Sono un curatore d’arte. Lo so. Non sono il classico professionista che riempie le vostre fantasie erotiche, ma datemi un po’ di fiducia. Forse questo non diverrà il vostro racconto porno preferito, ma almeno vi offrirà uno sguardo diverso sull’arte del sesso.
Sono certo che avrete già sentito parlare di me. Le mie mostre non passano di certo inosservate. Anzi, sollevano particolare clamore. Nel mio settore sono particolarmente noto per creare scandalo.
“Assolutamente no, Thomas. Sarebbe uno scandalo.” Esclama il direttore del mio istituto. Suda freddo.
“Sarà un successo.” Replico. “Come tutte le mostre precedenti. Ti ho mai deluso?”
“Cosa centra? Questa… questa è veramente troppo. Addirittura una mostra esperienziale. È oltre i tuoi limiti, i miei e della società intera.”
“Esatto. Per questo sarà un successo.”
“Non ci daranno mai le autorizzazioni necessarie.”
“Me ne sono già occupato. Eccole.” Dichiaro con noncuranza , lanciando sulla sua scrivania un incarto di decine di pagine.
Il direttore si mette subito a sfogliare i documenti e i certificati regolarmente firmati dalle autorità.
“Come sei riuscito a fargli accettare quest’oscenità?”
“Non è un’oscenità. È arte. E a quanto pare i funzionari pubblici hanno maggiore senso artistico di te.”
Il direttore rimugina e legge. Tanto so che cederà. Lo fa sempre. Almeno con me.
“E va bene.” Sospira alla fine, gettando la documentazione per terra di fronte a me. “Metti in scena questa sconcezza.”
E così ho potuto allestire la mia mostra. Siete curiosi? Non siete gli unici, quindi, non vi tedierò con i preparativi, anche se non nego sono stati particolarmente complicati e hanno preso molto più tempo del previsto. Non è stato per niente facile trovare le… opere d’arte.
Il duro lavoro dell’artista
“Secondo voi è vero quello che si vocifera su questa mostra?”
Sento bisbigliare una ragazza mora all’ingresso. I primi giorni dall’apertura mi piace fingermi un visitatore qualunque e mischiarmi alla folla per origliare le conversazioni e soprattutto per osservare come si comporta il pubblico.
“La mia amica – le risponde una ragazza alta e bionda – è venuta da sola il giorno dopo l’inaugurazione. C’era ancora poca gente. Probabilmente si vergognavano, perché quello che si dice è tutto vero.”
“E come biasimarli? Non dovremmo essere qui. Non entriamo per favore.” La terza ragazza del gruppo sembra pronta a scoppiare a piangere. I suoi lunghi capelli boccolosi si agitano, mentre si mette in ordine gli occhiali.
“Piantala. Ormai siamo qua. Non è mica un bordello. Entriamo.”
Le sento ancora confabulare sottovoce, ma ormai sono troppo lontane per comprendere cosa dicono. Le seguo a una distanza di sicurezza, mentre superano la scura anticamera della mostra.
“Uhaaa” Un grido oltre la prima parete mi fa sobbalzare. È successo qualcosa? Corre per raggiungere il luogo da cui proviene quell’urlo, ma mi blocco immediatamente. Il grido si è trasformato in una risata isterica.
Sono sicuro che conoscete il genere. Sono quelle risate incontrollate che scoppiano nei momenti di maggiore imbarazzo.
“Oh, mio Dio. Oh, mio dio. Ma sono veri?”
“Cosa fai? Non toccarli.”
“Ma c’è scritto che si può. È una mostra esperienziale. Sono opere d’arte tattili.”
“Non era quello che intendevo. Non posso guardare.”
Un’altra risata isterica, anche se più trattenuta risuona oltre l’angolo.
“Ok, sono veri. È così caldo. E duro. La pelle liscia.”
Non ce la faccio più. Devo vedere. Mi sporgo. La sala ospita al centro un grosso pilastro. La ragazza mora sta allungando il braccio verso qualcosa che spunta fuori da una delle pareti del pilastro.
“Oddio, questo si è mosso.”
“Ahah, che cosa ti aspettavi? Guarda che dall’altra parte della parete ci sono uomini veri.”
Mi ritraggo subito e mi infilo nel corridoio. Le sale sono organizzate con ingressi indipendenti messi in collegamento da corridoio paralleli, in maniera che non si deve per forza attraversare tutte le stanze.
“Guarda questo. Non ho mai visto un cazzo così grosso dal vivo.” Sento uno parlottare nella sala successiva.
“Il mio è più grande.”
“Ma stai zitto. Chi ci crede.”
Sono due ragazzi. Avranno sui trent’anni. Ben vestiti, atletici.
“Secondo te gli hanno dato qualcosa per averlo così duro tutto il tempo?”
Si chiede quello ben rasato con i capelli crespi, piegandosi leggermente in avanti verso un pene particolarmente vigoroso.
“Hai problemi di erezione? Forse perché il tuo è così… grande.” Ridacchia l’altro con gli occhiali dalla montatura spessa e una barba rasa.
“Spiritoso. La prossima volta, in palestra, vediamo chi ride. Comunque, secondo me non sono duri, almeno non tanto.”
“Toccali.”
“Seeeh, come no.”
“Non sei curioso? Io non ho mai toccato il cazzo di uomo, cioè tranne il mio, chiaramente.”
