Mia madre e mia nonna erano completamente in panico. Mio cugino Massimo aveva avuto un incidente ed era ricoverato in ospedale. Zia Giulia aveva chiamato, facendo presagire il peggio. Ora tutta la mia famiglia si era fiondata a Milano, dove studiavo per portarsi al suo capezzale.

“Dov’è? Dov’è?” Mia madre corse verso la ricezione. L’infermiera dietro il bancone la fissava incerta.

“Mio nipote sta male. Dove l’avete messo?” L’incalzò mio nonna, portandosi al fianco di mia madre.

“Buongiorno. La prego sinceramente di scusare mia madre e mia nonna. Cerchiamo Massimo Rendiger.”

L’infermiera annuì, lanciando uno sguardo severo a mia madre e mia nonna. “Stanza 354. Da quella parte. Potete prendere l’ascensore.”

Mia madre corse a schiacciare il pulsante, mentre mia nonna cercava di starle dietro con il suo passo di settantenne.

“Muoviti, Riccardo.” Mia madre agitava la mano sulla soglia dell’ascensore.

“345. 346.” Mia madre contava le stanze, mentre percorrevamo rapidamente il corridoio. “Giulia dice che è gravissimo. In pericolo di vita.”

“Mamma, se fosse vero adesso sarebbe nelle cure intensive.”

“Santa Maria abbi pietà di lui. Povero, Massimo. Povero, Massimo. Vergine adorata proteggilo.” Mia nonna non faceva che richiedere l’intercessione della Madonna.

“353. 355.” Mia madre si fermò di colpo. “Non c’è. La sua stanza non c’è. Vedi? Chi sa dove l’anno portato.

“È qui, mamma. È qui.” Bussai alla porta sulla parete opposta del corridoio.

Mia madre e mia nonna non attesero risposta ed entrarono. Piangendo, andarono ad abbracciare zia Giulia e Massimo.

“Grazie. Grazie per essere venute. E anche tu, Riccardo. Vieni qui. Fatti abbracciare.”
Mia zia mi strinse forte, mentre il suo inteso profumo mi asfissiava.

“Hai visto, Massimo? Sono venuti tutti a trovarti.”

Il moribondo era sorridente e rilassato sul letto. Aveva solo un paio di fratture alla mano destra e al braccio sinistro. Per il resto stava meglio di me.

“Massimo, mio adorato Massimo. Come stai? Ma che cosa è successo?” Mia nonna continuava a singhiozzare e agitare le braccia.

Massimo sembrava non aspettare altro che quella domanda per raccontare la sua storia strappalacrime. Io mi voltai e lasciai vagare lo sguardo fuori dalla finestra. Non valeva neppure la pena stare ad ascoltare. Ero sicuro che non c’era nulla di vero. Conoscevo Massimo. Fin da ragazzo aveva partecipato a gare illegali di automobili. Questo doveva essere il suo ultimo risultato.

“Per il prossimo mese dovrà restare con il gesso. Non so come fare. Io devo tornare a Mantova. Non posso restare con lui. Francesco non resiste un giorno senza di me.”

Francesco è mio zio. Senza zia Giulia non è capace neppure a scegliersi i calzini.

“Ma non può stare da voi?” Si informò mia madre.

“Devo restare a Milano. Non posso perdere altre lezioni di università.”

Sì, certo. Bella scusa. Come se Massimo andava mai a lezione. Se da ragazzi mi avessero detto che sarebbe andato all’università, avrei faticato a trattenere le risate. Ma a quei tempi non sapevo neppure che esistesse il suo corso accademico: scienze motorie.

Il vero motivo per cui voleva restare a Milano era di stare il più lontano possibile dai suoi genitori.

“Ma non puoi restar da solo. Guarda in che stato sei. Non riesci neppure a vestirti.”

“Ma Riccardo non potresti ospitarlo tu? Anche tu devi restare per studiare.”

Fissai mia madre sconvolto. Come gli era saltato in mente di fare questa proposta?

“Ah, Riccardo, vero. Come ho fatto a non pensarci prima. Mi ero completamente scordato che anche tu studiavi.”

“Allora, Massimo cosa ne pensi? Ti farebbe piacere stare da Riccardo?”

“Certo. Starei volentieri dal mio cuginetto.”

Cuginetto. In verità avevo due anni in più di lui, ma mi aveva sempre trattato come se fossi il più piccolo.

“Ma non ho neppure un divano per dormire.”

“Il tuo letto è enorme. Ci starete tranquillamente in due.” Ribatté mia madre.

“Oh, i due cugini insieme. Sono così felice.” Esclamò mia nonna.

