“Fate un attimo silenzio.” La professoressa alzò le braccia, facendo cenno alla classe di calmarsi.
“Lui è Filib. È un rifugiato della Siria. Da oggi sarà vostro compagno e frequenterà le lezioni con voi.”
Un mormorio attraversò l’aula.
“Filib parla l’italiano, ma non è ancora bravissimo. Conto su di voi perché lo aiutate.”
Gli occhi neri di Filib scrutavano la classe. Quel suo volto inespressivo non svelava nessun’emozione. Quando il suo sguardo si posò su di me ebbi quasi un brivido di paura.
“Puoi prendere posto vicino ad Adriano, Filib.”
Sobbalzai, quando sentii pronunciare il mio nome. Sperai di aver capito male, ma la professoressa sta indicando indiscutibilmente nella mia direzione.
Del resto non c’erano altre possibilità. Era il solo posto libero. Ero sempre da solo di banco.
“Fai attenzione al telefono,” mi bisbigliò Marco alle mie spalle.
“E non farti pugnalare già il primo giorno,” aggiunse Flavio al suo fianco.
“Non starli a sentire, Adri,” Marzia si era sporta verso di me e mi toccava il braccio come a volermi rassicurare. “Tu sei un ragazzo gentile. Viene da una zona di guerra. Chi sa quante ne ha passate.”
Filib si sedette di fianco a me prima che potessi replicare.
Io e Filib ci scambiammo un’occhiata. Stavo per salutarlo, ma alla vista di quegli occhi duri le parole mi si bloccarono in gola. Tossicchiai e abbassai lo sguardo sul mio quaderno degli appunti.
Non ero mai riuscito a reggere a lungo a uno sguardo puntato verso di me.
“Filib,” lo chiamò la professoressa. “Il tuo nome significa Filippo, giusto?”
“Sì, è una variante araba di Filippo,” aveva un tono di voce sicuro, nonostante il forte accento.
“In questo periodo stiamo studiando storia classica,” iniziò a spiegare la sorressa. “Il tuo nome ci offre l’occasione di introdurre il nuovo argomento.”
Sulla lavagna apparve la mappa dell’Impero romano con cui eravamo divenuti familiari nelle ultime settimane.
“Dopo l’estinzione della dinastia dei Severi, ebbe inizio l’epoca degli Imperatori-soldato. In quel periodo fu anche proclamato il primo imperatore arabo, che appropriatamente è conosciuto come: Filippo l’Arabo, originario della provincia romana dell’Arabia Petrea, quella che oggi è la Siria meridionale.”
La classe fu attraversata da qualche risata. Ma Filib sembrava non farci caso, troppo intento ad ascoltare la lezione.
“Forse adesso la lingua, la religione, ci rendono diversi, ma dobbiamo ricordarci che condividiamo delle origini comuni nell’antichità dell’Italia.”
Quando, infine, suonò la campanella, mentre la classe già sbaraccava, Filib rimase seduto a guardarsi in giro.
“La lezione è finita,” sottolineai, mettendo via l’astuccio. “Adesso dobbiamo andare a matematica.”
Mi diressi verso l’uscita e Filib mi fu subito dietro. Mi tallonava quasi in maniera minacciosa. Anche a matematica ero come sempre solo di banco e lui fu ancora di fianco a me.
“Devi usare la radice, altrimenti non riesci a risolverlo,” gli bisbigliai dopo averlo osservato a lungo faticare su un esercizio.
“Grazie.” Filib sorrise.
Sorrise per la prima volta. Un sorriso stupendo. Persino gli occhi sembravano tutt’a un tratto allegri.
“Puoi aiutarmi anche qui? Non ho capito cosa devo fare.”
“Sì, la spiegazione dell’esercizio non è molto chiara. Ti faccio vedere.”
Con i giorni iniziammo a legare. Eravamo molto diversi, ma, in un certo senso, avevamo solo l’un l’altro. Tutti sembravano avere timore di Filib e si tenevano a distanza, mentre io ero sempre stato solo.
Abitava molto lontano dalla scuola e la sua famiglia non si poteva permettere di acquistargli l’abbonamento del bus, quindi, andammo insieme a cercare una bici usata.
Ne trovammo una piuttosto sgangherata, ma costava pochissimo e Filib ne fu entusiasta. Passammo un pomeriggio a metterla a posto e a dipingerla a nuovo.
Da quel giorno andammo e tornammo sempre a scuola insieme, almeno nel breve tratto che condividevamo.
Ogni tanto veniva a casa mia e studiavamo assieme. O meglio io lo aiutavo a studiare, anche se stava imparando molto in fretta.
Il cazzo dell’imperatore Filippo l’Arabo
Un giorno con la scuola andammo con tutta la classe in piscina. Odiavo andare in piscina. Faceva troppo freddo e sopratutto le docce non avevano la separazione.
“Uao, Filib, che cos’è quel mostro che ti pende fra le gambe?” esclamò Flavio, spalancando gli occhi, quando Filib entrò nelle docce.
A quell’osservazione non potei fare a meno di voltarmi verso l’ingresso. Come del resto fecero tutti i miei compagni.
