“Era il crepuscolo, quando apparvero sulla cima della collina. Quegli uomini avevano già dimostrato tutta la loro potenza. Ma né io né miei compagni che erano al mio fianco eravamo disposti a lasciarci sottomettere senza lottare. Avremmo difeso la nostra virilità fino alla morte.”

Mio nonno lasciò vagare silenzioso lo sguardo su me e i miei cugini che ascoltavamo rapiti il suo racconto.

“Stringevamo le nostre lance con orgoglio di fronte a noi. Quelle lunghe e solide aste erano tutto ciò che ci separava dalla completa umiliazione.”

Il nonno sollevò il braccio ormai magro e agitò il pugno.

“La Repubblica romana avevano già sconfitto innumerevoli volte i Galli e i Belgi. Sapevamo che avevamo poche possibilità contro i soldati italici. Ma per la libertà del nostro popolo eravamo disposti a sacrificarci.”

Mio nonno chiuse un attimo gli occhi. Non so se per enfatizzare le sue parole o perché si era addormentato.

“Ero solo un ragazzino. Avevo 16 anni. Quella era la mia prima battaglia. E sapevo che rischiava di essere anche l’ultima.”

La sua voce era soffusa. Quindi, spalancò gli occhi all’improvviso.

“Le forze italiche iniziarono a marciare ordinate contro di noi. Era impressionante osservare quegli uomini con l’elmo lucidato e la cotta di maglia avanzare con tanta disciplina e precisione. Noi eravamo nervosi e disorganizzati. Al grido di guerra del nostro capo ci lanciammo all’impazzata contro i soldati italici.”

Io e i miei cugini trattenevamo il respiro. 

“I due eserciti cozzarono nella foresta alle pendici della collina. I miei compagni, i miei amici cadevano trafitti al mio fianco. Il sangue macchiava l’erba secca all’ultima luce della sera. Poi l’oscurità della notte sembrò avvolgerci all’improvviso.”

Il nonno si era alzato e avevo chiuso le imposte delle finestre, facendoci piombare nel buio. Solo la luce flebile di una candela illuminava la stanza. Fui attraversato da un brivido. 

“Un soldato italico apparve di fronte a me. Il suo gladio sollevato. Indietreggiai sorpreso e caddi fra le rocce. Stava per infilzarmi, quando alle mie spalle sorse una luna immensa. Gli elmi e le cotte di maglia dei soldati italici brillarono freddi nell’oscurità.”

La Luna. La divinità protettrice del nostro popolo da tempi immemori. 

“Strinsi la mia asta e la puntai verso l’alto. Mentre il soldato si piegò su di me per colpirmi con il suo corto gladio, la mia lancia lo centrò nel petto. La lama superò la resistenza della sua cotta di maglia e si aprì un varco nella sua carne. La punta penetrò nel suo stomaco, facendolo gemere di dolore.”

Eravamo tutti a bocca aperta. 

“Il soldato si piegò come esausto sulla mia picca. Sobbalzò ancora un attimo prima di rimanere inerte. Era morto. Avevo ucciso il mio primo uomo. Stavo ancora fremendo per l’eccitazione. Un brivido di piacere mi aveva percorso tutto. Mi sentivo onnipotente.”

Il nonno sembrava ancora scosso da quella stessa intensa sensazione. 

“Ero tutto sudato. Rimasi ancora a lungo per terra, mentre il mio respiro tornava regolare. Avevo le braccia e le gambe leggermente intorpidite. Attorno a me la battaglia infervorava ancora. La luna ci aveva dato la forza.”

Da bambino adoravo ascoltare quella storia e mio nonno non si stancava mai di raccontarla.

Quella notte la mia gente vinse la battaglia che viene ancora ricordata come la Battaglia delle Mille Lance. La Repubblica, però, non accettava facilmente che i suoi interessi venissero ostacolati e le battaglie successive segnarono la vittoria delle forze italiche. 

Adesso siamo orgogliosi abitanti della Germania Superior, distretto della provincia della Gallia Belgica, parte della grande Repubblica romana che si estende dal Reno fino alle sabbie del deserto africano. 

Della Repubblica, però, rimane sono la forma. Adesso viviamo in una repubblica imperiale. Ogni anno a Roma Augusto viene eletto console e regolarmente viene celebrato come imperator, il comandante vittorioso.

Mio padre ha sposato la figlia di un negotiatores, un mercante italico, e grazie al suo impegno per la comunità ha ottenuto la cittadinanza.

Il mio villaggio è cresciuto ed è stato trasformato in Municipium. Mio padre è uno dei decurioni, membri del senato locale. E chissà, forse in futuro la Germania Superior sarà una provincia tutta sua.

È un mondo diverso, che mio nonno non è mai riuscito ad apprezzare. Ormai è scomparso come tutti quelli della sua generazione, ma alcune delle loro tradizioni sono rimaste. Gli italici tollerano i nostri costumi e le nostre usanze.

Ogni due anni celebriamo ancora la vittoria della Battaglia delle Mille Lance. I prefetti civitatum chiudono sempre un’occhio su quella ricorrenza che festeggia la sconfitta della Repubblica. Sono convinti che sia una valvola di sfogo per le tensioni della gioventù. 

Avevo 16 anni come mio nonno, quando presi parte alla mia seconda battaglia.

Siete solo voi e la vostra lancia

“Quand’è che finalmente danno il via quei vecchi?” Flavio saltellava sul posto al mio fianco in preda all’impazienza.

“Rilassati. La festa dura tre giorni. Abbiamo tutto il tempo,” replicai, sbadigliando. 

“Per te è facile fare il superiore, Attilio. Hai già partecipato all’edizione di due anni fa,” sbuffò, correndo sul posto per riscaldare i muscoli. 

“Non è colpa mia, se hai un anno in meno di me.”

Flavio e io siamo amici d’infanzia. Abbiamo sempre fatto tutto insieme, ma alla Battaglia delle Mille Lance possono prendere parte solo i ragazzi di almeno 14 anni. Due anni fa Flavio aveva ancora solo 13 anni e non ha mai accettato che io abbia fatto questa prima esperienza da solo. 

“Guarda,” esclamò Flavio, indicando davanti a noi. “Stanno arrivando i giudici.” 

