La folla attorno a lui ruggiva e si agitava sui palchi. Le urla si scavalcavano l’una all’altra. Luca riusciva a sentire solo un nome che gli uomini ripetevano, gridando.

«Anton! Anton! ANTON! ANTON!»

Lo sguardo di Luca era aggrappato al volto del pugile seduto a uno degli angoli del ring. Il suo petto muscolo si sollevava al ritmo dei suoi respiri rauchi. Il sudore gli colava sugli occhi.

Il suo maestro asciugò la fronte al pugile, sussurrandogli qualcosa all’orecchio che Anton sembrò non capire. Ma non importava. Ormai era alla fine. Un ultimo sforzo. Il gong suonò l’iniziò dell’ultima ripresa.

Anton e il suo avversario si alzarono meno rapidi delle riprese precedenti, ma altrettanto risoluti a portare a casa la vittoria. Ma Luca sapeva che quello era il suo momento. Anton avrebbe vinto. Avrebbe vinto per lui che lo stava guardando. Anton sapeva che lui lo stava guardava e non lo avrebbe deluso.

I due corpi muscolosi e sudati si scontrarono. I colpi ascendevano e calavano. Sembrò avvenire tutto in un lunghissimo istante.

Un rumore vuoto risuonò nella vasta arena, dove era calato il silenzio.

Anton era immobile e fissava il suo avversario steso inerme al suolo, mentre l’arbitro contava.

«1…2…3…»

Poi alzò gli occhi sul pubblico. Il suo sguardo viaggiò veloce lungo la folla esultante, finché non incrociò il volto di Luca. Il ragazzo esultava. Anton, finalmente, sorrise.

Giornalisti e fan gli si ammassarono attorno, mentre scendeva dal ring. Luca raccolse il suo zaino e andò verso gli spogliatoi.

Entrò nel camerino di Anton e prese posto su una sedia. Sapeva di dover aspettare. La vittoria di un campionato non era un evento che poteva essere gestito rapidamente.

Estrasse il suo e-reader e riprese a leggere. Dopo molte decine di pagine, finalmente sentì delle voci che si facevano sempre più forti lungo il corridoio.

La porta si aprì e Anton entrò nello spogliatoio, chiudendo fuori con un sorriso e un accenno di saluto le sue ultime fan.

Luca spense il lettore e lo posò. Si alzò dalla sedia e gli corse incontro per poi fermarsi poco prima, insicuro se abbracciarlo e meno.

Fu Anton ha toglierlo di impiccio.

«Vieni qui, cucciolo. Non c’è nessuno.» Disse, aprendo le braccia e stringendolo forte.

Luca si lasciò cullare nel suo abbraccio, poi alzò la testa e incrociò suoi occhi. Un taglio di sangue raggrumato gli solcava il sopracciglio sinistro.

«Allora?» Chiese, Anton.

«Sei stato un grande.» Esclamò Luca.

«Merito un premio ora, no?»

Luca annuì e gli diede un bacio stampo sulle labbra. Anton si finse sconvolto dalla sua avarizia.

«Hai vinto il campionato. Direi che è un premio più che sufficiente.»

«Ah, così è sufficiente.»

Anton mosse agili le mani e iniziò a solleticare il ragazzo su tutto il corpo. Luca si agitò, ridendo, cercando di divincolarsi. Finalmente riuscì a liberarsi dalla sua presa e scappò scappò.

«Vieni qui. Dove scappi. Vigliacco.» In un attimo Anton gli fu nuovamente addosso.

Luca si era già chiuso in sé stesso per difendersi, ma il pugile lo baciò nuovamente. Le sue rudi mani stavolta si mossero delicate. Gli sfiorarono il volto. Gli accarezzarono il collo.

Luca si staccò dalle sue labbra e si levò la maglietta, mentre Anton fece cascare al suolo l’accappatoio. Ripresero a baciarsi con impeto.

Luca fece scivolare le sue dita su petto dell’uomo, assaporandone la durezza. Poi le fece scorrere nell’infossamento della sua prosperosa tartaruga. Finché non lambì l’inguine.

Esitò un attimo, più pregustando quello che si celava lì sotto che per far impazientire il compagno. Infine, superò l’elastico dei pantaloncini.