Sotto i vestiti di ogni giorno Filib nascondeva una muscolatura atletica. Il mio sguardo sostò sui suoi addominali ricoperti da una leggera peluria, scivolò lungo la linea divisoria della sua tartaruga fin giù oltre la corona di peli scuri.
“Filippo l’Arabo è davvero un imperatore,” rise, leggermente imbarazzato, Marco. “Almeno per quanto riguarda la sua lancia.”
“E dovreste vederla, quando è al massimo della sua potenza.” Filib colse subito l’occasione per potersi vantare di qualcosa con i nostri compagni. Non aveva molte opportunità per dimostrare la sua superiorità al resto della classe.
E osservando i volti fra l’ammirazione e l’invidia dei ragazzi, sembrava che gli avesse colti nel vivo.
“Un cazzo così grosso non può avere chi sa quale solidità,” Giulio sembrava particolarmente diffidente. Del resto fino a quel momento era stato lui il campione di virilità delle docce.
“È una sfida?” chiese Flavio, stringendo i pugni e sollevando le braccia.
“Sfida. Sfida. Sfida.” I miei compagni iniziarono a esclamare come se fossero la tifoseria di uno stadio.
Ogni tanto mi sconvolgevo di quanto fossimo diversi io e i miei compagni. Ero come un alieno in un universo maschile sconosciuto. Filib non era, invece, imbarazzato dalla scena come me.
Lui e Giulio portarono la loro mano sul cazzo umido dell’acqua e iniziarono a strofinarlo. In un attimo le loro aste iniziarono a gonfiarsi ed ergersi in mezzo alle loro gambe.
Sì, forse la scena era imbarazzante, ma era anche incredibilmente arrapante. Dovetti voltarmi per nascondere la mia erezione iniziale.
“Sembra che abbiamo un vincitore,” urlò Flavio.
Il cazzo di Filib avrebbe potuto recitare in un porno. Era grosso, lungo e sembrava duro come la roccia.
“Una vittoria di Pirro,” civettò Marco. “Sarà difficile trovare una ragazza che sarà in grado di accogliere quella mostruosità.”
“La prima volta farà molto male,” commentò Antonio. “E anche la seconda, e la terza.”
“Vi assicuro che il mio cazzo si è già aperto la via,” gongolò Filib. “Quando a stringere l’asta è un vero uomo, non c’è ostacolo che non possa essere penetrato.”
La classe scoppiò a ridere.
In quel momento realizzai che Filib era divenuto l’idolo dei miei compagni. Non solo aveva un arnese invidiato da tutti, ma non era neppure più vergine.
Del resto forse dovevamo immaginarlo. Filib aveva due anni in più di noi. Aveva già 17 anni. Nella nostra breve vita di adolescenti era praticamente un uomo maturo.
“Adesso che abbiamo proclamato l’imperatore del cazzo, non credo sarà difficile individuare chi nasconde il cazzetto più piccolo,” Flavio e i miei compagni si voltarono tutti verso di me.
Esplose un’altra risata.
In realtà, nessuno aveva mai visto il mio pene. Tutti si toglievano il costume per lavarsi dopo la nuotata. Tutti tranne me.
“Dovremmo, però, controllare,” rifletté Marco. Uno sguardo complice apparve sul volto dei miei compagni.
“No, vi prego, no,” esclamai, cercando di fuggire fuori dalle docce.
Troppo tardi. Antonio mi bloccò l’uscita con le sue muscolose braccia, mentre alle mie spalle Flavio mi abbassò il costume.
“Fa-faceva freddo in piscina…” fu l’unica cosa che riuscii a dire, mentre la classe rideva. Rideva, indicando tra le mie gambe.
Mi tirai su il costume e spinsi via Antonio, andandomi ad asciugare in fretta. Quando ebbi finito di vestirmi, gli altri erano ancora mezzi nudi attorno a Filib, bombardandolo di domande.
“Allora com’è scopare?” chiese Marco con gli occhi che gli brillava di curiosità.
“Con quante posizione lo hai già fatto?”
“Le ha fatto male all’inizio?”
Filib sorrideva, godendo di tutta quell’attenzione, e dispensava saggezze da maschio alfa.
Durante il resto della giornata evitai il più possibile di guardarlo in faccia nel limite del fatto che eravamo sempre compagni di banco. Rispondevo alle sue domande con mono-sillabi.
Finalmente suonò l’ultima campanella e mi fiondai fuori dall’aula.
“Ehi, Adri, dove vai? Aspettami,” esclamò Filib, cercando di ramazzare il suo materiale.
Al posteggio inforcai la bici e cercai di allontanarmi più veloce che potevo. Non abbastanza. Lo sportivo Filib mi raggiunse in un attimo, mi superò e si piantò di fronte a me con la sua bici.
“Che cazzo ti prende? Potevo ammazzarti.”
“Che cazzo prende a te. È tutto il giorno che eviti di guardarmi in faccia, non mi parli. E adesso scappai via. Dovevamo studiare insieme oggi.”
“Pensavo che forse oggi avresti preferito studiare con i tuoi nuovi amici.”
“Nuovi amici? Ma di che cazzo stai parlando?”
Non so cosa mi fosse preso. Ero percorso da sentimenti contrastanti. Ero geloso e invidioso allo stesso tempo. Ero geloso, perché lui era mio amico, il mio migliore amico, e adesso loro me lo stavano portando via.