“Grazie, Riccardo. Grazie. Ora mi sento molto più tranquilla.”

Aprii e chiusi meccanicamente la bocca. Ormai era fatta.

La mattina seguente tornai in ospedale da solo. Massimo veniva dismesso e dovevo aiutarlo a venire a casa mia. Bussai alla sua stanza e, quando mi gridò di entrare, aprii la porta. E la richiusi subito rapidamente alle mie spalle.

“Max, cavolo, ma sei nudo.”

“E che sarai mai. Da ragazzini abbiamo sempre giocato nudi.”

“Da bambini. E, comunque, qualcuno poteva vederti.”

“È un ospedale. Chi sa quanti ne vedono girare nudi per i corridoi.”

“Beh, ora vestiti, però.” Dissi, cercando di distogliere lo sguardo. Vedere Massimo nudo mi creava disagio.

“Ci sto provando da una mezz’ora. Ma come avrai notato ho qualche limitazione.” Esclamò facendomi vedere il suo braccio e la mano ingessati.

“Chiamo un’infermiera.”

“Ma che infermiera. Dai, che ti costa. Dammi una mano.”

Spalancai gli occhi e deglutii. Lo fissai per un lungo istante. Lui sembrò interpretare il mio silenzio come un assenso e mi fece volare addosso i boxer. Istintivamente li afferrai al volo. Ma allontanai di scatto il braccio quasi schifato.

“Sono lavati. Piantala di fare la verginella. E aiutami.”

Finalmente abbassai lo sguardo e per la prima volta posai gli occhi fra le sue gambe.

L’avrò forse visto tante volte, quando eravamo bambini, ma quello che penzolava davanti ai miei occhi non era più il pisellino di un ragazzino.

Dovevo ammettere, non senza un certo fastidio, che Massimo era meglio dotato di me. Non era misure straordinarie, ma facevano il loro effetto.

“Sconvolto dalla mia virilità?” Scherzò Massimo, mettendosi a dondolare, facendo così che il suo arnese di agitasse.

“Sì, sconvolto da quanto sia minuscola.”

“Forza, inginocchiati e datti da fare.”

“Ehi, sta’ zitto. Se ti lascio qui e arrangiati.”

“Scusa. Scusa.”

Mi avvicinai e mi inchinai verso i suoi piedi. Allargai i suoi boxer e lasciai che Massimo ci infilasse i piedi. Poi li tirai su velocemente. Troppo velocemente. Il suo membro rimbalzò sull’elastico e io lo toccai involontariamente. Massimo fece finta di nulla e io mi allontanai rapidamente.

Lo aiutai a terminare di vestire e raccogliemmo le sue cose prima di uscire. Prendemmo la metro e andammo a casa mia.

“Allora questa è la cucina. Qui il bagno. E questa è la camera.”

“Non è molto grande.”

“Puoi sempre andare altrove.”

Massimo alzò le spalle. “Io dormo sul lato sinistro.” Esclamò subito, lasciandosi cadere sul materasso.

“È il mio letto. Decido io su quale lato dormire.”

“Che tiranno. Vuoi davvero che tua madre sappia che mi maltratti?”

Lo fulminai con lo sguardo. “Fa come vuoi. Adesso devo andare in università. Tu cosa fai?”

Massimo si riverso sul letto. “Oggi sono ancora in convalescenza. Starò qua a riposare.”

Chi sa perché la cosa non mi sorprendeva. Anche se mi inquietavamo un po’ lasciarlo da solo a casa. Non tanto per lui, ma per il mio appartamento. Ma non avevo scelta.

In aula ero distratto. Continuavo a controllare il telefono, temendo di trovare una sua chiamata o un messaggio allarmato. Finalmente anche l’ultima lezione terminò e potei salire sulla metro.

“Sono a casa.” Esclamai, entrando in casa. Nessuna risposta. Eppure doveva essere a casa, perché sentivo dei rumori in camera anche se la porta era chiusa.

“Massimo, tutto bene?” Chiesi, spalancando la porta con urgenza.

Massimo era seduto alla scrivania con il mio portatile accesso. Aveva il cazzo in tiro stretto nella mano sana. Muoveva il braccio ingessato in modo impacciato. Mi fissò con uno sguardo tra l’ebete e l’estatico, ma continuò a smanettarsi.

“Cavolo, scusami.” Balbettai, uscendo e iniziando a chiudere la porta, ma mi bloccai sulla soglia.

Cosa stavo facendo? Quella era camera mia. Quello era il mio appartamento. Tornai sui miei passi.

