“Non hai sonno, Nico? Che succede?” Nel letto vicino al mio la voce assonnata di Edoardo sembrava echeggiare nell’oscurità della notte.
“Uh, no, non è niente.”
“E allora piantala di muoverti. Non riesco a dormire.”
Cercai di stare immobile. Resistetti qualche minuto. O forse erano stati solo secondi. Mi girai nuovamente nel letto.
“Nico, che cavolo c’è?”
Rimasi un attimo in silenzio. Mi vergognavo. Non sapevo come dirlo. Avevo solo 12 anni.
“C’è qualcosa che non va nel mio… mio…” Balbettai.
“Nel tuo cosa?” Mi incitò Edoardo ormai senza più pazienza.
“… nel mio pisello.”
Nella stanza scese nuovamente il silenzio. Poi Edoardo si alzò dal suo letto e accese la luce.
Era più grande di me. Aveva un paio d’anni o forse addirittura tre in più. Ai miei occhi di ragazzino sembrava già un uomo fatto. Dormiva in canotta e boxer come mio padre. Io indossavo ancora un pigiamino da ragazzino.
“Allora?” Chiese, allargando le braccia.
Mi sedetti sul letto. Spinsi via le coperte con i piedi. Inspirai profondamente e mi tirai giù i pantaloncini del pigiama.
“È grave?”
Edoardo scoppiò a ridere.
Era un’epoca diversa da quella di oggi. Non c’erano gli smartphone. Internet non sapevamo ancora cosa fosse. I nostri dubbi e problemi adolescenziali ci perseguitavano per giorni, settimane, senza che potevamo cercare in Rete una risposta.
C’erano solo gli altri ragazzi a cui ci si poteva rivolgere.
Edoardo era piegato in due dalle risate. Mi tirai su i pantaloncini e mi nascosi sotto la coperta in preda a un’enorme vergogna.
“Ehi, che fai? Vieni fuori.” Disse Edoardo, agitandomi la testa sotto la stoffa, quando finalmente la risata stava svanendo.
“No.”
“Dai, non fare così. Succede a tutti i ragazzi.”
Feci sbucare la testa fuori dalle coperte.
“Davvero?”
“Certo, hai solo il cazzo in tiro.”
Dovetti arrossire al suono di quella parola. A casa mia era vietata.
Ogni estate andavamo in vacanza con la famiglia nel piccolo casale dei miei nonni nell’Italia centrale. C’erano solo colline a vista d’occhio e pochi vicini. Edoardo era il figlio di una coppia di contadini che abitava oltre l’oliveto.
“Guarda- insistette Edoardo per rassicurarmi -, ce l’ho anch’io.”
Si abbassò i boxer e il suo pisello balzò fuori. Anche se forse avrei fatto meglio a chiamarlo pisellone.
“E che cosa si può fare?” Chiesi senza riuscire a staccare gli occhi da quella cosa che spuntava lunga e dritta dal bacino di Edoardo.
“Beh, ti spari una sega, no? Ti masturbi.”
Lo fissavo interdetto. Non volevo fargli capire che non sapevo che cosa volesse dire, ma soprattutto come si facesse.
“Ah, sei uno di quelli.” Concluse dopo una lunga riflessione Edoardo, annuendo con convinzione, forse troppa.
“Chi? Quale quelli?” Chiesi subito in apprensione.
“Beh, vedi i nostri due cazzi hanno misure diverse.”
Non potei fare a meno di abbassare gli occhi sulla piccola protuberanza che si intravedeva sotto i pantaloncini del pigiama e poi rialzarli nuovamente sul bastone di Edoardo. Persino le sue palle sembravano enormi.
“E che cosa vuol dire?”
“Vuol dire che sei uno che ha l’importante compito di aiutare quelli che ce l’hanno come il mio.”
Si sedette nuovamente sul letto, appoggiandosi con la schiena alla testa del letto.
“Per quello che il tuo cazzo ti è diventato in tiro. Perché sentiva che il mio era diventato duro e ti avvertiva.”
“Ma non mi era mai successo.”
“Si vede che non eri ancora pronto.”
“Pronto a far cosa?”
“Quando un cazzo grosso come il mio diventa così duro significa che le palle sono piene e devono venir svuotate.”
“Devi fare la pipì?”
Edoardo ridacchiò. “No, è qualcosa di diverso. È una pipì… bianca… e molto più… densa. È un po’ come… panna. Sì, ecco è una una panna liquida.”
“Uao, tu produci panna?” Ero un ragazzino ingenuo come molti in quel mondo dove l’educazione sessuale era additata come qualcosa di pervertito e il sesso era un tabù.
