“Fate largo al Flamen Dialis. Fate largo.”

Il littore che mi precedeva agitava in aria il suo bastone di legno fasciato di cuoio, gridando a gran voce.

Nonostante fossero passati molti anni da quando ero stato consacrato sacerdote di Giove, tutto quel clamore, mentre attraversavo le vie di Roma, mi metteva sempre a disagio.

La gente si faceva da parte, schiacciandosi contro le mura delle domus e delle insulae. Senatori, cavalieri, artigiani, tutto il popolo romano chinava il capo al mio passaggio.

Con lo sguardo cercavo di incrociare gli occhi di qualcuno. Chiunque volesse scambiare con me, anche solo con lo sguardo, un breve e fugace istante di complicità.

Ma nessuno alzava gli occhi. Nessuno.

Nonostante le romane e i romani vivessero in una città tanto affollata, la più grande del mondo conosciuto, non dimenticavano mai il rispetto delle leggi e delle norme che per secoli avevano regolato la Repubblica.

E come sorprendersi? Questa è Roma, patria della legge e del diritto.

La carica religiosa di Flamen Dialis, sacerdote di Giove, divinità massima del pantheon romano, era una delle più prestigiose a cui un cittadino potesse aspirare.

Eppure, più gli anni passavano, più mi sembrava di essere solo un prigioniero. Un prigioniero forse privilegiato, anche riverito e adorato quasi come un’incarnazione di una divinità, ma pur sempre un prigioniero.

Mentre camminavo sopra le pietre levigate delle strade romane, il mio sguardo cadde casualmente oltre la porta spalancata di una domus lussuosa.

Un giovane era inginocchiato in mezzo all’atrio. La sua mano stringeva uno straccio, mentre scivolava lungo l’asta di un leggio per oliarla a nuovo.

Mi fermai di fronte al portone. Avrà avuto vent’anni. I capelli erano scuri, un po’ crespi, un po’ boccolosi. Faceva scorrere la mano con enfasi su e giù, su e giù, attorno a quel bastone levigato.

Il littore tacque di colpo. Il giovane alzò la testa di scatto, forse accorgendosi solo ora dell’insolito silenzio, in cui era immersa la strada.

I suoi occhi azzurri incrociarono i miei. L’urgenza che lo aveva spinto a sollevare il capo, svanì. Sorrise. Sorrideva a me. A me.

Distolsi lo sguardo e ripresi a camminare. Il passo era più frenetico, quasi veloce. Superai il littore che sorpreso corse per portarsi nuovamente di fronte a me.

“Torniamo a casa.”

Lo avvertii, mentre svoltammo l’angolo in direzione della Flaminia, la casa del Flamen Dialis.

“Bentornato a casa, signore.”

Maxima non sembrava sorpresa di vedermi a casa così presto, mentre mi apriva la porta.

“Preparami un bagno caldo, per favore. Ho bisogno di rilassarmi.”

Quando arrivai nel bagno, Maxima e le altre domestiche stavano ancora rovesciando secchi d’acqua calda nella grande vasca marmorea.

“Grazie. Lasciatemi solo, per favore.”

Mi svestii e lentamente entrai nella vasca. Al primo contatto l’acqua sembrava troppo calda, quasi scottava, ma in un attimo mi abituai e mi immersi completamente.

L’interno della vasca era stato coperto con un telo per attutire il tocco freddo e duro della pietra. Appoggiai la testa al bordo e lasciai vagare i pensieri.

Ma la mia mente continuava, imperterrita a tornare alla stessa immagine. Quelli occhi azzurri erano incisi nella mia testa. Scossi il capo, cercando di scacciare quel volto, i suoi capelli scuri, quel sorriso così innocente.

Tra le mie gambe la mia virilità si stava svegliando. Si gonfiava. L’asta era ormai completamente eretta. Immersi la mano nell’acqua calda. Le mie dita si strinsero attorno alla mia mascolinità.

La mano scorreva su e giù. Su e giù. La cappella era così grossa che il prepuzio non riusciva quasi a toccarla.

Mi morsi il labbro. Chiusi gli occhi, inclinando la testa all’indietro contro la pietra. La mano si muoveva veloce. Rapida.

Ansimai leggermente. Il piacere cresceva dentro di me. La mia asta era dura come il marmo della vasca. Sentii la vena principale, lungo la mia virilità, gonfiarsi ancora di più. Gemetti sommesso, mentre la mia verga vibrava fra le mie dita.

