“Vorrei vedere quella cravatta là. No, quella blu scuro.”
“Quale blu scuro, signora?”
“Quella, no?!”
Sbuffai e diedi un’occhiata all’orologio del telefono. Se questa signora non si decideva in fretta, rischiavo di arrivare in ritardo.
“No, no, assolutamente orribile. Mi faccia vedere quella rossa.”
“Posso aiutarla?”
Alzai lo sguardo dal telefono. Era arrivato un altro commesso per fortuna. Appena incrociai il suo sguardo sgranai gli occhi.
Il commesso sorrideva amichevole nella sua giacca blu con cravatta blu antracite. Rimasi per un lungo istante a fissarlo senza sapere cosa dire. La mia bocca si aprì e si richiuse meccanicamente.
“Vuole provare qualcosa?” Insistette il commesso impassibile.
Annuii come un imbecille.
“La… la camicia rosa.” Balbettai indicando alle sue spalle.
Il commesso sorrise e estrasse da un cassetto una camicia ben piegata in una confezione.
“Le mostro il camerino.”
Lo seguii a testa bassa. Feci per scostare la tenda di un camerino per entrare.
“No, non quello.” Proseguì, finché non fummo davanti a un camerino con la porta solida. L’aprì e mi invitò ad entrare. Quando fu dentro, lui mi seguì e chiuse la porta alle sue spalle.
Eravamo così vicini. Riuscivo a sentire il suo odore. Era buono. Probabilmente tutti i commessi usano i profumi della sezione profumeria all’ingresso.
Il commesso si sbottonò la giacca e iniziò ad allentare la cintura.
Deglutii senza osare guardarlo negli occhi. Lasciavo vagare imbarazzato lo sguardo nella stretta stanza. Il rumore della cerniera lampo che si apriva rapida mi portò sull’attenti.
Inspirai profondamente e mi inginocchiai.
Il suo cazzo era quasi in completa in erezione e svettava tra le sue gambe. Odorava di pulito.
Mi umettai le labbra e socchiusi la bocca. Il commesso si forzò l’entrata nelle mie labbra. Spinse il suo cazzo a fondo. Ebbi un leggero conato, ma cercai di adattarmi alla sua angolatura.
Ruotai la lingua attorno alla sua cappella gonfia. Iniziai a muovere la testa, lasciando che il suo cazzo scivolasse dentro e fuori la mia bocca.
Ma il commesso era impaziente. Forse perché doveva tornare al lavoro. Mi afferrò la testa fra le mani e prese a scoparmi la bocca. Il suo bacino si muoveva ritmato e rapido.
Sobbalzai. Qualcuno stava aprendo la porta del camerino. Feci per sfilarmi il cazzo della bocca, ma il commesso mi afferrò stretto per la nuca e affondò il suo cazzo in profondità. La sua cappella penetrò nella mia gola. I peli del suo pube mi solleticarono il naso. Non respiravo.
Il commesso chiuse la porta con una manata. “Occupato.”
“Oh, mi scusi. Le ci vuole ancora molto? Non c’è un camerino libero in tutto il piano.” Lamentò una donna.
“No, ha quasi finito.” Gemette il commesso.
Il suo cazzo si tese e si gonfiò ancora più. Sentivo la sua grossa vena premere contro la mia lingua. Il commesso fremette, chiudendo gli occhi. Una smorfia di piacere gli si disegnò sul volto, mentre schizzi di sborra calda e densa mi colpivano il palato e colava lungo la mia gola.
Affondò il suo cazzo ancora un paio di volte nella mia gola, ma ormai stava ritornando alle sue dimensioni normali e riuscivo a respirare liberamente.
Il commesso ansimava leggermente. Estrasse il suo cazzo. Gli diede un’occhiata. Poi me lo allungò. Io lo pulii bene delle ultime gocce di liquido bianco che fuoriuscivano dalla punta.
Quando valutò che era sufficientemente pulito. Ripose il cazzo nei boxer e si sistemò i pantaloni. Quando si chiuse anche la giacca e allungò la mano per riaprire la porta del camerino, osai alzarmi.
Prima uscì lui e, mentre la donna che attendeva stava per entrare, uscii anch’io. La signora strabuzzò gli occhi, restando a bocca aperta.
Mi allontanai in fretta, sentendo i suoi occhi che mi seguivano, mentre raggiungevo il commesso alla cassa.
“Sono 39 euro.” Disse il commesso.
“Come?” Non capivo. Dovevo pagarlo per avergli fatto un pompino?
“Per la camicia. La prende, no?”
“Ah, sì, sì. Grazie.”
Pagai e presi la camicia rosa. Mentre uscivo dal centro commerciale sentivo la bocca impastata e il gusto di sborra che non voleva lasciarmi. Mi sembrava che tutte le persone attorno a me mi fissassero. Che sentissero l’odore di sperma. Un intenso odore di umori maschili che mi avvolgeva.