“Sì, e se mi seghi potrai assaggiarla.”
“Devo segarti via il tuo pisello?” Spalancai gli occhi.
“No, no, assolutamente no. Questa è la cosa più sacra per noi maschi. È un modo di dire. Devi usare la tua mano. Avvolgila attorno al mio caz… al mio pisello.”
Guardai quella cosa enorme e poi alzai nuovamente gli occhi, incrociando lo sguardo di Edoardo. Non l’avevamo mai visto così in preda all’impazienza e anche l’ansia. Doveva dargli molto fastidio questa… panna.
Allungai la mano. Ero molto titubante. Mi avevano sempre detto che non bisognava toccarselo. Con quello degli altri era diverso? Ero curioso.
“Posso?” Chiesi, quando le mie dita quasi sfiorarono la sua pelle. Potevo sentire il calore della sua carne.
Edoardo annuì, umettandosi le labbra.
Le mie dita toccarono l’asta che si agitò come se avesse una vita sua. Era piacevole al tatto. Era liscia. E calda. Avvolsi il palmo attorno quel bastone. Era duro. Molto più duro del mio. E soprattutto era grosso.
“Posso usare due mani?”
Edoardo alzò le spalle e io portai un’altra mano attorno al suo pisello.
“E adesso?”
“Adesso muovi la mano su e giù, spostando la pelle.”
“Così?”
Edoardo chiuse gli occhi e annuii. La cima del pisello, quella specie di lampone, che nel suo caso sembrava una gigantesca fragola, svaniva e riappariva sempre più lucida.
Mi sembrava di fare una cosa senza senso, ma Edoardo sembrava stare bene. Aveva inclinato la testa all’indietro e si mordeva il labbro inferiore. Aveva un respiro molto profondo.
Il suo pisello sembrò diventare ancora più duro. La cima si gonfiò ulteriormente. Sembrava che stesse per esplodere. Sentivo la grande vena che partiva dalla base ingrossarsi.
Edoardo gemette. Qualcosa schizzò fuori dal buchino dove esce la pipì e mi centrò nell’occhio, colandomi lungo la guancia. Era calda.
Allontanai il tuo pisello indietro, mentre un liquido bianco sgorgava a getti, riempiendomi le mani. Continuavo a… segarlo, affascinato da quella… panna calda.
“Ora fermati, Nico. Non ne esce più.” Ridacchiò Edoardo, vedendomi così preso.
“Sono riuscito a svuotarti le palline?”
“Le palle. Sì, hai fatto un ottimo lavoro. Bravissimo. Guarda come sta tornando alle sue misure normali.”
Il suo pisello si ritirava tra le mie mani a vista d’occhio, scomparendo fra le dita.
“Non è proprio come panna,” osservai, cercando di pulirmi la guancia con il dorso della mano.
“Provala.” Edoardo mi fissava bramoso come prima.
“Si può?”
“Certo, dicono che è molto proteica.”
Mi guardai le mani piene di quella strana cosa bianca. “È molto più acquosa della panna e anche un po’ più trasparente. Ma la mamma mi dice sempre di mangiare più proteine.”
“La mamma è saggia. Ne mangerà tanta lei della panna di tuo papà.”
Avvicinai una mano al naso. Aveva un odore intenso. Tirai fuori la lingua e leccai una goccia appena.
“Non sa di panna. È un gusto che non ho mai provato. Non è male.”
“Ora, però, è meglio che ti dai una pulita. Senza farti vedere dai tuoi genitori. Quello che abbiamo fatto deve restare un segreto fra noi. Tu devi svuotare solo le mie palle.”
Annuii, orgoglioso di condividere un legame speciale con Edoardo. Andai in bagno e mi lavai. Mentre mi asciugavo le mani, abbassai gli occhi e mi accorsi che avevo i pantaloncini tutti macchiati.
Allargai l’elastico del pigiama e sbirciai tra le mie gambe. Il mio pisellino era tornato normale e aveva prodotto anche lui tanta di quella strana panna. Mi pulii rapido e tornai veloce, ma in silenzio, in camera. Volevo condividere quella scoperta con Edoardo.
Si era già addormentato e russava leggermente. Mi infilai sotto le coperte, orgoglioso di me stesso.
Le notti seguenti aiutai spesso Edoardo con la sua erezione. Sembrava che le sue palle producessero molta panna e dovevano essere svuotate regolarmente.
Un giorno, però, camminavamo fra gli olivi alla ricerca di lucertole, quando Edoardo si fermò.
