Quella sera sono tornato prima dal lavoro. Ero esausto dopo una giornata particolarmente stressante.
Premetti il pulsante dell’ascensore e rimasi inattesa.
“Perché cazzo non arriva?”
Premetti ancora con forza. Ripetutamente. Poi mi resi conto che c’era un cartello: “FUORI SERVIZIO”.
Sospirai e alzai gli occhi in alto attraverso il trombone delle scale. Il mio appartamento era all’ultimo piano.
Mentre quasi mi trascinavo un gradino dopo l’altro sulle scale del nostro palazzo, sentii dei rumori. Sembravano sussurri e struscii.
Ero quasi arrivato, quando vidi due persone sul pianerottolo di fronte alla mia porta.
Rimasi come paralizzato.
Era Mattia, mio figlio di 22 anni. Era in un abbraccio con un’altra persona. Si stavano baciando. Per quanto un padre si immagini contro ogni ragione suo figlio sempre innocente, è normale che alla sua età avesse delle relazioni.
Avevo 16 anni, quando ho avuto la mia prima ragazza.
Tuttavia, Mattia non era con una ragazza.
Era con un ragazzo, un uomo. Erano stretti l’uno contro l’altro. Le loro labbra unite. L’altro ragazzo gli accarezzava una guancia.
Quando, infine, si staccarono, ripresi la mia compostezza e scesi rapidamente, ma in silenzio, le scale.
Sentivo che si stavano salutando. Poi i passi rumorosi di qualcuno che scendeva rapidamente i gradini riempirono la tromba delle scale.
“Buonasera,” mi salutò il ragazzo, quando ci incrociammo nel pianerottolo più sotto.
Non fui in grado di rispondere, ma lui non ci fece caso. Rimasi a lungo a fissarlo, mentre scompariva verso il basso.
Forse era un suo compagno di università. Ma non l’avevo mai visto. Del resto non potevo conoscere tutti i suoi… amici. Anche se sembrava più grande.
Attesi ancora un attimo e poi mi sono avviato verso casa.
“Sono tornato,” esclamai, chiudendo la porta alle mie spalle.
“Ciao, sei tornato presto. Sto per farmi una doccia,” gridò Mattia di risposta oltre il corridoio.
La doccia? A quest’ora? Non potei fare a meno di arrossire. Forse l’avevano fatto. Avevano fatto… non riuscivo neppure a pensarlo.
Avevo bisogno di appoggiarmi da qualche parte. Mi sedetti al tavolo della cucina.
Essere omosessuali è una cosa del tutto normale. Lo sapevo bene. Come ci sono uomini che amano le donne, ci sono uomini che amano gli uomini.
È una cosa del tutto normale. Del resto in gran parte dell’Europa le persone omosessuali possono sposarsi o unirsi civilmente, e anche diventare genitori.
Tuttavia, quando è tuo figlio a essere gay, sembra essere tutto diverso. È sempre stato un ragazzo molto diligente. All’università frequentava il terzo anno di matematica.
“Ehi, papi! Che ci fai ancora qui al buio?” Mattia era apparso in cucina, i capelli ancora bagnati.
Avrei dovuto dirgli qualcosa? Avrei dovuto dirgli che lo avevo visto con quel ragazzo?
“Non me ne ero proprio accorto. Sono molto stanco. È stata una giornata impegnativa.”
Da quel giorno ho fatto particolarmente attenzione a non venire a casa prima.
Tuttavia, si può provare a scappare quanto si vuole dalla realtà, ma lei riesce sempre a prenderci.
Quello che un padre non dovrebbe mai vedere
“Sono a casa,” esclamai, chiudendo la porta alle mie spalle.
L’appartamento era immerso nell’oscurità. Solo una debole luce filtrava dal corridoio. Mattia stava studiando come al solito. Tra qualche settimana avrebbe avuto gli esami.
Mi diressi in camera mia, percorrendo il corridoio con cautela per non disturbarlo. La porta era, però, socchiusa. Trapelava uno strano ansimare.
Il mio sguardo non poté fare a meno di essere attratto verso l’interno della stanza.
