“Dov’è finito, Flavio? Doveva consegnarmi la bozza di quel rapporto un’ora fa.” Dacia si alzò dalla sedia e guardò in fondo all’ufficio.

“Ce l’hai sotto il naso.” Licia scosse il capo senza alzare gli occhi dallo schermo.

“Ah, beh, ma quando…? Avrebbe potuto almeno avvertirmi.”

“Te l’ha portato, quando sei andata in bagno. Poi è stato chiamato dal capo.” Spiegai.

“Speriamo che non finisca come le altre volte.” Commentò Licia.

Alzai le spalle, ma non ebbi il tempo di replicare che la porta dell’ufficio del capo si spalancò di scatto.

Flavio uscì fuori in lacrime. Dopo aver richiuso la porta alle sue spalle, scappò via.

“Oh, che noia. Non di nuovo.” Esclamò Dacia.

“Stavolta tocca a te. Io ho già dato settimana scorsa.” Licia mise subito le mani in avanti.

“Già, ma prima me lo sono sorbito io due volte di fila.”

Dacia e Licia si scambiarono un’occhiata e poi si voltarono verso di me. Continuai a scrivere, tenendo lo sguardo fisso sul mio computer.

Ma non riuscii a far finita di niente per molto tempo.

“Assolutamente no. Voi siete donne. Siete più brave con queste cose.”

“Sì, ma Flavio è un ragazzo. Gli farà bene avere la prospettiva maschile per una volta. Vedrai che con te si sentirà più a suo agio.”

Sbuffai. “Va bene, va bene. Ma solo per questa volta, ok?”

Dacia e Licia sorrisero, ma non risposero. Spinsi indietro la sedie e mi alzai, dirigendomi verso il punto in cui era fuggito Flavio.

Se, quando mi avevano comunicato che avremmo avuto uno stagista, mi avessero anche detto che avrei dovuto fare da bambinaio, mi sarei opposto.

“Flavio?” chiamai, entro nei bagno dei maschi.

Non ebbi nessuna risposta. Aprii le porte dei gabinetti. Era tutti vuoti. Del resto avrei dovuto ancora sentire il suo pianto.

“Dove diavolo si è cacciato?” mormorai, mentre uscivo nel corridoio.

Bussai alla porta della sala riunioni gialla.

“È permesso?”

Nessuno. Dove potrebbe andare?

“Ah, ci sono.”

Salii le scale a grandi falciate e raggiunsi una saletta all’ultimo piano. Doveva essere un locale pausa, ma non ci andava mai nessuno perché era stretto e con un piccola finestra.

Aprii la porta piano. Stava singhiozzando. Appena mi vide, distolse lo sguardo e si asciugò gli occhi con la manica.

“Ehi.” Fu l’unica cosa che riuscii a dire.

“Lucio, scusami. Arrivo subito.” Balbettò, tirando un po’ su di naso.

“Tranquillo. Non c’è fretta.” Rimasi un attimo in piedi di fronte a lui. Flavio alzò lo sguardo e mi fissò un po’ a disagio.

Cosa dovevo fare? Come si consola un ragazzino? Non è qualcosa di cui vantarsi, ma normalmente sono io che faccio piangere le persone. Nessuno è mai venuto da me per trovare conforto.

Inspirai e mi sedetti al suo fianco sulla panca.

“Va tutto bene?” Che domanda stupida da fare, ma francamente non sapevo che altro dire.

Flavio portò lo sguardo sul pavimento e si limitò ad annuire.

“Sai com’è fatto. Non è un cattivo capo, ma… ” Non feci in tempo a terminare la frase che Flavio scoppiò nuovamente in lacrime.

“Lui è… a detto che… poi ha gridato e… e… alla fine io… ” Flavio balbettava e piangeva allo stesso tempo. Riuscivo a capire una parola su cinque, ma lui continua a parlare.

Ero disperato. Mi guardai in giro per la stanza come a cercare una via di fuga, ma non ce n’erano. Era imprigionato lì con questo ragazzino che piagnucolava senza tregua.