Allo stesso tempo ero invidioso. Invidioso di Filib. È bastato esibire i suoi attributi di maschio alfa per ottenere l’amicizia di tutti. Un’amicizia che ha me non avevano mai concesso.
“Pensavo fossimo migliori amici. Pensavo che fossimo insieme contro il mondo. Invece non ti ci è voluto un attimo per fare comunella con loro.”
“Non ho fatto niente io. E poi era solo un scherzo. Perché cazzo te la prendi così?”
“Forse per te era solo uno scherzo. Ma sai cosa significa vivere tutta la tua vita con quegli “scherzi”? Essere sempre vittima di discriminazione?”
Il volto di Filib divenne cupo. Strinse i pugni come a voler trattenere un impeto di rabbia.
“Certo, che lo so. Forse non te ne sei accorto, ma sono siriano. Guarda la mia pelle, guarda i miei capelli, guarda la mia faccia. Il mio nome non è Filippo. Il mio nome è Filib,” quasi urlò, mentre disse il suo nome. “Sei solo un ragazzino viziato. Credi di avere una vita difficile? La mia casa è stata distrutta dalle bombe. Dalle bombe. Io e la mia famiglia abbiamo vissuto per mesi in 10 in una stanza piccola e sudicia.”
Abbassai lo sguardo in completo imbarazzo.
“Mi dispiace. È solo che eri speciale per me. Pensavo che fossimo più di semplici amici. Ma non ho diritto di decidere con chi puoi fare amicizia.”
All’improvviso mi sentii pervadere da un grande senso di solitudine. Mi sentivo solo. Gli occhi mi si riempirono di lacrime. Mi voltai e saltai sulla bici, prima di scoppiare a piangere. Iniziai a pedalare. Veloce. Più veloce.
La forma del suo cazzo
Quando arrivai a casa e sistemai la bici, rimasi per un lungo istante nel vialetto, cercando di ritrovare la compostezza e, sopratutto, di inventarmi una scusa per spiegare ai miei come mai il mio unico amico non sarebbe più venuto a trovarci.
Inserii la chiave e alle mie spalle Filib spinse la porta ed entrammo insieme.
“Buonasera, signora Aleandri,” salutò mio madre.
“Ciao, Filib. Bentornato. Volete fare merenda?”
“No, oggi abbiamo davvero un sacco da fare.”
Mi afferrò il braccio e quasi mi trascinò su per le scale, lasciando mia madre ammirata per tanto entusiasmo per lo studio.
Mi spintonò in camera e chiuse la porta alle sue spalle.
“Vuoi essere speciale per me? Vuoi essere più di un amico?” non me lo stava veramente chiedendo.
Mi spinse sul letto, quindi, mi girò sulla pancia. Mi voltai e inorridii. Si stava aprendo la cintura. Feci per alzarmi, ma lui mi schiacciò con il braccio sulla schiena.
Dovevo gridare? Non volevo gridare. Non volevo che mia madre mi vedesse. Non così.
Filib si abbassò la cerniera ed estrasse il suo arnese. Almeno è quello che dovette fare, perché ormai l’unica cosa che vedevo era la coperta schiacciata contro la mia faccia.
Mi tirò giù i pantaloni e mutande, quanto bastava per svelare il mio culo.
“La vuoi sentire una storia divertente?”
Era ancora una domanda retorica.
“In realtà, io non l’ho mai fatto.”
Spalancai gli occhi.
“Le ragazze europee non ci stanno con un ragazzo arabo. Non sono l’imperatore Filippo l’Arabo. Sono solo Filib l’arabo. E di ragazze siriane non ce ne sono.”
Percepii il dito di Filib sfiorarmi il buchino. Il cuore mi batteva all’impazzata. Non sapevo cosa fare.
“Sai cosa significa avere 17 anni e gli ormoni a mille?”
Sono un ragazzo anch’io, avrei voluto rispondergli, ma le parole non mi uscirono.
“Hai sentito le loro domande? Lo chiedevano a me. E adesso avranno le loro risposte.”
La punta del suo cazzo si appoggiò fra le mie chiappe.
No, non farlo. No.
Avevo paura. Allo stesso tempo non volevo oppormi a lui. Poco prima avevo temuto di averlo perso. Di aver perso il mio unico amico e ora non potevo…
“Ahaaaaa.,” mi scappò un urlo.
Filib stava spingendo. Puoi aver letto tutti i racconti erotici che vuoi, sfogliato ogni fumetto pornografico possibile, ma niente di prepara alla prima volta.
“È troppo stretto,” sembrò giustificarsi Filib.
La verità è che con quella mazza che si trovava non sarebbe mai entrato.
Filib si sputò sulla mano e si massaggiò l’asta. Quindi, riprovò.
“Ahaaa.”
“Ssss, fa silenzio.” Filib mi premette una mano sulla bocca.
“Fa male,” mugugnai fra le sue dita.
“Vuoi che tua madre ti veda in questo stato?”
Non ebbi neppure il tempo di immaginare la scena di mia madre che spalancava la porta che Filib riprese a spingere.
Serrai la mascella, digrignando i denti, mentre una fitta di dolore dal culo mi risaliva la schiena.