“Ma se qualcuno ci vede?”
“Per questa mostra hanno eccezionalmente staccato le telecamere. E visto che rimane aperta 24 ore su 24 ore la gente è molto diluita.”
“Ma loro?” Insiste quello ben rasato, indicando chiunque sia al di là della parete dove sporge un cazzo.
“Sarà insonorizzato. E poi, francamente, chi mai andrebbe a dire in giro che ha lavorato per questa mostra?”
Allunga la mano. Esista. Nonostante le sue parole, non sembra convito di quello che fa. La curiosità, però, è forte.
A quanti di noi è già capitato? Eravamo nello spogliatoio della palestra o della piscina, casualmente lo sguardo è caduto tra le gambe dell’uomo al nostro fianco.
Sarà così lungo anche in erezione? E quanto è largo? E la cappella quanto è grossa? Sarà anche duro?
Per conservare l’autostima dobbiamo ripeterci cose come: sicuramente non può reggere a lungo e poi quello che conta è come si usa.
Stavolta è diverso. Qui, in questa mostra, si può verificare.
Le dita dell’uomo con gli occhiali si stringono attorno all’asta.
“Uao, è caldo. Ed è davvero duro. Non è tutta scena.”
“Fa’ controllare.” L’uomo ben rasato spinge via l’amico, sembra quasi ferito nell’orgoglio. “Ok, è vero. È duro, molto duro, ma scommetto che è un cozzo di ultima categoria.”
“Sembra piacergli.” L’uomo con gli occhiali ridacchia, osservando come il cazzo si agita. “Fammi provare con questo.”
Si porta dall’altro lato del pilastro e afferra il bastone che sporge dal muro.
“Questo è più piccolo del mio, però, sembra di marmo.” La sua mano comincia a scorrere su e giù, lungo l’asta.
“È strano. Non ti sembra strano che muovendo la mano, così, dall’altra parte c’è qualcuno che sta provando piacere?”
“Preferisco non pensarci.”
“Secondo te cosa provano le nostre ragazze, quando lo fanno a noi? Cosa provano a prendercelo in bocca?”
“Quando Gaia me lo succhia, penso solo al mio cazzo e al piacere che mi da la sua bocca umida.”
Il cazzo in mano all’uomo con gli occhiali vibra. La cappella si gonfia, sembra quasi che stia per esplodere. Fiotti di liquido caldo e denso schizzano fuori. Zampilli di sborra colano lungo la mano, sulle dita dell’uomo.
“Oh, cazzo. Che schifo.” L’uomo con gli occhiali stacca la mano lentamente, cercando di non sporcarsi, e la fissa disgustato. “Questo dura meno di un rutto.”
L’uomo rasato sta per scoppiare a ridere.
“Non ridere. Ti ammazzo, se lo racconti in giro.”
L’altro scoppia a ridere, quasi piegato in due.
“Vado a lavarmi. Ti aspetto fuori. Per me la visita è definitivamente finita.”
Appena l’uomo scompare nell’oscurità del corridoio. Il suo amico smette di ridere. Si volta verso il pilastro e fissa quel cazzo grosso e poderoso che ancora svetta minaccioso dalla parete.
Deglutisce. Si guarda in giro circospetto. Controlla gli angoli come a volersi assicurare che davvero non ci sono telecamere.
Inspira. Espira. Si avvicina alla parete. Si inginocchia.
La sua testa è giusta giusta all’altezza di quella mazza enorme. Probabilmente dall’altra parte del muro, chiunque egli sia, sente il respiro di quell’uomo sulla sua cappella. Un respiro affannoso. Lo sento fino a qui.
Socchiude le labbra timidamente. Si chiederà che sapore a un cazzo. Si chiederà che sensazione dà. Spalanca la bocca. Forse troppo. Sembra che si sta preparando per ingoiare un cannone.
La cappella ha superato la soglia delle labbra. Il cazzo è dentro. La bocca si chiude, avvolgendo l’asta. L’uomo spalanca gli occhi e rimane immobile. Una nerchia in bocca in mezzo a una sala vuota.
Il cazzo sembra ingradirsi. Le palle si agitano. Non se l’aspettava, quando si era candidato per quel posto che, oltre al compenso, avrebbe ricevuto un pompino.
L’eterocurioso non sembra saper bene cosa deve fare. Inizia a muovere la testa. Cerca di spingersi a fondo. Ha il collo teso.
Si ritira. Il cazzo si sfila completamente. Tossisce. Ha avuto un conato di vomito.
Ma non si arrende. Ci riprova. Quella virilità sconosciuta torna nella sua bocca. Stavolta si muove poco. Su e giù. Starà mimando i gesti che ha visto fare dalla sua ragazza tante volte tra le sue gambe.
Si vede chiaramente che è la sua prima volta. Allunga la mano e stringe l’asta per aiutarsi.
Sarà la situazione, sarà che quel novellino etero ha un particolare talento naturale, ma la grossa vena del cazzo si gonfia. L’uomo dall’altra parte del muro spinge in fuori più che può la sua mazza.
Probabilmente vorrebbe rompere il muro a pugni e scopare la bocca a quello sconosciuto.
L’etero spalanca nuovamente gli occhi. Il cazzo sta vibrando come una corda di violino. Un violino eccitato che sta godendo, mentre lo suonano con la sua canzone preferita.