“Ehi, Nico, guarda che cosa succede.”
Mi voltai e vidi che Edoardo si era aperto la patta. Il suo pisello svettava fuori grosso come durante la notte.
“Ma il mio non si è indurito,” osservai, abbassando lo sguardo fra le mie gambe.
“Ogni tanto può metterci più tempo. Vieni qui.” Edoardo si portò sotto un grande olivo frondoso, appoggiando la schiena contro il suo tronco nodoso.
Mi portai di fronte a lui. Era così alto che quasi non gli arrivavo neppure al petto.
“Inginocchiati.”
Mi inginocchiai sull’erba e allungai le mani, iniziando a fargli una sega. C’era sempre un’atmosfera strana, ma ero contento di poter essere d’aiuto ad Edoardo. Ogni tanto mi ero sentito un peso per lui. Ero ancora solo un ragazzino e doveva sempre essere Edoardo ad aiutare me. Ora ero io che facevo qualcosa per lui.
“Senti, forse oggi possiamo provare qualcosa di diverso,” disse a un certo punto Edoardo, la voce strozzata dal piacere.
Smisi di muovere e lo fissai.
“Potresti provare a succhiarlo,” sparò senza preavviso.
Feci una smorfia. “Ma ci pisci con questo coso.”
“Guarda che lo puliscono sempre. E poi con la bocca sarebbe il modo più giusto. È una specie di cannuccia. Devi fare un po’ come quando bevi il succo al baretto.”
“È un po’ grosso per essere una cannuccia.” Non ero assolutamente convinto. Prendere in bocca il suo pisello? Non sembrava… sano.
“Sì, in realtà, è un po’ come un ghiacciolo, un Calippo, ma è meglio, perché caldo. La lingua non ti si attacca e non ha mai il mal di testa da gelato.”
Detto così sembrava essere quasi allettante. Eppure non sembrava giusto per me leccare quella cosa. Edoardo, però, non sembrava intenzionato a desistere. Forse ne aveva davvero bisogno.
Avvicinai la testa. Sentivo il suo odore. Era un’odore di pulito, ma anche di quel liquido trasparente che usciva sempre all’inizio, quando incominciavo a segarlo. Tirai fuori la lingua e diedi una leccata alla cima, che Edoardo chiamava cappella, forse perché era sacra.
Era liscia e calda. Leccai ancora come si lecca un gelato. Un gelato che non si scioglie e non finisce mai. Era divertente.
“Prova ad assaggiarlo come fai con il Calippo,” suggerì ancora Edoardo.
Era molto più grosso di un Calippo. Non sembrava possibile che riuscissi a prenderlo nello stesso modo. Ma aprii, comunque, le labbra.
La cappella entrò in bocca.
“Di più,” insistette Edoardo.
Allargai ancora la bocca. Ingoiai parte di quella grossa asta. Edoardo gemette. Sembrava piacergli e questo mi stimolò a osare di più. Spinsi la testa, spalancando la mascella. Riuscii ad accogliere metà del suo “Calippo”. Edoardo ansimò leggermente.
“Ora muovi la testa come facevi con la mano.”
La sua asta entrava e usciva dalla mia bocca. Era davvero un po’ come succhiare un Calippo. Era… buono, anche se diverso.
Era piacevole sentire la sua capella accarezzarmi il palato, assaporare la dura consistenza dell’asta con la bocca e percepire la sua pelle liscia sulla lingua.
Edoardo gemette, più intensamente del solito. Stava per rilasciare la panna. Ormai conoscevo i segnali anche se era diverso sentirli nella bocca. La grossa vena si indurì, la cappella si gonfiò e l’asta vibrò sulla mia lingua.
Feci per allontanarmi, ma Edoardo mi afferrò la testa fra le mani. Schizzi densi e caldi mi inondarono la bocca.
Edoardo diede alcuni colpi di bacino come a volersi svuotare completamente nella mia bocca. Poi finalmente ansimando, lasciò andare la presa, sfilando il suo cazzo.
Tossii con forza, sputando fuori la panna calda che mi stava andando di traverso. Chiazze bianche macchiarono l’erba verde.
“Non è buona?” Edoardo sembrava un po’ deluso e forse addirittura offeso dalla mia reazione.
“No, scusami. Non è che non è buona, solo non sono abituato. È difficile accettare di bere qualcosa che esce dallo stesso punto in cui si fa la pipì.”
E poi in realtà aveva un sapore un po’ acre. Non era cattivo, ma non era neppure il sapore del Calippo. E poi gli avevo fatto svuotare le palle. Che importanza aveva dove finiva quel liquido?