Allungai la mano toccandogli una spalla, sperando che smettesse almeno di piangere.

Flavio si voltò verso di me e gettò la sua testa contro il mio petto. Le sue mani mi afferrarono la maglietta sui fianchi.

Istintivamente sollevai le braccia, cercando di evitare ulteriore contatto con lui. Ma lui si aggrappava a me e singhiozzava.

“Ehi, va tutto bene. Non piangere.”

Sospirai e con una mano presi ad accarezzargli la schiena come si farebbe con un cagnolino. I suoi singhiozzi sembravano iniziare a calmarsi. Lo avvolsi con anche l’altro braccio. Forse ce l’avevo fatta.

Non avevo mai desiderato tanto essere alla mia scrivania a lavorare come in quel momento.

Flavio alzò gli occhi, incrociando i miei. Poi senza preavviso il suo volto si avvicinò al mio e mi stampò un bacio sulle labbra.

Ok, questo non me l’aspettavo proprio. Lo spingo via gentilmente.

Flavio sembra risvegliarsi come da un sogno. Si alza in piedi di scatto, allontanandosi da me.

“Scusami. Mi dispiace. Non so cosa mi sia preso.”

Le lacrime gli rigano ancora il viso, ma ormai non singhiozza quasi più: era troppo imbarazzato. Sembrava un topo appena finito in trappola.

Ma io non facevo caso a lui. Sentivo una sensazione nuova. Sono solo un semplice impiegato. Una delle tante ruote della macchina aziendale. Non ho nessuna responsabilità. Ma quel ragazzo mi dava una nuova sensazione. Una sensazione di potere.

Quel ragazzo sembrava aver fiducia in me. Forse perché sono stato disposto a consolarlo. Non mi sembra di essere mai stato particolarmente più gentile degli altri da quanto è arrivato. Ma per lui, invece, doveva essere così.

Non sono gay. Certo, come tutti ci ho fatto qualche pensiero qui e là. Non c’è nulla di male di fantasticare per la curiosità. Ma non sono mai stato così curioso da desiderare provare.

Flavio si agitava in piedi di fronte a me. Parlava, parlava. Probabilmente cerca di giustificarsi. Quel ragazzo parlava troppo. E a me di quello che raccontava non frega un cazzo. Ma lo fissavo. Era così piccolo e fragile.

Dentro di me si risvegliò uno istinto che non conoscevo. Volevo romperlo e farlo mio. Volevo finalmente sentirmi io il capo e dominare su un altro maschio.

Gli afferrai il braccio e lo tirai verso di me.

“Che cosa…?” Balbettò lui preso alla sprovvista e quasi perse l’equilibro.

Era ormai a pochi centimetri da me. Studiai attentamente il suo volto. Quando i miei occhi incrociarono i suoi, lui li chiuse e tentò di avvicinarsi ancora di più. Che tenero, ma non avevo proprio nessuna intenzione di baciare un altro uomo per quanto poco maschio fosse.

Tirai ancora il suo braccio verso il basso e la sua mano finì in mezzo alle mie gambe. Il mio cazzo barzotto risvegliò Flavio dalla sua fantasia romantica.

“Io non… io non ho mai…”

Oh, cazzo. Il ragazzo è ancora vergine. Ebbi un attimo di esitazione. Era giusto approfittare di lui in questo momento? In questo modo?

Cosa stavo dicendo? Non era mica una ragazza. Quando ero ragazzino io mica andavo in giro a dire che ero vergine: la prima volta dissi che avevo già avuto 6 ragazze per sembrare più figo.

“Devi solo accarezzarlo un po’. Vedrai che ti farà stare meglio.”

Già un po’ di pet-therapy con l’uccello risolve tutti i problemi.

“Non so se… ”

Non riuscì a terminare la frase. Le sue dita erano troppo curiose e iniziarono a tastare la stoffa del pacco dei miei pantaloni.

Puoi esserti anche distrutto gli occhi leggendo centinaia di racconti porno sul telefono, ma nulla eguaglia la sorpresa di un cazzo duro e grosso che pulsa tra le tue dita.

