“Trenta e lode. Complimenti. Ha già deciso con chi fare la sua tesi? Mi farebbe piacere poterla seguire.”

“No, non ancora. Questo era l’ultimo esame della stagione. Ho fatto veramente una tirata. Adesso mi prendono un paio di settimane per riprendere fiato e schiarirmi le idee.”

“Allora ci pensi. Spero davvero di risentirla. È stato uno dei miei migliori studenti del semestre.”

“Grazie mille. È molto gentile.”

Quando uscii finalmente dall’aula, mi sentii particolarmente sollevato, come se mi avessero tolto dalle spalle un peso tremendo. Era finalmente finito. Avevo terminato gli esami. E ora era tempo di vacanza.

La mia famiglia possiede un piccola casa al mare in Abruzzo. Avevo già le valige pronte e il biglietto del treno nello zaino. Mi ero già messo d’accordo con la famiglia. Mi sarei goduto un paio di settimane in completa solitudine.

Arrivai alla casetta in mattinata e, dopo aver sistemato i miei bagagli, mi fiondai subito in spiaggia. Passai la giornata fra una nuotata e sotto l’ombrellone a leggere.

Tornai a casa con il sole ormai già basso e mi misi sotto la doccia. Mentre mi godevo l’acqua calda che mi lavava via il sale e la sabbia, sentii dei rumori in salotto.

Spensi l’acqua e mi annodai l’asciugamano alla vita. C’era qualcuno che stava cercando di forzare l’ingresso.

Non feci neppure in tempo a pensare a come reagire che la porta si spalancò.

“Finalmente, facevamo prima a scassinare la serratura.”

“Di che ti lamenti? Ce l’ha la tua famiglia una casa al mare?” replicò una voce fin troppo familiare.

“Fabio?” chiesi, quasi sconvolto da quella visione.

“Marzio? Che diavolo ci fai qui?” Mio fratello strabuzzò gli occhi.

“Che ci fai TU qui! Ci eravamo messi d’accordo che avrei avuto io la casa per due settimane dopo gli esami.”

Fabio aprì e chiuse meccanicamente la bocca come un pesce a cui manca il respiro. Si portò una mano al collo con imbarazzo.

“Ero certo che finissi il mese prossimo.”

“Sei sempre il solito, Fabio.” Attilio, il suo amico, scuoteva la testa rassegnato.

“Ehi, ma c’è anche Marzio.” Il volto sorridente di Enrico apparve sulla soglia. Alle sue spalle qualcun altro armeggiava coi bagagli.

“Che ci fa qui, mezzacalzetta? Sei venuto a rovinarmi la vacanza?” esclamò Andrea, quando alzò lo sguardo su di me.

“Sembra che ti sei portato dietro tutto la banda,” osservai, lanciando uno sguardo di rimprovero a Fabio.

“Beh, dai. Più siamo, meglio è, no?!” disse mio fratello, cercando di stemperare l’atmosfera.

“Ti ricordo che ci sono solo 3 letti qui.”

“Il letto di mamma e papà ha 2 piazze. Ci possiamo stare in due. E poi c’è il divano.”

“Io prendo il divano,” esclamò subito Andrea, lanciando un borsone in mezzo al salotto. “Non voglio dividere la stanza con voi rompiscatole.”

“Bene, adesso dobbiamo solo spartirci i letti. Scommetto che tu ti sei già preso il lettone.”

“Sono venuto qui per rilassarmi io.”

“Dai, su. È bello rivedersi e trascorrere un po’ di tempo insieme. Se a te va bene possiamo dividere il letto,” propose Enrico.

Non ero mai stato in grado di dire no a quel suo sorriso amichevole.

“Ottimo, io e Attilio ci prendiamo l’altra stanza,” concluse mio fratello, sollevato che tutto si fosse risolto per il meglio.

Dovevano essere due settimane consacrate all’ozio e alla solitudine. Come avevo potuto cacciarmi in questa situazione?

Un’ultima esperienza giovanile

“Destra o sinistra?” mi chiese Enrico in boxer e canottiera, mentre stavo indossando il mio pigiama.

“È uguale.”

“Allora se non ti fa niente io sto lontano dalla finestra,” disse, infilandosi sotto le coperte del lato sinistro.

Seguii il suo esempio e finalmente spegnemmo la luce.

“Un po’ come ai vecchi tempi, eh?”