Aprii gli occhi e vedi gli ultimi schizzi fuoriuscire dalla cima della cappella. Bianchi e densi, restavano sospesi nell’acqua. Il frutto della mia debolezza.

Agitai l’acqua con la mano, cercando di dissolvere il mio seme, mentre mi sfilai rapido dalla vasca prima che quel frutto rubato del mio piacere mi macchiasse.

Smisi di muovere la mano, prima di iniziare a produrre burro con quel latte maschile. Ormai il liquido bianco sembrava svanito. Giusto in tempo prima che bussassero alla porta.

“Signore, avete visite.” La voce di Maxima mi arrivava attutita. Non so se dalla porta o dal piacere che ancora mi circolava nel corpo.

“Ditegli di passare più tardi.”

“È il pontefice massimo.”

“Arrivo.”

Mi asciugai e vestii in fretta. Cosa voleva mai il pontefice in giorno come questo?

“Salve Tullio, che piacere. Cosa devo questa tua visita?”

“Manlio, carissimo. Vorrei dirti che sono qui solo per venire a trovare un amico, ma purtroppo non è così. La mia visita è stata sollecitata.”

“Sollecitata?”

“Sì, alcuni senatori sono un po’ inquieti. Sono passati molti anni dalla morte di Faustina e non è mai successo che un sacerdote di Giove restasse in servizio senza moglie.”

“Dopo la morte di Faustina avevo subito presentato le mie dimissioni in rispetto delle leggi. È stato proprio il Senato a rifiutarle.”

“Ne sono cosciente e sono sicuro che i senatori non l’hanno dimenticato. Non c’era nessun candidato che potesse sostituirti, almeno non con la tua levatura morale. Ma i senatori cambiano e con loro anche la politica del Senato.”

“E che cosa dovrei fare?”

“Sei giovane. Hai appena compiuto trent’anni. Potresti provare a cercare una nuova moglie.”

Una nuova moglie. Era difficile immaginare di sposarsi nuovamente, quando il tuo primo matrimonio era stato un tale fallimento. Ma questo al pontefice massimo non potevo dirlo.

Quando Tullio se ne fu andato, non potei fare a meno ripercorre la mia relazione con Faustina.

Il nostro era stato un matrimonio combinato. Avevo appena 17 anni e lei 16. Eravamo entrambi membri di famiglie particolarmente religiose e conservatrici, per non dire reazionarie. Nessuno dei due voleva sposarsi, anche se io non avevo nulla contro di lei.

Ma Faustina, lei non mi poteva sopportare. Era innamorata di un altro. E lui l’amava a sua volta. Dopo il matrimonio mi incolpò di tutto come se fossi stato io ad aver voluto quell’unione.

Avevo bisogno di cambiare aria. C’era ancora troppo di Faustina in questa casa.

“Ha detto proprio così? Cercare una nuova moglie?” Gaio, il Flamen Florealis, faticava a malapena a trattenere le risate. Per fortuna che oggi negli Horti c’era poca gente. Il sacerdote di Flora era fin troppo gioviale, anche per la sua dea.

“Il Collegio dei pontefici sta diventando sempre più indiscreto. Come se la carica di flamen non avesse già abbastanza restrizioni.” Marzia, sua moglie, sembrava particolarmente infastidita.

“Bisogno, però, ammettere che non era mai successo che un flamen potesse conservare la sua carica senza moglie.” Osservò il vecchio Domizio, il Flamen Cerealis. Il sacerdote di Cerere riusciva sempre a mostrarsi equidistante su ogni argomento.

“Sì, ma sono loro che lo hanno permesso.”

“Cos’è questa musica?” Chiesi a un certo punto.

“Musica?”

“Sembra un flauto. Viene da lì.”

Raggiungemmo una radura. Seduto sul bordo di una fontana c’era lui. Lo stesso giovane di questa mattina. Stava suonando un flauto.

“Chi è?” Chiese Marzia.

“È uno degli schiavi di Metello. All’ultima festa che aveva organizzato, lo aveva fatto suonare. È particolarmente dotato.” Lo riconobbe Gaio, ma nessuno fece veramente caso alle sue parole. Eravamo ormai incantati da quella sublime melodia.

“Si sta facendo tardi. Dobbiamo affrettarci, se non vogliamo arrivare tardi alla cena a casa dei Sestii.” Fece presente a un certo punto Domizio, risvegliando tutti da quell’atmosfera ovattata che creava quella dolce musica.

“Andiamo, Manlio. Manlio, che fai?”