Gli occhi dell’uomo si agitano in tutte le direzioni. Non si aspettava di ricevere fiotti di sborra in bocca. Starà cercando una via di fuga, ma non può rischiare che schizzi di sborra gli centrino la faccia.
Sarà già stato personalmente umiliante così senza lasciare una traccia sporca sul quel volto affranto.
Sembra che gli schizzi siano terminati. Finalmente l’uomo si sfila quel cazzo ormai esausto dalla bocca. Un filo sborra si stacca dalla sue labbra.
Ha le guance gonfie. Vorrebbe sputare. Sente di dover vomitare. Ma non può. Chiude gli occhi. E ingoia.
Oh, cazzo, avreste dovuto vedere la sua faccia, mentre quel liquido caldo e denso scivolava lungo la sua gola.
Riapre gli occhi, sbattendo la bocca. Si starà sorprendendo di quel gusto acre e avrà capito perché la sua ragazza si rifiuta tanto spesso di prenderglielo in bocca.
“Sei ancora qui?”
L’eterocurioso sobbalza alla voce del suo amico che appare sulla soglia della stanza.
“Sarà una decina di minuti che sono all’ingresso. Gaia e Livia ci stanno aspettando al bar qua vicino.”
“Arrivo.” L’eterocurioso si lecca un’ultima volta le labbra prima di voltarsi.
“Era anche ora. Comunque, stiamo poco, eh?! Ho bisogno di farmi fare un pompino da Gaia che non hai idea. Scommetto che anche tu appena arrivi a casa, Livia la metti in ginocchia e la spingi fra le tue gambe.”
L’eterocurioso annuisce, a testa bassa. Mi sa che passerà molto tempo prima che Livia dovrà fargli un pompino.
Cavolo, ho il cazzo in tiro. Devo farmi una sega prima di tornare nell’atrio.
Il sapore del sesso
“Allora sei soddisfatto? Non te l’avevo detto che sarebbe stata un successo?” Esclamo, mentre entro nell’ufficio del mio capo.
“Sì, e non ti avevo detto che sarebbe stato anche un grande scandalo?” Il direttore mi fissa di traverso.
“Tutta pubblicità. Dovresti essere felice che ho riempito le casse dell’istituto.”
“Già, siamo stati fortunati che questa è Milano e non Cracovia.”
“Guarda che coincidenza. Stavo proprio pensando che potremmo organizzare l’ultima mostra del nostro tour europeo in Polonia.”
“Ne riparliamo fra qualche mese dopo l’inaugurazione della mostra a Monaco, nella cattolica Baviera.”
A Monaco si vantano di essere la città italiana più a Nord d’Europa. Sono orgogliosi di poter affermare di essere un misto fra Roma e Berlino. La mostra sarà un altrettanto successo come a Milano. Le autorità cittadine della capitale bavarese sono state altrettanto sollecite di quelle milanesi. Ormai ci conoscono. Mi conoscono.
Sono all’ingresso del percorso, mentre dal portone entrano i primi curiosi visitatori. Sono silenziosi. Un po’ si vergognano di essere lì, ma la curiosità sempre più grande di qualunque paura sociale.
“Non possiamo visitare la mostra senza aver firmato questo documento?”
“Sì, sono desolata.” La ragazza alla biglietteria non si scompone. “È una liberatoria. Se avete letto attentamente le condizioni, l’esposizione rispetta tutte le norme sulla sicurezza, sono stati fatti tutti i controlli di legge, ma è necessario confermare di essere consapevoli di quello che si visita.”
“No, non esiste. Non firmerò nessun documento per visitare una mostra.” L’uomo sembra inalberarsi, prende la sua compagna per il braccio, e, nonostante, le rimostranze della donne, se ne vanno.
Ormai, le mie mostre non sono per i deboli d’animo. Ci sono sempre dei rischi, ma questa è arte. La coppia successiva sembra meno complicata.
“Mi dia la liberatoria. Firmo subito. Sono mesi che si parla di questa mostra.” La ragazza prende la penna e firma di getto, prima di lasciar posto al suo compagno.
“È come quella di Milano?” Il ragazzo sembra dubbioso. Forse teme di doversi sorbire una serie di stanze piene di cazzi più grossi del suo.
“No, questa è un formato completamente diverso.” La ricezionista sorride. “Per entrare nella mostra dovete schiacciare l’ago della macchina per l’analisi del sangue. Se il risultato non sarà corretto, non potrete entrare.”
I due si fissano, ma non si tirano indietro. Le analisi del sangue sembrano positive, perché la porta si apre.
Seguo la coppia, mentre si immerge nell’oscurità iniziale che caratterizza tutte le mie mostre. Proseguendo per il corridoio, raggiungono una sala decagonale. La poca luce illumina il centro della stanza.
“Che cosa è secondo te, Jonas?” Chiede la ragazza.
“Sembra un gigantesco spremi-agrumi.” Jonas inclina la testa.
“C’è scritto che possiamo servirci. Qui ci sono le istruzioni.”
“Sono due bevande completamente naturali. Ci sono tutti gli ingredienti. In questa c’è: magnesio, calcio, acido urico. Una lista infinita. Dal colore sembra una tisana.”
“Questo sembra una bevanda allo yogurt. Forse è un po’ troppo zuccherata per me. Ci sono anche glucosio e fruttosio.”
“Quante storie, Emma. Io provo quella specie di yogurt zuccheroso e tu la tisana. Fa parte della mostra.”