“Già,” mi limitai a rispondere. Temevo di sapere dove voleva arrivare e preferivo evitare di rinvangare quel passato. Ma Enrico era di tutt’altro avviso.

“Ti ricordi quella volta che da ragazzi dormimmo a casa vostra per il compleanno di Fabio?”

“Uhm, no, non ricordo,” mentii con poca convinzione.

“Anche quella volta eravamo finiti a condividere il letto di camera tua…”

“Ti prego, Rico. Non ricordarmelo.”

Ma Enrico era imperterrito.

“… e mi chiedesti se potevi farmi una sega.” Enrico scoppiò a ridere.

Affondai la testa nel cuscino, schiacciando i bordi contro le orecchie nel tentativo di non sentire.

“Ahah, sapevo che non potevi averlo dimenticato.”

“E come avrei potuto? Nonostante tutti i miei tentativi di cancellare quel ricordo, è ancora troppo imbarazzante.”

“Avremmo avuto sì e no 15 anni, tu uno in più. Eravamo tutti ragazzi un po’ confusi.”

“Già. Comunque, grazie per non averlo mai detto a nessuno.”

“Eravamo amici,” replicò Enrico, portandosi le mani dietro la testa.

Tra noi scese nuovamente il silenzio.

“Senti, ma la tua proposta vale ancora?”

“Cosa?”

“Beh, anch’io a quei tempi ero un ragazzino pieno di timori. Non potevo accettare. Vuoi ancora farmi una sega?”

Sentivo il mio cuore battere all’impazzata. Mi sembrava di essere tornato a quella notte di quasi 10 anni fa. Mi sembra di essere nuovamente quel ragazzino impacciato che non capiva quello che stava provando.

Non penso di aver mai avuto una vera e propria cotta per Rico, ma a quel tempo era l’unica persona di cui mi fidassi.

Enrico non attese una mia risposta e si tirò su, appoggiando la schiena contro la testata del letto.

“È la nostra ultima occasione per sperimentare. Tra poco raggiungeremo quell’età, in cui non potremmo più fare quel genere di esperienze…”

In verità, io, quelle esperienze, le avevo già fatte, quando sono andato all’università.

Tuttavia sapevo a cosa si riferisse. Quelle esperienze adolescenziali che si fanno fra amici.

Allungai la mano e gli sfiorai i boxer. Nella penombra riuscivo già a vedere un rigonfiamento tra le gambe.

Le mie dita gli toccarono le pelle calda della pancia e si insinuarono oltre l’elastico.

La mia mano tastò la sua asta con curiosità. Era una fantasia ricorrente della mia adolescenza che prendeva vita.

Infine, le mie dita avvolsero la sua virilità. Il contatto della sua pelle lisca e la sensazione di durezza contro il palmo, mi fecero fremere. Quindi, iniziai a far scorrere la mano.

Enrico gemette sommesso e allargò le cosce quasi invitandomi a impegnarmi di più.

“È un po’ secca…” commentò a un certo punto.

Non so se si riferisse alla sua asta o alla mia mano, ma intuii il suo desiderio recondito. Era una di quelle situazioni in cui entrambi vogliono che succeda qualcosa, ma nessuno osa o vuole esporsi.

“Ho sempre ammirato il tuo coraggio da ragazzo. Tu osavi fare cose senza temere quello che avrebbero potuto dire gli altri,” disse Enrico.

Nascosto dietro quel complimento c’era un chiaro messaggio: voglio che me lo succhi, ma non te lo chiederei perché ho un’immagine da difendere, mentre tutti sanno già chi sei tu.

E io aprii le labbra.

“Uhooo,” esclamò Enrico, quando la mia bocca accolse il suo cazzo e la mia lingua ruotò attorno alla cappella.

Io ed Enrico non ci siamo praticamente mai neppure sfiorati, se non qualche rapida stretta di mano.

Adesso, tutt’a un tratto, scoprivo il sapore della sua pelle e ne percepivo il tocco liscio sulla lingua. La mia testa scivolava su e giù, su e giù, lungo la sua asta.

Non sapevo dove posare le mie mani. Potevo toccarlo? Alla fine appoggiai una mano alla sua coscia.

Enrico gemette soffocato, mentre il volto si rilassava in estasi. Era strano lanciare questo sguardo su un momento di così grande intimità di un amico.

“Tu… tu l’hai già preso…” mormorò a un certo punto Enrico.