Tre uomini dalla lunga barba bianca e con indosso i tradizionali abiti dei sacerdoti dei Germani Cisrhenani si portarono di fronte alla massa di partecipanti che si accalcavano sotto il sole della sera. 

Alla battaglia possono partecipare solo i maschi. È sempre strano vedere così tanti uomini a torso nudo con indosso solo un subligaculum, la sottofascia che ci copre solo l’inguine. Alcuni avevano anche una bisaccia. Io ero tra quelli. 

Uno dei barbuti sollevò le braccia e tra la folla calò il silenzio. 

“Oggi iniziamo le celebrazioni della nostra grande vittoria. Oggi, qui, siete tutti guerrieri.”

Gridammo e urlammo in assenso tutti assieme. 

“Per tre giorni e due notti vi affronterete nella foresta dove i nostri avi hanno dimostrato il loro coraggio. Chiudete gli occhi compagni e condividete un attimo di silenzio con me per ricordare tutti coloro che sono caduti.”

Chiudemmo tutti gli occhi e abbassamo il capo in segno di rispetto. 

“È tempo di dare avvio alla battaglia. Nella foresta sarete soli. Solo voi e la vostra… lancia. Molti di voi cadranno. Altri saranno vittoriosi.”

“Che la lotta abbia inizio,” esclamò, infine, il barbuto al centro, sollevando le braccia al cielo.

Tutti scattammo, iniziando a correre verso gli alberi alle spalle dei giudici. 

“Ma dove sono le nostre lance?” chiese un ragazzino. 

Scoppiammo tutti a ridere, ma nessuno volle rispondere. Lo conoscevo di vista. Si chiamava Emilio. Era il figlio di un colono hispanico che aveva combattuto in Dalmazia. Molte famiglie pensano che mandare i loro figli a questa festa sia un onore che gli permetterà di inserirsi maggiormente nella comunità. Non sanno il destino che aspetta la loro prole. 

“Buona fortuna, Attilio. Ne usciremo entrambi vittoriosi.” Flavio sorrideva, mentre correva al mio fianco. 

Mi limitai a sorridere a quelle parole di ingenuità. Quella era la Battaglia delle Mille Lance. Eravamo tutti contro tutti. 

Quando raggiungemmo la foresta, ci perdemmo di vista fra gli alberi. Mi riparai dietro una grossa quercia e con la schiena appoggiata al tronco presi, infine, fiato. 

Era iniziata la caccia.

“Ragazzi, finalmente ci si diverte. Ho veramente bisogno di sfogarmi,” sentii esclamare qualcuno.

“Sono mesi che mi preparo. La mia asta è dura come il marmo,” disse un altro.

“Dovrebbero rendere questa festa annuale. O ancora meglio mensile,” osservò un terzo uomo. 

Sbirciai da dietro la quercia. Erano tre uomini particolarmente giovani e massicci. Conoscevo il genere. Il genere peggiore. Quelli come loro si muovevano in piccoli gruppi e attaccano le prede più deboli. Se finivi nelle loro grinfie, rischiavi di passare tre giorni d’inferno. 

Rimasi immobile e in silenzio, lasciando che si allontanassero. Quindi, anch’io mi lanciai alla mia caccia. 

Tra gli alberi intravidi un ragazzo. Era Emilio, il figlio del colono.

Avrà avuto circa la mia età. Si vedeva che quella era la sua prima battaglia. Vagava insicuro tra le querce e i faggi. Il suo sguardo scattava da una parte all’altra al primo rumore. 

Era l’avversario perfetto per un po’ di riscaldamento. 

“L’hai poi trovata la tua lancia?” chiesi, sbucando dai cespugli.

Emilio sobbalzò. 

“No, dove sono? Anche tu non ce l’hai?”

“Oh, no. Io ce l’ho, la lancia. È dura e lunga. Pronta per essere usata.”

Emilio mi fissò interdetto. “È dov’è? Non vedo nessuna lancia.”

Sorrisi e lentamente sollevai le mie mutande. Emilio spalancò gli occhi, quando il mio cazzo in erezione sbucò fuori dalla stoffa.

“Che cosa ti salta in mente?”

Sorrisi e con un balzo gli fui addosso.

“Che cosa stai facendo?” urlò il ragazzo, mentre gli afferravo il braccio e glielo torcevo dietro la schiena.

“È meglio che non gridi, altrimenti arriverà qualcuno altro. E potrebbe capitarti molto di peggio.”

Gli tappai la bocca con l’altra mano, mentre con una ginocchiata alle gambe lo feci cadere in ginocchio.

Mi gettai con tutto il corpo contro la sua schiena e lo schiacciai per terra sulle foglie. La mia mano scivolò lungo la sua schiena e afferrò il lembo del suo subligaculum.

“Lasciami andare, sporco Germano. Possiedo la cittadinanza io. È un crimine fare sesso con un cittadino.”

Risi. “Credi che non conosca la Lex Scantinia? Mio padre è decurione. Sono un cittadino anch’io.”

“Allora…”

“La Battaglia delle Mille Lance è un mondo a parte, dove le leggi civili non hanno valore. Questa è una battaglia e ogni cosa è lecita.”

Tirai con forza il subligaculum. Il suo candido e liscio culetto si rivelò con tutto il suo indifeso candore. 

“No, ti prego. Non farlo.”

“Ancora non l’hai capito? Mors tua, vita mea. In battaglia devi trafiggere, altrimenti vieni trafitto.”

Mi sputai sulla mano e mi lucidai la lama che minacciosa puntava al suo culo. Presi a far scivolare la mia asta fra le sue chiappe per preparargli il buchino.

“La senti? Questa è la lancia che segnerà il tuo destino.”

“No, no, fermati.”

La mia cappella sfiorò il suo buchino. Inspirai e spinsi. Spinsi con forza.

Come la lama di mio nonno superò la cotta di maglia per penetrare nello stomaco del soldato, così la mia si aprì un varco con violenza nella carne di Emilio. 

“Ahaaaaah.” Emilio gridò. Gridò troppo forte. 

Mi piegai in avanti, spingendo il mio cazzo in profondità nelle sue viscere, per tappargli la bocca. Le mie dita impedirono che le sue urla al secondo affondo echeggiassero nella foresta. 