Infine, la mia carne cedette alla sua forza. La cappella era dentro. Filib aveva preso troppa rincorsa. La cappella fu immediatamente seguita dal resto dell’asta. Troppo veloce. Troppo grossa.
Mi sembrò come se mi avessero trafitto lo stomaco con palo di metallo.
“Ghnaaah,” lamentai in un urlo strozzato.
“Tutto bene di sopra voi due?”
“Sì, signora. Sono solo andato a sbattere contro il letto,” gridò di risposta Filib, poi aggiunse sussurrandomi all’orecchio: “in un certo senso è la verità: sto per sbattere sul letto.”
Avevo le lacrime agli occhi per il dolore, ma il suo accento siriano ebbe quasi un effetto tranquillamente su di me.
“L’abbraccio del tuo culo è così caldo e scivoloso,” mormorò Filib, chiudendo gli occhi e gettando la testa all’indietro per assaporare la conquista.
Un adolescente, qualunque sia la sua origine, aspetta quel momento più di ogni altra cosa.
Più del diritto di votare, più della patente, è la perdita della verginità il grande traguardo. È forse l’unico caso in cui perdere conduce alla vittoria.
Avevamo perso la nostra innocenza insieme, eppure il risultato aveva conseguenze diverse per me e per lui.
Nell’istante in cui Filib era divenuto un uomo, io avevo perso la possibilità di diventarlo.
In quel momento, però, nella mia mente dominava una sola emozione: dolore, un dolore fisico e un dolore nell’animo.
Filib si alzò sulle braccia. Sollevò il suo bacino e la sua asta si ritirò, dandomi sollievo.
Piantò nuovamente il suo cazzo nella mia carne.
“È incredibile,” mormorò. “Il tuo culo sembra non volermi lasciare andare. Mi sento risucchiato dentro di te.”
Spingeva e ritirava il suo cazzo lentamente. Sembrava stesse assaporando ogni sensazione e saggiando le sue possibilità.
“È così soffice eppure stretto. Sembra fatto apposta per darmi piacere. Non riuscirò più a usare la mia mano.”
Filib sembrò iniziare a trovare più familiarità e il ritmo accelerò.
Affondi violenti, botte potenti, mi pareva che mi stesse pestando con il suo cazzo.
Lentamente al dolore si affiancò una strana sensazione di piacere.
Un ragazzo si stava praticamente masturbando con il mio culo e io provavo piacere.
Ebbi un moto di vergogna. Mi sentii tradito dal mio corpo. Per fortuna che ero schiacciato sul letto. Almeno Filib non poteva vedere la mia erezione che premeva contro il materasso.
I colpi di Filib divennero più intesi. Sembrava che stesse sfogando nel mio culo un’enorme tensione repressa.
In un certo senso mi resi conto che mi piaceva poterlo aiutare anche in quel modo. Mi piaceva sentire tutta la sua forza incanalarsi in quelle botte che mi scuotevano.
“Il tuo culo diventa più accogliente a ogni botta.” Filib aveva gli occhi chiusi. “È come se il mio cazzo risistemasse il tuo corpo per adattarlo alla mia forma.”
Non potei fare a meno di ammirare il suo sforzo fisico. Era così diverso dal mio. Sembrava replicare il nostro diverso atteggiamento verso la vita.
Io incassavo i colpi che la quotidianità mi infliggeva con dolorosa rassegnazione. Lui sgobbava, fronteggiava ogni ostacolo, come se fossero delle sfide che avrebbero reso più piacevole il traguardo.
E sapevo quale era la sua meta in quel momento.
Era una meta che io non potevo raggiungere, ma che adesso condividevamo. Filib me l’aveva imposta e io l’avevo fatta mia.
“Cazzo, vengo,” ansimò Filib. “Sborro.”
Come se fosse ancora possibile, il cazzo di Filib divenne ancora più grosso, premendo contro le pareti del mio culo. L’asta fremette incontrollata.
Filib rilasciò un rantolo in arabo, mentre schizzi caldi mi riempirono il culo.
“Il migliore orgasmo della mia vita.” Filib barcollò indietro, cercando di sfilare il suo cazzo che si stava sgonfiando.
Quando finalmente uscì completamente, fui attraversato da un brivido di sollievo come dopo aver espulso uno stronzo particolarmente enorme.
Eppure allo stesso tempo percepii una sensazione di vuoto, come se il mio corpo avesse perso una parte fondamentale.
Filib era in piedi alle mie spalle con il cazzo esausto a penzoloni e fissa confuso il mio culo come se realizzare che la sua sborra fosse nel mio culo lo avesse sconvolto.
“Io… io devo andare,” disse e ripose il suo arnese nei pantaloni. Aprì la porta e scese in fretta le scale.
Io rimase sul letto con il culo all’aria ancora per un lunghissimo istante. Non volevo muovermi. Non potevo muovermi. Se mi fossi mossi avrei dovuto iniziare a metabolizzare quello che era appena successo.
Il giorno dopo avevo il buchino tutto indolenzito. E mi sembrava che la sua sborra si agitasse ancora dentro di me.
È difficile da capire, ma avere il frutto dell’orgasmo di un maschio dentro di sé è quasi peggio di avere il cazzo vero e proprio.
