“Sei pronto? In una decina di minuti sono da te”

“Mi faccio trovare in strada.”

“Arrivo.”

Chiusi la chiamata e uscii di casa.

Dopo un po’ guardai l’orologio del telefono. Era passati più di dieci minuti. Lorenzo era in ritardo. Dovevo aspettarmelo. Ma per una volta era quasi un piacere. Anche se rischiavamo di essere cazziati dai nostri capi.

Questa settimana mi è stato chiesto di prendere parte a un servizio speciale di protezione civile. Normalmente aiuto nella mia zona, ma quest’anno a causa della crisi dei migranti mi hanno chiesto di collaborare con il centro di accoglienza della sede regionale.

In realtà, non mi hanno propriamente chiesto. Sono stato obbligato. Avrei fatto volentieri a meno di farmi ogni giorno avanti e indietro per un paio di settimane solo per stare fermo in piedi a controllare dei migranti in transito.

Un moto stincò all’improvviso di fronte a me, facendo sobbalzare una vecchietta che camminava lentamente con il suo cagnolino dall’altra parte della strada.

“Metti questo.” Il motociclista tirò fuori da sotto il sedile posteriore un casco e me lo lanciò.
“È rosa.”
“Era di Claudia. Se non ti va bene, non mettertelo. La testa è la tua. Però, la multa la paghi tu.”

Sospirai e mi infilai il casco. Saltai sulla moto. Feci appena in tempo ad afferrare le maniglie laterali che Lorenzo partì a tutto gas.

Sfrecciava rapido fra le auto con sicurezza. Molti automobilisti suonavano il clacson, non senza ragione.

Per un paio di volte fui certo che sarei morto, ma lui si muoveva agile e temerario. In un attimo raggiungemmo il passo del San Bernardino e Lorenzo decise di farsi una pausa.

Ci sedemmo a un baretto di paese e ordinammo un paio di caffè. A un certo punto, tra una chiacchiera e l’altra, Lorenzo lanciò una domanda bomba.

“Ma tu fai l’uomo o la donna?”

Quasi mi strozzai con la brioche. Se fosse stato qualcun altro a farmi questa domanda mi sarei irritato. “Veramente sono gay, quindi, siamo entrambi uomini.”

“Sì, ma hai capito cosa intendo, no?”

“Sarebbe meglio dire insertivo e ricettivo.”

“Ricettivo è il termine politicamente corretto per pigliainculo?” Lorenzo ridacchiò.

Io arrossii.

“Ok, ho capito.” Tossicchiò, cercando di non sembrare imbarazzato. “E fa male?”

“Qualche volta. Dipende.”

“E perché allora lo… prendi in…?”

“… in culo? Qualcuno deve farlo.”

Lorenzo divenne muto di colpo. Dovevo averlo imbarazzato. Io sicuramente lo ero. Poi il discorso prese un’altra piega e alla fine dovemmo riprendere la strada. Lorenzo partì all’improvviso e quasi sbalzai via dalla moto.

“Fai attenzione. Metti le mani in vita.” Lorenzo mi afferrò un braccio e se lo portò alla pancia. Un po’ a disagio portai anche l’altro attorno al suo torso e mi strinsi.

Appena fui ben stretto, Lorenzo accelerò come un pazzo. Approfittando della discesa si divertì a prendere le curve a grande velocità. Quando arrivammo al centro migranti, sentire la terra sotto i piedi fu un sollievo.

Nonostante quei grandi proclami che gridano all’esodo, il centro migranti era mezzo vuoto. Io, Lorenzo e gli altri ragazzi avevamo poco da fare. Gran parte del lavoro lo facevo il personale specializzato e a noi restava solo da girare i pollici.

Alla fine io e Lorenzo iniziammo a girovagare per il centro senza più sapere come passare il tempo. Due terzi della struttura erano vuoti. Sembrava un grande complesso industriale abbandonato dopo la recessione.

Cammina e cammina, finimmo in una grande stanza piena di letti a castello vuoti.

“Cazzo, ma dove sono finiti tutti bagni?” Esclamò Lorenzo, guardandosi intorno frustrato.

“Lì in fondo c’è ne è uno.”

“Ah, perfetto. Non avevo voglia di tornare al quel lurido bagno delle guardie.”

Aprii la porta e io lo seguii. Sembrava un bagno militare. Un lungo lavandino con diversi rubinetti e una fila di gabinetti chiusi. Lorenzo andò ai pisciatoi e si svuotò la vescica, liberando un sospiro di sollievo.