“Fa male. Lo so. Ma tranquillo, non stai morendo. È la tua virilità che muore.”

Mi ritirai, lasciandogli prendere un po’ di fiato. In maniera che percepisse con maggiore intensità il dolore della botta che gli assestai. 

Emilio inarcò la schiena, mentre un paio di lacrime gli colarono sulle guance e mi bagnarono la mano ancora stretta alla sua bocca.

Non piangeva per il dolore fisico. Certo, faceva sicuramente male, ma non così male. Piangeva, perché sapeva che la mia lancia l’aveva trasformato.

In latino quelli come lui vengono definiti “molles”, i molli, forse perché si piegavano facilmente. I molles non erano degni di essere cittadini, perché chi si lascia dominare non può dominare. 

Quindi, in un certo senso l’avevo privato della sua cittadinanza.

Staccai la mano dalla sua faccia e mi sollevai con le braccia, iniziando a dare un ritmo ai miei colpi. 

In quel momento, mentre la mia lancia trafiggeva ripetutamente Emilio ormai inerme, mi sembrò di comprendere pienamente il senso di onnipotenza che aveva percepito mio nonno. In quell’istante avevo il pieno controllo sul suo corpo, sulle sue sensazioni.

Sentivo il piacere crescere dentro di me, mentre la mia asta scivolava sempre più rapida nelle sue carni ormai adattatesi alle mie misure. Dentro, come fuori, il corpo di Emilio sembrava ormai aver ceduto alla mia forza. 

Non gridava più. Ansimava sommesso. Forse per piacere, forse per dolore. Probabilmente per entrambe le cose. 

Non c’è niente di più umiliante di provar piacere, mentre ti scopano selvaggiamente. Ci si sente traditi dal proprio corpo. 

Gemette, mentre i miei muscoli si tendevano. La mia asta si gonfiava ancora di più.

Mentre il mio cazzo si agitava nel suo culo, schizzando il frutto del mio piacere dentro di lui, venivo percorso da un brivido di piacere.

Un piacere, ne sono sicuro, ben superiore a quello provato da mio nonno durante la vera Battaglia delle Mille Lance. 

Ero sudato e stavo ansimando. Lentamente mi staccai da Emilio. La mia lancia tornava alle sue misure originarie, ora che aveva compiuto il suo destino. 

Un filo di sborra sgorgò fuori con il mio cazzo, colando giù fino a macchiare la terra. Il culo di Emilio era arrossata dalle mie botte. 

Non potei fare a meno di ridere. Il suo buchino aveva ancora la forma della mia asta. Sembrava quasi che bramasse ancora di essere riempito. 

Quando finalmente mi riportai in piedi, Emilio si tirò insieme, sedendosi per terra. Non osava sollevare lo sguardo. Il volto era contratto in una smorfia afflitta. 

“Su, non fare quella faccia. Forse adesso non hai più le virtù di un cittadino, ma anche i molles hanno un importante ruolo nella nostra gloriosa Repubblica.”

Emilio alzò gli occhi verso di me. Io gli sventolai davanti agli occhi il mio cazzo sporco del mio seme. 

“Puliscimi la lancia. Non vorrai che un cittadino vada in giro con la sua arma lordata. Un molles deve assicurarsi che un vero dominatore sia sempre servito e riverito.”

È in questi momenti che si può veramente cogliere la natura di una persona. Sopraffatto fisicamente ed emotivamente, in preda ancora al piacere, l’animo umano si rivela senza filtri. 

Emilio deglutì. Sembrava pronto ad opporsi, ma ormai lo avevo completamente piegato. Aveva perso ogni velleità di resistenza.

Avvicinò il volto al mio cazzo bianco dei miei umori di maschio. Aprii le labbra e leccò. La sua lingua ripulì quasi con riconoscenza ogni tratto dell’arma che lo aveva spiritualmente ucciso.

Sorrisi soddisfatto. “Vedi? Qui c’è un solo cittadino e quello sono io.”

Mentre il piacere scivolava lentamente via, mi resi conto che il sole era ormai già tramontato. Dovevo affrettarmi. 

Lì vicino adocchiai un albero albero enorme. Con agilità mi arrampicai fino alla grande biforcazione dei rami principali che creavano un comodo incavo. 

Emilio si trascinò sotto l’albero e si accasciò contro il tronco. Scossi il capo. Quel ragazzo non sapeva proprio niente. 

Dopo un po’, quando ormai ad illuminare la foresta c’era solo la luce debole della luna, iniziarono a sentirsi delle voci tra gli alberi. 

Sono un po’ come gli avvoltoi che volano in alto in attesa che una preda crolli al suolo esausta. Sono come quei soldati che dopo la battaglia saccheggiano i corpi dei caduti. 

Le voci divennero più chiare e vicine. Dovevano aver fiutato l’odore di sborra che avvolgeva Emilio. È come l’odore del sangue che aleggia sui morti sul campo.

“Fermi. Chi siete? Cosa volete?”

L’unica risposta furono delle inquietanti risate. Avrei voluto aiutarlo, ma sapevo che non avremmo avuto nessuna speranza. 

“Non vi avvicinate. Non mi toccate.” 

La voce di Emilio era sempre più stridula.

“Ah, fa male. Ferm…” Le sue ultime parole furono soffocate. Stavolta sapevo che non era una mano, ma qualcosa altro. 

Non so quante persone ci fossero là sotto, ma stavano ancora gemendo, quando in fine crollai addormentato. 

La vendicativa lancia del Germano

Mi risvegliai, quando i primi raggi di sole mi colpirono in volto. Sbadigliai e mi stiracchiai.

Mi sporsi verso il basso. Sembrava non esserci più nessuno. Anche se intravidi una forma alla base dell’albero. 

Scivolai silenzioso lungo il tronco dalla parte opposta. Quindi, sbirciai dall’altra parte. 

Emilio era afflosciato tra le radici dell’albero. Era ricoperto di sborra bianca incrostata. Qualunque cosa gli avevano fatto, lo aveva distrutto.

Estrassi la fiaschetta dalla mia bisaccia e presi a bere. Emilio aprì gli occhi e mi fissò supplicante. 