“Vai a segarti da un’altra parte, Massimo.” Dissi, cercando di suonare autoritario, ma era difficile senza guardarlo.

Massimo si limitò ad ansimare più forte, mentre i versi provenienti dal video divennero più intensi.

“Max, piantala. Vai al cesso.”

“Ci… s-sono… quasiiii…aaaaaaahah.” Massimo esplose in un gemito. Fiotti di sborra zampillarono dalla punta del suo cazzo. Il liquido bianco e denso gli riempì la mano.

Ero senza parole.

Massimo lasciò cadere in dietro la testa, inspirando profondamente.

“Uao. Era da tantissimo che non mi segavo. All’ospedale c’era sempre qualcuno in giro.”

“Anche qua c’è qualcuno, nel caso non te ne fossi accorto: IO!”

“E che sarà mai. Non ti masturbi mai, tu?”

“Forza, levati.”

Massimo si guardò intorno, adocchiando dei fazzoletti sul comodino. Poi guardò la sua mano sana ricoperta di sperma e poi quella ingessata. Alzò lo sguardo e mi sorrise.

“No. Assolutamente no.”

“E dai, sono menomato. Aiutami. Devi solo darmi una rapida pulita.”

“Ma stai scherzando? Io la tua sborra non la tocco.”

“Non la devi toccare. Devi solo pulirmi con quei cavolo di fazzoletti. Altrimenti mi pulisco sul tuo computer.” Minacciò, allungando il braccio ingessato con la mano piena di sborra verso il mio computer sul tavolo.

“Va bene, va bene. Stai fermo.”

Presi i fazzoletti. Molti fazzoletti e mi avvicinai alla sua mano. C’era un acre odore di seme di maschio. Deglutii senza guardare Massimo negli occhi.

La sborra era ancora caldo. Sentivo il calore filtrare nei fazzoletti. Ebbi un brivido. In un attimo la carta si era impregnata di sborra. L’umidità mi impiastrava le dita.

“Finito.” Esclamai, raddrizzandomi e tirandoli addosso i fazzoletti sporchi.

“Ehi, che fai?!”

“Quelli riesci a buttarli da solo. E questa è l’ultima volta che ti masturbi, finché resti qui. Sono stato chiaro? Mai più.”

Massimo borbottò qualcosa, ma annuì. Per il resto della serata e i giorni seguenti, parlammo solo lo stretto necessario.

La terza notte, però, Massimo continuava ad agitarsi sotto le coperte. Si girava e si rigirava. Era impossibile addormentarsi condividendo lo stesso letto.

“Cazzo, vuoi piantarla. Che diavolo hai?”

“Non riesco a dormire.”

“L’ho notato.”

“È colpa tua.”

“Mia? Perché cazzo sarebbe colpa mia?”

“Sono giorni che non mi posso segare e adesso sono in astinenza.”

“Non sono passati neppure tre giorni. Hai la disciplina di un mollusco.”

“Ho bisogno di venire. Sono un maschio. È l’istinto della specie.”

“E segati, che ti devo dire.” Sbottai, stufo delle sue scemenze.

Massimo non si fece pregare. Non ebbe neppure la decenza di andare in bagno. Sentii subito strusciare sotto le coperte. Sempre più veloce.

“Guai a te se mi sporchi le coperte.”

Massimo non rispose, ma si liberò dalle coperte. Io mi voltai e mi spinsi più che potei verso il margine del letto, quasi rischiando di cadere.

Massimo ansimava sommesso, ma il movimento ritmato della sua mano era imperterrito. Iniziavo a spazientirmi. Alla fine mi voltai di scatto.

“Hai finito?!” Esclamai.

Massimo sussultò e si girò verso di me. Uno schizzo di sborra mi centrò in faccia. Massimo si sdraiò subito, mentre il restante degli schizzi gli sporcava la pancia.

Io rimasi immobile. In certo su cosa fare. Appena sentii la sborra calda colarmi sull’angolo delle labbra, mi alzai veloce e mi fiondai in bagno.

Mi guardai allo specchio. Avevo una guancia biancastra. Ero ipnotizzato da quel bianco inteso. Era un liquido denso e scendeva lentamente. Un odore intenso di orgasmo maschile mi riempiva le narici.

Aprii le labbra e allungai la lingua verso l’angolo della bocca. Era ancora calda.

Leccai.

Un gusto strano mi riempì le papille gustative e mi risvegliò. Scossi la testa e l’infilai sotto il rubinetto, facendo partire l’acqua.