Si stupì un attimo nel trovare una dura barriera ad accoglierlo.

Anton ridacchiò. «Che c’è? Non ti piace la mia cintura di castità?» Chiese, con un accenno del capo.

Luca gli fece una linguaccia e rise. «Dai, togliti quel parapalle. O hai paura che il tuo arnese non sia all’altezza?»

Anton lo baciò di nuovo, ma staccandosi gli morse il labbro. «È una sfida?»

Luca sorrise malizioso. Poi, mentre Anton si sfilava i pantaloncini e slacciava la conchiglia, si levò pantaloni e mutande. Ebbe un attimo di insicurezza, lanciando un’occhiata alla porta.

Anton gli strinse gentile il mento e lo obbligò a guardarlo. «Non ti preoccupare. Sanno che cosa succede ora.»

«E che cosa succede ora?»

Anton appoggiò le mani sulle spalle del ragazzo e lo invitò ad abbassarsi. La sua nerchia svettava già turgida. Rilasciava un odore inteso di sudore.

Luca rivolse la sua attenzione alle sue palle gravide. Iniziò a umettarle con la lingua. Ne prese premurosamente in bocca una e poi passò all’altra.

La sua lingua salì lentamente dalla base del cazzo, su lungo la sua dorsale. Luca tornò rapido alla base, poco prima di sfiorare il prepuzio. Poi nuovamente la sua lingua umida risalì. Stavolta raggiungendo la cappella gonfia e pulsante.

Prima la lingua, poi le labbra morbide avvolsero quella ghianda rossa. Anton sospirò.

Luca non riuscì più a trattenersi. Si spinse a fondo. Forzò la gola a ingoiare tutta l’asta. Giù fino alla attaccatura. Il suo pelo di maschio gli solleticò il naso. La sua cappella strofinò la cavità della gola. Anton ansimò.

Luca lasciò che quel massiccio bastone lo soffocasse. L’unico suo desiderio era che il suo pugile godesse. Infine, quando ormai il respiro era scomparso, si ritirò, respirando affannosamente.

Anton gli accarezzo i capelli, sorridendo soddisfatto. Ma non lo fece riposare molto. Spinse la nuca nuovamente verso il suo cazzo. Luca aprì la bocca mansueto, felice di potergli dare piacere.

Iniziò a muovere la bocca su e giù, accompagnandosi con la lingua. Succhiava vorace. Anton indietreggiò e si sedette sulla panca. La bocca del ragazzo rimase avvinghiata alla sua mazza, conscio dei suoi doveri.

Luca si inginocchio fra le sue solide gambe e continuò a ciucciare. Anton aveva gli occhi chiusi e la testa leggermente inclina indietro.

Poi il pugile spinse indietro la fronte del ragazzo che dovette staccarsi a malincuore dal cazzo. Raccolse il suo accappatoio e lo adagiò sulla panca.

«Sdraiati sulla schiena.» Disse Anton, invitandolo con un gesto.

Luca si stese e il pugile gli sollevò le gambe. Il culo liscio e candido di Luca gli si spalancava davanti, lasciandogli vedere la sua dolce rosa. Sfiorò il buchino con le dita. Il ragazzo si morse il labbro inferiore.

Poi Anton avvicinò la testa. Luca chiuse gli occhi. La lingua umida di Anton incominciò a massaggiare i bordi rosati del suo buchino. Il respiro di Luca divenne più intenso.

Poi inaspettatamente infilò un dito. Ruotò. Il ragazzo gemette. Anton estrasse il dito. Poi nuovamente gli strofinò il buco. Luca sentì che era qualcosa di più grosso. Gemette più forte.

Anton sorrise di orgoglio. Appoggiò la cappella gonfia e iniziò a premere.

Il buco fece ancora un po’ di resistenza. Finalmente cedette e la testa entrò e subito con prepotenza anche il resto si piantò dentro fino alla base.

Il giovane inarcò la schiena in uno spasmo. Il pugile afferrò saldo le gambe di Luca e le allargò. Iniziò subito fottere ritmato. A ogni affondo, Luca rispondeva con un gemito. Ogni tanto sbatteva più brutale, giusto per ricordargli che poteva anche fargli male. Era alla sua mercé.