Sentivo la voce di Gaio chiamarmi. Aprivo la bocca, ma nessun suono usciva. Ero come ipnotizzato da quella musica.

“Vabbè, sai dove trovarci. A dopo.”

Mi lasciai allontanare in silenzio. Poi piano uscii nella radura e mi sedetti su un masso vicino alla fontana. Il giovane continuò a suonare, finché non si accorse della mia presenza.

“No, ti prego. Non smettere.”

“Ti piace?”

“Sì, sei molto bravo. Non conosco questa melodia.”

“È mia. Al mio padrone non piace che suono mie creazione, quindi, vengo qui per poter suonare quello che voglio.”

Restammo a chiacchierare su quella fontana fino al tramonto. Si chiamava Ottavio. Era stato venduto dai suoi genitori, a causa dei debiti contratti con uno strozzino.

Ma lui aveva solo rispetto per loro. Sapeva che lo avevano fatto per evitargli una morte di stenti. Anche se ormai era uno schiavo, non aveva smesso di sognare e fare progetti. Sperava di arrivare un giorno a potersi comprare la sua liberà e aprire una piccola attività.

“Il sogno più grande è di poter aprire una bottega tutta mia. Mia madre mi ha insegnato l’arte del vasaio e adesso continuo a esercitarmi. Il mio padrone mi ha promesso che prima o poi mi concederà la libertà. Allora, finalmente, potrà veramente diventare un vero vasaio.”

“La libertà. È anche il mio sogno.”

“Ma non sei un cittadino libero?”

“Le catene possono prendere forme di diverse. La mia… posizione implica molti divieti e costrizioni. Non posso viaggiare a cavallo. Non posso toccare molte cose, che non posso elencarti, perché non mi è permesso neppure di nominarle. Non posso dormire fuori dal mio letto per più di tre notti. E nessuno può dormire nel mio letto. Nessuno.”

“Sembra una vita molto solitaria.”

“Lo è.”

Arrivai a casa nell’oscurità. Maxima mi venne ad aprire tutta preoccupata. Mi sgridò per non aver preso come me il littore. Poteva anche essere il sacerdote di Giove, ma nella notte siamo tutti uguali.

“Signore, cosa vi è saltato in testa? Da solo a quest’ora? Dovevate prendere con voi il littore. Non è sicuro.”

“Sono il Flamen Dialis. Nessuno oserebbe farmi nulla.”

“Sacerdote di Giove o no, di notte siamo tutti uguali. Nell’oscurità avrebbero potuto assalirvi prima ancora che si accorgessero di aver provocato un sacrilegio ed essersi maledetti a vita.”

Non potei fare a meno di ridere e assicurarle che non sarebbe più successo.

Mangiai una focaccia con formaggio, un po’ di fichi e delle olive e andai a coricarmi. A letto, però, non riuscivo a prendere sonno. Il volto di quel ragazzo mi perseguitava. Chiudevo gli occhi e lo vedevo seduto su quella fontana con in bocca il suo flauto.

Suonai la campanella. Maxima arrivò immediatamente.

“Preparami del latte caldo con del miele. Fallo portare da Lucio.”

Tutti i miei domestici erano liberti. Gli avevo affrancati io stesso. Lucio aveva qualche anno in meno di me. Mi era stato donato da un ricco mercante, forse per espiare i suoi crimini.

“Il vostro latte, signore.”

Lucio entrò con un vassoio e mi trovò in piedi a fissare la candela sul mio comodino.

“Grazie, Lucio. Lascialo pure sul tavolo. Aspetta, non andare ancora.”

“Mio signore?”

“Sei capace a suonare il flauto, Lucio?”

“Il flauto? No, mio signore. Mi dispiace.”

“Eppure ho sentito che hai dimostrato particolare talento con il tuo ultimo padrone.” Dissi e mi voltai.

La mia tunica era leggermente discostata e la mia erezione svettava quasi minacciosa fra le mie gambe.

Nonostante la luce debole della candela, riuscii a intravedere il rossore apparire sul volto di Lucio. Il giovane si voltò e per un attimo ebbi il terrore che se ne sarebbe andato via, raccontando a tutti quello che il sacerdote di Giove aveva fatto.

Ma si limitò a chiudere la porta alle sue spalle e mi venne incontro. Non osava alzare gli occhi verso di me. Appena mi fu vicino si inginocchiò. Il suo volto era di fronte alla mia virilità. Rimase a osservare a lungo, o almeno così parve a me.