Sorrisi. Tipica negligenza dei principianti. L’acqua è la cosa più importante durante questa battaglia. 

“Hai sete?”

Emilio annuì veemente, cercando a fatica di avvicinarsi a me. 

“Oh, non ti sforzare. Ti porto io da bere.” 

Sollevai il subligaculum ed tirai fuori il cazzo. Lo puntai verso il volto di Emilio. Ebbi un attimo di tensione, poi mi rilassai e un getto di liquido caldo e giallo schizzo fuori, colpendo Emilio in faccia.

Avevo giusto bisogno di pisciare. 

Emilio cercò di allontanarsi automaticamente da quella pioggia dorata. Ma subito chiuse gli occhi e aprii la bocca, tentando di ingoiare più piscio che poteva. 

L’istinto di sopravvivenza ci spinge a compiere le cose più infime. 

“Non ti preoccupare, se non riesci a prenderla tutta. Almeno così ti pulisce un po’ via quella sborra secca.”

Se non altro il puzzo di piscio, coprirà l’odore di sborra. E forse per un po’ terrà lontano gli avvoltoi. Anche se non durerà a lungo. Questo ragazzo sarà trafitto ancora molte, molte volte prima che questa battaglia giungerà al termine. 

Mi allontanai, lasciando Emilio che cercava di leccar via più gocce possibili di piscio dal suo volto. 

Passai a debita distanza da una radura, dove un gruppo di uomini brizzolati aveva allestito un campo. Tipico degli uomini più maturi. Non avevano più né l’impulso né l’interesse per la lotta. 

A loro sarà bastata una scopata ieri per essere soddisfatti per i prossimi tre giorni. 

Ma io ero un giovane ancora nel pieno delle sue forze. La mia libido non si faceva domare da una sola sborrata. Ero ancora energico e dovevo sfogarmi. 

Inoltre, quest’anno mi ero presentato alla battaglia con un obiettivo ben preciso. Non mi sarei fatto sfuggire nessuna occasione. 

Poco lontano intravidi Flavio che stava scendendo da un albero. Sembrava che almeno il mio amico aveva ascoltato i miei consigli.

“Beccato,” esclamai, facendo sobbalzare Flavio.

“Ah, sei solo tu, Attilio.” Flavio si portò una mano al cuore, tirando un sospiro di sollievo. “Stavo già temendo il peggio.”

“Ancora illibato?” Doveva suonare come una battuta, ma ero sinceramente interessato.

Flavio ridacchiò. “Certo, ho fatto come mi hai detto e mi sono subito rifugiato sul più grosso e frondoso albero che potessi trovare. Arriverò al terzo giorno sano e salvo.”

Vedete, ci sono molti tipi diversi di persone che prendono parte a questa celebrazione. Ci sono quelli come Emilio, il ragazzo di ieri sera, che si iscrivono con ingenuità alla Battaglia delle Mille Lance.

Quando la cruda realtà della guerra li sorprende, cedono senza quasi resistere. Pur di sopravvivere, muoiono. Almeno figurativamente. Ancora respirano, ma le ferite subite nell’animo e nella carne li segnerà per sempre.

Poi ci sono quelli come Flavio. Prendono parte alla battaglia consapevoli di quello che dovranno affrontare. Conoscono i pericoli.

Ma non riescono a fare il passo successivo. Si può ottenere la vittoria unicamente correndo dei rischi.

Afferrai le braccia di Flavio e gliele piegai dietro la schiena. Lui gridò, mentre piegandosi leggermente all’indietro.

“Attilio, che diavolo di prende? Lasciami andare.” La voce di Flavio era un misto di sorpresa e dolore, mentre cercava di svicolarsi dalla mia presa.

“Perché mai dovrei farlo?”

“Perché siamo amici.”

Non potei fare a meno di ridacchiare. Flavio era più ingenuo di quanto avessi immaginato.

“Questa è una guerra. Questa è la Battaglia delle Mille Lance. Non c’è nessun “amico”, quando le lance si scontrano.”

E la mia lancia faceva già capolino da sotto il subligaculo e minacciosa puntava al suo culetto. Scostai la stoffa delle mutande di Flavio e la mia cappella sfiorò la sua chiappa, facendolo trasalire.

“Ti prego, Attilio. Lo scherzo è durato fin troppo. Lasciami andare.”

“Credi che questo sia uno scherzo? Credi che questa battaglia sia uno scherzo? Dovresti dimostrare maggiore rispetto per le mie tradizioni.”

Gli strinsi le braccia ancora con più forza e lo spinsi verso il basso. Le sue gambe cedettero per il dolore e si trovò inginocchiato tra le erbacce.

“Scusami, non volevo… per favore, risparmiami. Ti scongiuro.” Adesso Flavio sembrava sinceramente disperato. 

“I soldati italici non hanno risparmiato la mia gente. Io non sarò più clemente.” 

“Ma noi siamo amici. Io e te.”

“Credi che qualche amico è venuto in soccorso del popolo dei Germani, quando gli italici hanno massacrato i nostri soldati?”

“Adesso siamo tutti cittadini. Tutti parte della grande repubblica.”

Scoppiai a ridere.

“Ancora questa storia della cittadinanza. Voi italici siete un popolo così attaccato alle leggi e al rispetto delle regole.”

Tirai verso di me Flavio, obbligandolo sdraiarsi sulla schiena. Gli fui addosso, schiacciandolo per terra con tutto il mio peso.

“Certo, voi italici avete insegnato l’ordine a noi Germani cisrhenani. Grazie a voi siamo divenuti una società civile e organizzata. Adesso siamo noi a guardare con disprezzo ai caotici e sregolati Germani transrhenani.”

Sollevai il mio subligaculo, lasciando che Attilio ammirasse la mia verga nel pieno della sua potenza.

“Ma qui, ora, possiamo dare sfogo alla nostra natura selvaggia. Per tre giorni, le tanto amate regole italiche, devono dare spazio all’istinto.”

Flavio agitava la gambe, mentre avvicinavo la mia cappella alla sua bocca. Le sue braccia erano bloccate sotto le mie cosce muscolose. Muoveva la testa a destra e sinistra, cercando di allontanarsi dalla mia lancia.