I miei occhi non poterono fare a meno di cadere in mezzo alle sue gambe. I pisciatoi erano aperti e lui agita il suo arnese con veemenza per far cadere le ultime gocce.

“Vuoi controllare se è diventato più grosso?” Lorenzo rise e si voltò dalla mia parte, sventolandomelo davanti.

“Scemo.” Mi girai verso il lavandino e meccanicamente accesi il rubinetto per il disagio. Mi lavai le mani. Non so da cosa, perché erano già pulite.

“Sai che non scopo da quasi quattro mesi? Da quando Claudia mi ha lasciato?.”

“Un primato per te. Mi sorprendo che non sei morto per l’astinenza.”

Senza che me ne accorgessi piombò il silenzio. Mi voltai a guardarlo. Lorenzo aveva il cazzo barzotto.

“Vuoi… vuoi che te lo succhio?”

Lorenzo mi fissò sorpreso. Ebbi un attacco di panico. Perché glielo avevo chiesto? Che cosa mi era saltato in mente?

“Lascia stare. Scusami. Ti prego, fingi che non ho detto nulla.” Mi asciugai freneticamente le mani.

Volevo solo uscire da quel bagno. Da quella situazione. Feci per uscire, ma Lorenzo mi afferrò per un braccio.

“Bè, alla fine non c’è niente altro da fare.” Disse, alzando le spalle.

La sua disponibilità mi spaventò ancora di più. Volevo scappare, ma poi Lorenzo sorrise. Era quello stesso sorriso che mi salutava ogni volta, quando entravo in classe ai tempi della scuola.

Di colpo mi sembrò di essere ancora un ragazzino. E Lorenzo lo stesso amico che era sempre stato al mio fianco a proteggermi. Quel senso di gratitudine che avevo sempre avuto nei suoi confronti mi pervase nuovamente.

Mi avvicinai a Lorenzo e lui mi lasciò il braccio. Mi fissava un po’ in certo, come chi non sa bene come fare. Non sembrava più quel ragazzo arrapato, ma piuttosto un verginello alla prima volta. Per toglierlo dall’impaccio mi portai subito in ginocchio.

Lorenzo si ritrasse istintivamente. “Sei sicuro?” Mi chiese. Per lui ero un maschio che stava facendo qualcosa di inconcepibile.

“Non è la mia prima volta.”

Le mie dita toccarono la pelle liscia del suo cazzo. Lorenzo sobbalzò. L’asta era ancora mezza addormentata.

Abbassai la testa e aprii le labbra. Il cazzo barzotto mi entrò tutto in bocca.

“Oh, cazzo.” Esclamò Lorenzo sconvolto.

Agitai la lingua attorno alla cappella, sotto la pelle del prepuzio. Portai una mano alle sue palle e presi a massaggiarli con movimenti esperti. In un attimo il suo cazzo iniziò a gonfiarsi nella mia bocca e penetrare in profondità nella mia gola.

Lorenzo ansimò. Il suo cazzo era durissimo. Volevo ammirarlo. Non l’avevo mai visto in tiro. Sfilai quel bastone dalla mia bocca.

“Uao. È… grosso.” Dissi, stringendolo con la mano per saggiarne il diametro. Alzai gli occhi verso di lui. Lorenzo mi guardava con orgoglio ed eccitazione.

Estrassi la lingua e gli diedi una leccata. Quindi con la lingua seguii la sua vena principale fino alle palle e poi su fino alla cappella. Poi di nuovo giù e su. Quindi, le mie labbra bagnate avvolsero il suo glande ormai gonfio e rosso e presi a succhiare con impegno.

“Penso di avertelo preparato abbastanza.” Dissi, estraendo la sua mazza dalla gola e masturbandoglielo con la mano. Le mie dita scivolavano rapide sulla sua asta umida della mia saliva.

“Per cosa?”

“Perché tu possa godere anche con il mio culo.” Mi alzai e mi voltai dandogli la schiena. Abbassai i pantaloni e le mutande, svelando il mio culetto glabro.

“Sei serio?”

Lo fissai un po’ interdetto. “Sono un passivo. Devo essere sempre pronto a dare il mio culo.”

Lorenzo non sembrava capacitarsene e sorrideva arrapato. “Cazzo, hai lo stesso culo di quando eravamo a scuola. Sotto le docce ogni tanto pensavo fosse entrata una ragazza. Se avessi saputo che eri tanto puttana, non mi sarei fatto tante remore.”