Il mio cazzo era ormai in completa erezione e stava urlando per essere liberato dagli opprimenti pantaloni.

Flavio, però, continuava a limitarsi a massaggiare il pacco. E temo avrebbe continuato all’infinito. Forse perché vergine o forse perché era nella sua natura.

Quando aprii il bottone dei pantaloni, Flavio ritirò la mano incerto. Abbassai lentamente la cerniera della patta e finalmente liberai il mio cazzo.

Flavio spalancò gli occhi.

Non posso dire di essere superdotato, ma credo di essere ben piazzato. Sicuramente più di questo ragazzino che sembra essersi dimenticato di crescere. E poi per un verginello come lui qualunque cazzo più grande del suo dovrà sembrare enorme.

“Non morde, sai? Non sei curioso di sentire quanto è duro?”

Allungo la mano e le sue dita si avvolsero attorno all’asta del mio cazzo. Chiusi gli occhi, assaporando il suo tocco delicato. Era come se stesse saggiando la cosa più sacra al mondo.

Ed era così. Ricordatelo. Non c’è niente di più sacro del cazzo che avete di fronte.

“Devi muovere la mano. Su e giù. Su e giù. Non ti sei mai segato?” Dissi, forse un po’ troppo brusco.

“Sì, scusami.”

E prontamente la sua mano iniziò a muoversi.

Mi piaceva che fosse così obbediente. Era una bella sensazione sapere che bastava semplicemente chiedere qualcosa e questa si realizzava. Doveva sentirsi così il capo, quando mi ordinava qualcosa.

Ma Flavio era al servizio del mio piacere. E sembrava anche sinceramente sollecito dal servirvi.

Ora, però, volevo qualcosa di più.

Aveva la sua boccuccia leggermente socchiusa. Le labbra umettate erano lucide. Era un po’ come una specie di vagina nella sua faccia glabra.

Volevo vedere il mio cazzo spalancargli la bocca.

Una ragazza prima di farti un pompino, vuole almeno sentirsi dire che l’ami. E un ragazzo? L’ultima persona che mi ha detto “succhiami il cazzo” è finita a terra con un occhio nero.

Che cazzo ne so io di quali sono le “buone maniere” per chiedere a un ragazzo gay di prendertelo in bocca.

Appoggiai una mano alla sua nuca. E gli spinsi la testa verso il basso. Flavio si tirò indietro e la sue dita lasciarono il mio cazzo.

Ok, forse forzare qualcuno la prima volta non fa parte delle buone maniera.

“Va tutto bene. Non sei curioso di provare? Se non vuoi, non ti voglio forzare. Ma vedrai che è una bella esperienza.”

Sì, bella per me e il mio cazzo.

“Non sono capace. Non l’ho mai fatto.”

“È più facile di quello che credi.”

Flavio si avvicinò nuovamente. Abbassò la testa tra le mie gambe. Era lento e incerto. Fissava il cazzo come se fosse stato un cobra che ondeggiava davanti ai suoi occhi pronto a morderlo.

Con la mano tenevo dritto la mia asta puntata verso di lui. Flavio allungo il collo, mentre le sue dita stringevano nervosamente i suoi pantaloni.

Aprii le labbra.

Trattenni il respiro.

E la cappella svanì nella sua bocca.

“Copri un po’ i denti con le labbra. Ecco, bravo, così.”

La sua lingua umida e morbida mi solleticò il prepuzio.

“Piega un po’ la testa in modo che la cappella strofina sul palato. Perfetto, è l’angolo giusto.”

Normalmente non oso dare istruzioni, ma era pur sempre lo stagista e comincia a piacermi potermi concentrare solo sul mio piacere.

“Bravo, stai andando bene. Impari in fretta.”

Chi sa quanti racconti porno si è letto con tutti i dettagli del pompino perfetto. Chi ha detto che masturbarsi è uno spreco di tempo?

La sua testa si muoveva ritmica. Il mio cazzo entrava e usciva dalla sua bocca lucido della sua saliva.