Poi Anton si sporse verso il ragazzo e, senza rallentare il colpi, si baciarono. Quindi, il pugile trasse a sé Luca con le sue braccia muscolose.

Il ragazzo gli si strinse alla vita con le gambe e al collo con le sue braccia esili. Poi Anton, solido sui suoi arti poderosi, sollevò il ragazzo. Lo spinse contro il muro e riprese a trombarlo impetuoso. Luca sobbalzava a ogni affondo e mugugnava di piacere.

Le loro lingue si intrecciarono nuovamente. Il loro respiro sembrò fondersi. Il ritmo di Anton divenne più impaziente. I loro cuori battevano all’unisono. Accelerò i colpi.

Infine, il pugile iniziò ad ansimare forte. I colpi rallentarono, ma divennero più profondi. Anton rantolò di goduria, mentre l’orgasmo lo percorreva tutto. Fiotti di sborra densa riempiva le interiora del ragazzo. Luca gettò indietro la testa, esplodendo anche lui nel piacere.

Anton ansimava, sudato e sporco di sborra, più affaticato che dopo l’incontro di pugilato. Si accasciò sulla panca. Si baciarono un’ultima volta.

«Ti amo.» Sussurrò Luca.

«Ti amo anch’io, cucciolo.»

«Mi faccio una doccia.» Disse Anton, mentre il respiro gli tornava regolare. «Se vuoi aspettarmi, dopo devo andare ancora a cena con l’allenatore e l’agente.»

«No, tranquillo. Prendo la metro. Ci vediamo dopo. A casa.»

Anton lo baciò ancora un’ultima volta, poi si alzò e andò in doccia. Luca si vestì, raccolse le sue cose e si diresse verso la stazione per prendere il treno.

Quando scese alla sua stazione, fu investito da un vento freddo, quasi pungente. Si strinse nella giacchetta e si incamminò a piedi.

Svoltato l’angolo poco prima del suo palazzo si trovò di fronte tre uomini. Luca proseguì verso di loro, fingendo che la loro presenza non lo turbasse. Gli aveva ormai superati, quando sentì una mano posarsi sulla sua spalla.

«Dove vai? Ti dobbiamo parlare.» Esclamò uno degli uomini. Era così muscoloso che sembrava un carro armato.

«Hai sentito il mio amico Ennio? Ti dobbiamo parlare.» Ripeté quello più grosso, che sembrava anche il più stupido.

Luca li fisso e annuì. Insicuro se scappare subito o fingere di assecondarli per poi fuggire alla prima occasione.

«Siamo amici dello Zanca.» Spiegò, infine, quello che non aveva ancora parlato. Era alto, aveva la mascella squadrata, dura, e indossava un vecchio basco.

Luca lo fissò interrogativo. «Zanca?» Chiese.

«Non sei il puttano di quel rumeno di Anton?» Domandò a sua volta quello col basco. “puttano”, quella parola lo colpì allo stomaco. «Zanca è quello che il tuo amico ha messo al tappeto oggi, facendomi perdono un sacco di soldi»

«Scommesse illegali.» Sussurrò un po’ sorpreso il ragazzo.

I tre si scambiarono uno sguardo complice.

«Anton non bara. Lui è onesto.»

I tre si scambiarono dei sorrisi sarcastici. «Nessuno batte Zanca senza barare. Tanto meno un sporco rumeno.»

Strinse i pugni, cercando di trattenere l’irritazione. «Anton lotta onestamente. Di sporco, qui, ci siete solo voi con le scommesse illegali.» Luca quasi gridò..

Quello muscoloso sollevò il braccio e centrò Luca in faccia con un sonoro ceffone che lo fece ruotare.

Non ebbe il tempo di riprendersi dallo scombussolamento, che fu afferrato per il collo. L’uomo con il basco lo sollevò in aria e lo strascinò fino a sbattere contro il muro.

«Chi hai chiamato sporchi? Eh?» Sussurrò o forse stava gridando. Luca era ancora rintontito per la botta.

«Lasciami andare. Anton te la farà pagare.» Luca afferrò con entrambe le mani il grosso braccio muscoloso che lo schiacciava contro il muro.

L’uomo si voltò a guardare i suoi due amici. Scoppiarono a ridere.

«Credi che il tuo fidanzatino ci fa paura?» Il suo alito pesante quasi asfissiò Luca.

