“Allora, Giordano? L’hai fatto?” Patrizio non mi salutò neppure, quando mi vide arrivare.
Come risposta mi limitai a sorridere. Un sorriso di chi la sa lunga. Un sorriso virile, perché ieri sono diventato un uomo.
“Ah, lo sapevo, gran pezzo di merda.” Patrizio scoppiò a ridere.
“E hai usato la lingua?” Il volto grassottello di Tito era pieno di ammirazione.
“Certo che ha usato la lingua. Non siamo mica dei bambini della materna.” Patrizio alzò gli occhi al cielo.
Sì, era solo un bacio, ma eravamo dei ragazzini di soli 14 anni. Un bacio con la lingua era quanto di più trasgressivo a cui potessimo aspirare e anche immaginare.
“Quanto vorrei anch’io baciare Clelia.” Le labbra di Tito mimarono un bacio impacciato.
“Continua a sognare, Tito. La più bella della scuola è irraggiungibile per quelli come noi.”
Clelia aveva dei lunghi capelli mossi del colore del rame e gli occhi verdi come i germogli di primavera. Persino io mi ero sorpreso che una come lei si fosse interessata a me.
“E com’è stato? Com’è stato?” Tito voleva conoscere tutti i dettagli.
“È stato come se il tempo si fosse fermato. Era meraviglioso.”
In realtà era stato piuttosto strano. Non sapevo bene come comportarmi. Io e Clelia abbiamo chiacchierato per un po’ prima di renderci conto entrambi che avevamo ben poco in comune. Quando, infine, fra noi è sceso il silenzio, non sapevo più come uscirne.
Ho alzato lo testa e ho incrociato i suoi occhi verdi. Lei è arrossita e ha distolto lo sguardo. Credo che anche lei desiderasse baciarmi. Sapevo che non avrei dovuto fare io la prima mossa.
Penso che quel moto istintivo di baciarla sia stata la mia reazione per sfuggire da quella situazione di disagio.
Mi sono sporto verso di lei. Clelia ha chiuso gli occhi e io ho stampato le mie labbra sulle sue. Erano così soffici. Ho socchiuso le labbra e la mia lingua si è aperta un varco.
La sua bocca era umida e viscido. La mia lingua era smarrita. Non sapevo come muoverla. Mi sembrava di vagare alla cieca in una grotta.
Finalmente, dopo quello che era sembrato un tempo lunghissimo, le nostre lingue si ritirarono e le nostre labbra si staccarono.
Era imbarazzatissimo. Avevo baciato malissimo. Che vergogna. Mi chiedevo cosa sarebbe andata a dire in giro.
“È stato bellissimo. Non dimenticherò mai il mio primo bacio.” Mi sussurrò Clelia.
Le sue mani stringevano intensamente la sua gonna. Aveva gli occhi lucidi e le guance arrossate come se fosse appena stata investita da un vento bollente.
Non potevo negare che le sue parole erano state una botta di autostima. Gonfiai il petto e le misi un braccio attorno alla vita, tirandola al mio fianco.
Tutt’a un tratto mi ero sentito un uomo maturo. Avevo 14 anni ed era il 1943.
Naturalmente a Tito e Patrizio raccontai solo i momenti salienti per mettere in evidenza la mia bravura. Non potevo certo rivelarli che era stata una delusione.
Quando lasciai i miei amici, tornai a casa gongolando. Mi piace quella sensazione che dava essere ammirati.
“Ciao, nonna. Sono a casa.” Esclamai, entrando in cucina.
“Papà? Che ci fai già a casa?” Chiesi, quando vidi mio padre e mia nonna seduti insieme al tavolo.
“Badoglio ha firmato l’armistizio. La guerra è finita.” Esclamò mia nonna, sollevando le braccia al cielo.
“Non è ancora il momento di rallegrarsi, madre.” Mio padre fece alla nonna di calmarsi. “I nazisti hanno già iniziato la loro rappresaglia. Non abbiamo molto tempo. Ho parlato con signor Barberis. Stanotte di rifugerai a casa sua.”
“Ma perché? E voi?”
“Lo sai benissimo perché. La mamma era ebrea.”
“Ma io sono battezzato.”
“Non possiamo rischiare. In Germania anche i figli di matrimoni misti sono discriminati. Io e la nonna saremmo al sicuro qui. Racconteremo in giro che sei scappato da solo in Svizzera.”
Quella notte mio padre mi accompagnò alla casa del signor Barberis, un suo collega di lavoro all’azienda di abbigliamento termico e sportivo.
Bussammo alla porta. Gli occhi di un uomo sbirciarono fuori.
“Venite, svelti. Entrate.” Bisbigliò il signor Barberis, socchiudendo la porta giusto per farci sgattaiolare dentro.
“Vi ha visto qualcuno?”
“No, nessuno. Siamo stati molto prudenti.”
“Ciao! Tu devi essere Giordano. Io sono Fabiola.” Una donna bionda apparve dal corridoio e mi venne in contro, porgendomi la mano.
“Io sono Valente. Benvenuto a casa nostra. È un onore per noi poterti ospitare. Tuo padre ha sempre fatto tantissimo per la mia famiglia.”
“Ciao, figliolo. Si coraggioso. Presto saremo nuovamente insieme.” Mio padre si piegò verso di me e mi abbracciò forte.
Ricambiai l’abbraccio. Avrei voluto piangere, ma dovevo essere coraggioso. Eravamo solo dall’altra parte della città, eppure mi sembrava di essere appena stato lasciato dall’altra parte del mondo.
“Vieni, Giordano. Ti presto il resto della famiglia.” Disse Valente, invitandomi a seguirlo lungo il corridoio.
Il resto della famiglia?
“Lei è mia figlia Fulvia, mentre lui è Marzio.”
Fulvia aveva i capelli scuri del padre. I suoi occhi grigi mi scrutarono con particolare interesse.
“Ciao! Benvenuto in famiglia.” Mi porse la mano e mi sorrise amichevole.
Marzio, invece, assomigliava un po’ a Clelia. Aveva gli stessi capelli biondo ramato, ma gli occhi erano nocciola. Non mi rivolse la parola e non fece nessun gesto verso di me. Mi fissava con un tale astio che non osai allungare neppure la mano.
“Tu dovrai dormire con Marzio. Abbiamo trasformato un armadio a muro in un piccola stanza. Speriamo che tu riesca a stare comodo.” Spiegò Fabiola, mostrandomi la stanza di Marzio e aprendo l’armadio.
Una stanza minuscola, altro che piccola. C’era solo spazio per uno stretto materasso e un cuscino. In quel momento non potei fare a meno di rimpiangere la mia stanza e la mia casa. Ma quelle persone erano davvero generose a mettere a rischio le loro vite per me, quindi, tentai di mostrare il sorriso più grato che riuscissi a produrre.
“Grazie mille. Siete davvero tutti gentilissimi.” Li salutai, quando, infine, andarono a letto.
“Mettiamo subito in chiaro un paio di cose,” sibilò Marzio, chiudendo la porta. “Questa è la mia stanza. Questo è il mio letto. E anche quell’armadio è mio. Qui, tu sei solo un ospite e dovrai fare quello che dico io. Non voglio essere disturbato. Resta chiuso nel tuo armadio e, se devi uscire, bussa prima. Anzi, non uscire affatto.”
Sì, erano davvero tutti gentilissimi. Si stava preannunciando una difficile convivenza.
Un’intensa convivenza
Ma mi stavo sbagliando. La convivenza si rivelò difficilissima e molto di più.
“Perché è al tavolo con noi? Dovrebbe fare colazione direttamente in cucina.”
“Parla piano. Ti sentiranno i vicini.”
“Spegni la torcia. Ho sonno. La luce che filtra dall’armadio mi da fastidio.”
“Mi devo cambiare. Non uscire dall’armadio.”
“Non mi interessa, se ti scappa. Vai al bagno, quando esco per andare a scuola.”
Durante il giorno era l’unico momento, dove c’era un po’ di pace. Marzio e Fulvia erano a scuola, mentre Valente era al lavoro. Ogni tanto mi portava dei messaggi da mio padre e mia nonna. Anche Fabiola lavorava come segretaria in uno studio medico.
La sera l’appartamento tornava affollato. Era forse troppo piccolo per cinque persone. O almeno era troppo piccolo per me e Marzio.
Un giorno sentii aprire la porta prima del solito. Pensando fosse Fabiola che era uscita prima per farla la spesa, andai verso la cucina per aiutarla.
Di fronte a me apparve Marzio. Aveva gli occhi lucidi e un livido sulla guancia. I gomiti erano macchiati di sangue raffermo.
“Che cosa è successo?” Esclamai istintivamente.
“Non sono affari tuoi.” Marzio mi spintonò via e si rifugiò in bagno.