Pensavo che avrei preferito chiudere gli occhi e immaginare quella tettona della segretaria, ma adesso non riuscivo a distogliere lo sguardo da quel volto indaffarato a farmi godere.

È quasi più eccitate vedere un altro maschio succhiarti il cazzo. Sono molto più del capo, sono una specie di divinità virile. Sono il maschio alfa che umilia il beta, mettendogli la nerchia in bocca.

“Succhia, piccola gola profonda. Succhia. Massaggiami anche le palle.”

Le sue dita delicate prese a lavorarsi i miei gioielli.

Ah, ci sono quasi. Devo avvertirlo? Vaffanculo, sborriamogli in bocca a sto frocetto.

Gemetti, lanciando indietro la testa. L’orgasmo mi percorso tutto. Getti di sborra schizzarono contro il suo palato.

Flavio spalancò gli occhi. Voleva staccarsi dal mio cazzo che colava ancora sborra, ma non sapeva come fare. C’era un tocco di repulsione nel suo sguardo.

L’estasi fluì via. Estrassi il mio cazzo dalla sua bocca. Ebbi uno scatto di orgoglio, quando intravidi il liquido bianco e denso che si agitava sulla sua lingua.

“Scusami, non mi sono accorto che stavo per venire.”

C’è ancora qualcuno che ci crede a questa bugia?

Flavio si guardò intorno. Dovetti trattenere una risata. Non sapeva cosa fare del frutto del mio orgasmo in bocca. Non riuscivo a immaginare la sensazione umiliate della sborra di qualcuno che rischia di colarti in gola.

Ma in quel cubicolo non c’era nessun posto dove sputare. Flavio abbassò il volto.

E ingoiò.

Oh, cazzo. Ho fatto ingoiare la mia sborra a un altro maschio. Mi sembrava di averlo marchiato a vita come il mio schiavo.

Flavio era rosso in viso. Non so se per la fatica del pompino o per la vergogna.

Guardai l’orologio. “Cazzo, è tardissimo. Muoviamoci prima che il capo si accorge dell’assenza.”

Mi alzai di scatto e infilai il cazzo nei pantaloni.

“Spicciati. Andiamo.” Dissi, aprendo la porta. Scesi le scale quasi saltando con Flavio che mi seguiva.

“Lunga chiacchierata, eh?” Licia alzò appena gli occhi dal suo schermo, quando entrammo in ufficio.

“Ah, finalmente sei qua, Flavio. Stai meglio?” Si informò Dacia, ma non attese risposta. “Hai tempo di portare questo pacco all’ufficio marketing?”

Flavio sollevò un enorme pacco e si allontanò.

Dacia e Licia mi fissarono, sorridendo.

Cazzo, ci aveva beccato?

“Siamo molto orgogliose di te.” Disse Licia.

“Già, non conoscevamo questo tua lato così sensibile. Sei stato a parlare con lui per un sacco di tempo. Davvero generoso da parte tua.”

Mostrai il più sincero e umile dei miei sorrisi, mentre mi resi conto che Flavio non era venuto, anzi non si era neppure segato, completamente concentrato nel soddisfarmi. Altro che sprecare questo stagista per portare pacchi, Flavio aveva un talento per lavorarseli.

E il mio pacco se lo lavorò molto bene nelle settimane seguenti. Me lo sono fatto succhiare in bagno, nell’auto aziendale, in magazzino, e quando non c’era nessuno persino alla scrivania. A ogni pompino diventava anche meno reticente.

Ormai potevo tranquillamente afferrarlo per la nuca spingerlo sul mio cazzo senza che osasse più ritrarsi.

“Noi andiamo a mangiare alla Bottega del Vino. Vieni anche tu, Lucio?” Chiesa Dacia, mentre lei e Licia si avviavano alla porta.

“No, oggi salto, devo ancora completare questa ricerca.”

“E tu, Flavio? Che fai? Vieni con noi?” Chiese Licia.

“Sì, volentieri.” Flavio si sollevò dalla sedia, ma quando vide il mio sguardo, si bloccò e tornò seduto.