Era diverso dal ragazzo del flauto. Era molto più virile lui. Non molto diverso da me. Muscoloso. Alto. Eppure adesso era inginocchio tra le mie gambe.

Allungò la mano e le sue dite si avvolsero attorno alla mia asta. La sua mano si mosse e iniziò a scorrere lungo la mia lancia. Era delicato. Non so se era perché ero il Flamen Dialis o perché gli era stato insegnato così.

Roma era una città fallocratica. La virilità era la più importante di tutte le virtù. Il cittadino romano era prima di tutto un maschio dominatore. Un dominatore che faceva valere la sua virilità indistintamente su uomini e donne. Del resto il servizio sessuale era dato per scontato per tutti gli schiavi. Per i liberti, come Lucio, invece era piuttosto un dovere.

Eppure io mi ero sempre identificato diversamente. In quanto sacerdote ero convinto che quello che mi distingueva dalle altre persone erano le virtù della disciplina, della frugalità e soprattutto della pietà. Ero solo un presuntuoso.

Potevo anche affermare che non l’avevo mai fatto. Potevo gridare che questa era la prima volta. Ma ora il mio liberto era tra le mie gambe e si impegnava a soddisfarmi.

A un certo punto Lucio si fermò e socchiuse le labbra. Che cosa stava facendo?

Avvicinò il suo volto ancora di più alla mia virilità. La sua bocca quasi si spalancò. La mia cappella svanì tra le sue labbra. La sua lingua mi accarezzò l’asta, mentre la sua bocca sembrava adattarsi alle mie misure. Poi affondò la testa sul mio membro. La mia virilità svanì quasi completamente nella sua gola.

Mi mancò il respiro. Non nego che avessi spesso fantasticato sul pompino, ma mai avrei creduto che un uomo avrebbe di sua spontanea volontà ingoiato il cazzo di un altro. Certo persino Plauto racconta con scherno di quegli schiavi che si mettono a quattro zampe per servire il padrone, ma il pompino, la fellatio, è la punizione più umiliante che si può imporre a un cittadino romano.

Ma Lucio non era ancora un cittadino romano e adesso aveva il mio cazzo piantato in gola.

Succhiava con un impegno che gli avevo visto poche volte. La sua lingua ruotava attorno alla mia cappella, mentre con la mano mi massaggiava le palle.

Qualche volta ruotava anche la testa come a volermi far saggiare nuove angolazione, ma io ero troppo in preda alla libido per lasciarmi a curiosità. Gli afferrai la testa sulla nuca con la mano destra, mentre portavo la sinistra sotto il suo mento. Spostai la sua testa come si sposta un vaso alla ricerca della migliore angolazione e presi a fottergli la gola.

“Scusami.” Sussurrai con la voce strozzata dal piacere. “Scusami.”

Sapevo che potevo scusarmi quante volte volevo, ma non potevo fare ammenda per quello che gli stavo facendo. Eppure non riuscivo a fermarmi. Non mi importava di quello che provava. Volevo soddisfare i miei istinti. Forse perché erano anni che non scopavo. Forse perché non avevo mai ricevuto un pompino. Forse perché non avevo mai scopato con qualcuno che mettesse da parte tutto, la sua dignità, i suoi bisogni, i suoi piaceri, solo per soddisfare me.

“Sto per venire.” Mugugnai, sfilando la mia virilità dalla sua bocca. Non potevo riversare il mio seme nella sua bocca. Ma quando vidi i suoi occhi alzarsi a fissarmi, la sua bocca ancora aperta, la lingua leggermente sporgente e un filo di saliva che la legava al mio cazzo, ebbi un moto incontrollabile.

Piantai il mio cazzo nella sua bocca, spinsi giù in fondo alla gola, finché le mie palle non sbatterono contro il suo mento e i miei peli maschili non si intrufolarono nelle sue narici.

“Ah. Aaaaah, ohu, ah, sì. Sì.”

Il mio cazzo si agitò nella sua gola. Dovette sentire fiotti di caldo seme colpirgli il palato e colargli giù nello stomaco.

Infine, mi staccai da lui. Mio cazzo ormai esausto uscì dalle sue labbra. Lucio rimase inginocchiato. Le guance gonfie del mio seme. Sembra incerto su cosa dovesse fare. E francamente lo ero anch’io. Adesso che tutta l’eccitazione era svanita.

“Grazie, Lucio.” Mi limitai a proferire.

E a quelle parole Lucio deglutì. Mi sembrò di raggiungere nuovamente l’apice del piacere.