Come avrete già intuito, Mattia non stava studiando. Era con il ragazzo dell’altra volta.
Ma era tutto sbagliato.
Mio figlio era sul letto, sdraiato a pancia in giù. L’altro ragazzo era allungato sopra di lui. Sollevato sulle braccia, muoveva il suo muscoloso bacino.
Accusatemi pure di essere un reazionario, ma penso che tanti genitori della mia generazione si immaginano che il proprio figlio omosessuale possa essere soltanto attivo.
Maledizione è mio figlio. Non può prenderlo in culo.
Eppure quel ragazzo era lì e lo sovrastava. La sua asta appariva e spariva tra le chiappe di Mattia. I suoi glutei sobbalzavano a ogni affondo.
Non potei fare a meno di osservare la sua virilità. Era così scura rispetto alla pelle più candida di Mattia. Riuscivo persino a vedere le sue palle che dondolavano.
Non credo che un padre dovrebbe vedere queste cose.
Un gemito di Mattia mi strappò da quell’ipnosi. Le sue mani stritolavano il cuscino, quasi in preda a un dolore irrefrenabile. Il suo volto era contratto in un misto di sofferenza e piacere.
Conoscete quello sguardo. È quello che vedete allo specchio, quando siete sul gabinetto e state per espellere uno stronzo particolarmente duro e grosso.
Ben altra espressione aveva il suo amico, ma altrettanto conosciuta. È quell’espressione determinata che abbiamo tutti noi uomini, quando, nella sicurezza delle nostre capacità, sappiamo che possiamo ottenere tutto quello che vogliamo. È la risolutezza che avrei sempre voluto vedere nel volto di mio figlio.
Ma Mattia gemeva quasi sofferente. Eppure non si ribellava. Perché un ragazzo come lui, così intelligente, anche così forte, permetteva che gli facessero una cosa del genere?
Ero attraversato da sentimenti contrastanti. Avrei voluto spalancare la porta e liberare mio figlio dalla presa di quell’uomo. Avrei voluto pestare quel ragazzo che stava umiliando Mattia con quello sguardo compiaciuto.
Allo stesso tempo ero arrabbiato con mio figlio. Ero arrabbiato, perché tradiva la mia eredità. In certo senso quella sofferenza che gli vedevo in faccia era la giusta punizione per il suo comportamento.
“Ah, sto per venire,” esclamò il ragazzo, chiudendo gli occhi.
Quello avrebbe dovuto essere il mio ultimo avvertimento. Avrei dovuto distogliere lo sguardo e andarmene.
Tuttavia, non potei fare a meno di restare a guardare.
Adesso quel ragazzo avrebbe avuto quello che sicuramente reputava il suo meritato appagamento dopo tutto il suo impegno, dopo tutto il suo sforzo fisico.
Il suo respiro divenne affannoso. Il ragazzo grugnì. Potevo vedere i suoi addominali tendersi. Gettò la testa all’indietro, mentre la sua asta pulsò. Pulsò nel culo di mio figlio.
Gli stava sborrando in culo.
Quello che mi sconvolse di più, però, fu sentire Mattia gemere come se stesse avendo un orgasmo.
Non riuscii più a resistere. Aprì la porta, facendola sbattere contro la parete.
“Chi cazzo sei?” esclamò il ragazzo, balzando indietro. Un ultimo schizzo di sborra gli partì fuori e macchiò la schiena di Mattia.
“CHI CAZZO SEI TU!” gridai, afferrandolo per il collo. “Questa è casa mia. Faccio io le domande.”
“Papà, che diavolo…?” Mattia aveva avuto la decenza di coprirsi con la coperta, ma ancora vedevo la sua erezione che premeva contro la stoffa.
“Stai zitto tu.”
“Mi lasci andare. Non ha nessun diritto…” il ragazzo cercò di divincolarsi dalla mia presa.
“Io ho tutto il diritto. L’hai messo in culo a mio figlio.”
“Siamo tutti maggiorenni.”
Aveva ragione. Non potevo fare niente. Rischiavo di mettermi solo nei guai. Gli lasciai andare il collo.
Il ragazzo se lo massaggiò un attimo.