Era quel genere di domande che si lasciavano in sospeso con la speranza che la conclusione si trasformasse nella realizzazione di una richiesta. Una richiesta che non si osava fare.

Sembrava che voleva spingere la sua esperienza fino al limite.

Sollevai la testa e lasciai che il suo cazzo scivolasse fuori dalla mia bocca, adagiandosi sulla sua pancia. Incrociai il suo sguardo.

I suoi occhi bramosi sembravano gridare quello che la sua voce temeva pronunciare.

Mi voltai e mi abbassai i pantaloncini del pigiama.

“Uao, non so se…” Enrico sembrava aver perso la capacità di portar a termine una frase. Anche se, in verità, penso volesse che fossi io a terminare la sua frase coi fatti.

Mi spinse indietro senza voltarmi quasi per timore che la vista del mio uccello rompesse l’incantesimo. Quando fui sopra il suo cazzo, strinsi l’asta all’elsa e la puntai verso l’alto.

Mentre leggerete queste parole, penso che condividerete il mio stesso interrogativo che mi pongo io, scrivendole: come sono arrivato a questo punto?

In quel momento, però, sembrava tutto così ovvio. Così mi sono lasciato calare sulla sua lancia.

“Mmmmgh.” Faticavo a trattenere i lamenti, mentre facevo forza contro me stesso.

Enrico non era particolarmente grosso, tuttavia il mio buchino faceva resistenza.

“Aaargh,” mi sfuggì, quando infine la cappella spalancò quella piccola fessura.

“È incredibile vedere il mio cazzo svanire dentro di te,” mormorò Enrico, mentre mi impalavo da solo.

La mia discesa si bloccò, quando l’asta trovò un nuovo ostacolo, non so se il colon o la parete della vescica.

“Oh, porca troia. Ho la mia nerchia piantata nel tuo culo fino all’elsa,” esclamò Enrico, forse troppo forte, quando finalmente dopo un’altra fitta di dolore superai anche l’ultima barriera.

“Sei troppo grosso,” balbettai, voltandomi verso di lui.

“Se fai quella dolorante faccia arrapata, rischio di sborrare all’istante,” disse lui, scuotendo il capo incredulo.

Mi sollevai, lasciando che l’asta strofinasse contro la mia pancia. Poi di nuovo mi lasciai cadere. Ripetei il movimento un po’ di volte in maniera impacciata prima di prendere un ritmo.

“Il tuo culo è stretto al punto giusto,” mormorò Enrico e mi afferrò i glutei. “Adoro osservare il mio cazzo scomparire tra le tue tonde chiappe. Sembra davvero grosso.”

Poggiai le mani sulle sue cosce e, sostenendomi con le sue gambe, accelerai il sali e scendi.

“Oh, sì, continua con questo ritmo,” mugugnò Enrico, chiudendo gli occhi e inclinando la testa indietro.

“È faticoso,” replicai, iniziando a sentire segni di cedimento.

“Non ti fermare. Ci sono quasi.”

Delle gocce di sudore mi scivolavano lungo le tempie. Sembrava dare per scontato che tutto quell’impegno era solo e unicamente per farlo venire.

“Resisti ancora un po’. Ah, sì, cazzo. Vengo. Sto venendooooooh.”

La sua asta premette contro le mie pareti più grossa che mai. Una serie di pulsazioni mi fecero fremere, mentre Enrico gemeva rumoroso.

Rallentai finalmente il ritmo e, quindi, mi fermai. Fui percorso da una sensazione di piacere, forse il contrasto fra il sollievo e tutto lo sforzo.

“Puoi alzarti,” mi disse Enrico e lasciai che il suo cazzo esausto si sfilasse dal mio culo.

Caddi a quattro zampe in avanti ancora ansimante.

“Eheh, è rimasta una traccia della forma del mio cazzo,” osservò ridacchiando Enrico, indicando le mie chiappe. “E anche qualcosa di più di solo una forma… è una strana visione il culo di un amico con un filo della propria sborra che cola fuori.”

Mi tirai su i pantaloncini frettolosamente. Tutt’a un tratto le sue parole mi fecero vergognare e volevo solo nascondere il corpo del reato.

Enrico si diede una rapida pulita con dei fazzoletti e piombò in un sonno profondo, neanche fosse stato lui a fare tutto lo sforzo.

Dopo essere rimasto un lungo istante ad ascoltare il suo respiro, mi feci forza e mi diressi in bagno. Gli umori di Enrico si agitavano dentro di me per poter uscire.