Spinsi in fuori il culo e Lorenzo avvicinò il suo cazzo alle mie chiappe. La sua cappella sfiorò il mio buchino.

“Posso davvero?”

“Il mio culo esiste solo perché tu possa godere.”

Non feci in tempo a terminare la frase che spinse il suo cazzo dentro la mia carne fino quasi all’elsa. Lanciai un grido di dolore.

“Ti fa male?” Lorenzo fece per ritirare il suo cazzo.

“Mi hai infilato il tuo cazzo in culo. È normale che faccia male.”

“Vuoi che mi fermo?”

“Non ti piace?”

“È così stretto. E morbido. E caldo.” Lorenzo sorrise.

“Allora scopami.”

Lorenzo non si fece incitare oltre.

Spinse nuovamente il suo cazzo in profondità. Io gemetti nuovamente, ma stavolta Lorenzo non si fermò. La sua nerchia continuò a muoversi dentro e fuori. Mi allargò le chiappe, ammirando la sua asta che scompariva nel mio buchino rosato.

“Tu non sai quante volte ho dovuto pregare Claudia, perché mi desse il culo. Suppliche, gentilezze, regali. E lei niente. E poi arrivi tu che non aspetti altro che farti sbattere. Se l’avessi saputo a scuola, ti avrei rotto il culo molto prima.”

Diede un colpo secco che mi fece sobbalzare. Forse stava immaginando di metterlo in culo a Claudia.

Mi afferrò per i fianchi e accelerò il ritmo. Appoggiai le mani alla parete e spinsi in alto il culo per facilitargli i colpi. Il suo respiro si trasformò un ansimare eccitato.

All’improvviso la radio di Lorenzo si accese.

“Lorenzo, dove diavolo sei? Abbiamo bisogno di te all’ingresso. Muoviti.”

“Oh, cazzo. Sto venendo.” Esclamò Lorenzo ed estrasse il suo cazzo, facendomi sussultare.

“Riempimi il culo.” Dissi e mi allargai le chiappe con le mani.

Lorenzo mi fissò sbalordito, ma non replicò. Conficcò nuovamente la sua nerchia nel mio culo.

Inarcai la schiena per la botta. Diede un paio di affondi. L’asta si gonfiò ancora di più e vibrò nella mia carne.

Lorenzo lanciò una serie di gemiti, mentre le sue dita affondavano come artigli nei miei fianchi. Fiotti schizzi di sborra calda mi inondarono il culo.

Infine, ansimando, sfilò il suo cazzo completamente esaurito.

“Lorenzo, cazzo, vieni subito all’ingresso.”

“Sono venuto. Sono venuto. Arrivo.”

Lorenzo si diede una sciacquata al cazzo nel lavandino. Mi salutò con un cenno della mano. Nei suoi occhi vidi l’imbarazzo e il disagio che avevo spesso visto nei miei compagni. Ma non l’avevo mai visto in lui.

La porta sbatté e mi trovai solo nel bagno. Mi tirai su i pantaloni con il cazzo ancora in tiro e mi appoggiai al lavandino. Alzai gli occhi di fronte a me. Era un viso stravolto quello che vidi riflesso nello specchio. Aprii il rubinetto e mi gettai dell’acqua in faccia.

Un rumore alle mie spalle attirò la mia attenzione.

Una delle porte dei gabinetti si aprii lentamente. Cazzo, c’era qualcuno nel bagno.

La porta si spalancò completamente. Un uomo dalla pelle scura e i capelli arruffati mi fissava. I lineamenti duri di un maschio arabo.

Fece qualche passo in avanti e poi si fermò continuando a fissarmi. Incrociai i suoi occhi riflessi nello specchio.

Non aveva il solito sguardo degli altri migranti. Era diverso da quello sguardo di soggezione e timore che era disegnato sui volti della maggior parte dei richiedenti l’asilo in quel posto. Era uno sguardo di superiorità e desiderio.

Aveva sentito tutto. Aveva visto tutto.

Abbassai la testa, imbarazzato da quegli occhi sprezzanti. Lui fece alcuni massi verso di me. Interpretando non so che cosa nel mio gesto. Era a pochi centimetri dalla mia schiena. Sentivo il suo odore. Un odore di maschio, di straniero.

Non faceva niente. Eppure mi terrorizzava. Sembrava come se stesse aspettando qualcosa. Mi voltai a guardarlo. Lui non si mosse e si limitò a ricambiare lo sguardo. Sapevo che cosa voleva.