Camminai in fretta, tenendo gli occhi bassi per evitare di incrociare lo sguardo della folla che si accalcava sotto i portici.
Lo so. È stata una scena surreale. No, non mi succede spesso. In verità non mi era mai successo prima. Conosco quel commesso. Cioè, non è la prima volta che… gli faccio un pompino. Non so il suo nome. Si fa chiamare Stallone.
Era tutto iniziato poco tempo fa. Stavo scrollando una serie di profili di annunci su un sito di incontri. Uno in particolare aveva attirato la mi attenzione. Era un bel signore. Sembrava una persona a modo, pulita.
Ma si presentava come un master. Cercava uno schiavo. Lessi il suo annuncio con curiosità. Ma non era il genere di cose che cercavo. Non mi ero mai interessato a questo tipo di… relazioni.
Stavo chiudendo il suo profilo per continuare, quando, proprio in quell’istante mi ha scritto in chat.
“Ehi, ciao.”
Non sapevo se rispondere. Non dovevo rispondere.
“Ciao.”
“Sono al bar all’angolo. Vogliamo vederci? Mi piace conoscere le persone dal vivo.”
“Non sto cercando una relazione.. master e…” Non osavo neppure scrivere quella parola.
“Fa niente. Sembri simpatico. È solo una chiacchierata al bar.”
Non so spiegarmi come sia successo. Dal bar siamo passati a casa sua. Era un tipo così affabile. Indossava una camicia bianca con giacca blu sopra dei jeans scuri.
Era gentile. Era più gentile di tutti i ragazzi che avevo avuto fino a quel momento. Non che abbia avuto molte storie, ma lo stesso, era piacevole essere trattati così teneramente.
Un bacio dopo l’altro, senza neppure rendermene conto, mi sono trovato in ginocchio fra le sue gambe. Mi fissava premuroso. Le sue dita fra i miei capelli.
Gli ho preso in bocca il cazzo e ho iniziato a succhiare. Volevo renderlo felice.
Così da quel primo pompino la nostra relazione è diventata più stretta. Finché un giorno mi ha accolto a casa sua con un pacco.
“Che cos’è?” Chiesi, mentre mi lasciava fra le mani una scatola comprata da un sito in Rete che non conoscevo.
“Aprilo. È per te.”
Un regalo. Che carino. Cavolo, forse avevo scordato un anniversario particolare? Oggi è lunedì. No, no, non siamo insieme neppure da tre mesi.
Quando finalmente tirai fuori il contenuto della scatola, rimasi interdetto. Che cosa era? Non capivo. Dovevo fingermi contento?
Sembrava… sembrava un piccolo pene.
“Non capisco…”
“È un giochino. Per noi due.”
“Co-come funziona?”
“Non l’hai ancora capito?”
Dovetti diventare tutto rosso in volta. Abbassai lo sguardo.
“Ti aiuto a indossarlo.”
Indossare? Adesso? Ma non avevo neppure detto se mi andava bene. Mi abbassò i pantaloni e le mutande.
Feci qualche passo indietro. Non volevo mettere quella… quella gabbia suo mio pisello. Lui mi afferrò per la base del cazzo e mi obbligò a stare fermo.
“È solo un innocente giocattolino. Vedrai che ti piacerà.”
Annuii poco convinto, ma lo lasciai fare. Mi infilò la gabbia della forma del pene attorno al mio pisello e la chiuse con un piccolo lucchetto.
“Il lucchetto no. E se devo andare a fare la pipi?”
“C’è il buco davanti apposta. Vedrai andrà tutto bene. È per poco tempo.” Disse e mi baciò. Uno dei suoi intensi e romantici baci.
Mi sciolsi al tocco di quelle labbra. Lui mi spinse in basso e liberò il suo cazzo già in erezione. Lo ingoiai e presi a succhiare.
Il mio cazzo fra le gambe iniziò a gonfiarsi. Più succhiavo e mi eccitavo, più cresceva.
“Posso togliere la gabbia? Ho il cazzo in tiro e inizia a essere troppo stretto. Così non riesco neppure a segarmi.”
Lui si abbassò verso di me. Si sollevò il mento con la mano e mi baciò.
“È questo il punto.” Sorrise e si raddrizzò, facendomi dondolare il cazzo davanti al viso.
Ero infastidito, ma l’eccitazione era forte. Ripresi a succhiare. Meno potevo toccarmi e più l’eccitazione cresceva. E più l’eccitazione cresceva, più pompavo.
Ero in preda a una foga incontrollata. Il mio cazzo duro era compresso nella sua gabbia e io volevo segarmi. Dovevo segarmi. Succhiare il cazzo era uno sfogo a quella tensione.
Mi venne in bocca e per la prima volta, da quando avevamo iniziato a frequentarci, ingoiai la sua sborra. Sapevo che non era prudente, ma l’eccitazione era incontrollabile.