“Ehi, come va?” mi salutò Filib, sorridendo. “Non mi hai aspettato al solito posto. Tutto bene?”
Sbattei meccanicamente le palpebre. Sembrava che per Filib non fosse successo nulla. Probabilmente perché lui non aveva il culo dolorante a ricordarglielo.
Non era così che mi ero immaginato il nostro incontro che pensavo si sarebbe concluso con me che gli davo un pugno.
Un conclusione che avrebbe sollevato troppe interrogazioni e avrebbe richiesto una spiegazione. Una spiegazione troppo umiliante che avrebbe solo fatto male a me.
Forse è per questo che la maggior parte della gente non denuncia mai le violenze sessuali. Nessuno vuole far sapere in giro che è stato inculato.
Così non potei fare altro che sorridere, e in un attimo stavo chiacchierando come prima.
Un patto ineguale sancito con la sborra
Dopo qualche giorno tornammo anche a studiare nuovamente insieme.
“Odio la chimica organica,” esclamò Filib, portandosi una mano fra i capelli scuri.
“Beh, devi fartela piacere, perché settimana prossima abbiamo interrogazione.”
“Ma stiamo studiando da quasi due ore. Non ce la faccio più.” Filib si alzò dalla scrivania e si accasciò sul bordo del letto.
“Finiamo almeno questo capitolo.”
Filib non replicò e dopo un lungo silenzio mi voltai per assicurarmi che non si fosse addormentato. Invece, era più arzillo che mai.
Filib era seduto sul bordo del materasso. Aveva le gambe allargate e la patta dei pantaloni aperta. La sua mano stringeva l’asta eretta del più grosso cazzo che avessi mai visto. Era scura e minacciosa. Filib sorrideva.
Una persona con dignità gli avrebbe intimato di rivestirsi e lo avrebbe cacciato di casa. Ma Filib mi aveva già strappato la mia dignità.
Rimasi immobile senza sapere come fuggire da quella situazione.
Mi irritava che Filib stesse lì ad agitare il suo cazzo senza dire nulla. Eravamo già a quel livello?
Avrei voluto che mi dicesse: “succhiamelo”, “inginocchiati”, ma così era troppo umiliante.
Era come se fosse convito che la sicurezza con cui esibiva la sua virilità, la determinazione con cui mi fissava, fossero sufficienti a piegare la mia resistenza.
O piuttosto sapeva che ero già stato piegato, che la mia resistenza mi era stata strappata insieme alla mia di virilità.
Era chiaro a entrambi chi fra noi due era il maschio alfa e chi l’omega.
Mi alzai e mi inginocchiai fra le sue gambe. Forse quel suo esibire la sua possanza era un richiamo per qualcosa che era in me e che Filib aveva visto, mentre io non ne ero ancora consapevole.
La verità è che avevo quasi paura che, se mi fossi tirato indietro, avrei definitivamente perso la sua amicizia. In un certo senso, era mio amico e io ero contento, quando potevo farlo felice.
Anche se non avrei mai immaginato che lo avrei fatto con il mio corpo.
“Allora?” chiese a un certo punto Filib, dopo che avevo a lungo fissato la sua asta. “Non vuoi assaggiarlo?”
Spalancai gli occhi.
“Assaggiarlo? Non riuscirò mai a prenderlo in bocca. È troppo grosso. Io… io pensavo di farti una sega.”
“Se è entrato nel tuo culo, riuscirà a entrare anche nella tua gola. Ci sono qua io ad aiutarti. Vedrai che sono un ottimo allenatore.”
Sembrava quasi fosse convito di farmi un piacere. Il dibattito se sia più umiliante fare un pompino o prenderlo in culo è sempre aperto.
“Forza, prendilo in bocca.” Gli occhi di Filib brillava.
Socchiusi le labbra e mi avvicinai alla sua cappella lucida.
“Spalanca la bocca. Più che puoi. Bravo, così.”
Abbassai la testa. La cappella svanì fra le mie labbra. Percepii il suo presperma sulla lingua.
Era strano accogliere in bocca qualcosa che non fosse cibo.
“Copri i denti con le labbra. Inclina la testa così. Ottimo, così strofina con il palato. Ora inizia a muovere la testa.”
Filib sembrava particolarmente contento di poter dare dei consigli lui per una volta.
“Bravo, visto che è facile? Hai imparato in fretta.”
Mi sentivo un po’ stupido. Avevo un palo di carne in bocca e muovevo la testa ritmicamente. Mi sembrava che stessi facendo qualcosa senza senso.
“Muovi un po’ anche la lingua. Fammela sentire.”
Filib non faceva che darmi ordini. Sembrava volesse avere il controllo anche mentre ricevava un pompino. Feci ruotare la lingua attorno alla cappella e Filib non riuscì a trattenere un gemito.
Era solo un gemito, ma all’improvviso mi sentii come fossi stato ricompensato dei miei sacrifici. Mi sentii un po’ meno stupido. Presi a succhiare con più impegno.
“Ah, sì, così. Tu sì che sai soddisfare un uomo. Massaggiami anche le palle.”
Sollevai la mano e per la prima volta soppesai le sue palle. Erano grosse e sode. Le mie dita iniziarono ad accarezzarle delicatamente.
C’era qualcosa di piacevole di sapere di stare facendo godere qualcuno. Anche se con la propria bocca o forse proprio per quello.