«Sì. Altrimenti sareste andati a cercare lui. Non me.» Luca sapeva che avrebbe fatto meglio a stare zitto, ma loro avevano insultato Anton.

L’uomo lanciò un gridò di rabbia e fece volare Luca in mezzo alla strada.

Luca si sollevò dolorante sulle braccia e fulminò l’uomo con il basco con lo sguardo. «Ti senti più forte ora? Non sei uomo neppure metà di Anton.»

L’uomo spalancò gli occhi, mentre le vene sulla fronte gli pulsavano. «Che cosa hai detto, frocetto?»

Luca lo fissò con sfida.

«Che cazzo hai detto?» Urlò.

«Ha detto che sei meno uomo di quel rumeno, Mario.» Quello grasso sembrava ridacchiare.

«Tappa quel culo, Rufo. Avevo sentito benissimo.»

Mario fulminò Rufo con lo sguardo e si avventò contro Luca. Sembrava pronto a riempirlo di botte.

Come reazione Luca cercò di farsi piccolo, richiudendosi su sé stesso, ma Mario si bloccò a pochi centimetri da lui.

«Ora ti faccio vedere chi è il vero uomo qui.» Disse, iniziando a slacciarsi la cintura.

Appena Luca realizzò cosa stava progettando di fare, cercò di alzarsi per scappar via. Ma Mario non gli diede il tempo. Con un destro lo centrò nello stomaco, facendolo cadere nuovamente a terra. Luca si contrasse dal dolore, arrotolato su se stesso, le mano strette alla pancia.

«Risparmia i piagnistei. Vedrai che le prossime botte ti faranno molto più male. Ora ti apro in due.» Mario si strusciò con veemenza la mano sulla patta.

«Oh, Mario, ma che che vuoi fare? Non vorrai…» Rufo non osò terminare la frase.

«Non fare il rompipalle, Rufo. Il ragazzino ha bisogno di imparare una lezione. Ci deve portare rispetto. Qualche volte il messaggio non passa con le buone e bisogna piantarglielo dentro con forza.» Calcò, Mario.

«Sì, facciamo vedere a questo ragazzino chi comanda.» Esclamò Ennio, agitando le sue muscolose braccia.

Mario afferrò Luca per un braccio, sollevandolo da terra con uno strattone. Luca era ancora rintontito dal colpo, ma soprattutto adesso aveva davvero paura.

Mario lo fece voltare e spintonò contro la parete.

«Per favore, lasciatemi andare. Mi dispiace,» balbettò, mentre Mario gli schiacciava la faccia contro il duro muro.

«Non fai più tanto lo spaccone ora, eh?! La senti la mia mazza?» Mario strusciò il suo bacino sul suo culo. Persino attraverso i pantaloni, Luca sentiva il gonfiare premere tra le chiappe.

Era difficile intuire la lunghezza, ma era sicuramente grosso. Troppo grosso.

«Ti prego. Non farlo.»

Mario fece scivolare la mano lungo la schiena di Luca, arrivando a lambirli il bacino. Quindi, gli afferrò la cintura e tirò giù con violenza i pantaloni e mutande.

«Mario, stai esagerando.»

«Oh, piantala di fare lo sfigato. Questo ragazzino al culo più figo della migliore delle cozze che ti fotti di solito.»

Il culo di Luca era così candido e liscio che sembrava risplendere alla luce della notte.

«Guarda che chiappe rotonde.» Le dita di Mario si avventarono sui glutei di Luca. «Sode e soffici allo stesso tempo. Non mi sorprende che il rumeno ti abbia preso sotto la sua protezione.»
Le mani di Mario afferrarono le sue chiappe e le allargarono con forza.

«Guardate che buchetto arrosato e lucido. Secondo me qualcuno si è appena divertito.»

Luca arrossì e chiuse gli occhi per la vergogna. Nessuno prima di Anton lo aveva mai toccato in quel modo.

Sobbalzò, quando Mario infilò un dito, dove prima solo Anton aveva mai osato entrare. Il suo indice si insinuava importuno dentro di me.

«Gli ha lasciato un regalino.»

Mario estrasse il dito e lo esibì ai suoi amici. Era avvolto in un denso liquido bianco. Luca distolse lo sguardo imbarazzato.