Era calda. E densa. Aveva un gusto strano. Lui mi stava fissando, mentre deglutivo e il frutto del suo orgasmo colava nella mia gola.
“Posso avere la chiave ora?” Chiesi, leccandomi le labbra.
“Non ancora. Il gioco è appena iniziato. Dopo giovedì sera avrai il permesso di toccarti.”
Giovedì? Perché giovedì? Ma in quel momento non mi importava. Ero eccitato e avrei fatto qualunque cosa mi avrebbe chiesto. Ed è quello che ho fatto da quel momento in avanti.
Suonarono al campanello. Era giovedì sera, ma erano passati un paio di mesi da quando avevo indossato per la prima volta la gabbia di castità. Non ero più quel ragazzo riservato e pudico.
Andai ad aprire la porta. Quattro uomini entrarono ridendo e scherzando fra di loro.
“Questa stagione la squadra non ha nessuna possibilità.”
“Con un allenatore del genere cosa vi aspettate? Che spreco di soldi.”
Non mi salutarono. Non mi diedero neppure un’occhiata. Eppure ero completamente nudo. Nudo dalla testa ai piedi. Solo la gabbia mi nascondeva il pene.
Non conoscevo i loro veri nomi. Si erano scelti dei soprannomi per quando era lì. C’era il Meccanico, lo Stallone che avete già conosciuto, e poi il Toro, anche se tutti lo chiamavano Torello, perché era il più giovane. Infine, c’erano il Dragone e naturalmente il Padrone, come ormai dovevo rivolgermi a lui.
Avevano fra i 30 e i 45 anni. Non erano tutti omosessuali. Il Meccanico aveva moglie e due figli, lo Stallone cambiava la fidanzata ogni mese, il Torello si dichiarava etero, ma tutti sapevano che era come minimo bisessuale. Il Padrone era gay, ma del Dragone non sapevo nulla. Parlava poco e quando lo faceva rivelava ancora meno.
“Allora stasera che si fa?” Chiese il Torello, battendo le mani per attirare l’attenzione di tutti.
“Oggi è serata poker, scemo.” Disse il Meccanico, indicando il tavolo nel salotto già tutto preparato con carte e fiches.
Mentre il Padrone e gli ospiti iniziavano a giocare, portai a ognuno di loro una birra, tranne al Dragone che beve esclusivamente tisane di verbena e il Padrone che vuole solo acqua del rubinetto.
“Ho la schiena ha pezzi. Stare sotto quelle automobili mi distrugge.” Il Meccanico fece scricchiolare il collo, dandosi un veloce massaggio alla spalla.
Mi portai dietro di lui e appoggiai le mie mani alle spalle. Molti sono convinti che avere un padrone significhi semplicemente tanto sesso, ma la realtà è molto più complessa.
Le mie dita iniziarono a massaggiare i suoi muscoli. Erano tesi. Duri. Il Meccanico liberò un sospiro di sollievo. E io continuai a massaggiare.
“Cazzo, che merda di carte.” Esclamò all’improvviso il Torello.
“Non sono le carte ha fare schifo. Sei tu che sei una schiapppa a giocare.” Lo schernì lo Stallone.
“Basta. Per me la partita è conclusa.” Il Torello gettò con sgarbo le carte in mezzo al tavolo. Girò la sedia dall’altra parte e si aprì la cerniera.
Quel suono è come un ordine. Le mie mani smisero di massaggiare il Meccanico e le dita si staccarono dalle sue spalle.
“Ehi, che fai?”
“Continua a giocare, Meccanico. Adesso è il mio turno di divertirmi.” Il Torello aveva il cazzo in tiro e lo agitava con la mano.
Quello di fare lo schiavetto è la fantasia erotica di molte persone. Anche fra molti di voi c’è qualcuno che sogna di servire un maschio forte e vigoroso, o un orso panciuto, o ancora un uomo basso e muscoloso, o forse con il cazzo piccolo.
Ma la verità è che nella vostra fantasia state servendo solo voi stessi. Vi smanettate freneticamente e, quando finalmente sborrate, il vostro immaginario padrone svanisce con il vostro orgasmo.
Quando la gabbia vi rinchiude il cazzetto da segaioli tra sbarre, tutto cambia. Staccate la vostra mano che si sta agitando lungo la vostra asta. Allontanate quella mano. Provate a resistere fino alla fine senza toccarvi.
Mi inginocchiai tra le gambe atletiche del Torello. Sulla sedia muoveva enfatico il bacino, mimando una scopata.
Il suo cazzo era così gagliardo. Non era il più grosso, né il più lungo, ma è senza ombra di dubbio il più duro.
Avrei voluto prenderlo subito in bocca. Avevo bisogno di percepire ogni suo dettaglio con la lingua, ma sapevo che non potevo.