Posizionano i bicchierini e schiacciano i pulsanti.
“È caldo. Dal colore sembra un succo, ma non è assolutamente dolce.”
“Anche il tuo yogurt è caldo e, nonostante quello che c’è scritto, non è dolce, anzi. E poi a un odore strano. Però, il sapore non è male.”
“Sì, mi piace questo sapore esotico, ma familiare.”
La mostra prosegue, ma stavolta verso l’alto. Jonas e Emma devono separarsi. A sinistra possono salire solo le donne, mentre a destra solo uomini.
“È troppo buio. Non voglio andare da sola.”
“È una mostra d’arte che cosa vuoi che ti succeda? Ci vediamo tra un attimo.”
Infatti, più sopra le scale di riuniranno nuovamente. Io salgo direttamente alla terza scala, passando dall’uscita di sicurezza.
L’installazione è un decagono alto due piani più il piano terra. Il pavimento del piano superiore è una vetrata a specchio che permette di guardare il primo piano senza essere visiti.
Emma sale titubante i gradini. Si guarda in giro ansiosa. Dall’alta parte Jonas cammina rapido, due scalini alla volta. In cima trova 5 porte. Alcune sono già occupate. Entra in una libera.
C’è uno schermo. Appena Jonas chiude la porta alle sue spalle appare una scritta.
SEI ETERO O GAY?
Jonas si guarda in giro. Non c’è nessuno. Alza lo guardo verso il soffitto. Sembra quasi che mi abbia visto oltre il vetro sopra la sua testa. Mi fissa, mi scruta. Forse gli artigiani hanno portato una lastra di vetro trasparente?
Alla fine Jonas scuote il capo e riabbassa la testa. Tiro un sospiro di sollievo.
Jonas allunga la mano. Sta per cliccare su “etero”, ma poi la sua mano devia e schiaccia “gay”.
Lo schermo mostra filmati pornografici e un invito a segarsi, con indicato dove sborrare. Jonas sorride e sceglie il primo filmato.
Si sbotta, più veloce di quanto potessi immaginare. Ha il cazzo mezzo in erezione. Si sputa sulla mano. Le sue dita si avvolgo attorno all’asta che cresce in fretta. Inizia a muoverla. Il palmo scorre dall’alto verso il basso e poi nuovamente su, quasi ad avvolgere completamente la cappella.
Mi sposto dalla parte di Emma. È finalmente entrata in uno dei camerini. Sembra un gabinetto. Lo schermo la invita a pisciare per scoprire cosa c’è dopo.
Emma sta per scoppiare a ridere, ma abbassa la gonna e le mutandine. L’asse si pulisce e disinfetta automaticamente. Appena si siede, si rialza di scatto. L’asse è riscaldato.
Abbiamo ordinati quei gabinetti direttamente da un’azienda a Osaka, in Giappone. Solo il meglio per le mie mostre.
Appena ha terminato di pisciare. Il video le chiede se vuole vedere un porno. Emma esista. Poi alza le spalle: è solo una mostra d’arte. Sceglie un fumetto eterosessuale romantico.
Torno dal nostro Jonas. Ha un bel cazzo. La cappella è molto gonfia. Si morde il labbra inferiore. Inclina la testa all’indietro.
Geme. O almeno penso lo faccia. Il volto si contorce in una smorfia di goduaria. Si alza dalla sua sedie e si sporge verso il tubo per sborrare. Schizzi bianchi scattano come proiettili. Non sembra che lui ed Emma facciano spesso sesso.
Certo, non mi sorprende, visto che preferisce i ragazzi alle ragazze.
Si scuote il cazzo, che sta lentamente tornato alle sue misure originali, per assicurarsi che ogni goccia finisca nel tubo. Cerca qualcosa per pulirsi. Niente.
Sorrido.
Ripone il suo cazzo sporco di sborra nelle mutande. L’odoro di sesso lo perseguiterà per tutta la giornata.
Anche Emma sta per raggiungere il suo orgasmo. Le sue dita si agitano sulla sua figa. Grida. Oh, sì, grida forte. Per fortuna è tutto insonorizzato.
Jonas ed Emma si rincontrano al mio piano. Si abbracciano si baciano.
“Hai la camicia tutta fuori. Cosa è successo?”
“Niente, niente. Tu, piuttosto, sembra che hai infilato la testa in una lavatrice.”
Ma non possono nascondere la verità. Camminano sulla vetrata. Il loro sguardo vaga per un attimo prima di raggiungere le cabine sotto i loro piedi. Donne che pisciano e uomini che sborrano. Sono le stanzine di fianco alle loro. Arrossiscono.
Ma il meglio deve ancora arrivare. Seguono con gli occhi i tubi. I tubi dove cola la sborra, inclusa quella di Jonas. I tubi dove scivola il piscio, incluso quello di Emma.
Un’altra coppia all’ingresso, prende un paio di bicchieri. Lui si serve della sborra, densa, conservata al caldo, lei vuole il piscio, anche caldo.
L’uomo sembra particolarmente soddisfatto. Annuisce e se ne serve un altro. Lei è meno convinta, ma sembra avere sete, molto sete, perché anche lei vuole il bis.
Emma e Jonas sono ammutoliti. Si allontano in silenzio, giù dalla terza scala.