Sbirciai oltre la porta socchiusa e lo vidi che cerca di mettersi dei cerotti ai gomiti.
“Ti do una mano.”
“Vattene. Non ho bisogno di aiuto.”
Gli sfilai i cerotti dalle mani e cercai di metterli sulle ferite. Marzio fece ancora un po’ di resistenza, ma alla fine cedette.
“Hai fatto a botte?”
“Se la sono cercata.”
“Non sei un tipo molto paziente.”
“I ragazzi pensano che solo perché sembro timido, significa anche che mi lascio tranquillamente prendere in giro.”
“Se, però, vuoi fare a botte, è meglio che ti eserciti un po’. Se vuoi ti insegno. Non per vantarmi, ma nella mia scuola pochi potevano competere con me, quando si faceva a pugni.”
Dopo averlo curato e cerottato, andammo in camera.
“La prima regola è: non iniziare mai uno scontro. Se vogliono passare alle botte, devono farlo loro.”
“Ma sono loro che mi provocano.”
“Devi incanalare la rabbia. Quando ti attaccheranno, allora si che potrai sfogarti. Ora fammi vedere come ti muovi,” gli dissi. “No, non va bene. Solleva i polsi davanti alla faccia.”
“Così va bene?”
“Non ancora. Aspetta.”
Gli strinsi le braccia e gliele sollevai leggermente. Marzio ebbe un tremito al mio tocco. Aveva la pelle così delicata.
“Tieni il pugno stretto, altrimenti quando tiri un cartone rischi di farti male. Ora colpiscimi il palmo.”
Marzio iniziò a colpirmi le mani aperte. Era veloce, ma debole.
“Non avere paura di tirare calci. Non sei sul ring. Ogni mossa è lecita in strada.”
Marzio tentò di colpirmi con un calcio, ma perse l’equilibrio e cadde all’indietro. Istintivamente mi lanciai in avanti per afferrarlo. Gli presi un braccio, ma era ormai troppo tardi e finimmo per crollare a suolo insieme.
“E un’altra cosa – dissi, cercando di trattenere una risata – tieni le gambe sempre ben larghe. È fondamentale mantenere sempre l’equilibrio.”
Marzio era per terra sotto di me, ma non sembrava altrettanto divertito della situazione. I suoi occhi si muovevano rapidi in tutte le direzioni. Le sue guance erano arrossate forse per lo sforzo.
Non mi ero mai resto conto di quanto fosse carino. I suoi capelli biondi sembrano sempre arruffati.
A un certo punto i suoi occhi nocciola furono rapiti dai miei. Restammo per un lunghissimo istante a fissarci in silenzio.
Percepivo il cuore battere rapido. Il respiro mi sembrava mancare. Avevo la gola secca. Non mi ero mai sentito in quel modo.
Abbassai la testa verso di lui. Eravamo a pochissimi centimetri l’uno dall’altro. Riuscivo a percepire il suo respiro profondo. I nostri occhi non si staccano gli uni dagli altri.
Ruotai leggermente la testa per superare il suo naso. Le nostre labbra si toccarono. Marzio chiuse gli occhi e io feci altrettanto. Socchiusi la bocca. La mia lingua si intrecciò con la sua. Era come se stessimo danzando.
Un fremito mi percorse il corpo. Era diverso da quando avevo baciato Clelia. Era più vero. Tra le mie gambe qualcosa si stava risvegliando. Il mio pisello si stava gonfiando e iniziò a premere contro la gamba di Marzio.
“Che cosa…?” Marzio sembrò accorgersene.
“Sc-cusami,” esclamai, rialzandomi di scatto. “Mi dispiace.”
Mi resi conto che anche Marzio nascondeva turgore tra i pantaloni. Si alzò anche lui e si voltò verso la finestra.
Lentamente il respiro mi tornò regolare, ma il cuore continuava correre all’impazzata. Marzio si sedette sul bordo del letto e io feci altrettanto.
“Ciao! Sono a casa.”
Io e Marzio sobbalzammo alla voce di Fulvia che era tornata a casa.
“Ehi, ciao, Giordano. Come stai?” La testa di Fulvia sbucò dalla porta, sorridendo. “Marzio, ma che cosa è successo? Hai fatto ancora a botte?”
Marzio si limitò ad alzare le spalle.
“La mamma non sarà contenta. Preparati per la solita ramanzina.”
E a cena la ramanzina puntualmente arrivò. Ma Marzio era completamente assorto. I rimproveri di Fabiola non sembravano toccarlo. Probabilmente, come me, stava rimuginando su quello che era successo tra di noi.
Tornare in camera fu molto imbarazzante. Mi chiusi subito nell’armadio e cercai di portare la mia attenzione su un libro di storia dell’antica Roma, ma non riuscivo a concentrarmi. Alla fine Marzio spense la luce e io feci lo stesso con la torcia.
“Grazie per oggi. Giordano.” La voce di Marzio mi sorprese nell’oscurità.
“Per che cosa?” Intendeva per il bacio? Gli era piaciuto?
“Per avermi aiutato con i cerotti. E anche per avermi insegnato qualche trucchetto.”
“Ma figurati. Non è stato nulla.” Tirai un sospiro di sollievo, anche se nel profondo sentivo un sentimento di delusione.
“Puoi lasciare la porta dell’armadio aperta, se vuoi.”
Spinsi l’anta dell’armadio. Intravidi il profilo di Marzio nel letto, illuminato dalla luce della luna che filtrava dalle imposte della finestra.
“Secondo te è peccato… quello che abbiamo fatto?”
Stavolta non mi sbagliavo. Si riferiva chiaramente al bacio.
“Non ti è piaciuto?”
“A te sì?”
Rimasi per un lungo momento in silenzio. Sentivo la tensione crescere. Non sapevo qual era la risposta giusta. Di colpo mi resi conto di avere paura. Non so di cosa. Di tutto. Di niente.
“S-sì, mi è piaciuto.” Quelle parole mi uscirono quasi in un sussurro, ma Marzio sembrò recepirle forte e chiare.
“Anche a me.”
Scostai le coperte e uscii dall’armadio. Toccai il bordo del letto. Marzio non disse nulla, ma si spostò di lato per farmi spazio.
Mi infilai sotto le coperte. Con le mani tastai verso la sua direzione, finché non gli toccai il petto. Percepivo il calore filtrare da sotto il pigiama. Il suo torso di sollevava regolare. La mia mano risalì lungo il collo e gli accarezzò una guancia.
Mi avvicinai a lui. Le nostre labbra si sfiorarono nuovamente. Marzio stava tremando. E mi accorsi che anch’io tremavo tutto.
“Non l’ho mai fatto,” bisbigliò lui.
“Neanch’io.”
Ma esattamente che cosa non avevamo fatto? Sentivo un impulso a entrare in Marzio. Non so spiegarlo. Dovevo farlo mio. Dovevo possederlo. In profondità.
Mentre ci baciavamo, le nostre mani si agitavano sui corpi l’uno dell’altro. Feci scorrere le dita verso il basso, cercando di raggiungere quello che si nascondeva sotto di lui.
“Ehi, che cosa stai facendo?” esclamai, quando la mano di Marzio si infilò nei miei pantaloncini e si insinuò tra le mie chiappe.
“TU cosa stai facendo,” ribatté Marzio, mentre stavo tentando di girarlo per raggiunge il suo culo.
“Sto facendo quello che deve fare un… un uomo.” Anche se non sapevo bene esattamente cosa.
“Anch’io sono un uomo.”
Ammetto che non avevo preso in considerazione questo ostacolo. Non so, forse avevo dato per scontato che essendo Marzio biondo e così fragile sarebbe stato disposto a… essere penetrato. In fin dei conti sono più alto di lui. E anche più muscoloso.
“Uno di noi due deve per forza… prendere l’altro.”
“E perché mai dovrei essere io?”
Sembrava tornato il solito Marzio: il ragazzino arrogante e ricalcitrante di sempre.
“È meglio che torniamo a dormire,” tagliai corto, saltando giù dal letto. Tornai nel mio armadio e richiusi le ante.
Mi sentivo offeso. Come aveva potuto pensare che avrei lasciato che infilasse il suo pisello dentro il mio culo? Sapevo che il mio era un comportamento stupido. Eppure mi sentivo ferito nel mio orgoglio di maschio.
Cercai di addormentarmi, ma continuavo a girarmi nel letto. Avevo la mia nerchia dritta e dura. In qualunque posizione mi mettevo la sentivo premere contro il mio corpo. Ma era soprattutto quell’impulso incontrollabile che mi impediva di chiudere occhio.
Infilai la mia mano nei pantaloncini. Avrò avuto anche solo 14 anni, ma penso che era ben piazzato per la mia età. Le mie dita iniziarono a scorrere lungo l’asta.