Mio cugino mi aveva appena schizzato in faccia e io avevo provato la sua sborra. Stavo impazzando. Stare con lui in casa mi sta facendo male. O forse erano solo gli effetti dell’astinenza. Anch’io avevo bisogno di segarmi.

Non mi ero reso conto, ma avevo il cazzo in tiro. Durissimo. Strinsi la mano intorno all’asta e mi masturbai freneticamente. Fu un attimo e anch’io esplosi nel piacere.

Stupido. Stupido. Cosa mi era saltato in testa? Mi diedi una lavata e tornai in stanza. Massimo sembrava dormire. Sul comodino c’erano dei fazzoletti sporchi, probabilmente del resto della sua sborra. Alzai le spalle e mi coricai. Ero troppo stanco anche solo per lamentarmi.

La mattina dopo avrei volentieri fatto finta di nulla, ma quello che era successo aleggiava nell’aria. A cominciare dall’odore di sborra.

“Vatti a fare una doccia. Puzzi.” Esclamai, aprendo le finestre.

La luce del sole colpì in faccia Massimo che si agitò nel letto. Cercò di coprirsi la testa con le coperte, ma gliele strappai via.

“Forza, alzati. Vai a lavarti.”

Massimo rotolò fuori dal letto e si trascinò in bagno.

Quando ebbi finito di mettere a posto il letto, andai verso la cucina. Massimo aveva ovviamente lasciato aperto la porta del bagno. Non potei fare a meno di guardare dentro.

Era in piedi nella vasca da bagno. Nudo. Con il braccio ingessato cercava di sollevare il tubo della doccia. Riusciva solo a lavarsi la parte bassa del torso.

“Che cavolo stai facendo?”

“Mi sto lavando.” Massimo si voltò leggermente.

“È così che ti sei lavato negli ultimi giorni?”

“Questo gesso non mi è apparso questa notte. In ospedale mi aiutavano a lavarmi.”

Adesso capisco perché in ospedale non gli importava molto di essere visto nudo. L’avranno visto tutti.

“Hai bisogno di una mano?” Sospirai, mentre feci quella domanda, ma sapevo che era la giusta cosa da fare.

Il volto di Massimo si illuminò.

Così mi ritrovai per terra nel mio bagno con una spugna in mano a lavare la schiena di mio cugino.

Lui si era accovacciato sul fondo della vasca e parlava rilassato. Io, invece, non riuscivo a seguire quello che diceva. Quella situazione mi creava disagio, ma allo stesso tempo mi stavo abituando a prendermi cura di lui. Mi sentivo un po’ come quelle mogliettine americane degli anni ’50 di quelle vecchie pubblicità maschiliste.

Quando ebbi terminato di lavargli la schiena, passai al torso. Massimo continuava a chiacchierare senza rendersi conto che non lo stavo ascoltando.

Mentre facevo scorrere la spugna, non potei fare a meno di notare i pettorali muscolosi e gli addominali ben disegnati. Non avrei dovuto sorprendermi. Massimo studiava Scienze motorie. Ma incontrandolo per strada con il suo fisico snello era difficile immaginare che sotto i vestiti fosse così muscoloso. Non era gonfiato. Erano muscoli naturali frutto dello sport, non della palestra.

Nelle mie parti basse sentii qualcosa iniziare a gonfiarsi. Avevo il cazzo in tiro. Scossi il capo. Non avevo mai pensato a mio cugino come materiale sessuale. Era un po’ come un fratello. Ma essere lì e prendermi cura di lui, come una specie tra il maritino devoto e il servo, mi stava eccitando.

“Il cazzo è in tiro.” Le sue ultime parole, tra tutte le sue chiacchiere, raggiunsero il mio inconscio.

Se ne era accorto? Come aveva fatto?

Massimo scoppiò a ridere. “Tutte queste carezze me lo hanno fatto venire duro.”

Abbassai lo sguardo fra le sue gambe. Non me ne ero accorto, tanto ero concentrato e imbarazzato da me. Anche lui aveva il cazzo in erezione. Ma diversamente da me lo trovava divertente. Ero un po’ affascinato dalla naturalezza con cui gestiva la sua virilità.

“Beh, vedi di fartela passare.” Dissi, cercando di nascondere il disagio per la mia di erezione.

“Ma non posso segarmi adesso. Rischio di bagnare i gessi.”

“Ci sono altri modi per far passare un erezione. Pensa a qualcosa di triste.”

“E dai, dammi una mano tu. Tanto lo so che sei gay.”

Quelle ultime parole mi colpirono senza preavviso. Mi immobilizzai. Sentivo il mio cuore battere all’impazzata.

