“Devi iniziare a pensare di trasferirti, Jacopo.” La voce di Helen era troppo fredda.
“Martha se n’è andata da solo un anno.”
“Martha è morta già da un anno.”
Mi rifiutai di replicare.
“So che è difficile. Mi rendo conto che è doloroso parlare di queste.”
“E allora perché ne stiamo parlando?”
“Non sei da solo. Hai due figlie e un figlio. Devi pensare al loro futuro. Non possono passare tutto il tempo in mezzo agli animali tra le montagne.”
“Osservando le animali si possono imparare molte cose.”
“Dovresti passare meno tempo con i tuoi animali è più con la gente.”
“Questa è la mia vita. Ho sempre vissuto qui e mio padre prima di me, e mio nonno prima di lui.”
“I tempi sono cambiati. Non arriva neppure una strada sotto cui piazzare la fibra ottica. E il telefono non prende. Timo e le ragazze hanno bisogno di confrontarsi con altra gente.”
“C’è Florin. Mi sta aiutando molto con Timo e le ragazze.”
Guardai Florin che giocava nel cortile con Lisa e Timo. Non potei fare a meno di sorridere. Anche Helen seguì il mio sguardo, ma non sorride.
“Florin prima o poi se ne andrà. Presto vorrà farsi una famiglia sua. E sarà prima di quanto immagini.”
Florin era il fratello della mia defunta moglie. Erano molto legati. Ha sempre vissuto con noi e quando Martha ci ha lasciato era distrutto. Al funerale ha pianto. Gliene ero stato grato, perché aveva pianto anche per me.
“Quando se ne andrà chi si occuperà della tua famiglia?” insistette Helen.
Quando finalmente ci salutammo, guardai Helen allontanarsi lungo il sentiero con un misto di sollievo e nostalgia. Io e Martha abbia sempre voluto molto bene a Helen, ma andava presa a piccole dosi.
Mi voltai a guarda Florin che aiutava Erika a portare in casa i panni asciutti. Non potevo negare che le sue parole mi avevano turbato. Avevo sempre dato per scontata la presenza di Florin. Non mi ero mai posto la domanda su cosa desiderasse. Voleva davvero andarsene?
Vivemo in una zona davvero isolata. Credo che la mia fattoria fosse la casa abitata tutto l’anno più in alto di tutte le Alpi.
Durante tutti questi anni che Florin aveva trascorso con noi alla fattoria, non lo avevo mai sentito frustrato per l’assenza di ragazze nei dintorni.
Ma immaginai che Helen avesse ragione. L’uomo ha degli impulsi e Florin non era diverso.
L’istinto del maschio di cercare il piacere
Quella sera, quando le ragazze e Timo furono andati a dormire, presi un paio di birre per me e Florin per chiacchierare un po’ davanti al fuoco.
“I miei… bisogni?” ripeté alla fine Florin, quando condivisi con lui i miei timori
“Sì, quando sei arrivato qui eri solo un ragazzo, ma adesso sei un uomo fatto e finito.”
“Io… io sto bene qui.”
“Ne sono contento, però, sono molti anni che sei qui. Mentre io avevo tua sorella, tu invece… non ti ho mai neppure beccato… toccarti.”
Non so se era perché avevamo bevuto troppe birre, ma non avevamo mai parlato insieme con tanta franchezza. In realtà, ora che ci pensavo, non avevo mai parlato tanto.
“Ecco, io non so…” balbettò Florin, distogliendo lo sguardo imbarazzato.
“Dovresti lasciarti andare. Siamo uomini. Abbiamo degli impulsi. Non possiamo trattenere i nostri istinti troppo a lungo.”
Mentre parlavo mi resi conto che il cazzo mi stava diventando duro. Forse, in verità, non stavo parlando per lui. Le parole di Helen avevano toccato qualcosa di più profondo in me.
In fin dei conti era davvero più di un anno che non solo non mi toccavo, ma non pensavo proprio ai miei impulsi. Ogni volta che la natura chiamava, non potevo fare a meno di essere schiacciato dai sensi di colpa. Mia moglie era morta, come potevo ancora avere questi desideri?