“Attilio, fermati. Liberami.”

“Ti libererò…” gli occhi di Flavio sembrarono illuminarsi di speranza. “Ti libererò, quando sarà tutto finito. Apri la bocca.”

“Mai. Sono un cittadino.”

Strinsi il suo naso fra le mie dita e lo fissai, mentre diventava paonazzo. Alla fine Flavio dovette irrimediabilmente aprire la bocca. In quel suo lungo respiro affannato, gli spinse il mio cazzo fra le labbra.

“Fai attenzione con quei denti,” lo misi in guardia. “Sono sicuro che ti ricordi cosa è successo a quell’uomo che morse la lancia di un altro guerriero.”

Flavio rimase immobile. I suoi occhi si spalancarono.

“Forse è meglio che ti ravvivi la memoria. I decani gli hanno tagliato via il cazzo. Così, di netto.”

Mi voltai leggermente e afferrai il cazzetto moscio tra le gambe di Flavio. Poi con l’altro braccio feci il gesto di far precipitare un coltello su di lui.

Flavio gemette disperato, quindi, annuii arrendevole.

“Bravo, vedo che hai capito.”

Ritirai leggermente il mio cazzo e lo spinsi nuovamente dentro la sua bocca.

“È brutto aver perso il diritto di parola, vero? Voi italici andate così orgogliosi delle vostre doti oratorie. Ricercate l’ordine anche nelle parole. L’ordine nell’idee. Guardati, ora. Obbligato al silenzio dalla lancia nemica.”

Spinsi la mia asta in profondità, giù oltre le tonsille, nella sua gola. E rimasi in attesa, mentre l’aria iniziava a mancargli nuovamente.

“E dopo averti tolto la parola, ti strappo anche il diritto a respirare. Non sei più un cittadino, ma uno schiavo. Sei una mia proprietà.”

Poco prima che diventasse violaceo, estrassi leggermente il mio cazzo e presi a fottergli la bocca.

Il rigoroso rispetto dell’ordine degli italici arrivava al punto da creare una classifica di valori persino tra le pratiche sessuali. E scopare la bocca di uomo, l’irrumatio, come si definisce in latino, perché ogni cosa ha una sua parola, è forse la pratica più degradante.

Profanare la bocca, l’organo dell’oratoria, significava togliere a un cittadino la sua possibilità di partecipare alle attività pubbliche.

Fiotti di saliva stavano colando agli angoli delle labbra di Flavio. Sembrava quasi che la sua bocca fosse già piena di sborra.

Gli afferrai la testa fra le mani e accelerai il ritmo. Il mio cazzo appariva e spariva fra le sue labbra.

Gli occhi di Flavio di vennero lucidi. Strinse gli occhi come a voler trattenere le lacrime.

“È brutto, quando ti tolgono la libertà, vero?” Dissi, ma non c’era rabbia nella mia voce. “Adesso sai cosa si prova a essere uno schiavo.”

La mia cappella sfregava contro il suo palato, mentre la sua lingua accarezzava soffice l’asta.

“Voi italici ci avete conquistati con l’ordine, l’efficiente amministrazione, l’operosità…”

Estrassi il mio cazzo. Un filo di saliva rimase a unire la cappella alle sue labbra. L’asta era lucida e umida. Feci scivolare la mia mano per saggiare quella sensazione di bagnato.

Quindi, gli sbattei il mio bastone contro la faccia. Lo presi a sberle con il mio cazzo duro.

“… ma qui, adesso come allora, sono le nostre lance a vincere. Baciala.” Ordinai, puntandogli la cappella di fronte gli occhi.

“Mai.” Flavio sembrò ritrovare la grinta che il mio cazzo in gola gli aveva strappato.

“Bacia la lancia di un guerriero vincitore,” intimai, spingendogliela ancora più vicino.

Flavio allontanò la faccia più che poté.

“Va bene. Lo hai voluto tu. Adesso…”

Gli afferrai nuovamente la testa fra le mani. Stavo per piantargli ancora il mio cazzo in gola, quando qualcuno mi afferrò da dietro.

Due braccia poderose e pelose mi strinsero il torace e mi sollevarono con agilità. Flavio aveva gli occhi e la bocca spalancati, mentre ancora inginocchiato seguiva la scena.

“Così credi che l’Italia abbia esteso la sua influenza sull’Europa e il Mediterraneo grazie solo alla nostra efficiente amministrazione?”

Fui gettato a terra con violenza. Alzai lo sguardo e finalmente potei guardare il mio avversario negli occhi.

La disciplina della lancia italica

Lo avevo già visto. Era un legionario italico, ma non conoscevo il suo nome. Aveva una barba di qualche giorno, scura come i suoi folti capelli crespi. Una cicatrice gli segnava il petto muscoloso, mimetizzata da una leggera e ordinata peluria.

“Hai ragione. L’ordine e l’efficienza hanno permesso all’esercito italico di superare nemici spesso reputati fino a quel momento imbattibili. Ma c’è qualcosa d’altro. Qualcosa di altrettanto importante.”

“Ti sei immischiato solo per impartirmi una lezioncina sulla storia d’Italia?”

L’Italia, Domina Provinciarum, Stato privilegiato nell’Impero repubblicano. Non avevo nessuna voglia di subire una lectio sull’argomento. Il legionario sorrise, forse divertito dalla mia combattività.

“Quello che ha permesso alla Repubblica di unire le terre attorno al Mare Nostrum è stata la disciplina sociale. Gli italici si muovono insieme verso un traguardo condiviso. Dalla “Venetia et Istria” all'”Apulia et Calabria” siamo consapevoli che il nostro destino è legato l’uno a quello dell’altro.”

“Qui, però, sei da solo,” osai sfidarlo, anche se sapevo che non sarebbe stato un avversario facile.

Era un legionario, che aveva probabilmente fronteggiato già diverse battaglie. Era più grande me, forse aveva già il doppio dei miei anni, ed era piuttosto muscoloso.

Ma in una foresta anche l’agilità e la velocità erano abilità essenziali. E su queste sapevo di essere in vantaggio.

Il legionario mi sorrise, guardandomi di sbieco.

“Un italico non è mai solo.”