“No, scusate, ho dimenticato che devo terminare anch’io un lavoro.”

Quando Licia e Dacia furono uscite, voltai la sedia verso Flavio. Lui in un attimo fu in ginocchia fra le mie gambe e mi stava aprendo la patta. Questo è un lavoro che non termina mai.

Chiusi gli occhi e mi misi comodo sulla sedia, rilassando la testa sullo schienale. La morbida bocca di Flavio avvolse il mio cazzo e la sua lingua ruotò attorno alla cappella.

“DRIIIN. DRIIIN. DRIIIN.” Il telefono di Flavio iniziò a suonare.

Flavio alzò gli occhi verso di me senza sfilarsi la mia nerchia di bocca.

“Rispondi.” Dissi e con un movimento della testa indicai il suo telefono.

Flavio lasciò cadere il mio cazzo umido e si allungò sul tavolo per prendere il telefono dall’altra parte, sulla sua scrivania.

“Pronto, Flavio.”

Osservando Flavio in quella posizione non potei fare a meno di notare qualcosa, di cui non mi ero mai accorto finora. Aveva un bel culo.

Nessun culo di ragazza sfugge al mio occhio, ma non avevo mai prestato attenzione a quello degli uomini.

Il culo di Flavio sporgeva sodo e rotondo. Sembrava un grosso e succoso frutto che voleva attirare un uccello perché spargesse i suoi semi. Anche se nel caso di Flavio era l’uccello che avrebbe sparso il suo di seme sul quel frutto.

Quando Flavio ebbe terminato la chiamata, mi portai alle sue spalle. Lui fece per alzarsi, ma lo bloccai sul tavolo, premendoli la schiena.

“Che cosa fai?”

“Potremmo provare qualcosa di nuovo oggi.”

“Nuovo? Cosa?”

Gli afferrai le chiappe con le mani e presi a saggiarne la consistenza. Era morbide e sode allo stesso tempo.

“Lucio, forse è un po’ troppo. Non l’ho mai fatto. E poi qui…”

Forse aveva ragione. Era un po’ troppo. Farsi fare un pompino è ben diverso da metterlo in culo. Dov’è il confine fra gay ed etero? Nel bocchino non fai nulla. E l’altro, quello gay, che te lo succhia e ingoia la tua sborra. Ma nell’inculata?

Anche se non credo che Flavio si stesse preoccupando per la mia identità sessuale. Lui ormai è un frocio bocchinaro. Una volta che hai ingoiato la sborra non torni più indietro. Ma io?

Se gli rompo il culo, sono gay? Quante seghe mentali. Un culo è un culo. Non sarebbe neppure il primo che apro.

Eppure non è la stessa cosa. È come quando Flavio me lo prende in bocca. Una bocca è una bocca. Ma, quando la bocca è di un altro maschio, è un’esperienza all’ennesima potenza. Ovviamente per chi se lo fa succhiare. Ossia me.

Alla fine gay o etero non ha importanza. Quello che conta è chi è l’alfa. Il maschio alfa.

Afferrai i pantaloni e le mutande di Flavio.

“Lucio, non me la sento.” Flavio tentò di sollevarsi di nuovo. Io gli spinsi la testa in basso.

Sembrava tornato il ragazzo reticente dell’inizio. Non potevo biasimarlo. Chi non lotterebbe per proteggere il suo culo?

“Vedrai che ti piacerà. Non è la prima volta che lo faccio, sai? Ho esperienza. Fidati di me.”

Fidati. La parola magica. Flavio sembrò rilassarsi un attimo. A quel punto tirai giù pantaloni e mutande e svelai il suo culo.

Non so quanti culi abbiate ammirato voi, ma questo entrava tranquillamente nella mia top 3. Aveva una rada peluria chiarissima, quasi invisibile. E chiarissima era la pelle che non aveva mai visto il sole.

Così, piegato a 90 gradi, le chiappe si apriva leggermente, rivelando un buchino rosato. Sembrava un piccolo e delicato fiore di melograno.

“Lucio, non sono pronto. Scusami.” Flavio tentò di tirarsi su i pantaloni.