“E ora vattene,” esclamai, afferrandolo per un braccio e spingendolo fuori dalla stanza.
“Ehi, i miei vestiti.”
Raccolsi la sua roba e gliela tirai in faccia. “Tieni i tuoi stracci e non farti più vedere in questa casa. Mai più.”
“Che cosa ti è preso? Pensavo di averti insegnato meglio,” esclamai rivolto a Mattia, quando ebbi sentito la porta d’entrata richiudersi.
“Ho quasi 23 anni. Che cosa ti aspettavi? Credevi che sarei rimasto vergine per sempre?”
“Ma con un ragazzo?”
“Sempre meglio che passare le sere a smanettarsi davanti a un porno in salotto. Credi che non ti senta?”
Non potei fare a meno di arrossire, ma sapevo che non c’era nulla di male in quello che facevo. “Non parlarmi in quel modo. Sono ancora tuo padre.”
“Tu non sei mio padre.”
Quelle parole fecero più male di tutto quello che avevo visto quella sera. Rimasi imbambolato sulla soglia.
Mattia si alzò dal letto. Era ancora nudo. Un filo della sborra di quel ragazzo gli colava lungo la coscia come sulla gamba di una puttana.
Si piantò di fronte e mi chiuse la porta in faccia.
Era vero. Io non ero suo padre.
Mia moglie aveva avuto Mattia prima che ci mettessimo insieme. Il suo padre biologico era scappato con un altra dall’altra parte dell’oceano e non si è più fatto sentire.
Io non posso avere figli e ho accolto Mattia senza problemi. Ho sempre cercato di costruire una relazione filiale con lui, perché per me lui era questo: un figlio. Anche se in verità avevo sempre avuto l’impressione che mancasse qualcosa fra di noi.
Mia moglie, la madre di Mattia, è morta prima che potessi completare l’adozione. Ormai Mattia è divenuto maggiorenne e abbiamo sempre vissuto insieme come padre e figlio anche se non c’era nessun legame giuridico fra noi.
Tuttavia ho sempre sentito che c’era dell’altro a separarci. Nonostante i miei sforzi non sono mai riuscito superare l’ultima barriera.
E adesso quella barriera sembrava divenuta un baratro.
La rabbia guida il cazzo
Nei giorni successivi a malapena incrociavamo lo sguardo. Ero ferito per le sue parole, ma allo stesso tempo non potevo fare a meno di percepire un’irritazione nel profondo.
Non riuscivo a togliermi dalla testa la sua espressione in quel momento. C’era patimento nel suo volto eppure anche desiderio.
Quell’immagine, invece di sbiadire col tempo, sembrava diventare sempre più vivida. Mi perseguitava.
Faticavo ad addormentarmi. Mi coricavo esausto, ma non facevo che girarmi e rigirarmi nel letto. E quando dormivo era ancora peggio.
Sognavo e risognavo quello che avevo visto. Mattia sdraiato sulla pancia. Il suo culo sollevato. E un cazzo che appariva e scompariva fra le sue chiappe.
Mi svegliavo sudato e con il cazzo in tiro duro come il marmo al punto da far male.
“BASTA,” esclamai a un certo punto dopo aver controllato per l’ennesima volta l’ora. Erano le tre di notte e non riuscivo a dormire.
Il cazzo in erezione non faceva che pulsare. Sapevo che la soluzione sarebbe stato farsi una sega. Ma non volevo smanettarmi con quei pensieri nella mente. Era sbagliato. Sbagliato.
Mi trascinai in bagno. Mi spogliai e gettai maglietta e boxer bagnati dal sudore nel cesto dei vestiti. Mi infilai nella doccia. Abbassai lo sguardo. Il mio cazzo grosso e lungo era completamente eretto. Sembrava quasi fuori posto lì, in mezzo alle gambe.
Girai la manopola sull’acqua gelida e lasciai che il getto freddo mi colpisse la testa. L’acqua colava lungo il collo, sul petto, quasi dolorosa. Tirai un sospiro di sollievo.
Lentamente sentii l’erezione perdere vigore.