“Non c’è niente di male dal provare certe cose,” dissi, più a me stesso che a Florin, mentre istintivamente scesi a massaggiarmi il pacco.
Avevo ormai il cazzo in tiro. Florin fissava come ipnotizzato dai miei movimenti disinvolti.
Abbandonai ogni remora e infilai la mia mano dentro i pantaloni. Ero ormai stato trascinato in una foga che avevo troppo a lungo represso.
La mia mano strusciava a fatica sotto la stoffa. Avrei voluto aprirmi i pantaloni ed estrarre il mio arnese. Tuttavia, qualcosa ancora mi fermavano, nonostante mi rendessi conto che avevo già superato ogni limite.
“Non c’è nulla di male a cercare il proprio piacere.” Ancora una volta non sapevo a chi stavo parlando.
Infine, non resistetti più. In fin dei conto eravamo fra uomini. Mi abbassai la cerniera e finalmente il mio cazzo balzò fuori. Le mie dita si avvolsero attorno all’asta e presi a segarmi frenetico.
Florin spalancò gli occhi. Il suo fissarmi silenzioso con tanta insistenza in parte mi infastidiva, ma allo stesso tempo mi inorgogliva. Forse quel momento di esibizionismo, era per me un po’ come un surrogato di un rapporto vero e proprio.
“Siamo tra uomini,” dissi per rompere il silenzio e nascondere il mio ansare sempre più intenso. “Tiralo fuori anche tu.”
Florin, però, abbassò lo sguardo imbarazzato. Ma non mi importava. Chiusi gli occhi e inclinai la testa all’indietro.
La mia mano scivolava sempre più rapida. I miei addominali si tesero. Un fremito di goduria mi percorse tutto.
“Ah, sììì, aaah,” esclamai, mentre, sollevandomi dalla sedia, schizzai fiotti di sborra densa e bianca sul pavimento di legno scuro.
Mentre il mio respiro tornava regolare e le sensazioni di piacere mi abbandonavano, mi trovai in piedi, con i pantaloni mezzo abbassati al centro della stanza.
Tossicchiai a disagio, senza osare guardare verso Florin.
“Vado a darmi una sciacquata,” mugugnai, tirandomi su i pantaloni e andando in bagno.
Che cosa imbarazzate. Avevo sborrato di fronte a qualcuno. E per giunta mio cognato. Tuttavia, non potevo negare di sentirmi meglio come se mi fossi levato dalla spalle un peso che portavo dietro da tanto tanto, troppo tempo.
Quando, infine, tornai in sala, Florin era scomparso. E anche gli schizzi della mia sborra era svaniti.
Quando un cervo incula un cervo
L’autunno arrivò e i mesi trascorsero senza che io e Florin facemmo cenno a quanto era accaduto. Infine, giunse anche la prima neve e io tornai a imbracciare il fucile.
“TIMO, SEI PRONTO? Se non ti muovi, vado senza di te,” gridai sulla soglia di casa.
“NO, aspettami. Aspetta. Sto arrivando,” urlò di risposta mio figlio, scendendo rumorosamente le scale e saltando diversi gradini e quasi finendo a terra.
“Scendi con calma, Timo. Ricordati qual è la prima regola della caccia!”
Timo rallentò subito il passo, abbassando la testa, quasi vergognandosi per aver mostrato troppo entusiasmo. “La prima regola della caccia è la prudenza.”
Annuii e gli porsi il mio fucile di riserva. Timo lo afferrò con particolare riverenza.
Non potei fare a meno di provare un senso di orgoglio, osservando mio figlio in quel momento.
Quella sarebbe stato la sua prima battuta di caccia.
“Oggi è un gran giorno, figliolo. Oggi entri nel mondo degli adulti. Adesso uscirai di casa ancora un ragazzo, ma quando varcherai nuovamente questa soglia sarai un uomo.”
Con il fucile a tracollo ci avviammo verso la foresta.