Mi ero appena fatto sbattere nei bagni e lui aveva visto tutto. Non so cosa pensasse di me, come mi giudicasse, ma era lì in attesa.

Avevo ancora il cazzo in tiro e la libido a mille. L’impulso di soddisfarlo era più forte di ogni cautela. Allungai le mani indietro e mi abbassai con cautela i pantaloni e le mutande, svelando il mio culo indifeso.

E anche lui si mosse. Sentii la sua cerniera aprirsi. Sì, era quello che voleva. Non osai voltarmi. Lui mi schiacciò la schiena verso il lavandino, obbligandomi per reazione a spingere in fuori il culo.

L’arabo non attese oltre. La sua cappella si appoggiò al mio buchino e in un attimo fu dentro.

La sborra di Lorenzo aveva reso il mio buchino più scivoloso, ma non servì ad attutire il colpo. Non avevo visto se il suo cazzo fosse più grosso di quello di Lorenzo, ma fece altrettanto male.

Emisi un lamento di dolore. Lui reagì spingendo con più forza il cazzo in profondità e piegandosi verso di me. Mi tappò la bocca con un mano e mi sussurrò qualcosa in arabo. Voleva che facessi silenzio.

Mi morsi il labbra per trattenere i gemiti. Forse non voleva che qualcuno ci sentisse, ma, cavolo, mi stava sbattendo in pieno bagno. O forse gli dava fastidio che la mia voce maschile gli ricordasse che non ero una ragazza.

L’arabo mi afferrò i fianchi con le sue mani ruvide e prese a muovere il bacino con frenesia. Sembrava che non scopava da un’eternità. E forse era proprio così, perché non durò a lungo.

Il suo cazzo si agitò nel mio culo. E in silenzio con una serie di botte sbrigative l’arabo si svuotò dentro di me. La sua sborra calda si andò a mescolare con quella di Lorenzo nel mio culo.

L’arabo fece qualche passo traballante indietro. Il suo cazzo scivolò fuori. Io rimase ancora piegato appoggiato al lavandino.

Mi voltai a fissarlo. Mi stava guardando, in silenzio, come sempre. Si andò a lavare al lavandino e svanì come Lorenzo.

Mi tirai in piedi e mi infilai in uno dei bagni. Mi smanettai rapido. Volevo liberarmi di quell’eccitazione che mi faceva vergognare. Fiotti incontrollati di liquido bianco finirono nel cesso, mentre tiravo finalmente un sospiro di sollievo.

Con un sforzo doloroso espulsi la sborra che si muoveva nel mio culo. Mi lavai e sistemai e mi diressi verso l’ingresso.

A pranzo cercai di stare con Lorenzo, ma presto mi resi conto che mi stava evitando. Si sedette a un tavolo con un gruppo di altri ragazzi e io finii per trovarmi da solo.

Ecco cosa succede, quando dai il culo per far felice qualcuno. Francamente non mi importava più di tanto. Alla fine avevamo perso i contatti. Ci sentivamo solo per fare questi servizi sociali.

Dopo aver finito di mangiare, Lorenzo e gli altri andarono a un bar a prendere un caffè. Feci un altro giro per il centro.

Senza rendermene conto finii nel salone del tempo libero dei migranti. Non potevano uscire dal centro, quindi, passavano tutto il tempo a cazzeggiare in questo locale. Vidi subito l’arabo di prima. Stava facendo vedere qualcosa sul suo telefono ad alcuni suoi compari. Ridevano. Ma non doveva requisirli i telefoni?

Ero convinto che quello che era successo con me sarebbe stato un segreto. Pensavo che quell’arabo non avrebbe mai voluto raccontare quello che aveva fatto. Quello che mi aveva fatto. Ma mi sbagliavo. Quando passai davanti a loro, le risate si calmarono. L’arabo mi indicò. Indicò proprio me. E tutti sorrisero, ridendo trai denti.

Mi allontanai in fretta e mi infilai nel primo dormitorio vuoto. Mi sedetti su un letto e respirai profondamente. Avevo lasciato che quell’arabo mi sborrasse in culo. Avevo lasciato che abusasse di me. Ebbi un conato di vomito.

Un rumore attirò la mia attenzione. Alzai gli occhi. L’arabo era sulla soglia del dormitorio. E con lui i compari con cui stava ridendo prima. Si portarono di fronte a me. Feci per alzarmi, ma uno di loro mi spintonò nuovamente sul letto.