Appoggiai un braccio al muro e rimasi ancora un lungo istante a godermi quella frescura. Non avevo niente da rimproverarmi. Sono sempre stato un modello d’integrità.
“È solo colpa sua,” mormorai. “Sua e delle sue debolezze.”
Finalmente spesi l’acqua. Mi avvolsi nell’asciugamano, mentre venivo percorso da un brivido di freddo.
Quando ero ormai asciutto, mi avvolsi l’asciugamano alla vita e feci per aprire la porta.
La porta si spalancò da sola e sulla soglia apparve Mattia. Si stava strofinando gli occhi assonnati. Indossava solo una canottiera e un paio di boxer.
Per la sorpresa lasciai cadere l’asciugamano. Mattia seguì il movimento dell’asciugamano che cadeva. Il suo sguardo fu irrimediabilmente attirato verso la mia virilità che si svelò nuda di fronte a lui.
Mattia strabuzzò gli occhi.
Potevo comprendere la sua sorpresa. Avevo visto il suo equipaggiamento. Forse non c’era qualcosa che dimostrasse più palesemente che non era mio figlio biologico.
Avrei dovuto tirare subito su l’asciugamano. Tuttavia il suo sguardo insistente mi irritava. Avrebbe dovuto distogliere gli occhi. Invece Mattia fissava, quasi studiava, il mio membro.
Sotto quello sguardo senza pudore il mio cazzo iniziò nuovamente a gonfiarsi. Mattia rimase a bocca aperta, mentre fra le mie gambe si sollevava un’asta lunga e larga.
Quando era ormai completamente eretto, finalmente Mattia ebbe la decenza di distogliere gli occhi.
“Scusami,” balbettò. “Non mi ero accorto che c’era la luce accesa…”
“Avrei dovuto chiudere a chiave,” replicai freddo.
“…dovevo andare a…” mormorò come rispondendo a una domanda. Il suo sguardo scivolò verso il gabinetto.
“Ho finito,” dissi, facendo un passo in avanti.
Mattia annuì e mi superò di fianco, come a voler scappare dalla mia presenza.
Il mio cazzo duro pulsava. Il suo sguardo, quasi bramoso, mi aveva irritato nuovamente. Sentivo l’impulso di gridare. Volevo punirlo.
Mattia si piegò sul lavandino e si gettò dell’acqua in volto. Mi portai alle sue spalle.
“Che cosa…?” non fece in tempo a concludere la domanda, che gli afferrai l’elastico dei boxer e glieli tirai giù quanto bastava per svelare il suo culetto.
Era lo stesso culo che quel ragazzo aveva penetrato con tanta goduria. Era lo stesso culo che mi perseguitava la notte.
Mattia istintivamente fece per sollevarsi, ma io gli schiacciai la schiena con la mano.
Mi sputai sul cazzo. Quindi, puntai la cappella fra le sue chiappe. Sapevo che avrei dovuto essere delicato.
Invece spinsi con forza. La cappella si aprì un varco. Spinsi ancora. La mia asta entrò con violenza.
“AAAAAAaaaah,” gridò Mattia. Gridò e batté un pugno sul bordo del lavandino. Gridò, ma non si ribellò. Abbassò la testa, lasciando il suo culo scoperto.
Ogni genitore che non condivide un legame di sangue con il proprio figlio, ha almeno una volta sognato che una parte di sé fosse dentro il proprio ragazzo. È un istinto ancestrale: ogni uomo è spinto per sua natura a voler tramandare i propri geni. Ed è la virilità lo strumento per questo fine.
In quel momento ciò che più mi identifica come uomo era dentro Mattia. Non era così che avevo sognato di essere in lui. Eppure sentivo che il suo corpo adesso era indissolubilmente legato al mio più di qualunque legame di sangue. Il suo corpo era mio.
Le mie dita affondarono nei suoi fianchi. Con le mani strette saldamente alla sua vita, mossi il bacino indietro. Osservai la mia asta riapparire umida dalle sue carni.
L’anello del suo culo sembrava aggrapparsi al mio cazzo come a volerlo trattenere dentro. Persino il suo corpo voleva essere violato.
L’avrei accontentato.