“Allora come ci si sente per una volta a essere quello che deve restare ad ascoltare?”
Era per quello che aveva voluto mettermelo in bocca? Voleva avere per una volta l’ultima parola?
Avrei voluto ribattere, ma Filib mi premette una mano alla nuca e dovetti continuare a succhiare.
Lentamente iniziai ad apprezzare le forme del suo cazzo nella mia bocca. La sua pelle liscia, la solidità della sua asta. Avevo scoperto il senso del tatto nel dominio del gusto.
Poi Filib mi afferrò la testa fra le mani e si sollevò in piedi.
“Forza, qui non stiamo facendo nessun passo avanti. Voglio vedere quest’asta sparire completamente,” Filib rise. “Non guardami così. Rilassa la mascella.”
Filib spinse. Era troppo grosso. Ebbi un conato di vomito.
“Tranquillo. Non vomiterai, anzi i muscoli della tua gola che si contraggono mi danno una piacevole variazione.”
Filib continuò a forzarsi l’ingresso. Il suo cazzo superò le tonsille e penetrò in gola. Mi mancava il respiro.
“Congratulazioni. Sei ufficialmente una gola-profonda.”
Lo fissai paonazzo, supplicandolo con gli occhi.
“È brutto, quando non si ha più il controllo sull’aria che si respira, vero?”
Finalmente ritirò il cazzo, ma non mi diede il tempo per riprendere fiato che iniziò a scoparmi la bocca o meglio la gola.
Neppure in un pompino voleva cedere il controllo. Sembrava che il sesso fosse il suo luogo dove poter essere per una volta veramente in controllo della sua vita.
Questo significava, però, per me cedere ogni controllo sul mio corpo, sulla mia identità, e focalizzare le mie energie alla soddisfazione dei suoi bisogni.
E, mentre il suo cazzo si gonfiava nella mia bocca, mentre sentivo la sua vena pulsare e uno schizzo caldo e denso dopo l’altro riempirmi la bocca di un sapore acre, io mi resi conto che ero contento di potergli offrire un po’ di sollievo.
Con gli ultimi gemiti estrasse il suo cazzo dalla mia bocca.
Quel liquido viscoso mi si era accumulato sulla lingua. Avrei voluto sputarlo, ma quando alzai lo sguardo incrociai gli occhi di Filib.
La sua sborra, il suo latte di maschio, doveva essere tutto quello che un ragazzo così orgoglioso della sua virilità aveva da offrire al mondo.
Così ingoiai.
“Oh, cazzo,” esclamò con il volto illuminato. “Il mio primo pompino non poteva essere meglio di così.”
Ingoiare la sborra è forse il più grande atto di fiducia che ci si può scambiare fra due maschi. Più di un patto di sangue. Anche se rispetto a quest’ultimo non era un patto fra due uguali. Non sanciva un’amicizia, ma confermava la superiorità di uno nei confronti dell’altro.
Lui è il mio miboun, il mio puttano
Le settimane passarono lo studio e Filib che sfogava i suoi bisogni con me.
Nel frattempo io avevo iniziato segretamente a prendere lezioni di arabo, anche se Filib mi aveva spiegato che nessuno parlava veramente l’arabo, ma piuttosto c’erano tante lingue arabe. Lui per esempio parlava l’arabo levantino.
Tuttavia, quell’arabo mi venne presto utile. Un giorno camminavamo in un parco, dove ci imbattemmo in due arabi.
“Ciao, Filib,” salutò uno dei due.
“Adam, Ibrahim,” esclamò Filib, sorridendo.
Filib e gli altri due si abbracciarono come se fossero amici di lunga data e iniziarono a chiacchierare animatamente in arabo.
Era la prima volta che sentivo Filib parlare nella sua lingua, escludendo le sue imprecazioni, mentre sborrava.
Fui felici di notare che lezioni stavano dando qualche frutto. Poi i suoi amici mi indicarono e chiesero informazioni su di me.
“Lui è il mio miboun,” riuscii a capire disse Filib dopo un attimo di esitazione, provocando un fragorosa risata fra i suoi amici.
Non avevo idea cosa volesse dire “miboun”. Cercai velocemente nel telefono, mentre loro continuava a chiacchierare. Era una parola di origine marocchina. Non ci volle molto per comprendere perché avevano riso.
“Non sono un miboun. Sono un suo sadiq,” mi intromisi con il mio arabo stentato.
“Come?” Filib mi fissò sorpreso.
Ripetei la frase. I suoi amici scoppiarono nuovamente a ridere.
“Non ci avevi detto che parlava anche un po’ di arabo.” Adam diede una pacca sulla spalla di Filib che era particolarmente spaesato.
Filib taglio corto la conversazione e salutò in modo sbrigativo i suoi amici.
“Andiamo,” mi intimò, afferrandomi per il braccio.
“Lasciami. Mi fai male”
“Come se fosse la prima volta,” replicò acido Filib. “Perché non mi avevi detto che stavi imparando l’arabo?”
“Doveva essere una sorpresa.”
“Mi hai umiliato davanti ai miei amici.”
“Io? Tu mi hai definito il tuo miboun.”
“Certo, guardati,” esclamò indicandomi con un gesto della mani. “Lo capirebbe chiunque subito.”