Non ti rendi conto di cosa veramente significa, finché non lo sperimenti. È la manifestazione assoluta del potere personale di un maschio sull’altro.

Gli occhi di Lucio mi fissavano quasi con venerazione. Mi voltai per distogliere lo sguardo. Era stato un atto della sua gratitudine per averlo liberato? O forse per lui questa era una specie di benedizione?

“Vai a dormire.” Gli intimai senza voltarmi.

Ebbi un moto di rabbia contro me stesso per aver approfittato così della mia posizione. Ma ero troppo esausto persino per abbandonarmi ai rimproveri. Mi gettai sul letto e crollai addormentato.

I giorni seguenti evitai attentamente il rione, dove sorgeva la Domus di Metello. Non volevo assolutamente rischiare di cedere nuovamente al fascino di quello schiavo e cadere nella tentazione della libido.

“Allora quando ci inviti al tuo matrimonio?”

“Piantala, Gaio. Non mi sembra proprio il momento.” Domizio fulminò con lo sguardo il Flamen Florealis.

“E perché? Siamo fuori dal Tempio della Concordia.”

“Non ti preoccupare, Domizio.” Diedi un’amichevole pacca sulla spacca al vecchio Flamen Cerealis, mentre scendevamo dalla scalinata del tempio, immergendoci nella vivacità del Foro.

“Allora c’è l’abbiamo la nuova sposa?” Insistette, Gaio. “Mi spiacerebbe perderti come collega.”

“Come ho già detto… ” Non feci in tempo a terminare la frase che fui sbattuto a terra da un ragazzo che correva.

“Scusami, non ti avevo visto… sei tu? Scusami davvero.”

Era lui. Ottavio.

“Ecco. Tieni il tuo cappello.”

Ottavio mi porse il mio apex, il berretto bianco con il ramoscello d’olivo.

“Ottavio, che cosa stai facendo? Inchinati di fronte al Flamen Dialis.”

Il nobile Metello apparve alla spalle del ragazzo e con la sua grossa mano, schiacciò in basso la testa del suo schiavo.

“Flamen… Dialis…” Ripeté Ottavio, spalancando gli occhi.

“Certo, idiota. Non ha riconosciuto il suo copricapo sacro?”

“Mi spiace. Non parole per scusarmi.” Ottavio si inchinò ancora più in basso, quasi piegandosi a novanta grandi.

“Non è nulla. Davvero. Tranquilli.” Riuscii finalmente a bofonchiare.

“Sono sinceramente desolato, sommo Manlio. Non succederà più.” Mi assicurò Metello. “Andiamo, idiota.” Afferrò Ottavio per il collo e lo spintonò via.

“Finirà male per quello schiavo appena arriveranno a casa.” Osservò Gaio.

“Perché? Cosa gli farà?” Chiesi con un tono quasi troppo preoccupato.

“Non ne ho idea. Era un commento così per dire.”

Quella notte chiusi a malapena gli occhi. Ero perseguitato dai sensi di colpa. Lo avrà punito Metello? Che cosa gli avrà fatto?

Se gli avessi rivelato subito chi ero, non sarebbe successo nulla. Eppure non posso negare mi era piaciuto, almeno per una volta, essere trattato come una persona qualunque. Non avrei voluto cancellare quella, oserei dire, amicizia, svelandogli che ero il Flamen Dialis. Perché sicuramente non avremmo parlato così apertamente, se avesse veramente saputo chi ero.

Penso mi ero appena addormentato, quando bussarono alla mia porta.

“Che c’è?” Mugugnai, girandomi tra le coperte.

“Signore, vi chiedo perdono, ma c’è una persona alla porta che chiede urgentemente di voi.”

Maledizione, ma non è un po’ troppo presto per le visite? Alzai la testa e aprii a fatica gli occhi. La luce già entrava dalla finestra. Non era così presto. Forse, in realtà, avevo dormito molto più di quanto credevo.

“Arrivo.”

Mi vestii a fatica, ma mi diressi verso l’atrio. Mi bloccai sulla soglia dell’impluvium. Lui era lì.

Ottavio stava fissando curioso i riflessi della vasca al centro, dove si accumulava l’acqua piovana che cadeva dall’apertura in alto. Oggi splendeva il sole e dall’apertura si proiettava luce sulla superficie dell’acqua, facendola brillare nell’oscurità del salone.

E Ottavio era bellissimo. Gli occhi sembravano dello stesso colore dell’acqua e i capelli scuri e lucidi parevano brillare.