La mano scivolava sempre più veloce. Sentivo il piacere crescere. Sempre di più. Afferrai un calzino e ci inserii il mio cazzo.
Appena in tempo. La mia asta pulsò frenetica fra le mie dita. Mentre schizzi di sborra riempivano la calza, fui percorso da un intenso piacere. Era la solita sega, eppure le sensazioni mi sembravano più forti e vivide.
Con il calzino mi assicurai di pulire bene la punta del mio cazzo e, infine, lo estrassi. Un odore di umori maschili riempì l’armadio. Gettai la calza di lato e crollai addormentato.
Un piacere contemporaneo
Il giorno dopo mi svegliai presto e andai in bagno a pulire il calzino. Il mio seme si era incrostato dentro. Era disgustoso, ma anche un po’ divertente.
Nei giorni seguenti fra me e Marzio non successo nulla e tutto sembrò come prima. Infine, una notte, mentre Marzio continuava ad agitarsi nel letto, fece una proposta.
“Penso che ho trovato una soluzione.”
“Che cosa?”
“Possiamo darci piacere in… contemporanea.”
Aprii l’anta dell’armadio. “E come?”
“Possiamo prendere in… in bocca ognuno il… quello dell’altro. Nello stesso tempo.”
“Io non prendo in bocca un bel niente.”
Marzio non aveva bene in chiaro la situazione. Anche se in realtà neppure io avevo ben in chiaro quella stava nascendo fra di noi. Anche se di una cosa ero certo: non avrei mai preso in bocca un cazzo.
Era una cosa… disgustosa e umiliante. Sarebbe stato peggio che stare fermi e lasciare che un ragazzo mi prendesse a pugni. Non sarei stato zitto a guardare, mentre un altro si divertiva dislocandomi la mascella.
Però, allo stesso tempo volevo sentire una bocca calda e umida avvolgermi la virilità. Lo so. Non aveva senso e, soprattutto, non era giusto da parte mia.
Ma che cavolo: sono un ragazzo, sono forte, a scuola non ho rivali. Perché non dovrei desiderare di provare piacere?
Ero attraversato da troppi sentimenti contrastanti. Il cazzo, però, mi stava diventando duro. L’immagine delle labbra di Marzio che si aprivano e accoglievano la mia asta era sempre più vivida nella mia testa.
Lo volevo. Lo volevo troppo. Tuttavia era lui che doveva darmi piacere. Non so perché, ma sentivo che era così.
“Va bene,” dissi, infine, liberando un sospiro di resa. Non lo avrebbe saputo nessuno. In fin dei conti che sarà mai, no?
Uscii dall’armadio e mi portai sul letto di fronte a Marzo che si era seduto sulle ginocchia. Nonostante la poca luce che filtrava dalle imposte, potevo vedere che era persino più nervoso di me. O almeno mi piaceva crederlo.
“Penso che dobbiamo spogliarci,” osservai dopo un lunghissimo istante.
“Spogliarci?”
“Certo, mica possiamo farlo vestiti.”
Mi sfilai la maglietta. Marzio non poté trattenersi dallo sbirciare. Per la mia età ero sicuramente ben piazzato, anche se forse dovevo anche ringraziare le ombre che sembravano dare maggiore evidenza ai miei muscoli.
Mi voltai e mi tolsi anche i boxer. Sbirciai alle mie spalle e vidi che anche Marzio si era sfilato i pantaloncini. Il suo cazzo era nascosto dalla gamba.
Era più piccolo del mio? Forse era più corto? Doveva esserlo. Anche se non so quale conferma speravo mi avrebbe dato.
Infine, decisi di girarmi. Non aveva più senso aspettare. I nostri cazzi si sarebbero fronteggiati e avremmo valutato chi aveva vinto. Ma che cosa stavo pensando? Vinto che cosa?
“Non ti togli la maglietta?” chiesi senza ancora osare abbassare lo sguardo.
“No, preferisco restare così.”
Deglutii e lasciai che gli occhi scivolassero verso il basso. Il suo cazzo era completamente eretto. Era strano da vedere. Avevo visto tante volte la mia virilità alla massima potenza, ma adesso la prospettiva era diversa.
L’asta di Marzio spuntava gagliarda e tonica fra le sue gambe. Era incoronata da una peluria biondo scuro. Dovevo ammettere che era grossa quanto la mia. Forse la mia era più lunga, ma non sarebbe stato possibile capirlo senza averli messi l’uno di fianco all’altro.
“Ora?” chiesi, anche se avevo intuito come sarebbe continuato.
“Dobbiamo sdraiarci di lato. Io da questa parte e tu dall’altra.”
Così alla soglia dei 15 anni mi trovai disteso su un fianco e con il cazzo di un altro ragazzo di fronte alla faccia.
Non avevo neppure mai visto il mio cazzo da così vicino. Aveva un leggero odore maschile. L’asta ogni tanto scattava leggermente.
Che cosa stava facendo? Perché Marzio non prendeva in bocca il mio pisello? Se si aspettava che fossi il primo ad aprire la bocca, si sbagliava di grosso.
“Lo facciamo insieme al 3?” propose lui.
“Va bene. Al 3.”
“1… 2…. 3.”
Aspettai di sentire le labbra di Marzio avvolgersi attorno alla mia asta e, infine, anch’io accolsi la nerchia nella mia bocca.
Ebbi un conato di vomito. Stavo per sfilarmi l’asta dalla bocca, quando sentii la lingua di Marzio ruotare attorno alla mia cappella.
Era bellissimo.
Marzio iniziò a muovere la testa. Il mio cazzo entrava e usciva dalla sua bocca. Erano sensazioni nuove che la mia mano non mi aveva mai concesso. Era come se la mia asta fosse avvolta nel burro caldo, ma ancora sufficientemente sodo.
Istintivamente iniziai a muovere il bacino. Il mio cazzo si spinse nella gola di Marzio. Lui si ritirò, ma non si sfilò l’asta dalla bocca.
Il piacere cresceva rapidamente dentro me. La mia nerchia non era mai stata così grossa e dura. La cappella mi sembrava stesse per esplodere.
Non potevo venire così velocemente. Ne andava il mio onore di maschio. Ma era troppo piacevole. A mia difesa devo dichiarare che era la mia prima volta e non avevo neppure 15 anni.
Lanciai un gemito soffocato. La mia asta pulsò. Marzio sembrò riconoscere i segnali. Si sfilò il mio cazzo dalla bocca, ma non fu abbastanza veloce. La mia nerchia vibrò e schizzi di liquido bianco e caldo gli centrarono la faccia.
Ah, era il piacere più forte e intenso che avessi mai sperimentato. Era fantastico.
Poi l’asta che avevo piantato in bocca si agitò. Avevo completamente dimenticato il pisello di Marzio. Il cazzo scattò varie volte e fiotti densi e caldi mi colpirono ripetutamente il palato.
Un gusto acre mi inondò la bocca e quel liquido pastoso si depositò sulla mia lingua. Era disgustoso.
Spinsi via Marzio e girai sulla schiena.
“Ehi, che diavolo di prende? Fa attenzione,” sibilò piano Marzio, portandosi le mani vicino alla faccia per evitare di perdere qualche goccia.
Ma la mia sborra aveva ormai attecchito sul suo volto. Sembrava quasi brillare sulla sua faccia alla luce della notte. Ebbi un moto di orgoglio a vedere il mio marchio macchiargli la faccia.
Un orgoglio che durò poco. Ebbi un conato di vomito. E poi ancora un altro. Sollevai le mani e spuntai gli umori di Marzio sui palmi.
“Ohu, puzza in maniera terribile,” sussurrai, allontanando le mie stesse mani ormai guastate da quel fluido ripugnante.
“Almeno tu non ce l’hai su tutta la faccia.”
“Perché? Ti sta bene.”
Marzio mi fulminò con lo sguardo, ma non replicò, troppo concentrato sui suoi movimenti per scongiurare di sporcare il letto.
“Maledizione, che macello abbiamo fatto. Dobbiamo andare subito in bagno.”
Marzio socchiuse la porta, mentre io gli andavo dietro, tentando di mantenere in equilibrio la pozza fra le mie mani. Sgattaiolammo fuori e ci rifugiammo in bagno a darci una lavata.
Nonostante quegli incidenti iniziali, non desistemmo, anzi, divenne la nostra attività preferita. Così regolarmente ci trovavamo l’uno con il cazzo dell’altro nella bocca.
“Ma noi cosa siamo?” mi chiese all’improvviso, Marzio, gettando la sua cartella di scuola sul letto.
“In che senso?”
“Io e te… stiamo insieme?”
Non potei fare a meno di ridere.
“Che c’è di tanto divertente?” Marzio corrugò immediatamente la fronte e sul suo volto si ridisegnò la suo solita smorfia scontrosa.