Allungai la mano e le mie dita si strinsero attorno alla sua asta. Ebbi un fremito di piacere al tocco caldo della sua pelle. Non ricordavo neppure l’ultima volta che mi ero toccato il mio cazzo.
Facevo scorrere la mano lungo quell’aitante bastone. Le balle si agitavano leggermente. Non ti rendi conto di quanto davvero sia piacevole farsi una pugnetta, finché non ti è più permesso.
Osservavo in estasi la cappella sparire e riapparire da sotto il prepuzio.
“Ti piace?”
“S-sì. È la cosa più bella che ci sia.”
“Sono contento che ti piaccia. Ora che l’hai ammirato abbastanza, inizia a succhiare.”
Non aspettavo altro. Aprii la bocca e mi soffocai con quel cazzo marmoreo. La mia testa affondò fino all’elsa. La cappella si piantò in profondità nella mia gola.
Presi a pompare. Il cazzo scivolava sulla mia lingua. Sotto i miei occhi appariva e svaniva tra le mie labbra.
“Massaggiami le palle.”
Sollevai la mano e le mie dita iniziarono a impegnarsi con i suoi gioielli.
“Inclina un po’ la testa.” Torello portò una mano alla mia nuca e spinse la testa leggermente verso il basso. “Ecco, ottimo. Continuare a pompare.”
A un certo punto Torello mi afferrò la testa fra le mani e, assicurandosi che il cazzo non uscisse dalla mie labbra, si alzò dalla sedia.
Alzai gli occhi. Torello mi fissava dall’alto.
“Ogni tanto mi chiedo cosa prova a vederci sempre solo da questa prospettiva. Dal basso verso l’alto.”
“È solo una conferma della sua inferiorità.” Osservò lo Stallone.
“Quella prospettiva è la sua unica prospettiva. Quando sei inferiore non rifletti sulla tua situazione. È la realtà.” Il Dragone adorava filosofeggiare.
Torello mi afferrò con una mano i capelli sulla nuca e con l’altra mi strinse il mento, sollevandolo. Mi spinse il cazzo in profondità. I suoi peli virili si insinuarono nel naso.
“Che diavolo fai?”
“Voglio vederlo supplicare con gli occhi per avere un po’ d’aria.”
Il suo cazzo mi blocca il respiro. Essere schiavo significa anche questo. Non avere neppure il controllo sull’aria che si respira.
Allungai le braccia sul suo petto. Le mie mani si aggrappavano alla sua maglietta. Aria. Per favore, aria.
I miei occhi supplicavano, ma per il Torello non sembrava abbastanza. I miei occhi divennero lucidi e finalmente lasciò la presa.
Mi sfilai il cazzo tossendo e respirando affannosamente come se fossi appena emerso dall’Oceano in tempesta.
Il Torello ansimava, morendosi il labbro.
“È questo che prova Dio, quando decide chi può vivere e chi no?”
“Trasformato in un Dio da un pompino.” Lo Stallone rideva, scuotendo il capo.
Non ebbi molto tempo per riprender fiato. Torello mi afferrò la testa fra le mani e mi conficcò nuovamente il cazzo in gola, aprendosi un varco con forza fra le mie labbra umide.
Prese a scoparmi la bocca con frenesia. Quella sensazione di onnipotenza lo aveva inebriato. La saliva mi fuoriusciva dagli angoli della bocca e gocciolando copiosa lungo il mento fin sul pavimento.
“Ah, vengo. Il tuo Dio gode. Accogli la sua benedizione.”
“Stai delirando.” Il Meccanico riusciva a malapena a seguire il gioco.
Schizzi caldi e densi mi colpirono ripetutamente il palato. Torello gemeva come un toro. Il suo cazzo pulsava nella mia bocca, mentre dava gli ultimi colpi nella mia gola.
“Fammi vedere.”
Aprii la bocca. L’aprii più che potei e gli mostrai il frutto del suo orgasmo che si oscillava sulla mia lingua.
“Forza, ora ingoia.”
Deglutii. La sua sborra ancora calda mi scivolò in gola, lasciandomi la bocca impastata.
“Grazie.” Mormorai, infine.
Non ricordo l’ultima volta che sono venuto. Forse giorni, forse settimane fa, non lo so più. Ogni volta che uno di loro gode, che sborra, la mia eccitazione aumenta. Sempre di più. Ma non posso sfogarla, non posso sciogliere in nessun modo la tensione.
L’unico sollievo che ho è di poter far godere qualcuno altro. Quando Torello sborra, quando gli altri raggiungo l’orgasmo, anch’io in qualche modo riesco a ottenere una forma di liberazione. Posso soddisfare il mio istinto di venire, solo facendo sborrare loro.
Ma è una soddisfazione illusoria. Ogni volta che loro sborrano, la mia eccitazione cresce. E io sento aumentare l’impulso di fare godere. È un circolo vizioso.