“Sommo Manlio.” Esclamò, quando mi vide. Quasi mi corse in contro e si aggettò ai miei piedi.

“Ottavio, non ti prego. Non è necessario.” Ebbi un fremito a vedere quel ragazzo per terra di fronte a me.
“Il mio padreone, Metello, è furioso con me. Vuole far frustare. Ti supplico, fammi restare qui.”

“Frustare? Per quello che è successo?”

Ottavio annuii.

“Non ti preoccupare. La casa del Flamen Dialis è sacra. E chi si getta ai miei piedi, non può venire fustigato.” Dissi, inginocchiandomi e aiutandolo ad alzarsi.

Ottavio alzò lo sguardo e mi sorrise, un po’ sollevato.

“Maxima.” Chiamai. “Prepara un bagno per il nostro ospite.”

Quando l’acqua calda fu pronta accompagnai Ottavio nel mio bagno.

“Uao, è enorme. Anche Metello, cioè il mio padrone, possiede un bagno privato, ma è molto più piccolo.”

“Prego, accomodati.” Lo invitai verso la vasca.

“Io? Posso davvero? Il padrone non mi ha mai lasciato.”

Ottavio si slacciò i calzari e si sfilò la tunica in un colpo solo. Dovetti immediatamente voltare lo sguardo, alla vista di quel suo culo sodo e liscio.

“È meglio che ti lascio.” Balbettai, mentre Ottavio si immergeva nell’acqua.

Quando ebbi chiuso la porta alle mie spalle, tirai un sospiro di sollievo. Mi resi conto che avevo il respiro affannoso e il cuore mi batteva all’impazzata.

Quando ebbe finito di lavarsi, gli feci preparare dei vestiti nuovi puliti. Passammo la mattinata a chiacchierare nei miei giardini come quella volta alla fontana. Quindi, pranzammo insieme. Al pomeriggio gli mostrai la mio biblioteca, una delle più ricche della città, ma Ottavio era più incuriosito dai moltissimi vasi che adornavano le sale della domus.

Lasciai che vagasse per la casa e studiasse tutte le urne, le giare, le anfore che voleva.

Dopo cena, quando calò la sera, si andò a sedere vicino a una statua di Ganimede e iniziò a suonare. La stessa melodia del primo giorno che lo avevo incontrato. Suonò a lungo. Le mie serve e i miei servi uscirono tutti sul porticato ad ascoltarlo e io li lasciai fare.

Ottavio smise di suonare solo, quando la notte avvolse il giardino.

Mi coricai nel mio letto, ma ero troppo pregno di quel giorno per riuscire ad addormentarmi. Quel culo meraviglioso era impresso nella mia mente. Quelle labbra carnose che baciavano il flauto mi perseguitavano.

Suonai e chiesi a Maxima di portarmi del latte caldo.

Sentii la porta aprirsi. Ero in piedi e fissavo il giardino immerso nell’oscurità. Mi voltai e vidi Lucio.

Non avevo specificato che fosse lui a portarmelo. Il liberto doveva aver intuito il messaggio. O forse anche Maxima sa di quello che è successo. Ma in quel momento non mi importava.

Lucio chiuse la porta alle sue spalle. Posò il vassoio con il bicchiere sul tavolino di fianco a letto e si avvicinò verso di me. Stavo per piegarsi di fronte a me, quando lo bloccai.

“Fermo. Mettiti sul letto.” Gli intimai. La mia voce era più imperiosa del solito.

Lucio capì e lasciò cadere la tunica. Salì sul letto e si posizionò nudo, a testa bassa, a quattro zampe come in quelle commedie di Plauto.

Mi portai dietro di lui. Il mio virilità era già in tiro e spuntava fuori da sotto la mia tunica.

Il suo culo era liscio e sodo come quello di Ottavio, anche se forse più muscoloso. Ero a pochissimi centimetri da lui. Ma non osavo toccarlo.

Lucio alza la testa e si volta verso di me.

“Tieni la testa giù.” Gli ordino. Volevo immaginare che lì con me, in quella stanza, su quel letto, c’era lui, Ottavio.

Ancora titubante avvicino le mie mani a quelle mezzelune candide. Le mie dita la pelle sorprendentemente soffice. Si immergono. E poi stringono.

Allargo le chiappe e mi si svela il fiore rosato di melograno. È così piccolo. Osservo il mio cazzo. Non è propriamente un tronco, ma sembra impossibile che questo bastone possa penetrare in quel buchino.