Mi sedetti sul gabinetto, ma non feci in tempo a spingere che la porta si spalancò.

Quell’odore inconfondibile

“Oh, scusa, Marzio, non mi ero accorto ci fosse qualcuno.” Attilio rimase un attimo a fissarmi sulla soglia. Sembrava star per uscire, ma poi chiuse la porta alle sue spalle, noncurante che io fossi seduto sulla tazza con i pantaloncini calati.

“Scusami, ma sto veramente morendo di sete. Quella pizza mi ha disidratato. Fa come se non ci fossi. Tanto siamo fra uomini,” dicendo questo inclinò al testa sotto il rubinetto e prese a bere come un cammello.

“Ma veramente…” Avrei voluto alzarmi e andarmene, ma la densa sborra di Enrico premeva per uscire. “Ti prego… non ce la faccio più.”

“Tranquillo, non mi scandalizzo mica. Una volta ero in spiaggia e…”

Attilio non fece in tempo a terminare la frase che scoreggiai. O meglio fu più un gorgoglio che colava.

“Non male. A te la pizza ha fatto un effetto ben peggiore. Anche se, cavoli, la tua merda non puzza, anzi… ha un odore… un odore di… di…” Attilio si concentrò, respirando a pieni polmoni.

Si voltò di scatto verso di me e spalancò gli occhi.

“No, non mi dire che… prima, quei rumori… Da quanto…?”

“No, non è come pensi. È stata la prima volta. Del tutto casuale,” esclamai, agitando le mani davanti a me.

“Oh, cazzo, non ci credo. Ma allora è vero!”

Mi resi conto in quell’istante che mi ero sputtanato da solo.

“Ma tuo fratello lo sa che te lo fai mettere…”

Come Enrico anche lui sembrava non essere in grado di portare a termine una frase che riguardasse il sesso fra uomini.

Era come se temessero che se ne avessero parlato sarebbe diventato reale.

“Ti ho già detto che non era mai successo prima.”

“… con Rico almeno.”

Arrossii, abbassando lo sguardo. Quando rialzai gli occhi, Attilio era di fronte a me.

“Prendimelo in bocca,” disse e si tirò giù i boxer. Mi trovai davanti al naso il suo cazzo barzotto incoronato da un folto intrico di peli scuri.

“Ma che ti salta in mente?” esclamai, spingendolo via.

“Quindi, va bene prenderlo in culo da Rico, ma succhiare l’uccello all’altro amico di tuo fratello, diventa di colpo troppo?”

Distolsi lo sguardo imbarazzato. Era bravo a far svergognare gli altri.

“Dai, lo so che lo vuoi assaggiare,” disse, facendo dondolare la sua nerchia al movimento del suo bacino. “Se non avessi voluto cazzi, non te lo saresti fatto mettere in culo da Rico.”

Non sono quel genere di persona, avrei voluto dirgli. Anche se in quel momento non sapevo esattamente che “genere di persona” fossi. Avevo ancora tutta l’eccitazione in circolo che non avevo potuto sfogare prima, segandomi.

All’improvviso il suo cazzo sembrò un modo per scaricare quella tensione repressa.

Così, con i pantaloncini abbassati, seduto sul gabinetto, aprii le labbra e accolsi il cazzo di Attilio.

Ancora mezzo rilassato, mi entrò tutto in bocca. Percepii subito che si gonfiava con rapidità sulla lingue e mi colmava le guance.

“La mia minchia da al tuo volto un’espressione sorpresa, eppure a vedere adesso sembra che il mio cazzo abbia sempre fatto parte della tua faccia.”

Che idiota. Con la sua asta in bocca l’insulto uscì come un brontolio incomprensibile.

“È bello per una volta avere l’ultima parola con te. Se avessi saputo prima che era così semplici zittirti, ti avrei sventolato il mio cazzo di fronte al naso molto prima.”

Stava iniziando a parlare troppo per i miei gusti. Feci per alzarmi, ma Attilio mi afferrò per le spalle e mi premette verso il basso.

“Stai giù. Mi piace questa nuova prospettiva. Penso che rappresenti bene la nostra amicizia.”

Attilio mi strinse la testa fra le mani e iniziò a muovere il bacino.

Il suo cazzo scivolava ritmato sulla mia lingua. Sfregava contro il mio palato.