“Capisco,” disse, mentre riponeva via il suo pisello ormai esausto. “Vedi, la panna è un po’ come il latte che da piccolo bevevi dalle tette di tua mamma, solo che viene prodotto dagli uomini. Quando smettono di bere latte materno, alcuni maschi, come te, iniziano a bere quello dei altri uomini. La prossima volta è meglio che provi a ingoiare. È un peccato sprecare tutto quel… cibo.”
Dopo quella volta Edoardo non si accontentò più di farsi fare solo una sega. Voleva solo che usassi la bocca. E mi abituati presto a bere quel… latte maschile.
Un giorno eravamo a casa da soli. I miei erano andato in città con i genitori di Edoardo. Stavo guardando la tv, sdraiato a pancia in giù sul divano, quando sobbalzai, sentendo la mano di Edoardo accarezzarmi il sedere.
“Che cosa fai?” esclamai, sedendomi di scatto.
“Sai, non ti ho spiegato tutto.”
Edoardo tornò a sedersi, allargando le gambe. Mi resi conto che stava mettendo in mostra il gonfiore tra le sue gambe. Quelle palle non si esaurivano mai.
“Non ti sei mai chiesto, perché il nostro pisello è come è?”
Scossi il capo. Perché mai uno dovrebbe chiederselo? Siamo fatti così e basta.
“È lungo e circolare, perché è fatto per entrare in un buco rotondo.” Fece una pausa come a volermi far assimilare quelle parole.
“Sai, – continuò enfatico – ci sono altri buchi oltre alla bocca. Come quello del tuo culetto.”
“Ma non si può. Li esce… esce… la cacca,” finii la frase in un sussurro. Cacca era un’altra di quelle parole che non bisognava dire.
“Sì, ma poi resta pulito.”
“Ma perché si deve mettere lì…?”
“È la natura. Quelli come me vogliono entrare e riempire, mentre quelli come te… vengono incul… cioè, accolgono. La conosci la storia del papà che mette un semino nella mamma, no?”
“Sì, ma cosa…?”
“Beh, il mio latte è quel semino. Perché quel semino entri, è necessario che l’uomo si muova dentro la donna.”
“Ma, quindi, poi io metto al mondo un bambino?” Spalancai la bocca e gli occhi sconvolto.
Edoardo scosse la testa. Sembrava più confuso del solito. “No, no, è proprio per quello che ci sono quelli come te. Gli uomini possono fare quello che fanno con le donne senza rischiare di mettere al mondo un bambino. Non è solo necessario che l’uomo svuoti le sue palle, deve anche sfogare questi istinti. Capisci?”
“Un po’.”
“Dai, allora ti faccio vedere come funziona. Vieni in camera.”
Seguii Edoardo in silenzio. Quando fummo in camere, cominciò a spogliarsi. Voltai lo sguardo imbarazzato.
“Ehi, che ti prende? Mi hai già visto nudo,” esclamò, arruffandomi i capelli una mano. Quel gesto d’affetto mi rassicurò. “Dai, spogliati anche tu.”
“Che cosa devo fare?”
“Sdraiati sul letto come prima, quando eri sul divano.”
Mi sdraiai sulla pancia. Mi sentivo indifeso, senza vestiti e il culetto nudo all’aria.
“Che cosa fai?” esclamai, mentre un suo dito sfiorò il mio buchino.
“Ti sto solo accarezzando. È così bello rosato, liscio e… rotondo.”
Sì, rotondo come il suo pisello. Era fatto, perché lui potesse entrare. Il suo dito girava e girava attorno al mio buchino. Poi ci fu una pausa e il dito entrò.
Sobbalzai e feci per allontanarmi. Edoardo mi schiacciò la schiena, ma subito prese ad accarezzarmela.
“Tranquillo. Va tutto bene.”
Il dito ruotò dentro di me. Mi sentivo invaso. Un corpo estraneo nella mia carne. Era solo un dito, ma sembrava enorme. Se questo era solo un dito, come sarebbe stato il suo pisello?
“Non sono sicuro di volerlo fare, Edo.”
“Guarda come è grosso e duro il mio cazzo. Non puoi lasciarlo così adesso. Lo sai che è il tuo compito.”
“Sì, ma se vuoi te lo succhio. È davvero troppo grosso.”
“È grosso, è vero e farà un po’ male. Ma è importante che sopporti il dolore. Vedrai che quando mi sarò sfogato, sarai contento anche tu.”
“Male? Dolore?”
“Sì, un po’ come quando fai la cacca dura, ma poi dopo c’è un piacevole sollievo. Hai in mente?”