«Cazzo, gli ha sborrato in culo.» Ennio e Rufo scoppiarono a ridere.

Il seme di Anton, il frutto del suo piacere, avrebbe dovuto essere solo per Luca.

«Direi che non avremmo bisogno di lubrificante.»

Mario lasciò la presa. Luca cercò di aggrapparsi alla parete per non scivolare per terra. Gli stavano cedendo le gambe. Aveva il respiro strozzato.

Forse era finita. Forse avevano solo voluto mettergli paura. Ma il rumore di una cerniera che si apriva gli tolse il respiro.

Mario estrasse il suo cazzo e si voltò verso i suoi compari agitandolo con orgoglio.

«Allora, secondo voi chi ha il cazzo più grosso? Io o quello sporco rumeno?»

«Non esiste che il rumone c’è più grosso di noi.» Rufo rideva, scuotendo il capo.

«Mettiglielo dentro. Se grida di dolore, è sicuramente più grosso.» Esclamò Ennio, tastandosi il pacco. Sembrava che anche lui iniziasse a eccitarsi.

«Hai ragione. Lo scopriremo subito.»

Mario sorrise malizioso. Luca incrociò i suoi occhi. Erano bramosi e terrificanti.

«Ti prego…» La voce gli si strozzò in gola.

Mario sogghignò, afferrandosi l’asta con la mano.

«Hai paura che sia troppo grosso? Tranquillo, mi assicurerò che entri tutto.»

Col braccio Mario spinse Luca verso il basso, obbligandolo a sporgere il culo.

«Così piegato a 90 gradi, sembra proprio una ragazzina vogliosa.» Osservò Ennio, che ormai aveva estratto la sua mazza e se la stava segando lentamente.

La cappella di Mario sfiorò il buchino di Luca.

«Per favore, non farlo.» È solo per Anton.

Mario spinse. Non trovò quasi resistenza. Scivolò dentro in un colpo solo. Troppo veloce. Troppo forte.

Luca lanciò un gemito di dolore.

«Direi che ora sappiamo chi ha il cazzo più grosso fra me e il rumeno.» Mario gongolò, osservando la sua asta piantata fino all’elsa nel culo di Luca.

«Ehi, ma il ragazzino sta piagendo.» Esclamò Rufo.

Luca non si era neppure reso conto che i suoi occhi si erano riempiti di lacrime e ora scivolano lungo le sue guancia.

«Anche tu piagnucoleresti, se ti avessero appena spaccato il culo.» Osservò Ennio.

Ma Luca non stava piangendo per il dolore fisico. Certo faceva male, molto male. Era stata come se una lancia lo avesse penetrato da una parte all’altra.

Quello, però, che faceva male più era il dolore all’animo. Era una sofferenza incontrollabile come se mille aghi lo avessero trafitto in tutto il corpo dentro e fuori.

Nessuno lo aveva mai violato. Nessuno tranne Anton. Luca sentiva di aver appena commesso un tradimento. Aveva tradito il suo pugile.

Il suo corpo non aveva mai conosciuto la virilità di nessun altro uomo.

Anton aveva avuto molti ragazzi e ragazze prima di Luca. Era un uomo fatto, quando Luca lo aveva conosciuto. Era normale che avesse avuto tante esperienze.

Quando gli aveva concesso la sua verginità, non ci aveva pensato. Poi con il tempo queste persona del passato, questi amanti, hanno iniziato ad apparire come dei fantasmi. Luca si sentì sopraffatto. Anton aveva tutte queste esperienze, questi piaceri rubati ad altri ragazzi, mentre lui, Luca, aveva solo l’uomo che gli aveva preso la sua innocenza.

Alla fine Luca aveva realizzato che era Anton ad aver fatto il sacrificio. Il suo pugile avrebbe potuto avere qualunque ragazza o ragazzo avesse voluto.

Era alto e avvenente. Sul ring i suoi muscoli lucidi per il sudore splendevano e guizzavano. La sua mascella forte intimoriva il più acerrimo degli avversari.

Ma Anton avevo voluto Luca. Solo lui. Luca sentiva che doveva impegnarsi sempre e sempre di più per farlo felice e assicurare quel legame che aveva intrecciato le loro vite.