Fui attraversato da un fremito di brama incontrollata. Con un colpo di reni, lo piantai nuovamente dentro. Il corpo di Mattia sobbalzò.
“Mmmgh.” Un gemito sofferto riempì la stanza come se qualcuno trattenesse un grido.
A ogni mia botta il corpo di Mattia sbalzava in avanti contro il lavandino.
Nei nostri ricordi d’infanzia, i miei e i vostri, nostro padre era sempre l’uomo più forte del mondo. E in quel momento mi sentivo davvero così. Lasciavo che tutta la mia energia si incanalasse tra le mie gambe. E con un affondo la mia forza gli faceva echeggiare le ossa.
Le mani di Mattia scivolavano sperdute sullo specchio. Potevo vedere il suo volto riflesso. Riconobbi quel misto di piacere e dolore che gli avevo visto quella sera.
Solo procreando un figlio, l’uomo può veramente sentirsi creatore. Possiamo fabbricare tutti gli oggetti che vogliamo, ma solo quando diamo la vita possiamo realmente condividere la stessa forza creatrice di Dio.
Tuttavia, guardando il mio possente cazzo scomparire dentro di lui, scoprivo altrettanta forza creatrice nella mia virilità che si era creata uno spazio nella carne di Mattia. Avevo modellato il suo corpo per accogliere i miei piaceri e soddisfare le mie necessità.
Ma era solo mentre osservavo la schiena di Mattia inarcarsi per il dolore, che realizzavo il mio potere quasi divino di decidere se far sentire piacere o sofferenza. Nessun padre può vantare una tale potere sul corpo del proprio figlio.
“Non… non ce la faccio più,” lamentò Mattia con voce strozzata.
Mi resi conto che le sue gambe stavano tremando.
Poi esplose il rumore come di un getto d’acqua. Uno schizzo dorato vorticò nel lavandino.
Mi ricordai in quel momento perché Mattia era inizialmente venuto in bagno.
Il mio cazzo aveva schiacciato la sua vescica e sotto le mie botte aveva ceduto.
“Che cosa… che cosa ho fatto?” esclamai come se aver, infine, sentito la sua voce mi avesse fatto realizzare all’improvviso quello che stavo facendo.
Non era mio figlio, ma era mio figlio.
Quando lo metti in culo a tuo figlio, non puoi più tornare indietro
Mentre Mattia ansante rilasciava le sue ultime gocce di piscio, io fissai inorridito il mio cazzo piantato fra le sue chiappe.
Le mie mani lasciarono di colpo la presa dei suoi fianchi e barcollai indietro. La mia asta ancora dura schizzò fuori, facendo sussultare Mattia.
Caddi seduto sul tappetino del bagno. Mi coprii la faccia con le mani, scuotendo la testa disperato.
“Che cosa ho fatto? Che cosa ho fatto? Ho rovinato tutto.”
Avrei voluto scusarmi. Avrei voluto chiedere il suo perdono. Ma non osavo neppure aprire gli occhi.
Poi sentii le mani di Mattia toccarmi le gambe.
“Che cosa…?”
Tolsi le mani dal volto e aprii gli occhi. Mattia era a cavalcioni sopra di me. Il suo culo era sollevato esattamente sopra il mio cazzo, la cui erezione impudente non voleva dar segno di retrocedere.
Mattia allungò la mano e le sue dita avvolsero la mia virilità. Era la prima volta che mi toccava.
Puntò la mia cappella verso l’alto e si abbassò.
Il calore delle sue carni umide mi avvolsero nuovamente.
“Fermati. È sbagliato. Fermati. Non dobbiamo…” mormorai senza, però, tentare di fermarlo realmente. Ero come incantato a fissare il mio cazzo scomparire nel corpo morbido di Mattia.
“Non posso lasciarti, insoddisfatt…Aaagh.” Mattia lanciò un gemito, quando si fu completamente impalato.
Rimase un attimo immobile a riprendere il fiato. Quindi, si sollevò leggermente e si lasciò cadere. Lentamente quel movimento prese ritmo.
“Perché lo stai facendo?”