“Burhan ci ha raccontato di te.” Disse un arabo alto con la barba corta e fitta, indicato l’uomo che mi aveva scopato.
“Non so di cosa stai parlando. Andate via. O chiamo la sicurezza.”

L’arabo alto e uno più grassottello scoppiarono a ridere. Poi il grassottello tradusse anche gli altri tre si aggiunsero al coro di risate.

“Gamal, passami il telefono di Burhan.”

Il grassottello chiese il telefono a Burhan e lo passo all’arabo alto. Cliccò sullo schermo e me lo piantò davanti agli occhi.

Partì un video. Durava solo qualche secondo. Ma abbastanza per riconoscere la mia faccia. E il mio culo con un grosso cazzo scuro conficcato dentro. Spinsi via il telefono.

“Allora vuoi chiamare tu la sicurezza o lo facciamo noi? Sono sicuro che saranno molto interessanti di sapere che te lo fai mettere in culo da un arabo.”

Abbassai lo sguardo. Cosa potevo fare?

“Tu sai cosa devi fare, vero?” L’arabo alto si piantò di fronte a me.

Quando alzai gli occhi, vidi la sua patta a pochi centimetri dal mio naso. Avvicinai le mani lentamente alla sua patta e aprii la cerniera. Non aveva mutande sotto. Il suo cazzo era già in tiro.

Inspirai profondamente e aprii la bocca. Presi a succhiare. Succhiavo, succhiavo, succhiavo, ma pregavo che finisse presto.

L’arabo alto non sembrò molto soddisfatto. Mi afferrò la testa fra le mani e mi tirò verso il suo cazzo, facendomi cadere in ginocchio per terra. La sua cappella spingeva contro il mio palato. Piegai la testa e lasciai che affondasse giù lungo la gola.

I suoi amici risero. Erano risate strane. Imbarazzate, disgustate. Il suo cazzo era meno grosso di quello di Burhan, ma era più lungo. Mi toglieva l’aria.

Finalmente ritirò il suo cazzo, dandomi sollievo. Respirai di nuovo, ma non per molto. Me lo ficcò ancora in gola. E poi lo ritirò ancora indietro. Avanti e indietro. Avanti e indietro. Mi lacrimavano gli occhi.

“Ehi, Khaled, però, non vale. Ti stai prendendo tutto il divertimento.”

“Hai ragione, Gamal. Dobbiamo condividere.” L’arabo alto, Khaled, sfilò il suo cazzo e si fece da parte. Tossii rauco, prima che Gamal non mi ficcò il suo cazzo in bocca.

“Anche tu, ragazzino, devi condividere.” Alzai gli occhi verso Khaled e capii. Mi sollevai, mettendomi a novanta grandi e tirai giù pantaloni e mutande. Qualcuno batté le mani.

“Burhan aveva ragione. Hai un culo che è meglio di quello di qualunque donna.” Mi afferrò le chiappe e le strinse, allargandole. “Te l’ha sfondato per bene questo buchino. È tanto rosso che sembra stia andando a fuoco.”

Si afferrò la sua asta con la mano e me lo puntò tra le chiappe. Il suo bacino si mosse come se volesse prendere la rincorsa, ma quasi non si spostò. Inarcai la schiena e mugulai di dolore. Khaled mi piantò il suo cazzo nella carne come si infila un bastone nella terra morbida. Sfondato o meno che fosse il mio buchino, il dolore fu atroce.

Gamal mi afferrò la testa fra le mani e spinse il suo cazzo in profondità nella gola soffocando ogni mio lamento. Gli occhi si riempirono di lacrime. Ma non piansi. Non volevo dargli anche questa soddisfazione. Anche se, lacrime o meno, la mia sofferenza era palese.

“Fa male prenderlo in culo, eh?” Khaled si piegò sulla mia schiena.

Annuii, sperando che forse alla fine avesse un po’ di compassione. Ma mi sbagliavo. Khaled rise. Mi afferrò per i fianchi e prese a sbattermi con vigore.

“Avresti dovuto pensarci prima di diventare una puttana.”

Gamal gemette. Gemette più forte, lasciando cadere indietro la testa in una smorfia. Le sue dita si strinsero tra i miei capelli, premendo sulla nuca. Il suo cazzo si gonfiò ancora di più e fremette. Schizzi densi e copiosi mi inondarono la bocca.

Stavo soffocando. Volevo sputare fuori tutto. Ma Gamal non lasciava la presa. I suoi occhi ebbri mi fissavano.