La gente di città pratica la caccia come se fosse uno sport, ma per noi uomini di montagna è ancora una forma di sostentamento, sopratutto durante gli inverni più rigidi.
“Quello del cacciatore è il più antico mestiere del mondo,” spiegai a Timo. “È la professione dell’uomo per eccellenza.”
Ero felice di poter trascorrere quel momento padre e figlio come prima aveva fatto mio padre con me e mio nonno con lui.
“Quando ci immergiamo nella foresta, la natura che ci avvolge risveglia i nostri sensi. Gli istinti e gli impulsi dell’uomo trovano la loro ragione di essere.”
Ci appostammo dietro dei cespugli e restammo in attesa.
“La caccia è un’arte che richiede molta pazienza e silenzio,” sussurrai a Timo.
“PAPÀ, papà,” esclamò troppo rumorosamente Timo all’improvviso dopo una lunga pausa. “Guarda: due cervi, ma stanno per…”
“Che ti prende. Fai pian…” bisbigliai, ma le parole mi morirono in bocca, quando vidi che cosa aveva sorpreso mio figlio.
“Quel grosso cervo sta montandone un altro,” disse Timo, indicando i due animali fra gli alberi.
“Sono indiscutibilmente due maschi,” osservai. “Le corna non lasciano ombra di dubbio.”
“Guarda, pa’. Gli si vede il coso! Glielo sta per infilare nel… culo,” esclamò Timo, spalancando gli occhi.
Forse qui, sulla cima delle montagne più alte, non abbiamo internet e la televisione, ma i ragazzi di campagna imparano molto presto che cos’è il sesso, osservando gli animali. Tuttavia, né io né lui avevamo mai visto nulla del genere.
“Non pensavo fosse possibile,” fu l’unica cosa che riuscii a dire.

“Beh, sicuramente non deve essere piacevole,” ridacchiò Timo.
Fissai mio figlio interrogativo.
“Deve essere un po’ come quando fai la cacca un po’ troppo… dura.”
Timo era ancora un ragazzo e la prendeva sul ridere. Mentre io non potevo nascondere a me stesso che, nonostante cercassi di mostrarmi indifferente, quella scena mi aveva turbato.
Forse quel cervo era entrato in calore troppo presto? Maschi e femmine vivono in branchi separati fino a primavera. Anche se questo non spiegava, perché quell’altro cervo stava lì, fermo, mentre quello più grosso lo montava.
“Deve essere il capo,” conclusi.
“Il capo?”
“Nonostante le corna i cervi raramente lottano. Sono segnali più sottili quelli che definiscono chi è il capo, come per esempio il comportamento.”
“Come te alla fattoria,” disse Timo senza darci molto peso. “Gli spariamo?” aggiunse subito.
“No, andiamo da un’altra parte.”
Tornando, infine, a casa la sera con le nostre prede della giornata, non potei fare a meno di ripensare a quello che avevamo visto.
Immagino che per voi queste mie riflessioni siano senza senso. Non crediate che sia un montanaro oppresso dalla rigidità della religione. Fra me e mia moglie c’era sempre stata una sincera intesa. Ho avuto due figlie e un figlio.
Ma soprattutto ero un contadino, un allevatore. Come Timo anch’io sono stato a contatto con il sesso fin da ragazzo. Quante volte ho visto il nostro toro montare una giumenta.
Proprio per questo mi era chiaro che ci fossero solo due organi sessuali. Io e il toro ne condividevamo uno, mentre la giumenta e mia moglie l’altro. Per sfogare il nostro desiderio avevamo bisogno l’uno dell’altra.
Forse perché ho sempre vissuto isolato dal mondo, ma non avrei mai potuto immaginare che fosse possibile infilare la propria virilità in qualcosa di diverso da una… vagina.
Tuttavia, quel cervo stava innegabilmente facendo sesso. Aveva agitato la sua virilità non molto diversamente dal mio toro con la giumenta.
Eppure ero ancora confuso. Se ogni volta che si usa la propria virilità si fa sesso, che cosa stava facendo l’altro cervo?