Non risposi né annuii, ma lo lasciai fare.
Poi finalmente il dito smise di ruotare e si ritirò. Forse era finito. Ma, invece, percepii nuovamente la punta del suo dito toccarmi il buchino. Sembrava persino più grosso di prima.
“Preparati, ora mi prenderò la tua verginità, e ti donerò la mia.”
Non feci in tempo a realizzare che cosa stesse succedendo. Avvenne tutto in un istante. Edoardo spinse. Io gridai con la testa affondata nel cuscino.
Non so cosa si prova a morire trafitti da una lancia, ma non doveva essere molto diverso. La sua asta si aprì un varco con forza nella mia carne.
“Sono dentro,- gemette Edoardo.- È bellissimo. È così caldo, e soffice.”
In quel momento ebbi come l’impressione che fosse più piccolo di me. La sua voce era quasi stridula.
Poi spinse di nuovo. E io urlai ancora. Spinse e finalmente sembrò aver raggiunto il fondo. Era come se il suo cazzo mi avesse trafitto lo stomaco e su, oltre, fino alla gola.
“Uao, è tutto dentro. È incredibile.”
“Tiralo fuori. Fa male,” lamentai.
“Se vedessi, lo spettacolo che vedo io. Le tue chiappe sode e lisce, che si aprono al mio cazzo, mi stanno pregando di restare dentro. E il tuo buco è così stretto. Non vuole lasciarmi andare. Il tuo corpo sa che cosa è giusto.”
Ma lo stesso ritirò il suo cazzo, dandomi sollievo. Ma fu solo un’illusione. Subito lo piantò nuovamente dentro. Stavolta non gridai. Serrai le mascelle e sopportai il dolore come mi aveva detto di fare.
Poi Edoardo iniziò a muovere il bacino con regolarità. Il suo bastone entrava e usciva dalla mia carne con ritmo, o almeno ci provava. Ogni tanto rallentava, ma poi accelerava in maniera incontrollata come in presa a qualcosa.
Forse era davvero posseduto da un istinto naturale che non riusciva a dominare. La sua valvola di sfogo ero io. Capivo che con tutta questa energia dentro di sé, aveva bisogno di liberarsi.
Era il mio compito aiutarlo. Eppure in quel momento il dolore sembrava troppo.
“Non ce la faccio più, Edo.”
“Resisti ancora un attimo. Ci sono quasi.”
Ansimava sempre più forte. I suoi affondi divennero sempre più disordinati. Inclinò leggermente la testa all’indietro e, mentre il suo volto si contorceva in una smorfia, gemette come se si stesse liberando da un peso enorme.
Il suo cazzo si era gonfiato nel mio culetto. L’asta vibrava. Una serie di schizzi mi riempirono dentro. Le mie dita si strinsero forte al cuscino.
Edoardo si accasciò sulla mia schiena. Era sudato e aveva il fiatone come dopo una corsa. Infine, si risollevò e sfilò il suo pisello ormai esaurito.
Stranamente ebbi come una sensazione di vuoto, come se mi avessero portato via qualcosa di importante, una parte essenziale del mio corpo.
Il buchino sembrava bruciare. Istintivamente portai una mano tra le chiappe. Era bollente e un liquido viscoso stava colando fuori.
“Tienila dentro.” Edoardo era in piedi e si stavamo pulendo con della carta igienica. “Sei marchiato. Ora non si torna più indietro.”
Non capii cosa volesse dire, ma mi sorrise. E io mi ritrovai contento come aveva previsto Edoardo. Anche se il culetto mi fece male per giorni.
Quella fu solo la prima volta. Edoardo sembrava sempre più posseduto da quel bisogno naturale. Recuperava le energie in un attimo e dovevo essere pronto ad aiutarlo a sfogarsi.
Lentamente anche il dolore divenne sopportabile, anzi iniziai a provare piacere. Un piacere che non provavo, quando glielo succhiavo. Quindi, alla fine fui addirittura io a chiedergli di entrarmi.
“Davvero? È la prima volta che ti proponi. Ma, quindi, ti piace prenderlo…?”
Arrossii, ma non potei fare a meno di ammetterlo.
Edoardo scoppiò a ridere. “Non avrei mai pensato che potesse essere piacevole anche per te. Allora sei proprio uno di quelli.”
Quella volta mi scopò con particolare veemenza, anzi era quasi rude. Ma fui, comunque, soddisfatto di sentirlo liberarsi dentro di me.
Dopo quella scopata, non ci sentimmo per qualche giorno. Non era mai capitato che passasse così tanto tempo tra una volta e l’altra.