“Che cosa vuol dire questo?”
“Tu non capisci.” Filib scosse la testa irritato. “Il Vicino Oriente è un modo diverso dall’Europa. Quelli come te non esistono da noi. Non possiamo essere amici per loro.”
“Quelli come me? E chi sarebbero quelli come me?”
“Non fare il finto tonto. Lo sai benissimo.”
“No, non lo so. Pensavo fossimo la stessa cosa.”
Filib strinse la mascella e agitò i pugni, portandosi a pochi centimetri dal mio volto.
“Non osare paragonarmi a te. Io sono un uomo. Tu sei solo un metnak.”
Lo fissai interrogativo.
“Oh, questa parola non la conosci? Sei uno che si fa scopare in culo: un rottinculo.”
“Non ti sei fatto tanti problemi, quando me lo hai messo in culo la prima volta.”
“Sì, perché è quello che servono i miboun: come le mibouna, le puttane, dovete dare piacere a quelli come me. Se non fossi così smidollato non avresti lasciato che ti spaccassi il culo la prima volta.”
Aveva ragione. Avevo sopportato l’umiliazione, il dolore, solo per lui.
“È per questo che non ci siamo mai baciati?”
Il suo silenzio mi fece più male di tutti i suoi insulti. Non fui più in grado di trattenermi. Gli diedi un ceffone e corsi via.
Cazzi nell’oscurità
Non ci sentimmo per giorni, finché una sera mi arrivò un messaggio da Filib che mi chiedeva di vedersi al padiglione del parco dell’altra volta.
Avrei voluto non rispondergli, ma sapevo che prima o poi avremmo dovuto discutere di quello che era successo.
Il sole era ormai tramontato, quando entrai nel padiglione. Era un luogo così romantico.
Filib era al centro del salone, illuminato solo dalla debole luce del crepuscolo.
Mi ero promesso che all’inizio mi sarei finto ancora arrabbiato, quando ci saremmo rivisti. Vederlo lì, però, mi riempì di nostalgia.
“Mi dispiace per quello che è successo l’altro giorno,” dissi, quando fummo a pochi metri di distanza l’uno dall’altro.
Sul suo volto, che fino a quel momento era stato severo come al solito, si disegnò un’espressione sorpresa, se non confusa.
“Avrei dovuto essere più comprensivo. Andiamo così d’accordo noi due che qualche volta mi è difficile ricordare le nostre diverse origini. Sono consapevole che ci ancora sono delle differenze culturali fra di noi, ma so che si stanno accorciando. Siamo in Italia, dove un arabo ha potuto essere nominato imperatore. Non dobbiamo lasciare che le nostre differenze ci facciano dimenticare che condividiamo le stesse origini nella civiltà dell’antichità italica.”
Filib mi fissava in silenzio. C’era un sentimento che non riuscivo a decifrare nel suo sguardo. Avrei voluto che dicesse qualcosa. Qualunque cosa.
“Un miboun non dovrebbe guardare in faccia a un uomo.” No, non fu Filib a parlare. Adam apparve alle mie spalle come sbucando dall’oscurità.
In quel momento compresi cosa significava lo sguardo di Filib: tradimento.
Feci per scappare, ma andai a sbattere contro qualcosa.
“Guardate come è ansioso di venire da me.” Ibrahim mi fece ruotare e mi spintonò tra gli altri due.
Adam iniziò a slacciarsi la cintura e aprirsi la cerniera dei pantaloni.
“Forza, miboun. Qui siamo in tre ragazzi che hanno bisogno di sfogarsi.”
Fui attraversato da un’onda di paura.
“Vi prego. Lasciatemi andare, per favore.”
“Tranquillo, è naturale che ti lasceremo andare,” mi rassicurò Adam. “Ora, però, mettiti a pecorina.”
“Ma perché?” chiesi, fissando Filib.
“Non mi hai lasciato altra scelta. Sei tu che mi hai messo in questa situazione.” Lo sguardo di Filib era cupo.
“Che cosa avevi detto? Che eri “amico”, sadiq, di Filib?” Adam finse di ridere.
“Quando offri il tuo culo a un uomo, non c’è più spazio per l’amicizia,” sottolineò Ibrahim.
“Già, devi portare rispetto a uomini come Filib e noi. Noi non siamo tuoi amici. E tu sei solo un miboun.”
Adam mi fece voltare e con una ginocchiata dietro le gambe mi fece cadere in terra. Quindi, mi spinse la schiena verso il basso, obbligandomi a portare le mani al suolo.
Non so cosa mi bloccasse di più dal provare a scappare di nuovo. Forse la paura, forse quel lancinante dolore al petto per il tradimento di Filib.
In verità non vedevo più un motivo per fuggire. Non vedevo più una ragione per vivere.
“Allora, vediamo questo culo rotto.”
Adami mi afferrò la cintura e l’elastico delle mutande e tirò tutto giù, quanto bastava per svelare solo il mio culo, come ero salito fare Filib.
“Questo sì che è un culo. Eri proprio destinato a farti sbattere.”
Adam si aprì la cerniera e mi schiaffeggiò il cazzo sulle chiappe.
“Ma il tuo destino è deciso da noi. Non da te né tanto meno dal tuo culo. E lo sai perché?”