“Ti ammiro da sempre. Eri il mio idolo. Da ragazzo ho sempre sognato di diventare come te. Volevo diventare forte e sicuro come te…”
Ogni tanto doveva smettere di parlare per riprendere fiato.
“… ma ho realizzato presto che non potevo diventare come te, perché non ero tuo figlio. La mia ammirazione, però, non ha fatto che crescere.”
Mattia appoggiò le mani sui miei addominali per aiutarsi nel movimento.
“Non potrò mai essere te. Questo è l’unico modo per percepire come parte di me la virilità che vorrei avere.”
“Ma non è il modo giusto. Anche se non sei sangue del mio sangue, sono sempre stato orgoglioso di quello che sei diventato.”
“Lo so. Crescendo, la mia ammirazione per te è cambiata e ho iniziato a provare sentimenti nuovi.”
In quel momento mi resi conto che Mattia non mi aveva mai reputato suo padre, non perché non provasse affetto per me, ma perché aveva sentimenti ben diversi da quelli filiali.
“Adesso finalmente posso condividere quello che provi. Non posso essere te, ma posso essere una parte di te.”
Mattia gettò la testa indietro e prese a cavalcarmi con maggiore impegno.
Pensavo di aver perso un figlio, ma in realtà non l’avevo mai avuto. Tuttavia, adesso osservando lo sforzo di Mattia per soddisfarmi, non riuscivo a rammaricarmi per la scoperta.
Ogni padre aspira a un figlio che condivida e si impegni per i suoi stessi obiettivi. Un desiderio egoista che viene giustamente infranto, quando i figli crescono. Ma Mattia in quel momento condivideva il mio obiettivo. E questo obiettivo è quello a cui anela ogni uomo: l’apice del proprio piacere.
Nel volto di Mattia vidi la stessa determinazione che avevo visto in quel ragazzo. La determinazione di raggiungere il massimo della soddisfazione.
Anche se quella soddisfazione non era la sua, ma la mia.
Forse se fosse stato davvero mio figlio ne sarei stato amareggiato. Ma sapevo che in quel momento per lui vedermi godere sarebbe stato quanto di più vicino a essere me. Anche se questo significava sacrificare una parte di sé.
Percepii il piacere crescere in me. Le pareti del suo culo strofinavano rapide il mio cazzo.
Non so se Mattia lo lesse nel mio sguardo o sentii la mia asta gonfiarsi ulteriormente, ma accelerò il ritmo.
Sembrava davvero che il mio cazzo fosse il suo e che stesse penetrando lui.
Le mie sensazioni divennero sempre più incontrollate. La mia asta iniziò a pulsare. Mi sollevai seduto e, quando abbracciai Mattia, schizzai fiotti di sborra nel suo culo.
“Ah, sì, Mattia, sì. Ah!”
Avevo sempre voluto ci fosse in lui la traccia del mio seme. Adesso finalmente dentro di sé aveva il mio sperma in abbondanza.
Ma nel momento in cui i miei umori di uomo lo marchiavano, Mattia smetteva di essere il mio tanto ricercato figlio. Il mio seme in lui non era il frutto dell’amore consumato con sua madre, ma il segno della sua sottomissione al mio piacere. Era il segno di una nuova relazione.
Io e Mattia viviamo ancora insieme, ma non c’è più nulla della famiglia che eravamo. Adesso siamo compagni, amanti fedeli, anche se sappiamo non potremmo mai vivere la nostra storia in pubblico.
Posso solo condividerla qui, con voi.
20 febbraio 2021 at 14:23
Ciao! Bellissimo come sempre… complimentiii. Tuo ammiratore Marino
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21 febbraio 2021 at 8:27
Ciao, Marino! Trovi? Devo essere sincero il soggetto mi metteva un po’ a disagio.
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21 febbraio 2021 at 13:27
Si sì… alla fine nn è il padre. Ottimo racconto…
ciao
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2 marzo 2021 at 18:22
Lo so che può fare storcere il naso, ma la voglia di sesso. spesso nn si controlla. Fa parte di noi, ma l importante è sapersi trattenere. Poi con la fantasia ci si può anche lasciare andate.
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