Cercava sempre di mostrarsi duro, quasi rude, ma poi in questi momenti rivelava la sua vera natura. Era una ragazzo così tenero e fragile. Forse anche per questo mi piaceva.
Uscii dall’armadio, dove stavo leggendo e mi avvicinai a lui. Mi avvicinai a lui, finché i nostri nasi quasi si sfiorarono. Lo fissai negli occhi.
Marzio deglutì e tossicchiò imbarazzato. Cercò di distogliere lo sguardo, ma sollevai le mani e gli bloccai la testa. Quindi, gli stampai un bacio sulle labbra. Marzio fece un po’ di resistenza, infine, le sue labbra cedettero e le nostre lingue si abbracciarono.
“Secondo te? Stiamo insieme?” gli chiesi, infine, ritirando la lingua e staccando le labbra.
“Sei uno scemo.” Marzio scosse il capo, però, sorrise. Un sorriso delicato come raramente svelava a qualcuno.
Un fruscio dalla porta attirò la mia attenzione. Era socchiusa.
“Non hai chiuso la porta,” esclamai, afferrando la maniglia.
“Ero sicuro di averla chiusa.”
Infilai fuori la testa. Il corridoio era vuoto. Eppure mi era sembrato ci fosse stato qualcuno. Alzai le spalle e tornai in camera, facendo particolare attenzione che stavolta la porta fosse davvero chiusa.
Un saluto personale
Mentre io e Marzio scoprivamo l’amore e il sesso, attorno a noi infuriava la guerra. I nazisti avevano occupato l’Italia centrosettentrionale, grazie al supporto dei fascisti, e avevano instaurato un Stato fantoccio. Il governo italiano si era riorganizzato nell’Italia meridionale, dove aveva installato la propria capitale provvisoria a Brindisi.
Presto in Piemonte come nel resto dell’Italia occupata erano iniziate le cacce alla popolazione italiana di fede ebraica o anche solo di lontane origini. La famiglia Barberis cercava di tenermelo nascosto, ma presto l’avrei scoperto personalmente.
Qualche giorno dopo la porta d’ingresso sbatté e Valente entrò con il respiro affannato e sudato. Aveva corsa. Aveva corso più veloce che aveva potuto.
“Che cosa ci fai qui così presto?” chiese Fabiola.
“Stanno arrivando delle bande armate di fascisti. Stanno arrivando.”
“Come? Ma perché?”
“Lo sanno. Sanno che c’è un ragazzo nascosto in questo palazzo.”
Fabiola lanciò un grido strozzato, portandosi le mani davanti alla bocca.
“Ma come è possibile?”
Poi Fulvia scoppiò a piangere.
“E-e-è… co-colpa mia. Mi dispiace. È colpa mia.” Le parole della ragazza arrivano stroncate dai singhiozzi.
“Cosa?” Fabiola si piegò di fronte alla figlia.
“Gli ho avvertiti io. Ero arrabbiata. Non so cosa mi sia preso.”
“Ma perché l’hai fatto?” Marzio afferrò la sorella per un braccio e la strattonò.
“Ero gelosa. Ero gelosa che Giordano era voleva più bene a te che a me.”
“Ma io ti voglio, Fulvia.”
“Sì, ma non… non allo stesso modo di… Marzio.”
In quel momento realizzai che era lei. Era lei dietro la porta quel giorno. Mi ha visto baciare Marzio.
“Mi dispiace davvero tanto.”
“Ti dispiace? Ma lo sai che cosa gli faranno a Giordano? Lo sai?”
“Basta, Marzio. Ora ci sono cose più importante.” Valente afferrò il figlio per la spalla e lo tirò indietro.
“Va tutto bene, Fulvia. Va tutto bene. Anche a me dispiace. Non volevo farti soffrire.” Disse e abbracciai la ragazza. Fulvia fu talmente sorpresa di quel gesto di affetto che scoppiò nuovamente a piangere.
“Non c’è più tempo, Giordano. Devi scappare.” Valente mi accarezzò i capelli come faceva spesso mio padre. “Fabiola, preparagli del cibo. Avrà molta strada da fare.”
“No, lo nasconderemo. Non deve andare. Non può.” Adesso era Marzio che stava per iniziare a piangere.
“Giordano prepara le tue. Dovrai raggiungere la Svizzera. Marzio non è il momento di fare il bambino. Tu avrai la responsabilità di accompagnarlo fuori città. Dovrai fare la nostra strada, quella sulle colline.”
Così io e Marzio ci immergemmo nei boschi delle colline torinesi.
“Che cosa fanno agli ebrei?” Chiesi a un certo punto, dopo che avevamo camminato a lungo in silenzio tra i faggi e le querce.
“Mio papà mi aveva proibito di parlartene. Le persone ebree vengono catturate e deportate in Germania.”
“E poi?”
Marzio non rispose e abbassò lo sguardo. Fra i ragazzi tornò il silenzio.
“Ecco siamo arrivati. Questo è il posto segreto di me e mio padre.”
C’era un grandissimo albero che sembrava abbracciare un piccola grotta incastonata nella roccia.
“Devi proseguire da quella parte. Poi non so più come continua.”
“Tuo padre mi ha dato tutte le informazioni. Ce la farò. In due o tre giorni raggiungerò il confine.”
“E sarai salvo.” Marzio si gettò addosso. Le sue braccia si strinsero attorno al mio corpo.
Quel gesto di affetto mi fece apparire le lacrime agli occhi, ma le ricacciai subito indietro. Non potevo piangere. Dovevo essere forte per lui, per Marzio. Lo strinsi forte. Non volevo più lasciarlo andare.
“Prima che vai. Ho pensato di… fare…” Marzio era rosso dall’imbarazzo. Si sciolse dall’abbraccio e lentamente si portò inginocchio.
Spalancai gli occhi per la sorpresa. Il volto di Marzio era davanti al mio pacco. Solo quella vista mi fece diventare duro il cazzo. Per la prima volta era ai miei piedi.
Marzio avvicinò la mani tremanti ai miei pantaloni e mi aprì la patta. Sobbalzò, quando il mio cazzo scattò fuori inatteso.
Marzio si umettò le labbra. Si avvicinò ancora di più. Sentivo il suo respiro contro la mia cappella. Aprì la bocca e la mia asta lentamente svanì tra le sue guance.
Non potei trattenere un gemito di piacere. Siamo sempre stati uno di fianco all’altro. Ognuno con il cazzo dell’altro in bocca. Era la prima volta che Marzio metteva da parte il suo orgoglio e si impegnava unicamente sulla mia virilità.
La sua lingua ruotava attorno alla mia cappella come se la scoprisse per la prima volta. Poi la sua testa si mosse. Avanti e indietro. Avanti e indietro. L’asta appariva e spariva nella sua labbra.
“Questo è il più bel regalo d’addio che mi potessi fare.”
Marzio chiuse gli occhi per l’imbarazzo, ma continuò a succhiare.
“Vuoi provare a massaggiarmi anche le palle?”
Temevo già che si sarebbe ribellato, invece, allungò la mano e le sue dita preso ad accarezzarmi i gioielli.
“Penso sia la prima volta che fai qualcosa che ti chiedo senza replicare. Sembra che piantarti un cazzo in gola è l’unico modo per farti stare in silenzio.”
“Ehi, che cavolo vuoi?” Stavolta Marzio ribatté, sfilandosi la mia nerchia di bocca. Sembrava che avevo superato il limite.
“Dai stavo scherzando. Non ti fermare.”
Marzio mi fulminò con la sguardo, ma riportò le sue labbra verso la mia cappella. La sua bocca risucchiò la mia asta e lui prese a ciucciare, anche se forse con meno vigore di prima.
Era lo stesso meraviglioso. Mi piaceva quella nuova prospettiva.
Percepivo l’eccitazione salire in me. Non potei fare a meno di ansimare. Iniziavo a perdere l’equilibrio. Barcollai qualche passo indietro e appoggiai la schiena al tronco della quercia. Marzio mi seguì senza staccare la bocca dal mio cazzo.
Con la schiena sostenuta, mi lasciai andare. In un attimo l’orgasmo esplose. La mia asta vibrò energica nella bocca di Marzio. Gemetti incontrollato. Per una volta nella solitudine del bosco urlai il mio piacere ai quattro venti.
Pensavo che Marzio si sarebbe sfilato il cazzo di bocca, ma, invece, come ipnotizzato dai miei improvviso grugniti virili, rimase inginocchio e lasciò che gli schizzi della mia bocca gli centrarono il palato, la lingua.
Finalmente il respiro mi tornò normale. Marzio si ritirò e la mia asta, ormai esausto, cadde fuori dalle sue labbra.
“È stato il pompino più bello di sempre,” ansimai.