“Non fare quella faccia. È ovvio. Non se un figo come me, ma devo riconoscere che sei ben piazzato. Arrivare a 20 anni senza mai avere avuto una ragazza? Ammetterai che la cosa era sospetta.”

“E… lo sanno…?”

“Tua madre e mia zia? Boh, non so. Probabile. Ma che te frega? Siamo nel ventunesimo secolo. Anche in Italia i gay possono unirsi civilmente.”

Scossi la testa. Non poteva capire. Non era così semplice.

“Allora me la fai sta sega?”

Lo fissai sbalordito. “Non è che essere gay, fa di me un puttano.” Lanciai la spugna nella vasca infuriato.

“Ehi, non prendertela. È solo una sega. Quanti ragazzini scoprono il sesso scambiandosi una sega tra cugini?”

“Appunto, ragazzini. Abbiamo più di 20 anni noi.”

“Non è mai troppo tardi per costruire un legame fra cugini.”

“Da quanto sei in astinenza?”

Massimo scoppiò a ridere. “Troppo. Davvero troppo. Significa che ci stai?”

Non potevo negare che ero curioso. Ormai lo avevo visto in tiro tante volte, ma volevo sapere come era al tatto. Volevo sapere quanto era duro. E poi iniziavo a entrare sempre più in quel personaggio del marito servizievole. Alla fine era solo una sega. E lui stava male.

Allungai la mano fra le sue cosce. Massimo allargò gli occhi, mordendosi il labbro. Appena le mie dita si strinsero attorno alla sua asta, gemette sommesso. La sua virilità era dura come i suoi pettorali.

Iniziai a muovere la mano. Il cazzo ero liscio e scivoloso per il sapone. Il mio palmo scorreva facilmente. Mi piaceva sentire il suo membro gonfiarsi ulteriormente tra le mie dita.

Massimo appoggiò la schiena contro la vasca e lasciò cadere indietro la testa, chiudendo gli occhi. Si rilassò per bene, allargando le gambe. Voleva gustarsi al meglio il mio servizio.

Un po’ ero orgoglioso che gli piacesse la mia sega. Ma ero anche un po’ irritato che lo prendesse quasi come se fosse qualcosa di dovuto.

Accelerai il ritmo. Massimo accennò a dei sospiri. Il suo cazzo si gonfiò ancora di più. La sua schiena si inarcò leggermente.

Come l’altro giorno un primo schizzo partì in alto, poi fu seguito da una serie di spruzzi densi e pesanti che andarono ad avvolgere con quel liquido bianco e caldo la sua cappella e la mia mano.

Il mio cazzo era durissimo. Sentivo il bisogno impellente di masturbarmi. Gli pulii per bene il cazzo come se fosse la cosa più naturale del mondo. Terminai di lavarlo e dopo averlo aiutato ad asciugarsi, lo buttai fuori dal bagno.

Mi segai rapidamente. Venni in un attimo. Dovetti trattenermi per evitare di gemere e farmi sentire da Massimo. Alla fine mi misi in vasca, dove prima c’era stato lui, e mi feci una doccia fredda.

Per qualche giorno non successo più nulla. Poi una notte si ripeté la scena della settimana prima. Massimo si girava e rigirava nel letto.

Stavolta, però, non ero irritato. In verità forse un po’ stavo aspettando con impazienza questa opportunità. Sapevo che ero un desiderio sbagliato. Eravamo prima di tutto cugini. E per giunta lui era sicuramente etero. Tra noi non poteva nascere nulla di duraturo.

“Non riesco a dormire.” Disse alla fine Massimo, riportandomi alla realtà di quel letto.

Che cosa voleva che dicessi? Voleva che gli proponessi di fargli un’altra sega? Non sapevo cosa dire. La risposta giusta era di metterlo a tacere bruscamente come al solito. Ma non era più “il solito” ormai.

Aveva ragione Massimo. Quella sega aveva cambiato il nostro legame di cugini. Quella convivenza aveva cambiato il nostro legame. E aveva messo me in una posizione più debole.

Dovevo mettere fine a questa situazione prima che fosse troppo tardi.

“Sei sveglio? Hai voglia di farmi una sega?”

Era già troppo tardi. Ero già diventato il cugino che quando aveva una voglia gliela soddisfava? Mi tornò alla mente il piacere segreto di lavarlo con la spugna e il suo volto quasi di gratitudine dopo essermi venuto nella mano.

Mi voltai verso di lui. Allungai la mano sotto le coperte. Si era già abbassato i boxer. Le mie dita toccarono la sua erezione già in piena forma.

Massimo non disse nulla, ma si sistemò meglio nel letto. Allargando le gambe per facilitarmi il movimento. E io presi subito a segarlo.