Adoravo che si scusava sempre quando ero io a forzarlo.

“Va tutto bene. Se non vuoi, non lo facciamo. Lo accarezzo solo un po’.”

Avevo il cazzo in tiro svettava tra le mie gambe e puntava impaziente verso il suo buco. Se non fossimo stati in ufficio, glielo avrei piantato con forza. Avrebbe strillato, perso qualche lacrima. Ma poi sarebbe tornato al suo posto.

Ma qui dovevo essere prudente. Lasciai scivolare un dito tra le sue chiappe, sfiorando appena il suo buchino. Quindi, glielo accarezzai gentilmente, prima di umettarlo in bocca.

Gli accarezzai la schiena e spinse il dito dentro. Flavio gemette.

“Ma… ma sei entrato?” Chiese confuso.

“No, perché? Deve essere la tua eccitazione. La tua rosa sta diventando più sensibile.”

Annuì e riabbassò la testa. È stato più facile di quanto credessi.

Un dito era più che sufficiente. Tra poco sarebbe finita la pausa e avevo gli ormoni a mille. Mi sputai sul cazzo e lo massaggiai un istante.

Mi piegai su Flavio. Avvicinando il mio volto ai suoi capelli. Avevo il cazzo stretto nella mano, puntato contro il buco.

“Arriva.” Sussurrai al suo orecchio.

“Cosa?”

Spinsi. Spinsi con forza. Un colpo solo. Non volevo dargli il tempo di reagire.

“Aaaaah.” Flavio lanciò un grido.

Gli avevo rotto il culo. Gli avevo strappato la verginità.

“Fa male, Lucio.” Flavio aveva il volto affranto. Che carino. Faceva tenerezza.

“È solo l’inizio. Vedrai che poi ti piacerà. Devi solo abituarti al mio cazzone.”

Non è proprio così che dovrebbe abituarsi, ma sto esplodendo. Alla fine sarà felice di avermi fatto godere come è sempre felice di farmi sborrare.

Mi sollevai dritto. Lo afferrai per i fianchi e presi a muovere. Osservai il mio cazzo emergere dalla sua carne portandosi dietro un po’ di pelle, sembra che il suo culo non lo volesse lasciare andare. Era un pigliainculo nato.

La mia asta uscì quasi fino alla cappella. Poi la piantai nuovamente dentro. Con forza. Ebbi un brivido di potenza, guardando il mio cazzo svanire completamente dentro di lui.

Il mio cazzo entrava e usciva come un trapano. Flavio lanciava ancora dei gridolini di dolore. Mi sa che gli ci vorrà più di una trompata per abituarsi al mio bastone. Sono più che certo che stronzi così grossi non li ha mai sparati fuori.

Ma sarei stato ben lieto di aiutarlo ad abituarsi. Orma il culo era rotto. Non si tornava più indietro.

Avevo completamente messo da parte le mie seghe mentali. Spaccargli il culo era un po’ come trafiggere un nemico con la spada. Mi sentivo il guerriero vincitore che dichiarava il suo dominio. C’era qualcosa di così primitivo. Non avevo mai avuto questa sensazione di onnipotenza, scopandomi una donna.

“Mi fa male. Non ce la faccio più.” Lamentò ancora Flavio.

“Resisti ancora un po’. Ci sono quasi.”

Accelerai il ritmo. La scrivania iniziò a traballare. Flavio strinse con forza con le mani al bordo del tavolo. Avrebbe potuto prendere il volo a ogni colpo. Ma ero in prenda all’euforia. Volevo fargli sentire la mia forza, volevo farlo sentire debole.

Ero il capo. Ero il maschio alfa.

“Non venirmi dentro, però.” Supplicò Flavio.

Sì, certo, e dove dovrei venire? Nei miei pantaloni? Ma mi limitai ad annuire. Sentivo l’orgasmo crescere. I muscoli si tesero.

Il mio cazzo si ingrossò ancora di più. E vibrò nella sua carne. Schizzi di sborra calda e densa gli colmarono il culo. Spinsi la mia nerchia a fondo. Volevo spingergli il mio seme fino nello stomaco.