Mi aspettavo che Marzio avrebbe sputato il mio seme di maschio tra le foglie, invece, dopo un lungo, lunghissimo istante di esitazione, ingoiò.
Il suo pomo d’Adamo rimbalzò, mentre il frutto della mia goduria gli colava in gola. Ora una parte di me sarà per sempre dentro di lui. O almeno per un po’.
Ebbi un fremito di potenza. In quel momento sentii che Marzio era mio. Solo mio. E lo sarebbe restato per l’eternità.
“Quando torno, dobbiamo rifarlo,” dissi, baciandolo sulla fronte.
“Scordatelo. La prossima volta tocca a te.”
Ridacchiai, anche se ero un po’ deluso. Sembrava tornato tutto come prima. Sembrava. Aveva il mio seme dentro di lui. Il mio piacere sarebbe diventato una parte di lui.
“Ora è meglio che vai.” Marzio si passò la lingua sulle labbra come a volersi assicurare di non aver perso neppure una goccia del mio sapore. Me lo sarei fatto succhiare ancora immediatamente. Ma riposi il cazzo tra i pantaloni e raccolsi il mio sacco.
“Ci rivedremo presto,” dissi, portando una mano dietro la sua testa. Marzio fece per avvicinarsi e baciarmi.
“Ehi, fermo. Hai la bocca piena di sborra.”
“Cosa? Ci stiamo per lasciare per non sappiamo quanto tempo e tu non mi vuoi dare un bacio d’addio? Guarda, che è la TUA sborra.”
Alla fine cedetti e ci baciammo. La sua bocca aveva un gusto strano, ma scomparve subito nel momento. Non volevo lasciarlo. Avrei voluto portare Marzio con me. Era mio. Doveva stare sempre con me.
Quando le nostre bocce si staccarono nuovamente, poggiai la mia fronte alla sua. “Fai attenzione, quando non ci sono. Non metterti nei guai.”
“Sei tu che devi fare attenzione. È un viaggio ancora lungo.”
“No, non hai capito. Ora tu sei mio. Solo mio. Nessun altro potrà mai averti.”
Marzio mi fissò sorpreso. Gli occhi gli luccicarono. “Vai, scemo.”
E a quelle parole me ne andai.
Proteggere ciò che si ama
Nonostante le mie speranze di arrivare al confine in un paio di giorni, raggiunsi il Lago Maggiore solo dopo cinque giorni e ancora dovevo salire i monti. Dopo una lunga scarpinata riuscii a intrufolarmi in un buco della ramina che segnava il confine tra i boschi del Gambarogno.
Ero entrato. Ero in Svizzera. Ero salvo. Trovai rifugio a Bellinzona, la Città dei castelli, dove rimasi qualche tempo.
Degli amici italiani, anche loro rifugiati, mi presentarono a un agricoltore che aveva la sua fattoria a Tenero, un villaggio sulle sponde del Lago Maggiore. Bruno, il contadino, era un uomo grosso e rude, ma molto generoso. Mi diede un lavoro e mi ospitò nella sua tenuta.
Era l’inizio del 1944 e io avevo 15 anni. Passavo le mie giornate a sgobbare sui campi, ma ero contento. Lavorare mi occupava la mente. La sera, però, quando mi coricavo, non potevo fare a meno di sentire nostalgia di casa, di mio papà, di mia nonna, e soprattuto di Marzio.
“Avete sentito?” esclamò Ezio, uno dei rifugiati italiani, arrivando di corsa sotto l’albero, dove io e i miei colleghi ci stavamo riposando all’ombra.
“Che cosa?” Chiese Nevio.
“I partigiani stanno liberando le valli del Piemonte.”
“I partigiani?” ripetei.
“Sì, i partigiani. Sei proprio solo un ragazzino. Non sai niente. È la Resistenza contro l’occupazione nazifascista.”
Avevo naturalmente sentito qualcosa, ma pensavo fossero solo voci. Invece, c’erano davvero italiane e italiani che stavano lottando per la liberazione.
Quella notte decisi che sarei tornato in Italia. Non potevo restare al sicuro, in Svizzera, a raccogliere patate, mentre le mie e i miei connazionali combattevano per il nostro Paese. Anche se, forse, nel profondo volevo soprattutto proteggere Marzio. Sentivo che era la cosa giusta da fare.
Il giorno dopo mi congedai da Bruno e tornai in Piemonte, passando per i monti. Non sapevo, però, dove andare e finii per perdermi nella foresta insubrica. Ero ormai esausto e mi accasciai contro un albero. Era notte fonda e i boschi erano immersi in un’oscurità impenetrabile. Nonostante i rumori sinistri della notte, crollai addormentato.
“Ehi, ehi, guardate un po’ cosa abbiamo qui.” Qualcuno mi stava spingendo con un piede. Sbattei meccanicamente gli occhi. Era ancora buio. C’erano delle persone attorno a me. Uno faceva luce con una fiaccola. Erano bande armate nazifasciste. Mi avevano trovato.
“Allora, ragazzino, che cosa fai qua?” Non avevo mai visto un uomo più mastodontico di quello. Era altro e muscolo. Una fitta barba corto gli copriva la mascella.
“Lasciamo in pace, Armato. Non vedi che lo stai spaventando.” Un ragazzo di circa la mia età portò una mano alla spalle dell’uomo.
“Potrebbe essere una spia dei fascisti, Bardo.”
“È solo un ragazzino.”
“Siete.. partigiani?” Osai chiedere a un certo punto.
“Certo, bimbo. Chi altro?” L’uomo che stringeva la torcia, sollevò la fiamma e illuminò le donne e gli uomini che si erano radunati attorno a me.
“Voglio diventare anch’io un partigiano.” Esclamai, facendo scoppiare una risata nel gruppo.
Tornai al loro campo con loro. Si era appostati in una grande radura più in alto. Quando finalmente sbucammo fuori dalla foresta ad accogliermi non c’era il semplice bivacco che mi aspettavo, ma un vero è proprio villaggio dei boschi.
Il gruppo mi accolse subito come se fossi stato un membro della famiglia. Il loro obiettivo era riportare la pace in Italia e riorganizzare il Paese sulle glorie dell’antica repubblica italica che aveva reso grande Roma.
Mi fu assegnato Bardo come mentore, che scoprii avere quasi tre anni in più di me. Era originario di Napoli, ma la sua famiglia si era trasferita a Milano per lavoro.
“Dove stiamo andando?” Chiesi, mentre seguivo Bardo lungo la strada.
“Al villaggio a valle. Dobbiamo ritirare un carico di rifornimento.”
Con noi c’erano anche Armato e Orso. Doveva essere un carico di un certo peso.
“C’è qualcosa di strano qui.” Dissi, quando raggiungemmo il villaggio. Il carico era abbandonato in mezzo a una piazzetta.
“Sono nei campi a lavorare. Iniziano presto.” Mi rispose Armato.
“Anche le galline?”
Bardo guardò il pollaio che gli stavo indicando. Era vuoto.
“È una trapp…” Bardo non fece in tempo a terminare la frase che esplose uno sparo. Il corpo di Armato sobbalzò prima di cadere a terra.
Io mi gettai contro Bardo, facendolo cadere a terra con me. Il colpo gli sfiorò la testa, facendogli volar via il cappello.
Lo spinsi in avanti con me e trovammo rifugio dietro la fontana lì vicino. Orso, l’altro nostro compagno, stava rispondendo al fuoco con la sua pistola. Bardo sfilò la sua e io sollevai il mio fucile.
Non so quanti fossero, ma sicuramente eravamo in inferiorità numerica. Quando anche Orso cadde stramazzato.
“Scappa. Ti copro io.” Bardo mi afferrò per la spalla, indicandomi il vicolo lì vicino.
“Non se ne parla.”
“Sto solo ricambiando il favore, idiota.”
“Siamo venuti qua insieme e ce ne andremo insieme.”
Inspirammo profondamente e ci lanciammo fuori dal nostro riparo, sparando all’impazzata. Corremmo. Corremmo senza voltarci indietro. Senza fermarci. Anche quando ormai eravamo lontani.
Quella sera nessuno aveva voglia di parlare attorno al fuoco. Mangiammo tutti in silenzio. Mentre tutti si coricarono, io non riuscivo a smettere di pensare a quello che era successo. Il corpo inerme di Armato che crollava di fronte ai miei occhi mi perseguitava. Mi allontani dal campo, ma rimasi abbastanza vicino per vedere ancora la luce della fiamma illuminare la foresta.
“Ehi, tutto bene?” Bardo si sedette di fianco a me.
“No, è solo che… non avevo mai visto un uomo morire. Forse se avessi detto subito i miei dubbi, ora Armato sarebbe ancora vivo. E anche Orso.”