Alle sue spalle apparvero fra gli alberi le figure di altri uomini. Uno era un negotiatores, lo avevo visto spesso nel forum, mentre l’altro era Sergio. Conoscevo il suo nome perché era appena stato nominato eadiles, un funzionario pubblico.

“Sei un codardo,” esclamai. “Hai paura a fronteggiarmi da solo?”

Il legionario e i suoi amici scoppiarono a ridere.

“Non hai appena umiliato il tuo… amico con l’inganno? La Fides, la fiducia e reciprocità fra cittadini, è alla base dell’esistere comune. Ma non credere che manchi di Virtus. Vuoi una lotta solo io e te? Accomodati.”

“Forza, Marzio, fai vedere a quel presuntuoso che cosa significa combattere secondo le regole.”

Marzio, il legionario, allargò le gambe, saggiando la terra coi piedi per trovare una posizione stabile. Sollevò le braccia di fronte al torace, pronto per la lotta.

Anch’io presi la posa di combattimento e portai tutta la mia attenzione su Marzio.

Il legionario continuava a sorridere. Sorrideva sempre. Glielo avrai fatta passare io quella voglia di sorridere.

Finsi di essere sulla difensiva in attesa di una sua mossa, ma con un movimento a sorpresa, mi avventai contro di lui con agilità. Marzio mantenne la sua compostezza, senza perdere il sorriso.

Francamente non so esattamente cosa successe. Fu tutto così rapido e ordinato. Marzio schivò il mio assalto con italica efficienza. Le sue gambe e braccia si mossero all’unisono e mi trovai nuovamente a terra.

“Ammiro la tua risolutezza, ragazzino, ma bisogna anche saper valutare il proprio avversario.”

Non solo ero stato battuto, ma non ero neppure stato in grado di difendermi. Alzai lo sguardo e vidi il volto di Flavio che mi fissava. Era nudo, in piedi, ai margini della radura.

Non sapevo cosa leggere nella sua espressione. Disprezzo? Pietà? Paura?

“Ehi, tu,” Sergio si rivolse a Flavio. “Vattene. Qui ci pensiamo noi. Non hai nulla da temere.”

Flavio si morse le labbra e non disse nulla. Mi guardò nuovamente come se stesse riflettendo, se venire in mio soccorso. Poi fissò i tre uomini attorno a me.

Si voltò e corse via.

In fin dei conti, me lo ero meritato. Non potevo certo biasimarlo per avermi abbandonato lì. Anche se forse speravo ancora che mi avrebbe aiutato.

Del resto ero convito che dopo la battaglia saremmo ritornati amici. Avremmo ricordato quell’evento ridendo. Certo, forse più io che lui, ma lo stesso.

“Dovresti trattare con maggior rispetto le persone. Non sai mai quando potresti avere bisogno di loro.” Il negotiatores sorrise, avvicinandosi al mio volto.

“E allora voi?”

“La nostra è stata un’azione di salvataggio.”

“Giulio, fa stare zitto questo ragazzino. Parla troppo.”

Il negotiatores estrasse da sotto il subligaculo la sua lancia. Anche se più che una lancia sembrava un pungolo. Non potei fare a meno di sorridere.

“Sì, ridi pure ragazzino. L’arma di un negotiatores è il suo stilus. Forse a te può sembrare poca cosa, ma il mio legnoso stilo ho inciso i culi di uomini ben più equipaggiati di me.”

Giulio spinse il suo cazzo contro la mia bocca.

“E ora infilerà un po’ di senno in quella tua testolina arrogante.”

Il negotiatores premette contro le mie labbra, ma io mi rifiutai di lasciarlo accedere.

“Sembra che la testolina arrogante non abbia ancora ceduto,” osservò Sergio, ridacchiando delle difficoltà di Giulio.

“Un vero guerriero,” esclamò Marzio, che era ancora a cavalcioni sopra di me. “Un vero guerriero combatte fino alla morte.”

Marzio mi strappò il subligaculo, rivelando il mio culo.

Mi sembrò che mi avessero tolto tutta la mia armatura. Eppure era solo un pezzo di stoffa avvolto alla vita. Tutt’a un tratto mi sentii indifeso come di fronte a una truppa di arcieri.

“Guarda, guarda,” ridacchiò Sergio. “Sembra che il nostro giovane guerriero nascondeva un succoso frutto.”

Marzio allargò leggermente le mie chiappe per svelare il mio buchino. La lancia di Marzio era nel suo pieno vigore e sembrò scattare a quella vista. Lunga e grossa sbucava da sotto le sue mutande senza timore.

“E sembra che non sia mai stato colto,” aggiunse Marzio. “Passami la bisaccia, Sergio.”

Marzio estrasse una boccettina dalla borsa e si rovesciò qualcosa sulle mani. Quindi, fece scorrere il palmo lungo la sua asta.

Un fragrante profumo di oliva riempì l’aria. Era olio. Qui, nel distretto della Germania Superior, era una merce piuttosto pregiata.

“Il nostro centurione ci ricordava sempre di oliare regolarmente il nostro gladio. Dal filo della sua lama dipendeva la nostra salvezza.”

Fece scorrere la sua lama oliata fra le mie chiappe. Riuscivo a sentirne il vigore e la possanza.

“Qualche volta ci vuole un gladio particolarmente affilato per superare ogni resistenza.”

La punta della sua lama sfiorò il mio buchino.

“Fermi, questo non è uno scontro lecito,” lamentai, mentre la paura iniziava a stringermi la gola. “Non è corretto infierire su un avversario imprigionato.”

I tre uomini risero.

“In questa battaglia non si fanno prigionieri.” Giulio divenne tutt’a un tratto serio.

“Il tuo corpo sarà impalato,” precisò Sergio con altrettanta serietà. “Divenendo un avvertimento per chiunque passerà di qui.”

“E ora preparati a dire addio alla tua vita di guerriero,” esclamò Marzio

Quando mio nonno mi raccontava la sua storia, non pensavo mai a quello che dovette aver provato l’uomo che aveva trafitto.

Che cosa si prova, quando una lancia ti preme contro il corpo? Cosa si prova, quando supera l’ultimo ostacolo e penetra nella tua carne?