Lo schiavo diventa sempre più schiavo, più viene usato e abusato.
“Per favore, ancora.” Mi sfugge.
“Che cosa hai detto?” Il Padrone alzò gli occhi dal tavolo da gioco.
“Mi è scappato. Mi-mi dispiace.”
Il Padrone si alzò con calma dal tavolo. Gli altri era immobili. Solo gli occhi si muovevano e seguivano i suoi movimenti.
“Non fa niente, Padrone. A me non da fastidio, se supplica per averne di più.” Cercò di intervenire il Torello, ma il Meccanico gli fece cenno di tacere.
Il Padrone mi afferrò per i capelli e mi piegò la testa all’indietro.
“Pensavo che fossi una persona più educata. Non ti ricordi quali sono le buone maniere?”
“Ho sbagliato. Mi dispiace.”
“Volevi ancora? Volevi ancora il suo caldo e denso sapore di maschio?”
Che cosa dovevo rispondere? Non devovo mai mentire a lui. Al Padrone non si può mai mentire.
“S-sì.”
Scatarrò. Scatarrò ancora. Mi tirò ancora i capelli, facendomi male. Non potei fare a meno di aprire la bocca e gemere. Il Padrone tirò indietro la sua testa e spuntò.
“Ecco ancora del gusto bianco, denso e caldo di un maschio.”
Scatarrò di nuovo e sputò.
“Forza. Lo schiavetto ne vuole ancora.”
“Vediamo se riesco a da qui.” Il Meccanico fece risuonare la gola e sputò. Il catarro caldo mi centrò l’occhio, colandomi lungo guancia.
“Non male, ma sei solo un pivellino.” Lo Stallone si mise in piedi.
La sua bocca fece rumori terribili, come se stesse accumulando muco e saliva a grande quantità. Sembrò quasi prendere la rincorso e scaracchiò. Un grumo denso mi colpì in fronte, scivolando lentamente sul naso.
“Ancora nessun ha beccato il vero bersaglio.” Il Torello sputò con allegria. La sua saliva mi centrò la bocca e io la ingoiai come avevo ingoiato la sua sborra.
Il Dragone si alzò dalla sedie e si avvicinò a me. I suoi occhi erano gelidi, indifferenti, eppure mi sembrava che mi stesse disprezzando. Sputò colpendomi le tonsille. Poi mi chiuse la bocca con una manata sul mento.
Continuarono a sputarmi addosso per un po’. Il Torello, il Meccanico e lo Stallone tenevano i punti.
Quando finalmente si stancarono di giocare, avevo il volto sudicio e i capelli impiastrati.
Non posso neppure supplicare per avere ancora. Non sono io che decido i ritmi. Non posso neppure soddisfare i miei impulsi, dando soddisfazione ai loro.
Non tutte le sera giocavano a carte. Qualche volta si piazzavano sul divano per seguire la partita.
Servivo loro la birra, facevo loro un massaggio e se necessario mi mettevo a quattro zampe per consentire loro di appoggiare i piedi e riposare le gambe stanche dalla giornata di lavoro.
“Devo pisciare.”
Il problema di quando si guarda una partita è che si beve tantissima birra. Il Meccanico e il Torello sollevano le gambe, appoggiate sulla mia schiena, e mi lasciano gattonare di fronte allo Stallone.
Lo Stallone si aprì la cernia. Lentamente con enfasi come se dovesse svelare qualcosa di meraviglioso. Si abbassò l’elastico dei boxer e apparve il suo cazzo. Non era al massimo della potenza, anzi era completamente rilassato.
Mi avvicinai piano, quasi titubante. Aprii la bocca e lo ingoiai tutto. Sembra sempre incredibile che quel bastone enorme, che normalmente mi entra a fatica, quando è a riposo mi entri tutto.
Lo Stallone chiuse gli occhi. Sentii il suo corpo tendersi, prima di rilassarmi completamente. Un getto caldo e acro mi sorprese il palato.
“Ah, sì. Non ce la facevo più a tenerla.” Lo Stallone rilasciò un sospiro di liberazione, mentre il suo piscio mi affogava la lingua.
Cercavo di deglutire più rapidamente potevo. Nessuno sborrata, per quanto abbondante sia, ti può preparare a una pisciata. Il getto sembra senza fine, mentre mi scivolava come una cascata in gola.
“Prendi anche le ultime gocce.” Lo Stallone scuote il suo cazzo sulla mia lingua.
Sentivo la pancia gonfia. Il gusto di urina mi riempiva la bocca. Ed era solo la prima pisciata.
“Secondo voi gli piace bere il nostro piscio?” Chiese il Torello, mentre mi spruzzava la sua urina in gola.
“Non credo che un cesso sappia distinguere cosa gli faccia piacere.” Osservò il Meccanico.