Infine, Edoardo mi venne a trovare e mi invitò a fare una passeggiata nell’oliveto. Sapevo che non voleva solo camminare e chiacchierare. Mi resi conto che da quella prima notte, in cui iniziò tutto, Edoardo sembrava volermi vedere solo per fare quello, per sfogarsi.
Non andavamo più al paese, al baretto. E, quando giravamo per le colline e i campi, aveva sempre bisogno di trovare… sollievo. Poi, dopo aver terminato, generalmente se ne andava.
Camminammo per un po’, parlando del più e del meno, finché non intravidi due persone tra gli olivi. Mi fermai di scatto.
“Dai, andiamo. Sono solo Marco e Tullio.”
Erano due nostri amici del paese. Abitavano più lontano da noi, quindi, ci vedevamo meno, ma prima ci incontravamo spesso nella piazzetta. Avevano la stessa età di Edoardo, forse Marco un anno in meno.
“Così tu sei uno di “quelli”?” Chiese Marco.
“Che cosa?” Mi voltai a fissare Edoardo. Che cosa significava?
“Su, non fare quella faccia. Anche loro sono nella mia stessa situazione. Hanno bisogno di… aiuto.”
“Ma pensavo fosse una cosa nostra.”
“Quelli come te sono rari. E loro sono miei amici. Era giusto condividere anche con loro. Tu sei felice di farmi sfogare, vero?”
“Sì, ma è diverso.”
“Non è diverso. Anche loro hanno lo stesso… problema. Guarda.” Edoardo mi invitò a voltarmi.
Marco e Tullio si erano aperti la patta e aveva tirato fuori i loro piselli già in tiro.
“Ma il suo è piccolo come il mio.”
“Che cosa hai detto?” Marco si inalberò e sollevò un pugno, minacciandomi.
Tullio si sporse in avanti e bloccò Marco con un braccio.
“Non ha tutti i torti, Marco. – Edoardo ridacchiò, Marco lo fulminò con lo sguardo. – Hai ragione, Nico. Ma lui è come me, non come te. Il suo istinto è di svuotarsi e riempire. Il tuo compito è dargli sollievo. Hai visto come è nervoso?”
“Edo ci ha detto che sei stato molto gentile con lui,- si intromise Tullio.- Anche noi produciamo molta panna e stiamo faticando molto con i nostri impulsi.”
Annuii. Tullio assomigliava molto a Edoardo. È sempre stato molto premuroso con me. Io non mi sentivo particolarmente gentile. Sempre pensato che fossero loro quelli genetile ad avermi accolto come un amico.
Ho aiutato Edoardo, perché era il mio compito e mi ha permesso di liberarmi di quella fastidioso erezione. E poi alla fine un po’ mi piaceva anche. Potevo dargli una mano in qualcosa che non poteva fare da solo.
“Non è come essere sposati, Nico, – spiegò Edoardo.- Il tuo è un dovere più grande. Quelli come noi sono più forti. Ti ricordi come ti aiuto sempre a salire la vecchia quercia? O quella volta che ti ho difeso da quel ragazzo americano che era qui in vacanza? Questa forza se non viene sfogata, poi ci fa diventare nervosi.”
“Come Marco,- commento Tullio. Marco replicò, dandogli uno spintono. Il loro cazzi eretti si agitavano a ogni gesto.
Assentii con un movimento del capo. Alla fine non mi costava niente, fargli felici. Loro stavano soffrendo per colpa di quegli istinti. Io ero fortunato a esserne risparmiato. Mi avvicinai a Tullio.
“Ehi, perché prima da lui?!” lamentò Marco.
“E piantala, Marco. Da qualcuno deve cominciare, – lo rimbeccò, Edoardo.
“E poi il mio è più grosso. Sa che c’è più lavoro da fare.”
Quando mi inginocchiai di fronte a lui, però, si zittirono tutti. È questa la sensazione che si prova a essere al centro dell’attenzione? Non mi ero mai sentito così.
Allungai la mano e saggiai la sua asta. Era grossa e dura come quella di Edoardo, ma molto più venosa. Lasciai scorrere la mano su e giù. Tullio sembrò gradire, perché chiuse gli occhi e si morse il labbro.
Ero curioso di sentire come erano le sue palle, così con l’altra mano presi a massaggiarle. Erano più piccole di quelle di Edoardo, ma sode. Forse erano davvero molto cariche.
Mi piaceva percepire quell’asta tra le dita e vedere il volto di Tullio, ma sapevo, come Edoardo mi aveva spiegato, che quelli come lui hanno bisogno che lo prendi in bocca.