L’arte di prenderlo nel culo
“Allora, dove si organizza la prossima mostra? A Varsavia?” L’evento di Monaco è terminato e sono tornato alla sede centrale a Milano.
“Ho già affittato degli spazi stupendi a Lione.”
“Li-lione? In Francia?”
“No, Lione in Finlandia. Cosa c’è? Non avrai paura di qualche gruppo “néo-fasciste lyonnaise”?” Il direttore riprese a scrivere al computer.
“No, no, è solo che io sono nato e cresciuto a Lione.”
“Sì, infatti, ho pensato che avresti preferito lavorare in francese che in polacco.” Il direttore staccò un attimo gli occhi dallo schermo, lanciandomi un’occhiata complice.
Mi limitai ad annuire.
“Che cosa fai ancora qui? I tempi sono stretti e, se non ci muoviamo rischiamo che a Lione si inaugura prima la TAV che la nostra mostra.”
Era la prima volta che me ne andavo dall’ufficio del direttore con la sensazione di essere io quello che aveva appena perso. E pensare che si era fatto tanto pregare per le due mostre precedenti. E adesso? Adesso, non vede l’ora di lanciare la prossima esposizione.
Dovrei essere felice, ma l’idea di organizzare la mostra a Lione mi fa venire i brividi. Non fraintendetemi: adoro la mia città. La mia passione per l’arte è nata tra le sale del Musée des Beaux-Arts. Quante ore ho speso a guardare i Baigneurs di Cézanne o Nave Nave Mahana di Gauguin.
Tornare a Lione significa incontrare nuovamente la famiglia e gli amici senza più scuse. Voglio bene a tutti loro, ma appena ho terminato il liceo sono fuggito a Torino.
Non ha senso preoccuparsi oltre. Lasciatemi chiamare mia madre per avvertirla che torno a casa.
“Ah, Thomas, eccoti. Temevamo avessi dimenticato l’invito ai tuoi amici.” Adrien agita il braccio, attirando l’attenzione del pubblico affollato nell’atrio.
Come avrei potuto dimenticarmi? Mi hanno strappato l’invito a forza. Non credo che volessero davvero partecipare al vernissage, quanto mangiare a sbafo. Ma sorridiamo.
“Adrien, David, come state? Ce l’hai fatta anche tu, Jean? Sono davvero felice di rivedervi.”
Spero che non si accorgano del mio sorrido falso.
“Sì, e tra poco arriva anche Lucien. Ci siamo permessi di invitarlo. Non ti da fastidio, vero? È da tanto che non vi vedete.”
“No, anzi. Grazie per averci pensato.”
Chi diavolo è Lucien? Un altro morto di fame che vive di aperitivi, suppongo.
“Allora, come va? Abbiamo saputo che le precedenti edizioni hanno fatto grande scalpore.” Adrien mi appoggia il braccio attorno al collo, sulla spalla, avvinando la bocca al mio orecchio. “Che cosa dobbiamo aspettarci? A Milano c’erano cazzi. A Monaco piscio. Avremmo pareti piene di vagine?”
Forse mi ero sbagliato. Non erano venuti qua solo per mangiare. Volevano scopare.
“Ci sei andato vicino, ma la mostra è un po’ diversa. Venite. Vi faccio fare una visita personale.”
All’ingresso del percorso ci accoglie una ragazza particolarmente bella e giovane. Gli occhi dei miei amici scivolano dalle sue labbra carnose giù sulla scollatura.
“Signori, prego.” La ragazza gli porge una confezione omaggio.
“Che cosa è?” David ne afferra uno e lo apre.
“Goldoni?” Adrien sta per scoppiare a ridere. “Allora ci ho visto giusto.”
Faccio dondolare la testa. “Non esattamente. Entriamo.”
Prendono tutti confezione di preservativi e mi seguono.
“Oh, cazzo. Ancora meglio: culi.” Adrien spalanca gli occhi.
“Ma sono tutti di ragazze?” Si informa subito, Jean.
“Questo è il senso di quest’opera. Non si può sapere. Potrebbero essere tutte donne. Forse ci sono donne e uomini. Oppure solo uomini. A voi il gioco di indovinare, se il culo che avete davanti è di un uomo o di una donna.”
“Thomas! Thomas, mi scusi. C’è un’emergenza.” La mia assistente corre verso di me in preda al panico. Non l’avevo mai vista in questo stato.
“Che cosa succede, Cecilia?”
“Abbiamo un problema con un’opera.”
“Come fa ad avere un problema un’opera?”
Cecilia si agita sul posto. Mi fissa, poi guarda i miei amici, mi fissa nuovamente. Ho capito. Non può dirmelo davanti ai visitatori.
“Va bene. Andiamo. Fammi vedere. Posso lasciarvi qui di soli per un attimo?”
I miei amici sorridono. Un sorriso troppo felice, perché non mi sembri sospetto, ma ormai le urgenze sono altre.
“Come sarebbe a dire hai la diarrea?!”
“Non proprio diarrea, ma… cioè, hai capito, no?” Il ragazzo, uno studente dell’Université de Lyon che si era offerto per guadagnare qualche soldo, mi guardava imbarazzato, spostandosi da un piede all’altro.
“Sì, ho capito.” Cosa diavolo mangiano a Lione? Questo a Milano non sarebbe mai successo.
“Va bene. Vai a casa.” Agito le braccia per cacciarlo via. La sua presenza mi metteva ansia.