Ma quel legame che aveva a lungo protetto, era stato frantumato sotto i colpi di un altro uomo.

«Che culo fantastico. Nonostante sia così sodo, mi sembra di tagliare il burro con un coltello. Un burro caldo che mi avvolge e non mi vuole lasciare andare.»

Mario aveva stretto Luca per i fianchi. Muoveva il bacino con sicurezza. Si ritirava e si lanciava con vigore contro il culo di Luca. A ogni affondo il ragazzo sussultava.

Nel silenzio del vicolo si sentiva solo il rumore ritmato del corpo di Mario che sbatteva contro il culo di Luca.

«Per qui ti stai divertendo solo tu.» Sbottò a un certo punto Ennio. Si stava smanettando lentamente. Nella sua grossa mano il suo cazzo sembra quasi scomparire.

«Hai ragione. Del resto il ragazzo ha altri buchi.» Mario afferrò Luca per il collo e, assicurandosi che il suo cazzo non si sfilasse dal suo culo, lo fece ruotare.

Ennio sorrise con soddisfazione, avvicinandosi alla testa di Luca.

«No, per favore. No.» Supplicò il ragazzo.

«Quante storie. Hai già il culo aperto. Un cazzo in bocca mi sembra il minimo.» Mario ridacchiò.

Eppure a Luca sentiva che quello sarebbe stato un un tradimento peggiore. Almeno prima c’era illusione che lui non aveva fatto nulla. Aveva solo subito.

Ma quando devi succhiare, quando devi prendere in bocca un cazzo, quest’illusione svanisce.

Luca serrò le labbra e voltò la faccia. Il cazzo di Ennio, meno lungo di quello di Mario, ma più poderoso, era ormai a pochi centimetri dal suo volto.

«Il ragazzino fa il ribelle.»

«Vediamo di farlo ragionare.» Mario afferrò Luca per i cappelli e tentò di tirarlo a sé. Il ragazzo lanciò un grido di dolore.

Ennio approfittò del momento per afferrare la testa di Luca e la spinse contro il suo cazzo. La cappella si aprì un varco nelle sue labbra. L’asta superò la resistenza della lingua e penetrò in gola, solleticando le tonsille.

Luca ebbe un conato di vomito. Si afferrò alle cosce muscolose di Ennio e cercò di spingerlo via. Ma l’uomo era troppo forte. Le sue mani erano salde attorno alla testa del ragazzo e non erano intenzionate a mollare la presa.

«Lo stai soffocando, Ennio. Sta diventando violaceo.» Rufo strinse la spalla dell’amico, visibilmente preoccupato.

«Vediamo se la mancanza d’aria lo rende più docile.» Dall’alto Ennio fissava determinato gli occhi supplichevoli di Luca.

Luca lasciò cadere le braccia e chiuse gli occhi in segno di resa. E finalmente Ennio mollò la presa, ma ritirò il suo cazzo giusto giusto per far respirare il ragazzo, tossì con l’asta a mezza bocca.

«Ora fai il bravo e succhia.»

Luca cercava ancora di regolarizzare il respiro strozzato. Ma non aveva scelta. Iniziò a muovere la testa. Vedere quel serpente apparire e sparire tra le sue labbra era una sofferenza senza fine.

Poi alle sue spalle Mario riprese a sbattere. Luca fu spinto in avanti e ancora una volta l’asta di Ennio gli si piantò fino in gola. Il naso gli affondò nei pelli scuri e riccioluti che incoronavano il cazzo dell’uomo.

«Ci sta prendendo gusto.» Ridacchiò Ennio. «Ma non ci mette sufficiente impegno.»

Ancora una volta Ennio afferrò la testa di Luca fra le mani. La destra si posò sulla nuca, mentre la sinistra sotto il mento per regolare l’angolazione. Luca dovette piegare la testa e il cazzo di Ennio prese a muoversi ritmato.

Così, mentre Mario gli fotteva il culo, Ennio gli scopava la bocca. Che cosa era diventato?

«Ah, cazzo. Ci siamo. Ora lo annaffio per bene.» Mario ansimava sempre più forte. I suoi colpi incalzavano frenetici.

No. Fermo. Non venirmi dentro. Luca avrebbe voluto gridare. Ma il cazzo di Ennio gli toglieva il fiato e lo obbligava al silenzio.