Mio nonno non avrebbe saputo rispondermi.

Marzio spinse con forza contro il mio culo. Le mie dita si strinsero attorno ai fili d’erba. Digrignai i denti per trattenere un grido di dolore.

Marzio spinse più forte e, infine, la sua spada si aprì un varco. E io gridai.

Non c’è nulla di paragonabile nell’esperienza di tutti i giorni che ti può preparare un’asta che apre la carne.

Certo, qualche volta puoi cagar fuori uno stronzo particolarmente duro e poderoso, ma è ben altra cosa rispetto a un palo che entra dalla parte opposta. E soprattutto entra ed esce ripetutamente e con violenza.

“Sembra che un uomo sia appena morto,” osservò Giulio.

“Sì, mentre un altro sembra essere un comandante nel momento del trionfo,” aggiunse Sergio, fissando Marzio.

Il legionario aveva chiuso gli occhi e si stava godendo l’istante. La sua lama era entrata in profondità, giù fino all’elsa.

Sapevo cosa stava provando, perché anche io l’avevo provato il giorno prima, ma adesso per me era tutto diverso.

È difficile mettere in ordine nei pensieri che vorticano nella tua testa, quando ti impalano. La verità è che non ti rendi conto di quello che succede.

Forse veramente è un po’ come quando muori. Sicuramente un cazzo in culo fa meno male di una lancia nello stomaco, ma all’inizio non capisci esattamente quello che sta accadendo. Non può stare succedendo per davvero.

Tanto mi sentivo in controllo, quando avevo scopato Emilio, tanto mi sentivo senza controllo in quel momento.

Marzio aveva il controllo e lo stava usando. Si sollevò sul braccia e iniziò a muoversi. La sua lama infieriva sul mio corpo sconfitto come guidata da una sete di vendetta.

Lentamente lo smarrimento iniziale, lasciò spazio alla realtà. Il dolore diventava più sopportabile, almeno quello fisico. Il dolore emotivo, però, diventava più forte a ogni affondo.

Ogni volta che la sua asta mi trafiggeva, realizzavo un po’ di più quello che stava accadendo.

Stavo gemendo di dolore, quando, infine, Giulio approfittò della situazione e mi infilò il suo stilo in bocca.

“Copri i denti,” disse e mi afferrò la testa fra le mani come io avevo fatto con Flavio.

Quindi, iniziò a muovere il bacino. Il suo pungolo scivolava sulla mia lingua e, nonostante non fosse così lungo, mi provocò, comunque, svariati conati di vomito.

Ero, sì, ancora vivo, ma in quel momento mi sentivo come se fossi stato un oggetto inanimato. Un oggetto inanimato che, però, provava ancora dolore.

Un dolore a cui, però, lentamente si affiancava una sensazione di piacere. Un piacere che mi rifiutavo di provare.

La situazione in cui mi trovavo sembrava invertire i fondamentali principi della vita e sembrava confermare che ormai non ero più un uomo.

Mentre normalmente cerchiamo di rifuggire il dolore, aspirando al piacere. Adesso volevo il dolore come conferma che quello che subivo mi ripugnava. Accettare il piacere avrebbe significato che ero diventato un molles.

“Ah, cazzo,” mugugnò Marzio. “Sono in questi momenti che mi sento un vero dominatore del mondo.”

Il legionario accelerò il ritmò. Mi sembrava che il suo cazzo mi trafiggesse da parte a parte. Gemette con più intensità.

Il suo respiro stava diventando affannoso come dopo una lunga marcia.

In quel momento fui percorso da un fremito di irritazione. Sapevo che presto avrebbe raggiunto il castrum, “campo base” militare. Lui avrebbe trovato dopo lo sforzo il massimo ristoro, mentre io avrei ricevuto la massima delle umiliazioni.

Marzio gemette. Gemette forte. Il suo volto si contrasse in una serie di smorfie di goduria. Sentivo la sua lama tremare dentro di me, mentre rilasciava la sua sborra. Era come pece bollente nella mia carne.

“Fantastico,” mormorò Marzio. “Il suo culo abbracciava il mio cazzo come se fosse la cosa più preziosa al mondo.”

Mentre lentamente il respiro gli tornava regolare, Marzio estrasse piano la sua asta e si sollevò finalmente da sopra di me.

“No, aspetta, non lasciarlo libero. Questo ci scappa di nuovo,” esclamò Sergio.

“Tranquillo. Lo abbiamo marchiato. Un marchio più profondo del ferro incandescente di quello che ti incide la pelle. Forse non è visibile a occhi nudo, ma non andrà più via.”

E, infatti, rimase lì per terra, immobile, mentre Giulio continuava a scoparmi la bocca.

“Adesso voglio provarlo io, questo meraviglioso culo,” disse Giulio, sfilando senza preavviso la sua asta dalle mie labbra.

Libero dal suo stilo, abbassai la testa al suolo. Non volevo incrociare il volto di nessuno di loro.

Giulio mi infilò una mano sotto la pancia e mi obbligò a sollevare il culo, mettendomi a quattro zampe come una cavalla da monta.

Avrei voluto dire qualcosa, avrei voluto insultarli, ma aprii la bocca solo per accogliere la lancia di Sergio che si era inginocchiato di fronte a me. Era particolarmente impaziente. Aveva dovuto aspettare e adesso la sua asta era gonfia quasi dovesse esplodere.

E sarebbe presto esplosa. Dentro di me.

“Alla fine non ha importanza se si usa la carota o il bastone. Basta che sia qualcosa di lungo e duro e il mulo ribelle diventa docile.” Sergio iniziò a muovere la sua asta dentro e fuori la mia bocca.

Alle mie spalle Giulio immerse il suo calamo nel mio culo come se dovesse intingerlo nell’atramentarium, il contenitore dell’inchiostro.

“Stringi un po’ quel tuo buchino,” mi intimò.

“Sembra che il gladio di Marzio gli abbia davvero spaccato il culo, eh?!” Sergio ridacchiò.

Feci come mi era stato ordinato. Tesi i muscoli del mio buchino e tentai fanticosamente di tenerli così rigidi.

“Bravo, così, tienilo stretto.”