“Cecilia, chiama subito un sostituto.”
Cecilia tossisce imbarazzato. “Purtroppo non abbiamo nessuno sostituto.”
“Come nessuno sostituto? Nessuna ragazza, nessun ragazzo disponibile? Come è possibile?”
Cecilia si morde il labbro.
“Ho capito. Non è un lavoro molto appetibile. Qui me ne occupo io. Tu vai a cercare subito qualcuno.”
“Lei? È sicuro?”
“Sì, ora vai. Ah, avverti i miei amici che passerò a salutarli più tardi. Purtroppo devono visitare la mostra da soli.”
Cecilia annuisce e svanisce dalla stanza.
Mi volto e fisso il buco nella parete: il glory hole. Infilo la testa dentro. La sala è vuota, ma sento delle voci che si avvicinano. Devo muovermi arrivano i primi visitatori.
Inspiro profondamente. Penso che questo sia karma. Del resto non posso pretendere che gli altri si sacrificano per le mie opere, ma io non voglio fare altrettanto.
Mi abbasso i pantaloni. Poi le mutande. Oddio, che cosa sto facendo? Per fortuna che il mio culo non ha peli. Era una delle richieste indiscutibili per le candidate e i candidati: nessuno tipo di pelo visibile.
Mi siedo sul seggiolino e spingo in fuori il culo. Mi sento così indifeso. C’è una cintura. Immagino che devo allacciarla. Chi sa poi a cosa servirà. Mi metto comodo, per quel che vale, sui braccioli.
Dopo tutto non è così male. È solo una sedia. O meglio un gabinetto, visto che sono mezzo nudo. Forse quelle studentesse e quegli studenti li paghiamo quasi troppo.
Sento delle risate in avvicinamento. Stiamo immobili.
“Cazzo, ma vi rendete conto che merda che organizza Thomas? Come si può chiamare questa roba un’installazione d’arte?” Era la voce di Jean.
“Infatti, si chiama bordello di gloy hole. Piantala di fare il santarellino. Questa è la miglior mostra che abbia mai partecipato.” Adrien non nascondeva il suo entusiasmo.
“Per una volta sono d’accordo con Adrien. Non abbiamo mai avuto il coraggio di dirtelo, ma quei vernissage a cui ci porti sempre sono una palla mostruosa.”
“Siete disgustosi. Che ne sapete? Forse sono tutti uomini.”
“Questo culo non può essere di uomo. Guarda che chiappe sode, tonde. Sono così lisce che quasi riflettono la luce.”
“Questo è addirittura meglio. Ma pensate che possiamo toccarli?”
“Non vedo cartelli che lo vietano. E poi ti ricordo che ci hanno offerto un sacchetto di goldoni.”
“Non credo che era un invito a trombarsi questi culi, ma un messaggio per sensibilizzare verso il sesso protetto.”
“Questo, però, mi sembra proprio il culo di un uomo.”
“Già, penso anch’io.”
Tiro un sospiro di sollievo. L’avevo scampata. Per fortuna che ogni stanza ha 4 culi, altrimenti questi arrapati se la sarebbero presa anche con il mio.
“Penso che questo sia il migliore. Questa deve essere una bomba da paura.”
Due mani fredde mi afferrarono le chiappe, facendomi sobbalzare. Ero io la bomba da paura?
“Lo spaventata. Ha fatto un balzo.”
“Saranno le tue mani da muratore. Ti avrà scambiato per un gorilla.”
“Un mio dito è più grosso del tuo cazzo. Guarda adesso.”
Stacco le mani dal mio culo, facendomi tirare un sospiro di sollievo. Era finalmente finita. Ma mi sbagliavo.
Sento Adrien sputare. Poi nuovamente sento le sue dita che mi sfiorano. Mi sfiorano il buchino.
No. No. Fermo. Volevo gridare. Non farlo. Basta. Ma non potevo. Era una situazione troppo imbarazzante. Troppo umiliante.
“Questo buco è stretto persino per le mie dita. Vuoi vedere che abbiamo scelto un culetto vergine?”
Il dito di Adrien premette contro la mia melagrana. Spingeva con forza. Sentivo il tocco umido della sua saliva. Ma, per fortuna, il buchetto faceva resistenza.
Lo so. Vi sareste aspettati un culo slabbrato da parte mia. E, invece, no. È vero, sono già stato anche con alcuni uomini, ma ho sempre fatto la parte dell’attivo. Sono un bisessuale vecchio stampo.
“Dai, spostati. Fammi provare.”
Altre mani bramose mi afferrarono il culo. Non ti rende conto quanto sia orribile subire molestie, quando ne sei tu stesso vittima.
“Sì, questa è una verginella. Cavolo, certo che puttana offrirsi per questo lavoro.”
“Forse in realtà è una cozza.”
“Tanto non lo sapremo mai. Ora vado con più sputo. Vedrete che la preparo per bene.”
Sento la saliva colarmi copiosa sul culo, tra le chiappe. Poi un dito mi sfiora nuovamente il buchino. Mi mordo i denti.
Spinge. Spinge più forte. Fa male. Spinge.
“È dentro. Uao, ragazzi è fantastico. È morbidissimo. Caldo. Questo sì che è un culo accogliente.”
È solo un dito. È solo un dito. Continuo a ripetermelo.
“Cavolo, mi piacerebbe vedere la faccia di quella troia dall’altra parte del muro.”