Dopo un po’ che la mia mano si muoveva su e giù lungo la sua asta, mi resi conto che volevo di più. Volevo assaporare quel cazzo così estraneo eppure così familiare.

Scivolai sotto le coperte. Aprii le labbra e avvolsi la sua cappella con la mia bocca. Massimo sussultò per la sorpresa, ma non mi fermò. Anzi, allungò la mano e fece scorrere le sue dita tra i miei capelli. Quel gesto di riconoscimento mi stimolò a impegnarmi di più.

La mia lingua ruotava attorno alla sua cappella e poi scendeva lunga la sua asta, giù fino alle sue palle. Gliele titillai con la punta della lingua e i suoi gioiellini si ritirarono divenendo due solide bocce.

Allungai la mano e assaporai la loro consistenza con le dita. La lingua risalii la sua asta fino a solleticare il suo prepuzio. Poi ingoiai la sua cappella. Lasciai che il suo cazzo mi affondasse in gola. Sempre più in profondità. Fino a togliermi il respiro.

Massimo gemette, quando le mie labbra raggiunsero la sua elsa. Avevo la sua grossa nerchia completamente in gola. Sollevò le coperte e suoi occhi curiosi ed eccitati si piantarono sui miei.

Ebbi un moto di vergogna. Chiusi gli occhi e feci per sfilarmi il suo cazzo per allontanarmi dal suo sguardo. Ma Massimo mi bloccò, portando una mano alla mia nuca.

Riaprii gli occhi. Si mordeva il labbro per l’eccitazione. Abbassai lo sguardo e presi a pompare. Succhiavo. Succhiavo. La mia testa si muoveva su e giù, mentre il suo cazzo appariva e svaniva di fronte ai miei occhi.

“L’hai già preso nel culo?” Chiese all’improvviso, Massimo.

Mi bloccai. Il suo cazzo mezzo infilato nella mia bocca.

Che cosa dovevo dirgli? Sì, lo prendo anche in culo. Sono un pigliainculo. Tuo cugino ha il culo rotto.

Ma non dovevo rispondere. Se non bastava il mio silenzio, lo aveva già capito. In realtà, mi stava chiedendo: posso mettertelo in culo?

Quella era l’ultima soglia. Dovevo dire di no. Mi ero già umiliato abbastanza, prendendoglielo in bocca. Prenderlo in culo dal cugino era veramente troppo.

Questo è quello che stavo pensando. Ma il mio corpo si muoveva diversamente. Lasciai che il suo cazzo mi scivolasse fuori dalla bocca. Deglutii e abbassai lo sguardo quasi con vergogna.

Ispirai e lentamente mi voltai. Mi posizionai a quattro zampe come il più infimo dei cani e abbassai i pantaloni del pigiama.

Massimo doveva star ridendo sotto i baffi, pensando a che puttano era suo cugino. O forse ormai non pensava neppure più a me come a un cugino. Dovevo essere semplicemente la sua ennesima conquista che si piegava ai suoi piaceri.

Massimo si raddrizzò sulle ginocchia. La sua mano sana mi afferrò bramosa una chiappa.

“Cazzo, hai proprio un bel culetto. Soffice e liscio. Le tue chiappe sembrano aprirsi e gridare: scopami.” Ridacchiò.

Io arrossii e nascosi la mia testa fra le braccia.

Le dita di Massimo mi massaggiarono per un lungo istante il culo. Poi senza preavviso un dito iniziò a premere sul mio buchino.

“Sicuro di non essere ancora un verginello? Il tuo buchetto è proprio stretto. Mi sa che studi troppo e scopi poco.”

“Tappa quel culo.” Ribattei irritato.

Massimo rise. “Sì, vedrai come te lo tappo bene con questa mazza.” Esclamò, ritirando il dito e facendomi scivolare la sua asta umida tra le mie chiappe. “Un cazzo così non lo hai mai provato. I tuoi amichetti che ti scopano in facoltà, non sono niente.”

Stavo per rispondergli, quando il suo dito tornò all’attacco e riuscì infine a superare la resistenza del mio buchino. Era solo un dito, ma mi fece sobbalzare. Non importa quanto sia grande. Quando ti entra qualcosa nella carne, nella parte più intima del tuo corpo è sempre uno sconvolgimento.

“Ehi, quanto siamo sensibili. È propria una figa delicata quella che ti ritrovi.”

“Figa sarà il tuo il tuo culo.”