Bardo mi appoggiò una mano sulla testa e mi arruffò i capelli.
“Tu devi essere orgoglioso di te stesso. Mi hai salvato la vita.” Bardo fece una lunga pausa. “Non esiste un modo per ripagare quello che hai fatto, ma vorrei almeno provarci.”
La mano di Bardo si staccò dalla mia testa e si appoggiò sulla mia coscia. Alzai lo sguardo verso di lui.
“Ma come…?”
“… ho capito? Diciamo che ho un po’ di esperienza con gli uomini.”
Bardo, quindi, osò di più. La sua mano scivolò verso l’interno della mia gamba, giù verso il mio pacco. Il suo palmo prese a strofinare contro la mia stoffa che lentamente di gonfiava.
Le sue dita si mossero rapide e aprirono la cerniera. Appena abbassò l’elastico dei boxer, il mio cazzo balzò fuori impaziente.
“Sei ben piazzato per la tua età.” Bardo sembrava sinceramente sorpreso.
La sua mano si avvolse delicata attorno alla mia asta dura. Il tocco delle sue dita mi fece fremere.
“Aspetta. Non posso farlo.”
Non potevo farlo. A Torino c’era Marzio che mi aspettava. Non potevo tradirlo.
Eppure il desiderio era troppo forte. In questi mesi mi ero segato così tante volte di nascosto, ma il sollievo che mi dava la sborrata svaniva così in fretta. Avevo provato il piacere di una bocca attorno al mio pisello e nessuna fantasia sembrava eguagliarla.
“Mi dispiace. Non volevo…” Un’espressione desolata si disegnò sul volto di Bardo. In quel momento mi sembrò di intravedere Marzio nei suoi occhi.
Eppure Bardo e Marzio erano così diversi. Bardo aveva i capelli crespi scuri e una leggera barba, mentre Marzio erano imberbe e biondiccio.
Ma era solo l’aspetto esteriore. Per il resto erano davvero molto simili. Entrambi erano due persone sensibili e bendisposte, anche se, a differenza di Marzio, Bardo non aveva paura a mostrare questo suo lato.
Mentre Bardo si stava alzando per andarsene, gli afferrai il polso e gli tirai la mano nuovamente sul mio cazzo duro.
Bardo sorrise, un sorriso senza vergogna. Sicuramente non doveva essere la sua prima volta.
La sua mano prese a muoversi lentamente su e giù. Le sue dita scivolavano lungo la mia asta. Bardo, però, pareva impaziente. Poi all’improvviso si piegò verso di me. Si piegò tra le mie gambe.
Le sue labbra carnose di napoletano si aprirono e accolsero vogliose la mia cappella lucida. Il mio cazzo svanì rapidamente dentro la sua bocca.
Ero senza fiato. Il suo atteggiamento era così diverso da quello di Marzio. Quando Marzio resisteva e si opponeva, tanto Bardo si lanciava e recepiva.
La sua lingua si muoveva esperta attorno al mio glande. Scorreva lungo il mio bastone senza pudore.
Mi piaceva come alzava gli occhi alla ricerca del mio sguardo come se volesse capire cosa e quanto mi piacesse quello che metteva in pratica.
Quando iniziai ad ansimare, Bardo si fermò e il mio cazzo scivolò fuori dalle sue labbra. Un filo di saliva rimase ancora per un lungo istante a legare la mia cappella alla sua bocca, quindi, si spezzò e io mio ebbe l’irrefrenabile istinto di spingere il mio cazzo nuovamente in profondità nella sua gola.
“Aspetta. Voglio offrirti il servizio completo.” Bardo mi bloccò, vedendo che scalpitavo per rientrare.
Il servizio completo?
Bardo alzò lo sguardo verso il campo. I pochi che erano ancora svegli non facevano caso a noi. Quindi, si voltò. Allungò le braccia verso di me, ma si fermò suoi suoi pantaloni. Le sue dita si infilarono nell’orlo e tirò verso il basso pantaloni e mutande.
Tanto la sua mascella era pelosa, tanto il suo culo era liscio e candido. Le sue chiappe sembravano baciarsi, gonfie e grosse come due palloncini.
La mia nerchia si agitò tra le mie gambe. Era come se quella fessura che gli partiva dalla fine della schiena fosse un richiamo ancestrale per la mia virilità.
Volevo entrare, ma non sapevo come. “Io… io non l’ho mai fatto,” mormorai, quando, infine, trovai il coraggio.
Bardo si voltò a fissarmi stupito.
“Sì, scusami. È che sembri un ragazzo così maturo, un uomo fatto e finito, che mi dimentico sempre che sei più giovane di me.”
Era vero. Nonostante avesse molti più anni di me, Bardo sembra ancora un ragazzo. Non potei fare a meno di gonfiarmi che anche lui lo riconoscesse. Mi sentivo molto più maschio. E forse mi aiutava a trovare una conferma in quello che stavo per fare.
“Non ti preoccupare. Sdraiati qui.” Bardo si tolse la giacca e mi preparò un giaciglio.
Mi coricai sulla schiena. Il mio cazzo svettava maestoso in mezzo alle mie gambe. Sembrava volersi lanciare verso il cielo.
Bardo indietreggio con il culo sulle mie gambe. Aveva le chiappe proprio sopra la mia asta. Allungò la mano e strinse l’elsa del mio cazzo.
Si portò anche l’altra mano alle sue spalle e si afferrò una chiappa, tirandola verso l’esterno. Riuscii a intravedere il suo buco.
Rotondo e rosato, sembrava fatto apposta per accogliere il vigoroso bastone di un uomo.
Infine, lentamente, Bardo si abbassò verso quella canna di fucile. La mia cappella sfiorò il suo buchino. Poi Bardo spinse.
Era stretto. Faceva resistenza. Non sarebbe mai riuscito a entrare. Ma Bardo non si arrendeva. Premette con tutto il suo corpo verso il basso.
Gemette. Un gemito di dolore, soffocato per non farsi sentire. Doveva fare male. Ovviamente. Ma non lo stavo obbligando io.
Finalmente la punta si aprì un varco. Fu un attimo. Il resto dell’asta fu come risucchiato dentro. Le chiappe di Bardo atterrarono sul mio bacino.
“Aaaaah.” Bardo non riuscì a trattenere un gridolino di dolore.
Mi spiaceva che a lui facesse male, perché per me era magnifico. Era soffice, ma allo stesso tempo stretto e solido. Era caldo e umido.
Bardo rimase un attimo a riprendere fiato. Poi si sollevò. Il mio cazzo riapparve lucido tra le sue chiappe. Il suo culo mi avvolgeva così serrato che sembrava non volervi lasciare andare.
Quindi, Bardo si lasciò cadere. La frizione mi fece fremere di piacere. Si sollevò nuovamente e ancora una volta si impalò sulla mia canna. Sempre più rapido. Sempre di più.
Vedevo le sue chiappe sobbalzare a ogni botta. I gemiti di dolore di Bardo sembrava trasformarsi in mormorii di delizia. Possibile che gli piacesse?
Sicuramente il suo corpo era succube di qualche strana forza che gli aveva fatto perdere la ragione e la dignità. Continuava imperterrito a lasciare che il mio cazzo gli trafiggesse la carne.
Quasi senza preavviso l’orgasmo mi pervase come un’ondata violenta. Ogni parte del mio corpo si tese nel piacere. La mia canna di fucile sparò un colpo dopo l’altro, rapidamente. Il mio seme dovette riempirlo fino all’orlo.
Lentamente la sensazione di godimento scivolò via. Bardo stava ansimando.
“Ah, cavolo, hai proprio un arnese bello grosso. Mi farà male il culo per giorni.” Bardo si massaggiò una chiappa, anche se penso il dolore ben più profondo.
Le sue parole mi fecero arrossire. Anche se era lui quello che avrebbe dovuto vergognarsi. Parlava con così tanta facilità di quello che aveva fatto.
Si sollevò per l’ultima volta e il mio cazzo si sfilò, cadendo sulla mia pancia.
Un filo del mio seme fuoriuscì e gli macchiò la coscia. Gli ero davvero venuto nel culo. Era sporco dentro e fuori. Nonostante ciò, Bardo sembrava soddisfatto.
“Ti ho fatto diventare un uomo, eh?!”
Sì, ero davvero diventato un uomo. Non ero più vergine. Quella era stata la mia prima volta. Ma non fu l’ultima.
Me lo merito
I giorni seguenti ero corroso dai sensi di colpa. Avevo tradito Marzio. Il mio Marzio. Mi promisi che non sarebbe mai più successo.
Cercai in tutti i modi di evitare Bardo. Pensavo che anche lui avrebbe fatto lo stesso dopo quello che aveva fatto.