Giulio mi afferrò per i fianchi e prese fottermi frenetico. Aveva in corpo la carica del mio fellatio e sembrava non volerla sprecare.

Sergio accelerò a sua volta il ritmo. Sembrava che mi trombassero all’unisono. Persino in questi momenti si rivela la famosa disciplina sociale italica?

Era come se fossi impalato da un’unica lunghissima asta che dalla bocca mi trapassava fino al culo.

Mi sembrava che non esisteva più niente attorno a me. I miei occhi vedevano solo il pube di Sergio, dopo essere stati piantati in quello di Giulio.

Giulio gemette. Persino più forte di Marzio. Era il grido di vittoria di un uomo d’affari?

Sentii il suo cazzo gonfiarsi dentro di me. Ma all’ultima Giulio lo estrasse.

Un altro gemito, più potente, e schizzi di liquido caldo mi macchiarono la schiena. Doveva essere la firma del negotiatores. Il suo inchiostro denso e bianco segnalava agli occhi di tutti che non ero niente di più di una pergamena per un messaggio erotico.

Sergio parve divertito dalla scena, perché ridacchiò ansimante. Il suo cazzo mi soffocava imperterrito. Mi sentivo come un animale che viene nutrito a forza.

Anche Sergio, infine, gemette. Era molto più sommesso, da ordinato e controllato funzionario municipale. Sfilò con rapidità il suo cazzo dalle mie labbra e un fiotto di sborra mi centrò l’occhio. E con un altro mi colpì l’altro occhio. Poi altri schizzi caldi si riversarono sul mio volto.

“Accecato dal seme dell’efficiente amministrazione italica,” ridacchiò Sergio.

Mi tolsi con il torso della mano la sborra dagli occhi e finalmente tornai a vedere qualcosa di diverso dal pube di un uomo.

Avrei preferito essere coperto di sangue, piuttosto che del loro seme. Almeno il sangue sarebbe stato il mio.

Sergio, Marzio e Giulio erano di fronte a me. Si rovesciavano un po’ d’acqua sui loro cazzi ormai tornati alla loro misure originarie per darsi una pulita.

Io mi misi inginocchiò, ma non osai alzare la testa.

“Direi che alla fine, questa volta, la Battaglia delle Mille Lance l’ha invita l’esercito italico,” osservò Marzio.

“Il ragazzino non dimenticherà mai questa lezione sull’ordine e la disciplina,” commentò Giulio.

“Sicuramente non dimenticherà per molti giorni le nostre lance. Temo che il culo gli farà male per molto tempo.”

I tre scoppiarono a ridere.

Il buchino mi faceva già male adesso, ma quello che faceva più male era la ferita alla mia dignità.

Marzio e gli altri decisero alla fine che per il momento poteva bastare. Si allontanarono, ridendo e scherzando. Ma ormai io non ascoltavo più le loro battute.

Non so per quanto tempo rimasi lì, fermo, in mezzo alla radura. A un certo punto sentii il rumore di passi sulle foglie.

Ebbi un attimo di terrore.

No, vi prego. Basta, non voglio più.

Non osai, però, alzare lo sguardo. Rimasi inginocchiato, fissando il terreno di fronte a me.

“Ehi, tutto bene?”

Conoscevo questa voce. Alzai gli occhi. Flavio era di fronte a me e mi guardava compassionevole. Mi voltai di scatto.

Avevo sborra ovunque. Ero in uno stato pietoso.

“Mi dispiace per quello che è successo,” disse a un certo punto.

“E perché? Me lo sono meritato.”

Flavio dondolò un attimo la testa. “Sì, effettivamente te lo sei meritato.”

Quindi, si sedette di fianco a me e rimanemmo per un lungo istante in silenzio, l’uno accanto all’altro.

“Non essere così abbatuto,” disse, infine, Flavio. “Questa è la Battaglia delle Mille Lance. Questo genere di cose capitano a tutti. O quasi.”

In realtà, succede anche di peggio. Non potei fare a meno di pensare a Emilio e a quello che deve aver passato la prima notte. Forse avrei dovuto addirittura sentirmi fortunato.

“Mi sento come se avessi raggiunto gli Inferi e avessi attraversato il fiume Lete. Mi sembra che le acque dell’oblio mi abbiano cancellato il ricordo di chi ero stato.”

Mi voltai verso Flavio e i nostri sguardi si incontrarono nuovamente.

“Mi ero sempre identificato nel guerriero, nel guerriero vincitore, nel giovane gladiatore. Ma adesso? Mi sembra come se mi fosse stato strappato tutto.”

“Non si può sempre vincere. Quello che conta è risollevarsi dopo ogni batosta.”

Sapevo che aveva ragione, ma non potevo ancora accettarlo.

“La battaglia è finita. Torniamo a casa insieme,” propose Flavio.

“Vuoi ancora essere mio amico?”

“Certo. Germani e Italici, Hispanici e Africani, siamo tutti cittadini e cittadine della stessa grande repubblica. Dobbiamo essere solidali gli uni con gli altri.”

“È solo questo?”

“No.”

Flavio avvicinò il suo volto al mio. E mi baciò. Dopo il primo attimo di sorpresa ricambiai. Le nostre lingue danzarono.

Quel gesto romantico era la cosa più piacevole che avessi provato quei giorni. E fino a quel momento nella mia vita.

A un certo punto Flavio, però, si ritirò, mettendo fine a quell’inteso momento di intimità.

“Prima di fare altro sarebbe meglio che facessi un bagno,” arricciò il naso e nascose una smorfia con la mano. “Puzzi come una capra ricoperta di sborra.”

“Queste sono le cicatrici di un guerriero. Un guerriero che ha combattuto. Certo, ha perso, ma ha, comunque, combattuto.”

“Sicuramente hai imparato qualcosa da quei veterani. Forse dopo possiamo mettere alla prova la lezione.” Flavio mi fece l’occhiolino, portandosi in piedi.

“Cosa?” chiesi, alzandomi, infine, anch’io.

Flavio si limitò a farmi una linguaccia e si incamminò verso gli alberi.

“Ehi, aspetta,” esclamai. “Cosa intendevi? Ehi, dove vai?”

Gli corsi indietro e insieme scomparimmo fra gli alberi.