“Chiediglielo.” Tagliò corto lo Stallone.
Il Torello agitò il suo cazzo e le ultime gocce mi centrarono in faccia.
“Allora ti piace il mio piscio?”
“Sì, è buonissima. Mi disseta.”
“Come può essere piacevole ingoiare piscio?”
“Vi assicuro che, con il vostro cazzo ingabbiato, dopo due settimane voi trovereste piacere persino se vi prendono a botte.” Intervenne il Padrone.
Forse aveva ragione. Ogni cosa che proveniva da loro mi piaceva. L’eccitazione mi aveva confuso?
“È talmente succube dei suoi impulsi che l’unica cosa che su cui riesce concentrarsi è di farci piacere. Vederci godere è un modo anche per lui per provare piacere. Un piacere riflesso. È un sollievo che, però, la fa precipitare ancora di più nella sua inferiorità di schiavo. E ogni volta è sempre più prono a nostri desideri.”
Molti di voi si staranno chiedendo, quando me lo mettono in culo. Siete talmente immersi nelle vostre fantasie che non vi rendete conto cosa significa davvero fare lo schiavo.
Siete convinti che un padrone passi il tempo a scoparvi, perché è quello che vi piace. Vi piace prendere il cazzo in culo. Ma il padrone non fa quello che fa piacere a voi, ma quello che fa piacere a lui.
C’è chi ha la moglie, chi la fidanzata o chi il fidanzato. Non sono venuti per scoparmi, sono venuti per dominarmi.
Mi rialzo e mi pulisco le labbra dalle gocce di piscio con il torso della mano. I miei occhi incrociano quelli del Dragone.
Era seduto dal tavolo da pranzo rotondo. La sedie girata verso di me. Il suo cazzo, un cobra eretto, dondolava nella mia direzione.
Ormai con la vescica completamente svuotata gli altri erano tornati a concentrarsi sulla partita. Abbassai lo sguardo e mi diressi verso il Dragone.
I suoi occhi freddi mi penetravano con lo sguardo, mentre camminano nudo e senza difese in direzione del tavolo.
“Preparalo.”
Quando ti intimano di prepararlo, il loro cazzo, non ti stanno chiedendo di fare un pompino. Ti stanno chiedendo di armarli, di lubrificare la loro spada. Ti stanno chiedendo di prepararti a essere trafitto.
Quello che avrebbe dovuto suonare come un avvertimento, diventava per me un richiamo. Tra le sue cosce muscolose, ingoiavo impaziente l’arma che mi avrebbe trapassato.
“Non vedi l’ora di essere infilzato, vero?
Alzai lo sguardo, incrociando i suoi occhi. Ammirarlo, dal basso verso l’alto, così imponente, mi fece fremere.
Annuii veemente, muovendo il cazzo con la mia testa.
“Alzati e voltai.”
Mi sollevai e mi voltai. Il Dragone mi afferrò per i fianchi e mi tirò a sé. Lentamente mi abbassò verso il suo bacino. Si strinse l’elsa del suo cazzo e lo puntò in alto.
Quando la cappella mi sfiorò il buchino, il Dragone staccò anche la seconda mano dal mio fianco.
“Forza, fammi vedere quanto vuoi farmi godere.”
E io mi sedetti. La cappella si aprì un varco e sotto il mio stesso peso la sua asta si piantò nella mia carne. Gettai la testa all’indietro per il dolore. Il suo cazzo mi aveva trapassato il Colon e premeva con forza contro l’intestino.
“Impalati.”
Feci forza con le gambe e mi sollevai leggermente. La sua spada si sfilò quasi del tutto. Mi lasciai andare. Ancora una volta il suo cazzo mi lacerò la carne. Mi sembrò che mi fossi seduto su un bastone.
Rapidamente trovai un ritmo. Mi alzavo e mi lasciavo cadere.
C’è chi è convinto che quando ci si impalata si ha il controllo. In realtà, è la cosa più umiliante che si possa fare. Almeno quando ti scopano, c’è l’illusione che quello che stai subendo ti è stato imposto. Che quella violenza, al tuo corpo, al tuo animo, è stata perpetrata da un altro.
Ma quando sei tu stesso a commettere questa violenza, ogni illusione svanisce. Sei tu che ti spacchi il culo per il piacere di un altro.
Il Dragone mi si sollevò dalla sedia, spingendomi in avanti. Non amava stare in una posizione dove non poteva dominarmi. Io continua faticosamente a sbattere con il suo bacino.
“Stringi il buco.”
Non potei fare a meno di arrossire. Quando così tanti uomini ogni settimana di stantuffano il culo, finisce per diventare slabbrato. Strinsi e i muscoli del mio buchino si saldarono attorno alla sua asta.
A un certo punto il Dragone, mi afferrò nuovamente per i fianchi. Mi tirò a sé con violenza e prese a sbattermi con forza.