Massimo scoppiò ancora a ridere. Sembra proprio divertirsi a inzigarmi. “Nella figa ci entrano i cazzi e nel mio non ci entra niente. Mentre nella tua figa sta per entrare un signor Cazzo.”

Estrasse il suo dito e lo sentii sputare. Umidificò per bene il suo cazzo. Lo strinse alla base con una mano, mentre con il gesso dell’altra mano mi allargava una chiappa.

La sua cappella si appoggiò arrogante al mio buchino. Poi, più rapido di quanto avrebbe dovuto e soprattutto di quanto avrei voluto, spinse. Spinse con forza. Troppa forza.

Mi sembrò che mi avesse pugnalato in pancia. Il suo cazzo si aprì un varco con violenza e fu dentro.

“Aaaaaahah.” Gridai, inarcando la schiena.

Avrei voluto staccarmi da lui. Sfilarmi quella lama che sembrava incandescente, ma Massimo si spinse in avanti con tutto il suo peso. Mi schiacciò sul materasso, mentre il suo cazzo penetrò fino allo stomaco.

Picchiai forte i pugni sul letto, cercando di sopportare il dolore.

“È proprio vero che prenderlo in culo fa male.” Disse Massimo con candore. Avrei voluto prenderlo a sberle.

“Fa male, ma solo quando è uno stronzo che ti scopa.”

“Quelli gentili, in realtà, hanno il cazzo troppo piccolo. Per quello che non ti fa male. Non lo senti del tutto.”

Nonostante le sue parole, rimase un attimo immobile come a volermi lasciar prendere fiato e farmi abituare a quel serpente invasore.

Quando finalmente il mio respirò si regolarizzò, Massimo prese a muoversi. Quando il suo cazzo si ritirò fu un breve sollievo, poi Massimo lo piantò nuovamente dentro. Si sollevò sul gomito e la mano sana e il suo bacino iniziò un movimento ritmato avanti e indietro. Prima piano, poi sempre più rapido, il suo cazzo si creò il suo spazio dentro di me.

“Chi l’avrebbe mai detto che avrei rotto il culo al mio cuginetto.”

“Piantala di dire queste cazzate.”

“E perché? Sei tu che mi hai dato il tuo culo. Hai voluto il mio cazzo e ora ti prendi anche le mie cazzate.” Diede un affondo violento che mi fece inarcare la schiena.

Lentamente il dolore fece spazio al piacere. Mi morsi il labbra, cercando di trattenere i gemiti. Non volevo dargli la soddisfazione di sentirmi godere. Non volevo che sapesse che mi piaceva prenderlo in culo. Prenderlo in culo da lui.

Ma resistetti poco. Iniziai prima ad ansimare sommesso, poi a ogni colpo i miei gemiti divennero più intesi. E più divenivano intensi, più Massimo sembra eccitarsi.

“Guarda come gode il puttanello a farsi sbattere. Ti piace farti rompere il culo dal cugino, eh?”

Annuii meccanicamente.

“Non ho sentito. Dillo forte.”

“Mi piace farmi rompere il culo da mio cugino.”

Massimo esplose in una risata e accelerò il ritmo delle botte. Con la mano sana mi fece sollevare e rimettere a pecorina. A ogni affondo mi sembrava che lo stomaco mi finisse in gola. Mi sbatteva sempre più veloce. Sempre più forte.

Massimo gemette, mentre il suo viso si contorse in una smorfia di goduria. Il suo cazzo vibrava nella mia carne. Fiotti di sborra calda mi riempivano. Diede ancora degli ultimi colpi, poi si accasciò sulla mia schiena, schiacciandomi sul letto.

“Mi sei venuto dentro.” Lamentai.

“Hai paura di restare incinto?” Massimo ansimava. Sentivo il suo sudore colarmi addosso.

“Non sono il tuo porta sborra.”

“Il tuo culo dichiara il contrario.”

Con uno scossone me lo tolsi di dosso, facendolo rotolare sul letto. Sobbalzai, quando il suo cazzo si sfilò dal mio culo.

“Fai attenzione a non perdere il frutto del mio orgasmo. È un onore averlo in culo. Significa che hai saputo soddisfarmi.”

Scossi il capo. Non finiva mai di dire scemenze. Mi alzai, cercando di nascondere il mio cazzo in erezione.

“Non serve che lo copri. Tanto lo so che hai il cazzo in tiro.” Massimo ridacchiò. “A Richi piace prenderlo in culo. A Richi piace prenderlo in culo. A Richi piace…” Iniziò a canticchiare, sdraiato in panciolle con il suo cazzo esausto allungato su una coscia.

Gli tirai in faccia un cuscino e corsi in bagno.