Socchiusi le labbra e le avvicinai alla cappella.
“Merda, ma lo sta davvero prendendo in bocca? – esclamò Marco, spalancando gli occhi.
Anche Tullio mi fissava sorpreso, ma soprattutto bramoso. “Sì, ti prego. Prendilo.” Sussurrò.
“Non fate quella faccia, ragazzi,- Edoardo sembrava infastidito dalla loro sorpresa.- lo sapete che quelli come lui lo fanno sempre.”
Le mia labbra sfiorarono la cappella. Spinsi la testa in basso. Il glande si aprii la strada nella mia bocca. La mia lingua seguì la grossa vena che dalla cima giunge fino alla base.
Poi mi ritirai. L’asta mi uscì quasi completamente dalla bocca, prima di spingere nuovamente la testa affondo e ingoiarla nuovamente tutta. Tullio gemeva, più di quanto avesse mai fatto Edoardo. Si vede che era da più tempo che aspettava di trovare sollievo.
“Non crediate che questo è il suo solo compito.” La voce di Edoardo era sicura come di chi la sa lunga ed è orgoglioso.
Mi afferrò per i fianchi e mi fece sollevare la gambe. Feci per togliermi il pisello di Tullio dalla bocca, ma lui mi afferrò la testa e mi obbligò a muovermi con quell’asta piantata in gola.
Edoardo mi posizionò a novanta gradi. Mi abbassò i pantaloncini e poi le mutante, svelando il mio culetto agli altri ragazzi.
Ebbi un fremito di disagio. Avrei voluto tirarmi su i pantaloni e andarmene. Non era la prima volta che Edoardo mi spogliava in quel modo e in quel oliveto, ma di fronte a Tullio e Marco mi sentii umiliato.
Però, loro erano in tre e con la bocca potevo soddisfarne solo uno alla volta. Era il compito di “quelli come me” renderli felici, quindi, resistetti alla tentazione di fuggire.
“Guarda che chiappe, – esclamò Edoardo, invitato Marco ad avvicinarsi. Le mani di Edoardo e Marco si mischiarono, mentre tastavano il mio culetto come se fossi una delle vacche della loro famiglia.
“Sembra fatto apposta per prendere cazzi. Si è piegato a 90 gradi e le chiappe si aprono come due morbidi cuscini a svelare un buchino rosato.”
“Non ti facevo un tale poeta, Marcolino,- esclamò Edoardo.- Ma non solo sembra: è nato per prenderlo in culo. La forma è giusta giusta quella del cazzo.”
Non avevo mai sentito parlare così Edoardo. Ebbi come un sospetto, un timore, che non sapevo definire.
“Posso provare? – Marco, invece, sembrava stranamente titubante. – Non gli fa male?”
“Un po’, ma l’ultima volta è venuto a supplicarmi, perché glielo infilassi in culo.”
“Sul serio?”
“Sì, non aspetta altro che farmi godere. Lo prendo in qualunque modo e non si lamenta mai. Una volta me lo sono fottuto con i suoi genitori che chiacchierava nella stanza accanto.”
Marco si piazzò alle mie spalle. Si afferrò il cazzo per l’elsa e lo puntò al mio buchino.
“Fai piano,- balbettai con la bocca impiastrata di saliva e degli umori del cazzo di Tullio.
“Vedi? Non ti dice di fermarti o di non farlo, – osservò Edoardo,- ma semplicemente di fare piano.”
Tullio mi strinse nuovamente la testa, infastidito che avessi smesso di succhiare, e mi infilò il suo cazzo in bocca. Nello stesso momento Marco piantò il suo cazzo nel mio culo. E non fece piano.
Nonostante fosse più piccolo di Edoardo, il dolore fu, comunque, lancinante. Marco mi afferrò per i fianchi e si aiutò negli affondi. Tullio, forse imitando Marco, prese a muovere il bacino. Mi stava scopando la bocca. La sua cappella arriva a colpirmi le tonsille e ogni colpa temevo mi facesse soffocare.
Le botte di Tullio in gola, impedivano ai colpi di Marco di scaraventarmi in avanti. Sentivo le sue palle sbattere sul mio culo, mentre le sue dita affondavano nei mie fianchi come il suo cazzo nella mia carne.
Sapevo che era il mio compito, ma in quel momento non potei pensare fosse sbagliato. Ma poi Edoardo, forse vedendo il mio volto affranto, mi accarezzo i capelli, poi il collo e la schiena. Scacciai quei pensieri e mi ricordai che lo stavo facendo proprio perché potessero sfogarsi. Era la loro natura per quello mi scopavano con tanto nervosismo.