Invece si comportava come se non fosse successo nulla. Mi trattava ancora come se fosse stato il mio mentore. Eppure io non riuscivo a guardarlo con gli stessi occhi.
Spasimavo dalla voglia di provare nuovamente quelle sensazioni, ma cercavo in tutti i modi di scacciarle via. Così passarono molti giorni, almeno a me parvero molti, prima che accadesse di nuovo.
“Pensavo che un ragazzo giovane come te fosse più ardente,” mi disse a un certo punto, Bardo
“Cosa…?” Chiesi un po’ stupito.
“Non ti è piaciuto?”
“Sì, ma… non posso farlo,” risposi.
“Tranquillo, non lo saprà nessuno. Non sei il primo con cui lo faccio. Mi hai salvato la vita. Te lo meriti.”
Non era quello che intendevo. Certo, l’idea che i nostri compagni sapessero quello che facevamo non mi entusiasmava, però, avevo promesso che non sarebbe più successo. L’avevo promesso per Marzio.
Bardo mi fece cenno di seguirlo nella foresta. Mi guardai in giro nervoso. Sentivo il cazzo svegliarsi in mezzo alle gambe. Avevo voglia. Avevo davvero voglia.
“Oh, al diavolo. Io sono qua a combattere per il mio Paese. In fin dei conti me lo merito.” Lo dissi ad alta voce come ha voler rendere più vere quelle parole.
Anche se in realtà volevo solo scopare. Bardo era così simile a Marzio eppure così diverso. Non solo non mi resisteva, ma si metteva di buon grado a disposizione.
Ancora solo una volta. L’ultima volta.
Seguii Bardo in una zona appartata. Mi fece nuovamente sdraiare sulla sua giacca. Con la stessa disinvoltura dell’altra volta Bardo si impalò sulla mia canna.
Quella volta gli aveva fatto male. Eppure Bardo non esitava lasciarsi cadere nuovamente sul mio cazzo. La mia asta gli apriva la carne e lui sembrava volersi fermare.
Stavolta, però, volevo osare di più. Un uomo non si fa cavalcare. Sollevai la schiena e premetti la mano contro quella di Bardo. Dopo un attimo di sorpresa, si piegò in avanti. Senza che il mio cazzo fuoriuscisse dal suo culo, si posizionò a quattro zampe come una pecorella indifesa.
Mi sentivo un po’ come un lupo pronto per la caccia. Ritirai il cazzo e lo spinsi nuovamente dentro. Sembrava incredibile che riuscisse a contenere tutta la mia asta. Eppure ecco le mie palle sbattere contro il suo culo.
Era difficile controllare i movimenti. Istintivamente sentivo di dover muovere il bacino. Sentivo che dovevo premere e ritirare. Premere e ritirare. Doveva essere qualcosa di ancestrale questo bisogno di riempire.
Lentamente i miei gesti divennero più coordinati. Avevo preso un ritmo. Le botte erano regolari e potenti. Il mio cazzo affondava con sicurezza nella sua carne.
“Ehi, hai imparato in fretta, eh?” La voce di Bardo era spezzata. Il suo volto sembra soccombere a una qualche forma di piacere.
Non era più in controllo come l’altra volta. Adesso ero io in controllo. Così era il modo giusto.
Afferrai Bardo per i fianchi e lo strinsi forte. Dandomi slancio, piantavo la mia nerchia in profondità. A ogni botta il suo corpo sembrava cedere sempre di più. Questa era la mia forza.
Il mio bastone entrava e usciva con rapidità. Sempre più veloce. Era faticoso. Sentivo lo sforzo nei muscoli. Stavo iniziando a sudare. Ma volevo andare più veloce.
Volevo arrivare al piacere. Non riuscivo più a fermarmi.
Bardo allungò le braccia in avanti. Le sue dita si stringevano a quello che trovano per terra. Foglie. Sassi. Le gambe gli tremavano.
“Non ce la faccio più,” sussurrò.
Neanch’io. Percepivo un’intensa sensazione espandersi dentro me. Da ogni parte. Da nessuna parte. Accelerai gli affondi.
Stavo ansimando. Forte.
“Ah-aha, sì, godoooooh,” mormorai, mentre diedi le ultime botte prima che la mia asta pulsò frenetica nella sua carne. Come gli spari del mio fucile, scoppi di sborra schizzarono dentro di lui. Non finivano più.
Fremetti tutto di godimento.
Avevo il respiro affannato. Ero tutto bagnato di sudore. Estrassi la mia arma ormai scarica. Ero esausto.
Appena anche la cappella fu fuoriuscita, Bardo crollò al suolo. Solo il culo rimase sollevato in aria. La mia sborra colava fuori lungo le sue cosce come sangue bianco e puro.
Sembrava come morto.
“Mi sa che domani non riuscirò a camminare.” All’improvviso Bardo rise, una risata soffocata.
Era vivo. Mi sorprendeva sempre come reagisse con tanta disinvoltura ogni volta. Eppure gli ero appena venuto dentro.
Essere una cosa sola
Vorrei scrivere che quella fu l’ultima volta. Ma non fu così. Mi scopai Bardo nella foresta, in piedi contro un albero. Mi scopai Bardo al campo, mentre tutti dormivano. Mi scopai Bardo in cima alla montagna, dove non crescono gli alberi. Mi scopai Bardo al villaggio, dietro la stalla, mentre le donne cantavano e intrecciavano cesti.
Quindi arrivò il 1945. Ad aprile le forze italiane insieme agli Alleati raggiunsero la Valle del Po. Per le partigiane e i partigiani di montagna era il momento di scendere ancora più in pianura.
“Non verrai con noi a Milano?” Bardo mi fissò sorpreso. C’era un chiaro velo di tristezza nei suoi occhi.
“Devo andare a Torino. C’è qualcuno che mi aspetta.”
“Capisco.” Bardo sorrise e in quel momento mi resi conto che per lui quello che c’era stato fra di noi, significava molto di più.
All’improvviso mi sentii uno stronzo. Avevo accettato il suo culo senza farmi troppe domande. Mi ero preso il mio piacere senza riflettere su quello che provava lui. Avevo tradito Marzio e adesso mi rendevo conto di aver anche ferito Bardo.
“Mi dispiace.” Fu tutto quello che riuscii a dire senza neppure guardarlo negli occhi.
“Non ti preoccupare. Ci sono abituato. Sono sicuro che la ragazza che ti aspetta a Torino, è persona fantastica.”
“Sì, è una persona fantastica. Ma non è una ragazza.”
Bardo sorrise.
“Questo… questo mi rende molto felice. Grazie. Non mi era mai successo. Quel ragazzo è molto fortunato. Spero presto di avere anch’io la testa fortuna.”
“No, sono io quello fortunato. E tu meriti di meglio. Chiunque riceverà il tuo amore, lui, sì, che sarà fortunato.”
Io e Bardo ci abbracciammo. Faticammo a nascondere le lacrime. Salutai il resto del gruppo e li guardai scendere verso Milano. Infine, raccolsi il mio sacco e mi incamminai dall’altra parte.
Alle mie spalle stava sorgendo il sole, quando finalmente giunsi in vista delle colline torinesi. Seguii lo stesso sentiero che avevo fatto l’altra volta per andarmene.
Non me la sentii di tornare subito in città. Mi sentivo ancora in colpa. Come avrei potuto guardare Marzio in faccia dopo tutto quello che era successo? Strinsi i pugni per la rabbia. Rabbia verso me stesso e la mia debolezza.
Decisi di andare al luogo segreto di Marzio e suo padre. Dove io e lui ci eravamo lasciati. Potevo restare un po’ di tempo nella grotta. Avevo abbastanza provviste.
Superai la rocca e mi trovai di fronte qualcuno. Non pensavo che avrei incontrato delle persone in quel posto.
“Giordano?”
“Ma-Marzio?”
Io e Marzio restammo per un lunghissimo istante a fissarci l’un l’altro. I suoi capelli biondi appariva come sempre arruffati. Era cresciuto. Era più alto. E aveva una peluria chiara che gli incorniciava il volto.
“Sei proprio tu?”
Annuii senza sapere cosa dire. Durante tutto il cammino per giungere lì, mi ero immaginato come sarebbe stato il nostro incontro, ma niente mi aveva veramente preparato a questo.
“Mi sei mancato.” Le lacrime cominciarono a scorrere lungo il volto di Marzio. Corse verso di me e si getto fra le mie braccia.
Non potei fare altro che stringerlo. Lo strinsi forte al mio corpo. Affondai il naso tra i suoi capelli e assaporai il suo odore. Sapevo di pulito, di buono.
“Sei molto più alto. E hai la barba. Sembri diventato un uomo.”
“Ho 16 anni. Sono uomo. Sono un partigiano,” dissi con un certo orgoglio.
“Sei diventato un partigiano?”