Mentre Attilio incominciava ad ansimare sommesso, io assimilavo lentamente quel movimento regolare. Presi presto a mimare il suo gesto e senza che me ne accorgessi Attilio si era fermato e io gli stavo facendo una pompa.

“Vedi? Avevi solo bisogno di qualche segno di incoraggiamento da parte mia. Ti piace sentire che i tuoi sforzi siano apprezzati, vero? Ma sono sicuro che qualche gemito e parola non ti bastano. Tu vuoi un riconoscimento del tuo impegno coi fatti.”

Presi a succhiare con più intensità. Aveva ragione. Sentire che i miei sforzi gli stavano dando piacere, mi stimolava. Penso che chiunque vuole sapere che il suo lavoro è apprezzato.

“Adesso arriva la ricompensa,” esclamò.

Sapevo che si riferiva alla sborra, ma che in verità quella era solo il segno tangibile della vera ricompensa: la certezza di averlo fatto godere.

La sua asta pulsò sulla mia lingua, colmando ancora di più la mia bocca.

Schizzi caldi e acri mi colpirono il palato incontrollati. Attilio lanciò una serie di gemiti di appagamento prima di concludere in un’ansimare regolare.

“È stato incredibile,” balbettò, barcollando qualche passo indietro.

Il suo cazzo mi scivolò fuori dalla bocca, restando ancora per un attimo legato alle mie labbra con un fragile filo di saliva. O forse di sborra.

“Sono davvero esausto adesso,” confessò Attilio, mentre si lavava il pisello nel lavandino.

Mi augurò la buona notte e si dileguò come era apparso.

Io rimase ancora per un lungo istante seduto sulla tazza. Infine, mi rialzai e mi diedi anch’io una lavata nel bidè. Ero tutto un fascio di nervi per quella notte surreale.

“Devo farmi una tisana per rilassarmi,” consigliai a me stesso ad alta voce quasi per rassicurarmi che ero ancora sveglio.

Mi diressi nella cucina immersa nell’oscurità e mi presi una tazza. Mentre stavo per riempire il bollitore, una mano mi afferrò il volto, coprendomi la bocca.

Quella cavalcata notturna

“Sembra che non sono l’unico che fatica a prendere sonno.” La voce era rude come le sue mani.

“Che ti prende, Andrea?” riuscii a mormorare, tentando di togliere le sue dita dalla mia bocca

“È tutta la notte che i gemiti dei miei amici mi impediscono di dormire per colpa tua. Dovresti prenderti le tue responsabilità.”

Andrea premette il suo corpo contro il mio, schiacciandomi contro il bancone della cucina. Percepii la sua virilità gonfio contro le mie chiappe.

“Non è come pensi.”

Andrea fece scivolare una mano dentro i miei pantaloncini, intrufolandosi fra le mie chiappe. Il suo dito medio penetrò con facilità il mio buchino slabbrato e ancora umido.

“Davvero? Eppure questo non sembra proprio un culetto vergine. Ho sempre saputo che eri gay, fin da quanto eravamo dei ragazzini e mi guardavi i bicipiti, ma non avrei mai immaginato che fossi un tale puttanello.”

“Non… non è ve-e-ero…” balbettai, mentre il suo dito mi esplorava il buchino.

“Sssssh, fai piano. Chi sa cosa penserà Fabio, se sapesse che il suo fratellone intrattieni i suoi amici in questo modo,” mi sussurrò all’orecchio Andrea, sdraiandosi contro la mia schiena.

L’immagine di mio fratello che entrava in cucina in quel momento mi congelò in quella posizione.

“Ti prego, non dire niente a Fabio.”

“Tranquillo, non ti preoccupare. Voglio solo quello mi spetta.” Andrea si raddrizzò nuovamente e fece qualche passo indietro, portandosi con sé il mio culo.

Mi premette la mano contro la schiena e io mi trovai piegato a 90 gradi. Quindi, mi afferrò l’orlo dei pantaloncini e me li tirò giù quanto bastava per svelare il mio culo.

“Guarda che culo favoloso. Sembri proprio nato per farti sbattere.” Andrea mi afferrò le chiappe, saggiandone la consistenza.

Le sue dita mi allargarono le chiappe e Andrea sputò centrandomi il buchino.

Lasciò che il suo cazzo fuoriuscisse completamente dai boxer e me lo fece scorrere tra le natiche bagnate dalla sua saliva. Il suo cazzo sembrava diventare più grosso a ogni sfregamento.