“Pensi che ci sente?”
“Naah, deve essere insonorizzato.”
“Facciamo una prova. Dammi un goldone.” Esclama, Adrien.
David ritira il dito e io riprendo a respirare.
“Mi sta a malapena.”
“Non fare lo sborrone, Adrien. È mezzo vuoto.”
Sento ancora spunto che cola sul mio culo. Delle nuove dita si immergono nelle mie chiappe. Me le massaggiano come per assaporare la mia carne prima di aprirla in due. Quindi, la sua presa si fa più salda. Mi allarga le chiappe.
“Questa verginella non dimenticherà mai questa giornata.”
La punta del suo cazzo sfiorò il mio buchino. Non vorrà davvero…? Fermo. Vorrei gridare. Fermo.
Un palo enorme si pianta nel mio culo. Porto entrambe le mani alla bocca, serrando la mascella per tentare di non urlare. È come se mi avessero trafitto con un giavellotto.
“Ehi, vacci piano. Le hai completamente spaccato il culo.”
“Non volevate sapere se era insonorizzato? Se non lo fosse stato, avremmo sentito le sue urla.”
Adrien ride e mi afferra per i fianchi. Il suo cazzo si ritira e io riprendo a respirare. Forse voleva davvero solo scoprire se la parete era insonorizzata.
Il palo mi affonda nuovamente nella carne. Sento lo stomaco arrivarmi in gola. E nuovamente si ritira e ancora mi si conficca in profondità. È sempre più veloce.
“Rallenta il ritmo. La stai sfondando, sta poverina.”
“Poteva pensarci prima di fare l’opera d’arte a una mostra sul sesso. Però, hai ragione. Facciamole fare una pausa.”
Stavolta il bastone svanisce completamente da dentro di me. Ho lo stesso piacevole sollievo di quando sul gabinetto finisco di espellere uno stronzo enorme.
“Che diavolo fai, Adrien?”
“Rilassati, Jean. Non resterà incinta dal culo. Non se ne accorgerà nemmeno.”
“Sì, ma è… pericoloso.”
“Credi che avrebbero assunto una ragazza con qualche malattia venerea?”
Adrian conficca nuovamente il suo cazzo nel mio culo. Si muove dentro e fuori. Dentro e fuori. Sempre più veloce. Sempre di più.
“Ah, ci sono. Ora la sborro per bene. Vengo.”
Adrien ansima. Geme come un animale. Sento quella cosa nella mia carne fremere incontrollata. Ha sborrato dentro di me. Ho un conato.
Adrien estrae traballando il suo cazzo ormai sfinito. Qualcuno ride.
“Guarda, è zampillato fuori uno schizzo di sborra.”
“Cazzo, però, che schifo. Adesso è pieno del tuo sperma.”
“Non sembri molto interessato prima, Jean. Se ti fa schifo, fatti da parte.”
“Direi che il goldone non sto neanche a metterlo.”
Il cazzo di David mi sfonda il culo con la stessa violenza di quello di Adrien.
“Ehi, non è male questo lubrificante naturale. Il cazzo scivola che è una bellezza.”
David non affonda il suo cazzo fino all’elsa e questo mi offre l’occasione per tirare il fiato. Ma è più veloce. Ha un ritmo serrato. Sento la sua cappella massaggiarmi il buchino. Inizio quasi a provare piacere. Mi mordo la lingua per non gemere.
David ansima. Geme sommesso. Il suo cazzo si agita dentro me. E ancora una volta un mio amico si è svuotato le palle nel mio culo. Da gli ultimi colpi, più profondi degli altri, come per assicurarsi che ogni goccia di sborra sia conservata dentro di me.
“Ehi, che diavolo state facendo?”
“Lucien ce l’hai fatta.”
“Quando l’assistente di Thomas mi ha detto che stavate visitando la mostra, non mi aspettavo di vedere questa scena.”
Finalmente qualcuno che è sconvolto quanto me. Forse è la volta buona che finisce definitivamente.
“È un culo fantastico. Devi provarlo assolutamente.”
“Vedo che l’avete già colmato alla grande.”
Sento Lucien che si apre la cerniera dei pantaloni.
“Ehi, guarda qua, Adrien. Sembra che in quanto misure hai concorrenza.”
Oh, cazzo. No. Basta.
Sono sbalzato in avanti. Solo la cintura mi trattiene alla sedie. Stringo i braccioli con le mani. Il cazzo di Lucien mi ha forato lo stomaco. Sento meno male di prima. I cazzi di Adrien e David mi hanno già distrutto il culo.
Ogni cazzo sembra più grosso. Ogni colpo è una coltellata.
“Anche dopo dopo i vostri cazzi, questo culo mi avvolge l’asta meglio di un guanto.”
Sento che blaterano altre cazzate. Non riesco più ad ascoltarli. Mi gira la testa. Eppure ogni botta ora mi fa tremare di piacere. Tra le mie gambe il mio cazzo si sta risvegliando. Cosa sta succedendo?
“Oh, cazzo. Sborro. Ora la marchio con il mio seme di maschio questa puttana.”
Sento la mazza tra le mie chiappe pulsare. Gli ultimi colpi sono scoordinati, ma potenti. Le sue palle sbattono contro il mio scroto. Sembrano due palle da tennis.
Istintivamente stringo il culo, mentre Lucien estrae il suo cazzo spompato.