“Guardali. Credi che siano dei maschi alla mia altezza?”
Il Dragone mi strinse la mascella con la mano e mi sollevò la testa verso il divano, dove Meccanico, Stallone e Torello agitavano le braccia e gridavano.
“Io… io non lo so, signore.”
“Non prendermi in giro, schiavo.” Mi torse la testa verso di sé. I suoi occhi gelidi mi fulminarono.
“No, signore. Non penso che siano all’altezza.”
“Loro bevono birra. Si agitavano di fronte a 11 uomini che rincorrono il pallone. Sono deboli.”
Le dite lasciarono andare il mio mento. Il Dragone mi afferrò i fianchi. Sentii i suo cazzo ritirarsi e immediatamente, con forza, piantarsi dentro di me. Se non mi avesse stretto con le mani, sarei stato sbattuto in avanti, cadendo a terra.
Mi afferrò per le spalle, obbligandomi a inarcare la schiena. Mi cavalcò con così tanta veemenza che faticavo a malapena a tenere l’equilibrio.
Il respiro del Dragone divenne più profondo. Le botte divennero più rapide. Stava per godere. In me crebbe la trepidazione. Dovetti mordermi il labbro per non gemere.
Il Dragone ansimò silenzioso. Il suo cazzo pulsò dentro di me. L’asta si agitava, mentre fiotti incontrollati di sborra, mi inondavano le viscere.
E io, infine, liberai una serie di gemiti, gettando la testa indietro. Questo era quanto di più vicino a un orgasmo potessi raggiungere: il suo cazzo che fremeva dentro di me, sfregando la prostata. Il suoi respiro quasi affannoso era il ricordo di un piacere.
“Guarda come gli tremano le gambe. L’hai sfiancato.”
Sollevai lo sguardo e mi resi conto che si erano alzai tutti e mi fissavano. Il Dragone sfilò la arma ormai esaurita. Un filo di sborra mi fuoriuscì, macchiandomi una chiappa.
“Non è essere indulgente, Torello. È qui per soddisfarci.” Il Padrone mi accarezzò i capelli come si accarezza la testa di un cane.
“Perché non possiamo portacelo anche a casa nostra? Almeno non dovremmo sempre aspettare il giovedì.”
“Le regole sono chiare. Non può venire a casa vostra.”
Le regole sono chiare e vanno sempre rispettate. Ma qualche volta ci sono dei vuoti normativi come avevo potuto sperimentare al negozio. Ma quante probabilità ci sono di incontrare casualmente uno di loro?
Ma in quel momento non mi importava. Le gambe mi stavano cedendo e avevo il culo in fiamme. Ma mi piaceva che mi scopassero fino allo sfinimento. Solo la stanchezza sembrava riuscire a farmi scomparire quell’eccitazione che mi perseguitava.
Il venerdì era un sollievo, ma il finesettimana finiva sempre troppo in fretta. Lunedì la gabbia di castità premeva contro il mio cazzo, mentre la tensione cresceva.
“Ti ricordi di andare a prendere l’auto oggi?”
“Mamma, non devi urlare. Ti sento benissimo. Sto andando ora. Ve la porto a casa.”
I miei avevano lasciato l’auto per un controllo in officina e adesso toccava a me andarla a ritirare visto che è vicino a dove lavoro.
“C’è nessuno?”
L’officina sembrava vuota.
“Posso aiutarla?” Un signore sbucò da dietro un angolo, facendomi sobbalzare. Si pulì la mano dall’olio con uno straccio e me la porse.
“Salve, dovrei ritirare l’auto della signora Amedei.” Disse, stringendogli la mano.
“Chieda al meccanico là giù vicino all’auto blu. Se n’è occupato lui.”
Attraversai l’officina. Mi accorsi che c’era molta gente impegnata che prima non avevo notato. Arrivai all’auto blu e intravidi un uomo infilato sotto.
“Mi scusi. Il suo collega mi ha invitato a chiedere a lei per l’auto della signora Amedei.”
L’uomo si spinse fuori con un carrello. Quando i suoi occhi incrociarono i miei, rimasi senza fiato.
Voi l’avrete già intuito molto prima di me. Era il Meccanico. Non era la prima volta che andavo in quell’officina. Eppure non l’avevo mai visto. Non avrei mai immaginato che lavorasse lì.
“Certo, le consegno subito le chiavi. Dovrò farle firmare una ricevuta di consegna. La fattura sarà spedita direttamente a casa.”
Il Meccanico si alzò senza battere ciglio. Come lo Stallone al negozio anche lui era completamente naturale. Sembrava davvero non riconoscermi. Forse chi, come loro, è tanto abituato a tradire moglie e fidanzata, è allenato a fingere.
O forse, invece, la mia non era tanto sorpresa, quanto imbarazzo.