Non sono il primo che lo mette in culo a un uomo. Se entrano i cazzi degli altri, entrerà anche il mio.

Mi afferrò saldo ai suoi fianchi e punto la mia cappella verso quel bersaglio. Sembra che mi chiama. Sembra che tutte le forze di quella stanza, del mondo convergano verso quel buchino rosato.

La cappella lo sfiora.

Deglutisco. Un filo di sudore freddo mi cola dalla tempia.

Spingo. È duro. Spingo. È stretto.

“Ah! Ahi-ah.” Lucio geme di dolore.

Lo dicevo io che era troppo grosso. Lucio si allunga verso il tavolino di fianco al guanciale. Immerge le dita nel bianco latte. Tutte. Più volte.

Quindi, porta la mano al suo culo e si umidifica il buchino. Spinge in fuori il culo come un invito.

Non mi faccio pregare. Il mio cazzo è nuovamente puntato verso il fiore. Spingo. Spingo con più forza. Sono dentro. La cappella è entrata. Il resto del cazzo sembra venir risucchiato dalla sua carne. Tutta la mia asta svanisce.

Lucio geme e inarca la schiena.

Un Flamen Dialis non può guidare eserciti. Non possono neppure vedere un esercito in armi. Eppure in quel momento mi sentivo come il primo dei legionari che affonda la sua lancia nel corpo dell’avversario vinto.

La carne è morbida. Calda. Mi avvolge con forza.

Mi ritiro e l’asta nuovamente compare di fronte ai miei occhi. La sua carne sembra non volermi lasciare andare. Il buchino si aggrappa al mio cazzo in ritirata.

Mi vuole.

Lo trafiggo nuovamente. La mia lancia si pianta con forza dentro di lui. Lucio geme. Troppo forte. Mi piego sulla sua schiena e gli tappo la bocca.

“Piano. Fai silenzio. Questa è la Flaminia.”

Lucio annuisce e abbassa la testa.

Mi sollevo nuovamente diritto. Vogliono dominarlo. Il mio cazzo quasi esce del tutto. E poi di nuovo affondo nella sua carne. Lucio sobbalza, ma non si lamenta.

Accelero il ritmo. Dentro e fuori. Dentro e fuori. Il mio cazzo scivola che è una bellezza. È così umido e liscio dentro di lui.

Affondo con violenza la mia asta fino all’elsa. Vogliono vederlo ancora inarcare la schiena. E lui si piega. Gli afferrò i capelli e lo cavalco.

Un Flamen Dialis non può cavalcare. Questa è la mia sola possibilità per domare uno stallone. E Lucio è docile sotto i miei colpi.

Faustina si lasciava mai domare da me. Le moderne donne romane sono emancipate. Sono ricche e vogliono comandare.

Metterglielo in culo a un altro maschio è una riconferma della mia potenza virile. Sono un cittadino romano come tutti.

Sento il piacere crescere dentro me. Muovo il bacino più veloce. Più veloce. Ansimo. Non riesco più a trattenermi. Ci sono solo io e questo culo che aperto al mio godimento.

Ottavio.

Mi tendo come una cetra. Chiudo gli occhi. Il mio cazzo pulsa. Vibra nella sua carne. Do le ultime sconclusionate botte. Il mio seme schizza a fiotti dentro il suo culo.

Ottavio.

Sto ansimando pesantemente. Faccio scorrere una mano lungo la schiena di Lucio. Anche lui ha il fiatone.

Si volta verso di me. Ha il volto stravolto.

Mi sfilo da dentro di lui. Lucio sobbalza. Un filo di liquido bianco cola lungo la sua coscia. Forse è la volta buona che metto incinta qualcuno.

Lucio si alza lentamente. Ha le gambe indolenzite. E probabilmente anche qualcos’altro. Raccoglie la sua tunica dal pavimento e se la infila. Ha il cazzo in tiro. Intravedo il gonfiore sotto la stoffa.

Gli sarà piaciuto?

“Grazie, Lucio. Puoi ritirarti.”

Lucio, però, prende il bacile e la brocca. E si porta di fronte a me. Sono ancora sollevato sulle ginocchia.
Mette il bacile sotto il mio cazzo e rovescia dell’acqua sul mio cazzo. Con la mano delicatamente me lo pulisce della mia sborra e dei suoi umori.

Quando ha terminato, me lo asciuga e ripone tutto al suo posto.

“Buonanotte, signore.” Si inchina e svanisce.

