace, eh? Meglio della bocca, vero?”

Mattia annuì.

“Bene. Allora è tempo di iniziare a godere. Muovi il bacino. Sfila il cazzo. Non tutto. Ecco, ora spingi di nuovo dentro. Con forza, figliolo. Devi romperglielo questo culo per fargli capire chi è l’uomo.”

Mattia si mordeva il labbro per non gemere. Il suo cazzo scivolava rapido dentro e fuori dal mio culo.

“Regolarizza il ritmo. Non è una corsa.”

Ma Mattia non ascoltava più. I suoi colpi era disordinati. Il ritmo era incontrollato. Sentivo il suo cazzo gonfiarsi dentro la mia carne.

Vibrò.

Mattia gemette e i suoi primi schizzi di orgasmo virile mi inondarono il culo. Forse il suo cazzo era il più piccolo su quell’isola, ma mi sentivo esplodere di sborra.

Si appoggiò con le mano alla base della mia schiena per sostenersi, mentre il suo respiro affannato tornava lentamente alla normalità.

“Bravo. Ora sei ufficialmente un uomo. E tu sentiti onorato che il tuo buco ha accolto il primo seme del mio giovane uomo.”

Non dissi nulla. Non dissi nulla, perché ormai non provavo più nulla.

“Ora, puoi uscire, Mattia.” Edoardo gli posò una mano sulla spalla.

Matti annuì ed estrasse il suo cazzo. Edoardo sgranò gli occhi, notando che era ancora in tiro. Sembrava duro come se non fosse neppure venuto.

“Duri poco, ma sembri ancora bello arzillo per un secondo giro. Proprio mio figlio,” commentò Edoardo.

Voleva apparire orgoglioso, ma percepii una certa invidia nello sguardo di Edoardo.

“Ora, però, tocca a me. Stavolta ti ho dato la precedenza, perché era la tua prima volta, ma qui il maschio alfa sono io.”

Il cazzo di Edoardo era ancora in tiro. Non aveva potuto svuotarsi, perché si era fatto interrompere. Era particolarmente impaziente.

Spintonò quasi via Mattia. Mi afferrò per i fianchi e mi impalò con un colpo solo. Il mio culo si era adattato alle misure più contenuto di suo figlio e quella botta mi fece vedere le stelle. Per fortuna la sborra di Mattia attutì il dolore.

Edoardo partì subito come un treno. Un treno grosso ed eccitato. Le sue palle sbattevano contro il mio culo. Sentivo la sua pancia pesarmi addosso.

Mi chiedevo se si rendeva conto che avevo quasi l’età di suo figlio. Che avrebbe potuto essere Mattia qui, ora, a pecorina a farsi sbattere da un uomo dell’età di Edoardo.

Ma forse gli piace. Che avesse un rapporto morboso con il figlio non c’erano dubbi. L’aveva fatto scopare di fronte a sé. Scopare un ragazzino dell’età di Mattia era come sottolineare il dominio che aveva sul figlio.

Edoardo gemette quasi isterico. Altri fiotti di sborra mi riempirono il culo.

“Adesso, porti in culo il seme di entrambi. La sborra di padre e figlio ti hanno marchiato. Ti è piaciuto farci godere, eh?”

Mattia e Edoardo mi fissarono come se si aspettassero qualcosa. Dovevo rispondere? Davvero credevano mi fosse piaciuto essere abusato così?

Forse, forse… mi era piaciuto. Avevo ancora il cazzo in tiro.

Annuii. Edoardo mi diede una sculacciato.

“Brava puttanella. Siamo proprio fortunati ad averti sull’isola. Ci vuole qualcuno che si occupi dei nostri piaceri. Andiamo a darci una lavata, Mattia.”

Ero ancora per terra con le chiappe all’aria, quando quei due svanirono tra gli alberi. La sborra che mi colava dal culo.

Lo schiavetto dell’isola

Le cose cambiarono ancora dopo quella volta. Edoardo iniziò a trattarmi come il suo puttano. Ero divenuto uno specie di schiavetto che doveva soddisfare ogni fantasia. E in quell’isola deserta, dove non c’era quasi nulla da fare il tempo per fantasticare era tanto.

Anche alla cappanna mi afferrava da dietro, mi abbassava i pantaloncini e me lo ficcava in culo. Non si vergognava di farsi vedere, mentre mi trombava.

All’inizio Marco e Alessandro e anche Mattia erano a disagio. Ma presto anche loro iniziarono a vedermi con altri occhi. Il ragazzo che aveva sacrificato la sua virilità, perché gli altri potessero soddisfare la loro natura.

Mi ero umiliato e ora per loro non c’era più nessuna possibilità di salvezza per me. Quindi, tanto valeva lasciarsi andare fino in fondo.

Quattro uomini in preda alle pulsioni sessuali più estreme che mi scopavano anche due, tre volte al giorno. Mi sembrava di non avere più tempo neppure per mangiare.

Era nuova, per me, questa sensazione di essere sempre al centro dell’attenzione, di essere ricercato. Non posso negare che fosse piacevole sentirsi, forse non amato, ma almeno essenziale.

Per cui mi adattai presto a questa nuova situazione anche se il mio culo era ormai cronicamente dolorante. Cercavo di soddisfarli più che potevo, perché loro non si stancassero.

Un giorno finii per avere così tanta sborra tra i capelli che era seccata e non andava più via. Dovetti radermi la testa completamente.

Un’altra volta mi sborrarono in culo uno in fila all’altro e mi imposero di tenere la sborra fino alla scopata successiva. Così alla fine della giornata avevo ricevuto una decina di sborrate in culo.

Mi sembrava quasi che lo stomaco fosse più gonfio. Alla fine dovetti scappare nella foresta, mentre fiumi di sborra incontrollata mi colavano lungo le gambe.

Le loro risate mi seguirono tra gli alberi.

Mi ero ormai rassegnato a questa vita, quando un giorno tutto cambiò.

Una nave. Una nave apparve all’orizzonte. Avrei voluto saltare all’impazzata. Gridare e gridare. Ma non osavo. Cosa avrebbero pensato gli altri?

Ma la nave ci vide. Ci vide e trasse in salvo.

Fummo portati a casa. Le nostre vite. Che per così tanto tempo erano state intrecciate si separarono.

Edoardo scoprì che sua moglie si era salvata e con Mattia tornarono a vivere felicemente insieme. Alessandro tornò al suo lavoro e presto si trovò una fidanzata. Se ora non sono ancora sposati, sicuramente staranno scopando.

Io e Marco non avevamo più nessuno. Nessuna famiglia da cui tornare. Decidemmo di andare a vivere insieme.

Sull’isola la nostra relazione era cambiata molto nel tempo, ma iniziare a convivere nel mondo di tutto i giorni fu più facile del previsto. Marco si rivelò il ragazzo premuroso che era e iniziammo una storia. Una storia che dura ancora oggi.