Il Meccanico abbassò gli occhi fino a fermarsi in mezzo alle mie gambe. Mi voltai di scatto a disagio. Lo so che non aveva senso. Indossavo pantaloni, mutante. Eppure a quello sguardo mi sentivo nudo. E in un certo senso lo ero, perché lui sapeva. Sapeva che in quel momento, di fronte a lui, indossavo la gabbia di castità.
Ma c’era molto di più nel suo sguardo. C’era la consapevolezza di chi ero, di cosa ero. Quando fai lo schiavo fra quattro muro, ti senti protetto. Tutti interpretano in un certo senso un ruolo. E quanto superi la soglia, sei convinto di essere alla pari di tutti gli altri che incroci per strada.
Ma non con il Meccanico. La sua presenza mi faceva sentire piccolo, inferiore. Era alto come me, eppure mi sembrava che mi guardava dall’alto verso il basso, come faceva sempre, mentre glielo prendevo in bocca.
“Da questa parte. Andiamo a prendere le chiavi.”
Raggiungemmo un ufficio, passando di fianco ai suoi colleghi. Mi sembrava che adesso mi fissavano tutti.
“Ho bisogno un attimo l’ufficio, capo.” Esclamò il Meccanico. Un signore grugnì in risposta.
Il Meccanico mi aprì la porta dell’ufficio e la chiuse alle sue spalle. Mi fermai in mezzo alla stanza, guardandomi in giro a disagio.
Il Meccanico mi uno spintone, facendomi arrivare quasi addosso alla scrivania. Mi voltai a guardarlo sorpreso di quel gesto scortese. Vidi che si stava aprendo la patta.
“Cosa…?”
“Dobbiamo fare veloce. Non ho molto tempo.”
Estrasse il cazzo quasi in tiro. Mi premette una mano sulla schiena e mi schiacciò verso il basso. Mi abbassai i pantaloni e le mutande. Strinsi le mani al bordo del tavolo.
Il Meccanico si spuntò sul cazzo. Avvicinò la cappella alle mie chiappe. E spinse. Avevo ancora il buchino indolenzito dalla settimana prima. Lanciai un grido di dolore.
Il Meccanico si piegò su di me e mi tappò la bocca con la mano.
“Ehi, fa silenzio. Vuoi che i miei colleghi scoprano che te lo fai mettere in culo?”
Forse ad alcuni di voi staranno già fantasticando su un’orgia in un’officina piena di meccanici, ma l’idea di rischiare di mostrare a tutti quegli uomini il pene ingabbiato mi ammutolì.
Annuii e il Meccanico tornò eretto, lasciando andare la mia bocca. Mi afferrò per i fianchi e prese a scoparmi con particolare foia.
Mi aveva sbattuto per pochi minuti che iniziò ad ansimare. Trombarmi al lavoro sembrava averlo eccitato. Mi voltai a guardarlo. Il volto si illuminato da un’espressione di goduria. Chiuse gli occhi, inclinando la testa leggermente di lato.
Gemette. Gemette più rumoroso di quanto il luogo avrebbe permesso. Ma in quell’istante non mi importava se rischiava di farmi scoprire. Sentivo il suo cazzo pulsare e fremere dentro il mio culo.
Gemetti anch’io, mentre il Meccanico mi affondava la sua asta con le ultime confuse botte. Schizzi di calda e densa sborra mi aveva riempito il culo.
Estrasse il suo cazzo con maggiore delicatezza del solito e mi strinse le chiappe come a volersi assicurare che non uscisse nulla. Si pulì il cazzo sporco di sborra sulle mie chiappe e se lo rinfilò nei pantaloni.
“Devi firmare qui, per favore.” Mi posò un foglio di fronte al mano, ancora piegato a novanta grandi sulla scrivania.
Mi tremava la mano. Firmai a fatica. Mi sollevai e mi tirai su i pantaloni e le mutande.
“Ecco, questa è la chiave.” Mi porse la chiave e mi condusse all’auto di mia madre.
Attraversai l’officina a sguardo basso. Temevo che avrebbe sentito l’odoro di sborra. Il marchio del piacere del Meccanico. Il marchio della mia umiliazione.
“Grazie per aver scelto la nostra officina.” Mi salutò il Meccanico, chiudendomi la portiera. Accesi il motore e me ne andai.
Stringevo con forza il volante. Sentivo il mio cazzo premere contro la gabbia, supplicando di uscire. Stringevo anche il culo, pregando che la sborra del Meccanico non colasse fuori.
Non avrei saputo spiegare a mia madre che cosa fosse quella macchia bianca sul sedile della sua auto.
8 aprile 2020 at 14:24
Ottimo !!!!
Baci Marino
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9 aprile 2020 at 7:04
Ciao, Marino. Grazie! 😉
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25 marzo 2021 at 9:55
bellissimo racconto molto dettagliato
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25 marzo 2021 at 19:14
Ehi, ciao! Grazie mille!
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