“Sì, ho tante cose da raccontarmi. Ma tu cosa ci facevi qui?”
“Sono venuto ogni mattina e ogni sera. Veniva ogni giorno. Ti ho aspettato. Sapevo che saresti tornato.”
Mi morsi il labbro. Sì, io non lo meritavo. Non meritavo Marzio. Ero proprio fortunato. Stavolta fui io a scoppiare a piangere. Piansi come un bambino e crollai in ginocchio.
“Ehi, va tutto bene. Va tutto bene.” Marzio si abbassò e si portò la mia testa al suo petto.
Sentii il suo cuore batteva forte. Batteva per me.
Sollevai la testa e lo baciai. Lo baciai con un’intensità che non avevo mai provato. Mi resi conto che io e Bardo non ci eravamo baciato.
Non riuscivo a smettere di baciarlo. Gli baciai l’orecchio. Scesi lungo il collo, un bacio dopo l’altro.
“Che cosa fai? Ci potrebbe vedere qualcuno,” esclamò Marzio, mentre tentati di sfilargli la camicia.
“Ti amo,” gli sussurrai all’orecchio. Bastarono quelle due parole per far cadere ogni resistenza.
Marzio si coprì il petto nudo con le braccia e gliele aprii con i miei baci. Gli baciai i capezzoli. E scesi giù, lungo la valletta degli addominali. Un bacio alla volta.
“Fermo. Quello no. Ci vedranno.”
Marzio cerco di resistere. O almeno finse di provarci. Gli afferrai i pantaloni e le mutande glieli sfilai.
Marzio chiuse le gambe e si guardò intorno agitato. Gli afferrai la testa fra le mani e la bloccai suoi miei occhi.
“Va tutto bene,” ripetei quello che aveva detto lui e lo baciai.
Mi tolsi la giacca e la camicia sporche della camminata e mi sporsi su di lui.
“Adesso saremo finalmente una cosa,” gli mormorai, mordicchiandogli l’orecchio.
“… una… cosa… sola… ” La voce di Marzio era spezzata.
Mi staccai da lui e scesi nuovamente verso il basso. Gli sollevai le gambe e svelai il suo culetto. Per la prima volta potei ammirare il suo fiore di melagrana. Era piccolo e rosato. Sembrava un bocciolo di rosa.
“Cosa fai? Mettimi giù le gambe.”
Affondai la faccia tra le sue chiappe aperte e gli baciai quel bocciolo.
“Fermo, Giordano. Non farlo. È… è…”
Quando tirai fuori la lingua e presi a leccargli il buchetto, le parole di Marzio si trasformarono in gemiti.
Non ce la facevo più. Dovevo unirmi a lui. Gli abbassai il culetto, finché non fu all’altezza del mio cazzo.
Marzio si era coperto la faccia con le braccia. Mi sporsi verso di lui e gliele aprii.
“Guardami. Sono io. Guardami.”
“Non ce la faccio. Mi vergogno troppo.”
“Non ti devi vergognare. Presto saremo una cosa sola. Io e te insieme.”
Era bellissimo. Marzio era bellissimo. Un’espressione di tenerezza e fiducia gli si era disegnata sul volto.
Non avevo mai visto Bardo in quella posizione. I nostri volti non si erano mai trovati uno di fronte all’altro, quando scopavamo.
Ma adesso non stavamo scopando. Adesso stavamo per fare l’amore.
Mi afferrai l’elsa della mia asta e puntai la mia cappella tra le sue gambe aperte.
“Farà un po’ male,” lo avvertii.
“Male?” Marzio sembrava sinceramente preoccupato.
“Un po’. Ma vedrai che ti piacerà.”
Spinsi. Spinsi più forte. La mia cappella premette contro il suo fiore. Era stretto. Quello di Bardo non aveva mai fatto così tanta resistenza.
“Ahaaaah.” Marzio gemeva di dolore. Aveva chiuso gli occhi e stringeva i pugni.
“Fa molto male? Mi fermo.” Sembrava davvero soffrire molto. Non me la sentivo di continuare.
“No. Ce la faccio. Saremo una cosa sola.”
Mi abbassai verso di lui e lo baciai. E spinsi. Spinsi con forza. Finalmente il mio cazzo si aprì un varco. La cappella entrò.
Marzio gridò e gettò indietro la testa.
E spinsi ancora. Infine, l’asta entro tutta. Tutta in fino fondo. Percepii il culo di Marzio pulsare e stringersi attorno al mio cazzo.
Il volto di Marzio era contratto in un’espressione di dolore e piacere.
Sapevo che dovevo dargli tempo per abituarsi, ma non resistevo. Dovevo farlo mio. Iniziai a muovere il bacino. Prima piano, poi sempre più veloce.
“Sei mio. Solo mio,” sussurrai, mentre il mio cazzo entrava e usciva dalla sua carne.
Marzio sollevò le braccio e le avvolse attorno al mio collo. Si mordeva il labbro come a voler trattenere un lamento di dolore.
Per la prima volta Marzio sembrava avermi accettato completamente. Il suo corpo soccombeva alla mia forza. E io, per questo, l’avrei sempre protetto. Non l’avrei mai più tradito.
“Sarai per sempre mio,” dissi, prima di gemere rumorosamente. Il mio cazzo fremette dentro di lui. Diedi le ultime botte. Un’ondata di godimento, come mai avevo provato con Bardo, mi percorse tutto, dalla punta dei piedi alla testa.
Getti di seme caldo e denso partirono incontrollati dentro il suo culo. Adesso era davvero mio.
Marzio gemette a suo volta, più sommesso e timido. Il suo cazzo scattò e schizzi di liquido bianco gli colpirono la pancia. Sentivo il suo culetto vibrare attorno alla mia asta a ogni fiotto che fuoriusciva.
Mi sporsi verso di lui e lo baciai.
Ci siamo uniti civilmente nel 2016 a Torino. Avevamo entrambi 87 anni. Eravamo insieme da quasi 73 anni.
4 Maggio 2020 at 22:53
Bellissimo!!! Complimenti Marino
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5 Maggio 2020 at 18:23
Sì? Ti è davvero piaciuto? Ho un po’ dovuto comprimere la storia.
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5 Maggio 2020 at 7:00
Ho letto tutti i tuoi racconti anche se commento per la prima volta…. forse perché questo l’ho trovato particolarmente bello,incluso il finale. Bravo,davvero….scrivi molto bene e,secondo me, sei riuscito a non incappare nell’errore,comune a molti, di scrivere una sorta di situazioni che si ricalcano come un copia-incolla. Hai molta fantasia e proprietà di esternarla e se dovessi trovare un solo difetto sarebbe quello di fare attenzione a piccoli errori di battitura,per il resto chapeu! e grazie per regalarcene la lettura.
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5 Maggio 2020 at 18:26
Ciao, Franco! Grazie mille. Sono davvero felice che ti sia piaciuto. Cerco di introdurre sempre contesti un po’ variegati.
Hai ragione per quanto riguarda i refusi ortografici. Normalmente pubblico senza rileggere e poi correggo dopo, quando passa un po’ di tempo. Mi rendo conto che sarebbe meglio rileggere subito, in quel caso non riesco a vedere le distrazioni.
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5 Maggio 2020 at 21:48
Ciao!si sì Mi è piaciuto molto… quelli poi di periodi antichi mi eccitano molto…. sono tutti molto coinvolgenti…. complimenti!!
Un abbraccio Marino
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6 Maggio 2020 at 19:31
Bello eccitante ma soprattutto commovente.
Una bella storia, narrata
molto bene. Bravo 👏👍❤️🌹🌷
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9 Maggio 2020 at 13:47
Ehi, ciao! Grazie per il commento. Mi ha fatto molto piacere.
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12 Maggio 2020 at 2:08
Un racconto molto dolce, nonché interessante per la sua contestualizzazione storica. Grazie per averlo pubblicato, mi è piaciuto molto.
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17 Maggio 2020 at 7:33
Ciao, Andrea. Grazie a te!
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12 Maggio 2020 at 22:39
Non pensavo fosse una storia vera, saperlo mi ha commosso.
Posso solo immaginare a quei tempi cosa significa tutto questo.
È davvero molto bello, sì legge l’amore tra le righe.
Complimenti davvero e congratulazioni per tutti qui anni d’amore.
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29 luglio 2020 at 13:48
Ciao! Come va? Nn scrivi più storie? Sono qui che fremo per leggerle!!!
Buona giornata!
Baci Marino
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30 luglio 2020 at 18:26
Ciao, Marino! Come stai? Purtroppo ultimamente sono stato un po’ rallentato. Spero di trovare nuovamente un ritmo.
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31 luglio 2020 at 14:17
Io bene grazie!!! Sempre molto eccitato… ! Io sono di Reggio Emilia!
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