Avvolsi il mio cazzo nel mano e presi a smanettarmi impaziente. Ci vollero solo un paio di colpi. Piegai in dietro la testa e il mio cazzo esplose nel piacere.

Sì, a Richi piace prenderlo in culo. A Richi piacere prenderlo in culo dal cugino.

Il resto del mese passò più rapido del previsto. Dopo che Massimo aveva assaporato il mio frutto proibito, lo volle cogliere quasi ogni giorno. E io ormai, come avrete immaginato, non riuscii a negarglielo. Anche se andare a cagare divenne più doloroso che mai.

“Ta-dà.” Esclamò un pomeriggio Massimo saltando dentro la stanza e allargando le braccia più che poté. I gessi erano scomparsi.

“Ah, finalmente libero. Sei tornato come nuovo.” Cercai di suonare felice, ma le parole suonavano false rispetto al tono malinconico della mia voce.

“Speravo in maggiore entusiasmo alla vista dei miei muscoli.” Massimo tese i bicipiti.

“Piantala. In un mese nei hai persa di massa muscolare.”

“Tutta guadagnata con gli esercizi di bacino.” Mimò il movimento di una scopata, enfatizzando il gesto con le braccia.

Invece di replicare, distolsi lo sguardo. Non volevo che vedesse la mia espressione triste.

“Ehi, che ti prende?” Massimo si abbassò verso di me, portandosi al livello dei miei occhi.

“Niente. Che vuoi che mi prenda?”

“Ah, ho capito. Senti un vuoto dentro perché hai paura che me ne vado.”

“Smettila, Massimo.”

“Tranquillo, ora quel vuoto te lo riempio con il mio cazzone e sarai nuovamente arzillo.”

“Non è divertente. Il mese è terminato. Puoi riprendere le tue cose e tornare nel tuo appartamento.”

“Ho inviato la lettera di disdetta per il mio vecchio appartamento.”

“Cosa? Ma sei impazzito? Che cazzo ti è saltato in mente?”

“Beh, avevo pensato che… che… vabbeh, lascia stare.” Massimo si voltò di scatto.

Per un attimo, prima che si voltasse mi era sembrato che i suoi occhi fossero diventati lucidi.

“Aspetta, Massimo. Dove stai andando?” Gli corsi dietro, nell’atrio, prima che potesse aprire la porta.

“Lasciami in pace.”

“Aspetta.” Lo afferrai per la mano. “Che cosa avevi pensato?”

Lui si voltò a fissare la mia mano stretta attorno alla sua. Poi alzò lo sguardo, incrociando i miei occhi.

“Niente. Lascia perdere.”

“No, non niente. Dimmi quello che volevi dire.”

Massimo rimase un attimo in silenzio, incerto se parlare o meno. “Avevo pensato… avevo creduto che fra noi ci fosse qualcosa. Ma mi sbagliavo.”

Massimo ritirò il braccio, sfilando la sua mano dalla mia.

Io ero senza parole.

Massimo si voltò di nuovo e aprì la porta. Mi sporsi verso di lui e la chiusi con un colpo.

“Che cazzo ti prend…?”

Massimo non riuscì a terminare la frase. Le mie labbra si incontrarono con le sue. Dopo un attimo di esitazione, Massimo ricambiò il bacio. Fino a quel momento non c’eravamo mai baciati. Era bellissimo.

“Ecco, non me l’aspettavo proprio.” Disse Massimo, facendo scorrere la mano tra i suoi capelli.

“Io non me l’aspettavo. Sei etero. Hai sempre una nuova ragazza.”

Massimo scoppiò a ridere. “Cosa ti devo dire: sarò bisessuale. E poi non sto con una ragazza dalla fine del liceo. N’è passato di tempo. Tutti sperimentiamo con le ragazze, no?”

Io distolsi lo sguardo, arrossendo.

“Beh, forse non tutti. Ci sono anche quelli che nascono a novanta grandi pronti a prenderlo in culo dal primo maschio in calore.” Massimo finì la frase ridendo come al solito.

“E poi per queste cose che dicevi. E come mi scopavi. Pensavo che fossi solo una tua momentanea valvola di sfogo per i tuoi bisogni.”

“Ehi, ma come ti è venuto in mente? Mi piace far sesso con te, perché posso lasciarmi andare. Pensi che scopo sempre così? Con te posso essere me stesso, senza temere di essere giudicato.”

Rimanemmo un lungo attimo in silenzio a fissarci. Poi scoppiamo entrambi a ridere.

“Allora posso restare?”

Mi avvicinai a lui e lo baciai di nuovo.

“Direi di sì.”