L’asta di Mario fremette. Luca sentii il suo cazzo pulsare nella sua carne. Le dita di Mario affondarono nei suoi fianchi.

Infine, il vicolo echeggiò di gemiti di piacere. Mario rilasciò gli incontrollati schizzi di sborra nel culo di Luca. Il ragazzo chiuse gli occhi sotto il peso dei sensi di colpa. Il seme di un altro uomo lo aveva macchiato.

Mario barcollò all’indietro. Il suo cazzo si sfilò di scatto e uno zampillo di sperma saltò fuori.

«Penso non ci sia niente che dia maggiore soddisfazione di un culo rotto da cui cola il frutto del tuo orgasmo.» Mario si appoggiò al muro e si lasciò scivolare a terra. Aveva il respiro affannato.

Luca tirò un sospiro di sollievo, ma la sua pace durò poco.

«Fammi assaggiare questo culo favoloso.» Ennio lasciò libera la testa di Luca ed estrasse il suo cazzo.

«Ma ha la forma del tuo cazzo.» Ennio rise, quando fu alle spalle del ragazzo. Luca non osò neppure sollevare la schiena. Rimase piegato ad attendere.

Non attese molto. Ennio infilò il suo cazzo con un colpo solo. Luca sobbalzò, ma stavolta non provò dolore.

«Ha il culo bollente.»

E, mentre Ennio prese a muovere il bacino, Rufo apparve di fronte a Luca. Aveva il cazzo fuori dai pantaloni ed era in completa erezione.

Allungò la mano e spinse la testa di Luca verso la sua cappella. Il ragazzo lasciò che anche quel cazzo gli violasse la bocca.

Il suo corpo stava cedendo. Gli tremavano le gambe. La mascella gli faceva male. Sentiva lo stomaco in subbuglio. E anche il suo spirito ormai era stato piegato.

Ennio e Rufo lo scopavano quasi in sincronia. Luca aveva quasi l’impressione che un unico lunghissimo cazzo lo trapassasse dal culo fino alla testa.

«Il suo culo non mi vuole lasciare andare. La pelle si aggrappa alla mia asta come a volermi tenere dentro.» Ennio rideva, osservando il suo cazzo entrare e uscire dal corpo di Luca.

«Sembra fatto apposta per prendere cazzi.» Aggiunse Rufo, mordendosi le labbra.

Infine, il respiro di entrambi divenne più profondo.

Gli affondi di Ennio divennero convulsi, mentre le palle di Rufo sbattevano più rapidamente contro il mento di Luca.

Rufo chiuse gli occhi. Il suo volto ebbe uno spasmo. Il suo corpo si tese, mentre il suo cazzo tremò sulla lingua di Luca. Rufo estrasse il suo cazzo e quasi come dei proiettili gli schizzi di sborra gli centrarono l’occhio, il naso, la fronte.

Alle sue spalle Ennio gemeva. Anche lui sfilò il suo cazzo. Getti di liquido caldo e denso colpirono Luca sul culo e sulla schiena.

La sborra di Rufo iniziò a colare sulle guance di Luca. L’uomo spinse il suo cazzo ormai moscio dentro la bocca del ragazzo per farselo pulire.

Anche Ennio si diede una pulita al cazzo, strusciandolo contro le chiappe di Luca.

«L’aria è appestata di odore di sborra.» Commentò Mario ormai in piedi e completamente ricomposto.

«Il ragazzo puzzerà per giorni. I nostri umori non se ne andranno facilmente. Meglio che resti a casa per un po’.» Ridacchiò Ennio, sistemandosi il cazzo nei pantaloni.

«Dopo essere stato fottuto da tre uomini è meglio non farsi proprio vedere in giro.» Rufo sfilò il suo cazzo dalla bocca di Luca e si assicurò che fosse ben pulito.

Non sembrò soddisfatto e lo spinse nuovamente dentro.

«Puliscilo bene con la lingua.»

Finalmente sembrò contento e lo richiuse nella sua patta.

Le gambe di Luca cedettero e si accasciò a terra. Aveva il respiro affannato. Non osava alzare lo sguardo.

«L’abbiamo distrutto. Penso che adesso ha capito cosa significa essere un vero uomo» Osservò Ennio.