Non ricordo, quando mi sono addormentato, ma quando mi sveglio mi sento un uomo diverso.

“Dov’è Ottavio?” Chiedo a Maxima, mentre mi serva la colazione nel triclinium.

“Vado a cercalo, signore.”

Maxima ritorna trafelata.

“Signore! Signore!”

“Non c’è bisogno di gridare, Maxima. Sono qui.”

“Signore. Il ragazzo. È scomparso.”

“Non dire sciocchezze. Sarà nei bagni.”

“Ho già controllato. Non è lì e da nessuna parte.”

“Dalla cucina manca del pane, del formaggio e fichi secchi.” Aggiunse Lucio, apparendo sulla soglia della sala da pranzo.

“Ci deve essere una spiegazione.” Esclamai. Mi fiondai fuori, in strada. E mi misi a correre.

“Signore, la vostra toga e l’apex.” Maxima gridava isterica alle mie spalle.

“Salve, Manlio.”

“Gaio?” Quasi andai a sbattere contro il mio amico che era apparso da dietro l’angolo.

“Dove correvi? E cos’è quella tenuta?” Marzia, sua moglie, mi guardò di traverso.

Mi resi conto che avevo il fiatone. Mi piegai in due, appoggiando le mani alle ginocchia.

“Cercavo quel ragazzo. Ottavio.” Riuscii a proferire.

Marzia e Gaio si scambiarono uno sguardo interdetto.

“Ah, lo schiavo di Metello. Quello dell’altro giorno. Vuoi sapere l’ultima?” Gaio era il solito pettegolo, ma per una volta morivo da voglia di sapere che cosa aveva da raccontare.

“È scappato. È scappato la notte scorsa insieme a un’altra schiava. A quanto pare era innamorati, ma Metello si rifiutava di lasciarli sposare. E soprattutto non voleva che perdessero tempo insieme.”

“Quell’uomo è veramente crudele.” Commentò Marzia.

Fu come se un carro del mercato mi aveva centrato in pieno Foro. Mi ero lasciato trascinare in un vortice di fantasie. Mi ero illuso di non so che cosa. E adesso la realtà faceva male. Sentivo una stretta alla gola.

“Tutto bene, Manlio?” Chiese, Marzia.

“Hai una faccia.” Gaio mi fissava preoccupato.

“Sì, sì, sto bene. Cioè, no. È meglio che torno a casa. Scusate.”

Mi voltai e tornai verso la Flaminia. Camminavo a grandi falcate. Avrei voluto correre, ma non potevo umiliarmi ancora. Ero il sacerdote di Giove. Mi ero già comportato come il più stupido degli amanti.

“Signore, gli dei siano lodati. Siete tornato. Ero così in pensiero. Avevo già inviato il littore a cercarvi.”

“Vado nella mia stanza. Non voglio essere disturbato.”

Chiusi la porta e mi sedetti sul bordo del letto. La mia testa crollo fra le mie mani. Sono il Flamen Dialis. Sono un cittadino romano. Sono un uomo. Non posso disperare. Non possono piangere.

Iniziai a singhiozzare. Poi presi a piangere. Penso che l’ultima volta che ho piato era stato quando avevo ancora sei anni e il grammatico il primo giorno di scuola mi aveva sgridato, perché ero arrivato in ritardo.

Piangevo.

Sentii la porta aprirsi.

“Ho detto che voglio essere lasciato in pace.” Gridai rabbioso.

Era Lucio. Mi si avvicinò. Cercai di asciugare le lacrime. Come avevo potuto arrivare al punto di farmi vedere in questo stato di fronte ai miei servi.

Lucio si sedette al mio fianco. E mi abbracciò.

Le sue braccia mi avvolsero. La sua testa si appoggiò alla mia spalle. Il calore del suo corpo mi pervase.

Sospirai.

Che cosa avevo pensato fino a quel momento? Avevo fantasticato su una persona immaginaria. Ottavio non esiste. Almeno non esiste la versione ideale della mia fantasia.

Lucio. Lucio è qui con me. Lui esiste. E io non lo vedevo. C’è molto di più nella sua premura nei miei confronti.

Porto una mano al suo mento e gli sollevo la testa. I nostri occhi si incrociano. Non mi ero mai accorto di quanto belli fossero i suoi occhi.

Lo bacio. Ci baciamo. Un bacio che è più intenso di ogni cosa che avevamo sperimentato fino ad ora.

Chi sa se il Senato accetterà un marito per il Flamen Dialis…