“Ehi, guarda che brava, la puttanella. Stringe le chiappe per non perdere la nostra sborra.”
“Allora, Jean? Cosa vuoi fare?”
“Oh, al diavolo. Fatevi da parte. Non capita tutti i giorni di poterlo mettere nel culo così.”
“Forse è difficile dire chi ce l’ha più grosso fra di noi, ma sicuramente non ci sono dubbi su chi ce l’ha più piccolo.”
Stavolta le risate sembrano più forti.
Jean non sembra intimorito, perché percepisco la sua cappella sfiorarmi il buchino. Sono così caldo che mi sembra quasi fresca.
Spinge. Non so se il suo cazzo sia davvero più piccolo di quello degli altri, ma ne mio culo sembra, comunque, enorme.
“Il suo culo è bollente. Sembra burro fuso.”
“È la nostra sborra.”
Jean affonda le dita nei miei fianchi e inizia a muovere. Ho il culo completamente aperto eppure mi sembra la prima volta. Spinge e ritira la sua mazza con movimenti regolari.
Mi scappa un gemito.
“Ehi, avete sentito?”
“Cosa?”
“No, nulla.”
Jean accelera il ritmo. Le botte sono intese, profonde. Il rumore delle sue palle che sbattono contro il mio culo rimbomba nella sala.
“Ah, sì. Cazzo, è bellissimo.”
Jean ansima. Ansima più forte. Le botte diventano una raffica. Lancia un gemito rauco. Ancora una volta il mio culo vibra con il suo cazzo. Mi sento stracolmo.
Jean al respiro affannato. Si stacca da me.
“Guardate quanta sborra cola fuori.”
“Sono esausto.”
Tu sei esausto? Io ho il culo a pezzi.
“Peccato, non poterli provare tutti.”
“Ragazzi, sta arrivando gente. Mi sa che la presentazione è finita.”
Sento lo strusciare rapido dei vestiti. Poi i ragazzi si allontano di soppiatto, ridacchiando.
La testa mi crolla fra le gambe. Non posso resistere per tutta la serata.
“Thomas? Tutto bene?”
Alzo la testa di scatto. Non mi rendo neppure conto di quanto tempo è passato.
“Sì, sì, benissimo. Che cosa succede?”
“Ho trovato una ragazza per sostituirti.”
“E dov’è? Portala qui.”
Appena Cecilia scompare. Mi slaccio la cintura ed esco dal quel buco maledetto. Ho il culo pieno di sborra. Mi tiro velocemente su mutande e pantaloni. Non ho tempo per pulirmi.
La ragazza sembra un po’ incerta, ma non abbiamo scelta. Le spieghiamo come funziona e usciamo dalla stanzetta.
“Thomas?”
“Che cosa c’è ancora?”
“I suoi amici… stanno creando un po’ di scompiglio al rinfresco. Sembrano in preda a una fame chimica.”
Sarà una reazione del periodo refrattario.
“Ci penso io.”
Anche se, in verità, non ho nessuna voglia di vedere quei maiali. Forse avrebbero riconosciuto l’odore del loro sperma? Mi sembra di puzzare di sesso in maniera oscena.
“Thomas, eccoti. Dove eri finito?” Adrien agitò il braccio, facendo quasi cadere le tartine che teneva nell’altra mano.
Sorridi. Non sputarli in faccia. Ce la puoi fare.
“Abbiamo visitato la mostra da soli. È davvero molto… appagante.” Fa anche lo spiritoso. David aveva la bocca piena di cibo. Era disgustoso. Si vedevano i nachos con la guagamole ruotare.
Ebbi una fitta alla pancia e non potei nascondere una smorfia.
“Tutto bene, Thomas?” Jean si avvicinò a me.
“Sì, ho solo un crampo allo stomaco.” Ipocrita.
“Devono essere quelle tartine all’uovo. Lo dicevo io che che erano andate a male.”
Fisso interdetto l’uomo alto con la barba castana che mi si avvicina con il piatto pieno di focaccine alle olive e affettati vari.
“Thomas, non ti ricordi di Lucien?”
“Ma certo, come avrei mai potuto dimenticare?” Gli stringo la mano, ripercorrendo in pochi secondi tutta la mia vita a Lione. Chi cavolo è sto energumene?
Un’altra fitta, più forte, mi fa piegare in due.
“Forse hai davvero mangiato troppe tartine?” Jean si china su di me.
Avvicinati ancora un po’, così riesco a darti un ceffone. Però, c’è qualcosa che non va. Sento lo stomaco gorgogliare. Ho un irrefrenabile bisogno di andare a liberarmi.
“Scusatemi un attimo.”
Mi allontano a grandi falcate. Dove diavolo lo nascondono il cesso in questo posto?
Finalmente trovo il bagno. Non ce la faccio più. Mi fiondo sul gabinetto. Un gorgoglio sordo riempie il bagno, mentre espello la sborra che si agitava nel mio retto. Ho il culo così indolenzito che basta quel liquido denso per farmi male.
Continuo a cagare sborra. Sembra infinita. Mi sa che per un po’ non vorrò più vedere nessun culo.
Forse devo anche pensare di annullare la mostra in Svizzera. Non me la sento di rischiare una raucedine a Lugano per aver ingoiato troppi cazzi alla mostra con le bocche.
E francamente non voglio più sentire l’odore di sborra per un po’.
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