Infine, Andrea strinse la sua asta nella mano e me la puntò tra le chiappe.

Spinse.

“Mmmmuaaah.” Non riuscii a trattenere il gemito.

Andrea si schiacciò contro di me e mi tappò nuovamente la bocca con la mano.

“Ho sempre pensato che Rico e Attilio avessero dei cazzetti. Ma adesso ho davvero la conferma che il mio è il più grosso.”

La cappella di Andrea si aprì un varco con forza nella mia carne e con un altro affondo l’asta si conficcò fino all’elsa nel mio corpo.

“Gmmmmmh.” La mano di Andrea soffocò il mio lamento.

“Pensavo fossi maggiormente allenato. Soprattutto dopo esserti fatto ripassare da quei due. Dovrò farti recuperare.”

Andrea tornò in posizione eretta. Mi afferrò per i fianchi e prese a muovere il bacino con rapidità e senza esitazione.

A ogni botta venivo sbalzato contro il bancone. Mi stava facendo percepire tutta la sua forza muscolare con ogni affondo.

Le mie mani si aggrapparono al bordo del bancone nel tentativo di resistere a quel terremoto che mi faceva vibrare tutto il corpo.

Iniziavo a essere stanco. Ero sveglio da tanto e il mio corpo cominciava a sentire le conseguenze di tutte quelle scopate.

Per fortuna anche Andrea era al limite. Anche se il suo era un limite ben diverso dal mio.

“Oh, cazzo. Sto per sborrare,” mugugnò accelerando il ritmo. Le sue dita affondarono ancora più in profondità nei miei fianchi.

Percepii la sua nerchia dilatarmi ancora di più il buchino. Poi una serie di fremiti furono seguiti da un’ondata di calore che mi mi avvolse il culo, mentre Andrea si agitava incontrollato.

Si accasciò sudato sulla mia schiena, facendomi sentire il suo respiro affannato contro l’orecchio.

Infine, si risollevò ed estrasse il suo arnese completamente sfiancato. Se lo ripulì contro le mie chiappe, sbadigliando.

“Buonanotte,” mormorò, voltandosi.

Ero ancora appoggiato al bancone, quando lo sentii stravaccarsi sul divano. Non passò molto tempo perché un russare echeggiò nel salotto.

Mi tirai sui i pantaloncini, non curante che si appiccicarono contro la sborra che mi macchiava il culo. Mi trascinai in camera e crollai addormentato.

La mattina dopo mi svegliai con un forte crampo alla stomaco. Mi girai con cautela nel letto per non svegliare Enrico. Quando, però, mi accorsi che non c’era, mi alzai frettolosamente e corsi in bagno.

Feci appena in tempo a sedermi sulla tazza che una scoreggia rimbombò nella stanza, prima di cagare fuori il mondo.

Mentre riprendevo fiato, mi resi conto che il dolore al buchino non svaniva come al solito. A quel punto ricordai cosa era successo quella notte.

Mi resi anche conto che ero andato a dormire con la sborra di Andrea dentro di me. Doveva aver fatto una specie di effetto clistere.

Mi diedi una lavata e finalmente osai uscii dal bagno.

“Eccola, la bella addormentata,” esclamò mio fratello, quando mi vide arrivare in sala, dove sta già facendo colazione con i suoi amici. “Uoh, che faccia che hai.

“Già, Marzio, sembra quasi ti sei fatto una cavalcata questa notte,” esclamò Attilio, ridacchiando.

“Oh, più di una,” aggiunse Andrea, lanciandogli uno sguardo di sottecchi.

Attilio rimase un attimo interdetto poi scoppiò a ridere. Dovette realizzare in quel momento che dopo di lui anche Andrea mi aveva ripassato.

Enrico continuava, invece, a rimanere impassibile.

“Che fai ancora lì in piedi? Tra poco noi abbiamo finito e vogliamo andare in spiaggia,” mi sollecitò Fabio.

“Temo che, dopo una cavalcata con certi stalloni, il culo faccia troppo male per sedersi,” commentò sempre più divertito Attilio.

Ormai anche in Enrico sembrava aver capito che durante quella notte non era stato l’unico ad approfittare di me, perché gli scappò una risata.

Mio fratello spostava lo sguardo dall’uno all’altro di noi senza capire cosa stesse succedendo.

Ormai sapevo che in quelle due settimane non mi sarei assolutamente rilassato.