Per fortuna Marco durò poco. Più che gemere sembrò grugnire come un maiale. Rilasciò il suo liquido dentro di me, dove prima c’era stato solo quello di Edoardo. Un altro marchio, un’altra conferma.
Marco barcollò indietro, seguito dal suo cazzo ormai ridotto ai minimi termini. Uno schizzo di panna uscì fuori.
“Cazzo, l’ho riempito di sborra fino all’orlo.”
Sborra? È così che si chiama in realtà la “panna”. Che non fosse panna lo sapevo, ma “sborra” è un suono così aspro.
“Stringi le chiappe, Nico – mi avvertì Edoardo.- Lo sai che è importante conservare il frutto della liberazione.”
In quello stesso istante Tullio gemette forte e virile, ma estrasse il suo cazzo. Fiotti di liquido caldo e denso mi colpirono sugli occhi, nel naso, tra i capelli. La sentivo colare come lacrime sulle guance.
“Dovresti conservare anche questo,- commentò Tullio.- La sborra ti dona. E poi così almeno tutti sanno che sei uno di quelli.”
Sia Tullio sia Marco si pulirono il cazzo sui miei vestiti e si complimentarono per il servizio.
“Ottimo lavoro, Nico, – commento Marco.- La prossima volta, però, penso avrò bisogno di usare la bocca.”
“Sì, mi sento davvero meglio. Ha eseguito i tuoi doveri molto bene. Ma credo che io, invece, avrò bisogno del tuo culo, quando ci rivediamo.”
Qualcosa, però, era cambiato. Lo sentivo. Salutarono Edoardo, stringendogli la mano, dandogli una pacca sulla spalla, mentre a me non mi toccarono. In verità, non mi salutarono affatto. Avevo terminato il mio compito e ora ero più invisibile di prima. Forse era per lo stesso motivo che anche Edoardo svaniva sempre dopo essersi sfogato.
Non eravamo più veramente amici? Allora cosa ero?
“Edo, scusami, ma esattamente chi sono “quelli come me”?”
“Siete chiamati in tanti modi: rottinculo, froci, piagliainculo. Ma sono degli insulti senza valore e insignificanti. Del resto non ha importanza. Tu sei tu solo quando esegui il tuo compito. Esisti unicamente quando lo prendi in culo, quando ce lo succhi, quando le tue mani massaggiano le nostre palle. È un compito importante, essenziale: soddisfarci. Poi non esisti più, finché un nuovo impulso necessità di trovare sollievo.”
Nella vita di una persona arriva sempre un momento nell’adolescenza, in cui dall’essere un bambino si diventa un adulto. Alcuni restano bambini nei vent’anni inoltrati, altri sono scaraventati nel mondo degli adulti troppo presto.
Io avevo 12 anni. Era estate e avevo smesso di esistere. Nella mia ingenuità avevo lasciato che le gentilezze di un amico, lentamente, un pezzo alla volta, mi strappassero la dignità. Ma anche la più forte delle illusioni, anche quelle che fino all’ultimo vogliamo credere siano vere, prima o poi si rompono.
E quando si rompono fanno male.
“E ora vieni qui. Inginocchio. Non hai ancora finito i tuoi doveri,” disse Edoardo, abbassandosi i pantaloni fino alle ginocchia e lasciato libero il suo cazzo.
Feci un paio di passi verso Edoardo. Poi mi bloccai. Sì, forse ero uno di “quelli”, ma era meglio che essere come Edoardo o i suoi amici.
Scossi il capo e mi voltai, abbandonando Edoardo mezzo nudo tra gli olivi.
Non tornai più tra quelle colline e non rividi più Edoardo o i suoi amici. La casa dei miei nonni è stata venduta. E io esistono, sempre e comunque.
29 dicembre 2019 at 11:01
racconto bellissimo molto eccitante
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29 dicembre 2019 at 11:13
Ciao, Ezio! Grazie per il commento. Mi fa davvero piacere che ti abbia eccitato. 😉
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7 marzo 2021 at 11:03
questo e il primo racconto piu bello che ho mai letto soprattutto nel pezzo finale
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9 marzo 2021 at 10:59
Grazie, Alexnauts. Sei molto gentile. Forse allora potrebbe piacerti anche questa: https://eroticaoriginal.wordpress.com/2018/09/24/la-prima-volta-sesso-la-prima-volta-stupro/
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13 marzo 2023 at 17:51
muccioloris@gmail.com
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