Sembrava che parlassero tutti per domande retoriche. A nessuno interessava veramente quello che avevo da dire, come non gli interessava quello che provavo. Amavano semplicemente ascoltare la loro stessa voce.
“Perché noi abbiamo la determinazione di andare fino in fondo a quello che vuol dire essere uomini.”
E spinse. Spinse con violenza fino in fondo.
“Ahaaaahrgh.” Il mio urlo echeggiò nella sala vuota.
“Pensavo fosse più allenato,” si giustificò Adam. “Mi sa che il celebre cazzone di Filib non è poi così grosso come si dice.”
“Sto per muovermi, Ibrahim,” avvertì Adam. “Tappagli la bocca, altrimenti finisce che ci scoprono.”
Ibrahim non aspettava altro. Si aprì pantaloni e mi spinse fra le labbra il suo cazzo in erezione.
Mi rifiutai di aprirle.
“Hai bisogno di una mano?” Adam estrasse la sua mazza e la riconficcò dentro con la medesima violenza.
Spalancai la bocca per gridare e Ibrahim ne approfittò per invadermi.
“L’unico modo per zittire un miboun è con la proprio virilità,” commento soddisfatto Ibrahim.
Poi all’unisono ritirarono i loro cazzi e insieme me li ripiantarono dentro.
Adam e Ibrahim mi fottevano con la stessa irruenza con cui mi aveva sempre scopato Filib. Percepivo tutta la loro forza nelle ossa, nella carne. E questo cambiava la prospettiva su quello che io e Filib avevamo sperimentato.
“Secondo te qual è la differenza tra un miboun e una mibouna?” Ibrahim mi aveva afferrato la testa fra le mani e fissava affascinato il suo cazzo scomparire nel mio cranio.
“Beh, una mibouna lo fa per soldi.”
“Allora lui perché cosa lo sta facendo? Di certo non lo fa per il piacere.”
“Ormai non ha più le palle per essere un uomo. L’unico modo per avere un vero cazzo è prenderlo in culo.” Adam affondò la sua asta nella mia carne, facendomi sobbalzare.
“Lo senti? Questo è l’unica virilità che puoi avere. Dovresti ringraziarci.”
Adam mi piantò ancora il cazzo fino all’elsa.
“Allora?” intimò. “Lascialo parlare.”
Ibrahim controvoglia lasciò la prese ed estrasse la sua nerchia. Tossii con forza.
“Allora?” Ibrahim mi afferrò impaziente i capelli per la nuca e mi sollevò la testa verso l’alto.
“V-vi… ringrazio,” riuscii a dire infine.
Loro scoppiarono a ridere.
“E perché?”
“Per farmi provare l’unica virilità che posso avere.”
Adam e Ibrahim ripresero a trombarmi senza smettere di ridacchiare.
“BASTA.”
L’urlo era così forte che in un primo momento non riconobbi neppure la voce di chi aveva gridato.
Filib afferrò Adam per le spalle e lo strattonò via. Il suo cazzo balzò fuori dal mio culo, facendomi quasi perdere il controllo delle gambe.
Quindi, Filib si avventò contro Ibrahim e lo spintonò, facendolo crollare a terra.
“Che cosa ti prende?”
“Sei impazzito, Filib?”
Filib era di fronte a me, in piedi, con le braccia aperte.
“È solo un miboun,” disse Adam.
“Forse è solo un miboun, ma è il mio miboun.” La sua voce era alterata da un vortice di emozioni che gli ribollivano dentro.
“E allo tienitelo,” Ibrahim si alzò sputò a terra. “Un metnak come quello lo si rimedia subito.”
“Bastava dirlo subito. Dai, andiamo, Ibrahim.” Adam strinse la spalla dell’amico, invitandolo a seguirlo.
Rimasi seduto per terra, guardandoli andare via. Quindi, Filib si voltò verso di me e dopo un lungo istante mi allungò la mano.
Dopo un attimo di esitazione, l’afferrai e lui mi sollevò in piedi.
“… perché?” fu l’unica cosa che riuscii a dire.
“Quando si sono chiesti perché lo facevi… perché lo prendevi in culo,” Filib non osava guardami negli occhi, “in quel momento mi sono reso conto che sapevo la risposta.”
Finalmente Filib alzò lo testa e i nostri sguardi si incontrarono.
“Lo facevi solo per me…”
Gli occhi mi si stavano riempiendo di lacrime. Me li strofinai con il torso della mano.
“… e voglio che lo fai solo per me.”
Filib mi abbracciò. Mi resi conto che stavo tremando. Lentamente mi lasciai andare al suo calore e lo strinsi a mia volta.
Fu un breve istante. Subito Filib sollevò la testa. No, ti prego. Stiamo ancora abbracciati.
Filib mi fissò negli occhi. Quindi, socchiuse le labbra e mi baciò. Era il nostro primo bacio.
7 novembre 2020 at 14:36
Ciao! Sempre bellissimo complimenti!
Marino
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8 novembre 2020 at 9:15
Ciao, Marino! Grazie per riuscire sempre a trovare il tempo per leggere quello che scrivo.
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8 novembre 2020 at 22:59
E un piacere per me… grazie di scrivere!
Marino
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