«Secondo me questo non si riprende più.» Rufo sembrò tutt’a un tratto preoccupato.

«Andiamo ragazzi. Meglio non essere nei dintorni, quando lo trovano.» Mario fece cenno ai suoi compari di andarsene.

Passò molto tempo, prima che Luca osò finalmente muoversi. Non c’era più nessuno. Eppure non temeva di alzare gli occhi e incrociare lo sguardo di disprezzo di qualcuno.

Si sentiva sporco. Ma non era la sborra che gli imbrattava il volto, la schiena o i vestiti. Era uno sporco interiore.

Il dolore fisico sarebbe scomparso. Non era certo la prima volta che veniva picchiato. Ma quella sofferenza che gli stringeva lo stomaco, gli bloccava il respiro, gli faceva sentire il cuore in gola. Quella non sarebbe mai svanita.

Aveva deluso Anton. Aveva tradito la sua fiducia. Il suo pugile che ogni volta che saliva sul ring vinceva per lui. E lui, Luca, aveva permesso che succedesse quello.

Si sollevò lentamente. Gli faceva male la schiena e le gambe erano deboli. Cercò di togliersi la sborra dalla faccia, finendo per sporcarsi ancora di più i vestiti.

Nonostante la notte fosse fredda, aveva il culo che bolliva. Tirando su i pantaloni e le mutande, si accorse che della sborra era colata fuori dal culo e gli macchiava le cosce.

Avrebbe voluto piangere ancora. Ma non ne aveva le forze. Le lacrime si era seccate dai suoi occhi.

Era stanco. Si incamminò verso il lampione che brillava alla fine di quell’oscuro vicolo. Era stanco e aveva freddo.

Si trascinò fin sotto il lampione. Avrebbe voluto gridare aiuto, ma le parole gli si strozzarono in gola. Temeva di sentire al sua voce, una voce piegata, spezzata.

Ma soprattutto temeva gli sguardi degli altri. Cosa avrebbero pensato? Cosa avrebbe detto?

Si appoggiò al lampione. Attorno a lui la strada sembrava immersa in un’oscurità impenetrabile. Le gambe gli cedettero nuovamente. Crollò al suolo.

Poi dall’alto apparve qualcosa.

Una piccola macchia bianca volteggiò nella luce e si posò sulla guancia di Luca. Era fredda. Luca allungò la mano. Era svanita.

Alzò nuovamente lo sguardo. Altre macchie bianche apparvero nella luce.

Neve. Stava nevicando.

Mentre allunò la mano, cercando di afferrare un fiocco, gli si chiusero gli occhi e perse i sensi.

Il rumore di un’auto che frenava di colpò, lo risvegliò. Faceva freddo. Aveva il volto bagnato. Stava ancora nevicando. Attorno a lui era tutto bianco.

La luce di due fari lo accecarono. Un uomo saltò fuori dall’auto gli corse incontro.

«Luca! Luca!»

Era il suo nome. Chi era che lo chiamava? Conosceva questa voce.

L’uomo si gettò al suo fianco e gli sollevò la testa, portandola al suo petto. Luca sentii il calore del suo corpo pervaderlo.

«Luca. Oh mio Dio, che cosa ti hanno fatto?»

«Anton?»

«Sì, cucciolo. Sono io.» Anton riuscì a forzare un sorriso, quando il ragazzo incrociò i suoi occhi.

Luca si aggrappò con le mani alla giacca del pugile, nascondendo la testa.

«Mi dispiace. Ci ho provato. Ho provato a resistere. Perdonami.»

«Che cosa stai dicendo? È colpa mia. È solo colpa mia. Quello che ti hanno fatto, è colpa mia.»

«Io ti amo. Non avrei mai voluto…»

«Anch’io ti amo. Ora sei al sicuro. Gli abbiamo presi. La polizia già ha già arrestati. Nessuno ti farà più male. Nessuno.»

All’improvviso Luca si sentii al sicuro. Ma non perché quei criminali era stato catturati. No, si sentiva al sicuro, perché Anton era lì con lui e lo stringeva. E lo amava.

Il loro legame non era stato distrutto.

«G-grazie.» Mormorò Luca e scoppiò a piangere. Anton lo strinse ancora più forte al suo petto.