Voleva che ingoiassi. Tentennai un attimo. Alla fine deglutii. Aveva un gusto aspro. Gamal e gli altri uomini scoppiarono a ridere. “Fai veramente schifo.”

Khaled, che si era fermato a seguire la scena, riprese a sbattermi veloce. Sempre più frenetico. Sembrava che la scena lo aveva eccitato ulteriormente.

“Preparati che adesso ti metto incinta.” Khaled mi afferrò per i capelli e mi fece inarcare completamente tirandomi a sé. Gridò. Sembrava un animale predatore che aveva appena ucciso la sua vittima.

Piantò il suo cazzo in profondità. Il suo seme mi invadeva il culo. Almeno non ho dovuto sentire il suo sapore.

Khaled estrasse il suo cazzo. Ansimava. Il suo volto era di uomo vittorioso. Ma non aveva ancora finito.

“Voltati.”

Che cosa voleva ancora?

“Puliscimi il cazzo.”

“No.” Mi ritirai quasi inorridito.

“Se è sporco è colpa tua. Quello è il tuo culo. Forza fai il tuo lavoro fino in fondo.”

“Anche se in fondo gli è già andato.” Ridacchio Gamal.

Khaled mi afferrò la testa con la mano. Era forte. Mi spinse contro il suo cazzo avvolto da una densa patina bianca. Era tantissima sborra. Forse non era neppure solo la sua.

La mano mi obbligò ad aprire le bacco e mi infilò il suo cazzo in gola. Non potei far altro che pulire.

“Muovi quella lingua.”

Finalmente Khaled sembrò soddisfatto del mio lavoro. Guardò il suo cazzo pulito e se lo rimise nella patta. Lui e Gamal avevano avuto quello che volevano e si sedettero sul letto con Burhan. Volevano godersi il resto dello spettacolo.
Gli altri due uomini si avvicinarono a me. Mi parlavano in arabo. Né Gamal né Khaled stavolta sembrarono intenzionati a tradurre le loro parole. Ma ormai non ce n’era più bisogno. Sapevo cosa fare. Sapevo cosa mi stavano ordinando.

Uno mi ficcò il suo cazzo in bocca, mentre l’altro me lo piantò in culo. Non ha importanza quanti cazzi tu abbia preso. Quando ti penetrano con violenza fa sempre male.

Non so se fu lui a venire rapidamente, o semplicemente io che stavo iniziando a perdere il senso del tempo. Quello che mi trapanava il culo gemette, mentre il suo cazzo vibrò nella mia carne.

L’altro sfilò il suo cazzo dalla mia bocca prima di sborrare e si mise alle mie spalle. Lo infilò nel mio culo come si pianta un palo nella terra. E come un martello mi sbatté con violenza.

Sembrava che gli piacesse scoparmi in quella calda massa di sborra che mi riempiva il culo. Ansimava, sempre più intensamente. Lanciò un grido strozzato e altri fiotti di maschio mi imbottirono il culetto.

Quando estrasse il suo arnese ormai esausto, percepii un filo di sborra colarmi lungo la coscia. Lui rise e strofinò il suo cazzo sulla mia chiappa pulirlo.

Doveva essere molto contento, perché mi fece voltare e come Kahled me lo infilò in bocca. Stavolta non mi tirai indietro e mi affrettai a pulirlo. Ormai era finita. Si era sfogati tutti. Mi avrebbe finalmente lasciato andare.

“Allora puttana bianca. Ci rivediamo qui domani.” Esclamò Khaled.

“Come?”

“Hai capito benissimo. Domani mattina fatti trovare nudo qui, se non vuoi che si sappia che sei una troia. Adesso abbiamo altro divertente materiale.” Spiegò Kahled, indicando Gamal che agitava il telefono fra le mani.

Come ho potuto essere così stupido?

“Puzzi di sborra come un gesso.” Ridacchiò Gamal.

Ero accasciato a terra. La sborra continuava a fuoriuscire dal culo. Alzai lo sguardo verso di loro.

“Allora hai capito?”

Annuii.

“Dillo.”

“Sarò qui domani mattina. Nudo.” Abbassai gli occhi.

“Perché?”

“Per… perché sono la vostra puttana…”

Dovettero capirlo tutti, perché scoppiarono a ridere in coro.

Ed era vero. Ero diventato la loro puttana. E non solo la loro. Ma di tutti gli altri. Per tutto il servizio ogni giorno, per tutto il giorno, ero lì, in quel dormitorio, mentre a gruppetti si davano il cambio per fottermi.