Ansimavo. Avevo il respiro spezzato. Barcollai indietro. Il mio cazzo si sfilò. Un filo di liquido bianco e denso colò fuori dal buchino, lambendo la coscia di Flavio.

C’è qualcosa di altrettanto umiliante per un uomo che da così tanta soddisfazione a un altro?

Un culo dolorante per il piacere di un altro.

Un culo straboccante del frutto della goduria di un altro.

E un corpo distrutto per l’ebbrezza e l’estasi del corpo di un altro. Le gambe di Flavio tremavano come se fosse pieno inverno.

La porta dell’ufficiò si spalancò. Licia e Dacia entrarono ridendo e scherzando.

Infilai velocemente il cazzo nella patta e mi chiusi la cerniera. Mentre Flavio si alzò di scatto, tirandosi su i pantaloni.

“Siete ancora qui?” Si sorprese Dacia, quando ci vide, seduti ordinati alla scrivania.

“Lo sapete che adesso abbiamo una riunione col capo?”

Flavio divenne paonazzo.

“Non importa. Stiamo bene così.” Dissi.

“Sicuri? Sembrate un po’ esausti.”

Mi limitai a sorridere.

Alla riunione Flavio si agitava sulla sedia. Cambiava di continuo posizione. Aveva le braccia conserte contro la pancia. Mi sa che non aveva solo gambe e culo doloranti.

Era eccitante sapere che Flavio era lì, seduto al tavolo con tutti noi, con il capo, mentre nel culo la mia sborra scalpitava per uscire. Gli ho proprio messo sottosopra il colon. Saliva e sperma fanno quasi un effetto clistere e io di sborra ne produco tanta. Nessuna ragazza riusciva a resistere a lungo con i miei umori in culo.

A un certo punto Flavio si alzò. La sedie fece uno stridio grattando il pavimento. Tutti si voltarono a fissarlo. Flavio arrossì. Era piegato in due. Le gambe serrate insieme.

“Scusate, io dovrei assentarmi un attimo.”

Uscì dalla sala di fretta, quasi correndo.

“Sta bene?” Mi sussurrò Licia.

“Penso di sì, ma è meglio che vado a controllare. Forse ha qualche problema di stomaco.”

Quando mi alzai, il mio capo mi lanciò un’occhiata di disapprovazione, ma continuò ad ascoltare l’ennesima noiosissima presentazione.

“È diventato così premuroso con Flavio.” Sentii Licia bisbigliare a Dacia.

Aprii con cautela la porta del bagno. Non volevo che Flavio si accorgesse che era entrato qualcuno. Era tutto silenzioso. Forse non era andato al gabinetto?

Una scoreggia echeggiò nel bagno. E poi un’altra. E ancora una. Mi morsi il labbro per non ridere. Poi si sentiti un gorgoglio e Flavio espulse la mia sborra. Mi dispiaceva un po’. Era pur sempre il mio marchio.

Tirò lo sciacquone e aprì la porta. Quando mi vide si bloccò. Abbassò lo sguardo imbarazzato, dirigendosi verso i lavandini.

“Hai sentito tutto?” Chiese, mentre si lavava le mani.

“Non ti preoccupare. È normale all’inizio. Le prossime volte il tuo culetto inizierà a tollerare meglio i miei… umori.”

“Prossime volte? Non credo i poterlo sopportare ancora.”

“Vedrai che alla fine sarai tu a supplicarmi di romperti il culo.” Gli diedi una sculacciata e lo accompagnai fuori dal bagno.

E alla fine veniva davvero a supplicarmi di spaccargli il culo.

Purtroppo il suo tirocinio sta per terminare. Stiamo già cercando una nuovo stagista. Vorrei che avesse le stesse qualità di Flavio nel soddisfare le mie esigenze professionali.

Se siete interessati, potete annunciarvi qui sotto. Mi assicurerò che quando le vostre candidature arriveranno sul tavolo delle nostre risorse umane, voi abbiate la precedenza.