Natura contro natura
Finalmente arrivò la primavera e tornammo a spendere più tempo all’aperto. Anche se nel nostro caso significava lavorare.
Iniziammo anche a usare la doccia esterna. Un pomeriggio, dopo aver terminato prima i lavori nei campi, mi spogliai e mi infilai sotto la doccia nel retro della casa.
Non era esattamente una doccia. Era un grosso secchio con una corda che penzolava. Si tirava lentamente la corda e l’acqua si rovesciava addosso. Mi piaceva quell’onda di freschezza dopo una sudata nei campi.
Mi sedetti nudo su una sedia lì vicino e mi lasciai asciugare dal sole. Tanto Tim e le ragazze non erano ancora tornati dalla scuola del paese. Non aveva nulla di cui preoccuparmi.
Mentre mi godevo il sole pomeridiano, sorridendo dall’angolo della casa sbucò Florin. Era nudo come me, ma stringeva con sé un asciugamano.
“Ehi, Florin! Tutto bene?” esclamai, salutandolo con un cenno della mano.
Appena mi vide, nascose le sue intimità e abbassò lo sguardo imbarazzato.
Quel suo atteggiamento remissivo mi fece sentire più forte. Un uomo non deve aver paura a mostrare i propri attributi. Percepivo un impulso ancestrale, quasi animalesco, di superiorità.
Mi tornarono in mente le parole che avevo detto a Helen l’ultima volta che ci eravamo visti: “osservando le animali si può imparare molto sulle persone”.
Mi resi conto che che noi uomini non siamo molto diversi da quei cervi. Tra noi c’è sempre una continua competizione.
Certo non ci prediamo a cornate, però i nostri comportamenti quotidiani rivelano una lotta perenne per la supremazia.
Allo stesso tempo la nostra primitiva natura che ci spinge verso il confronto violento non è stata completamente cancellata. Anche qui, in montagna, dove le dure condizioni di vita richiedono ancora uno spirito rude per sopravvivere.
Mi alzai dalla sedia, anche se non ero ancora completamente asciutto.
Non so se Florin percepì la mia presenza o mi aveva sentito arrivare, ma si voltò, quando fui alle sue spalle.
“Jacopo! Che cos….?” Le parole gli morirono in gola, quando il suo sguardo finì tra le mie gambe.
Non era la prima volta che gli mostravo la mia virilità in completa erezione. Tuttavia anche Florin dovette intuire che in quel momento non c’era quell’atmosfera di amicizia e complicità che avevamo condiviso davanti al fuoco.
“Scusami… ” mormorò Florin, voltandosi imbarazzato.
Perché si scusava? Quel suo atteggiamento remissivo mi rendeva più ardito.
Come il cervo mi aggrappai al suo torso e con forza lo obbligai a piegarsi.
“Ehi, che ti prende, Jacopo?” chiese.
Nessuno lo aveva preparato a questo. Anche se nel profondo avrebbe dovuto intuire quello che stava per succedere. Del resto era piegato come una giumenta e io ero dietro di lui in calore.
Tuttavia Florin non osò muoversi. Avevo già piegato il suo animo. Adesso dovevo piegare il suo corpo.
Prima mi ero sbagliato: ci può essere ancora violenza fra uomini. C’era violenza in quello che aveva fatto quel cervo e c’era violenza in quello che stavo per fare io.
Mi afferrai l’asta con la mano e la puntai tra le sue chiappe.
“Mi dispiace, Florin,” mormorai. “Te l’ho già detto: l’impulso dell’uomo non può essere represso a lungo. Il nostro istinto ci spinge a penetrare.”
E io spinsi. Spinsi come avevo sempre fatto, ma il corpo di Florin mi resisteva.
“Aaaaah, fa male,” gridò.
“È la mia natura che distrugge la tua.”
Mi stavo forzando l’entrata in un luogo in cui la natura aveva previsto non entrasse nulla. Ma noi uomini di montagna siamo abituati a un ambiente che ci respinge.
Quando scegli di andare contro la natura, devi sempre usare violenza. Ma è proprio in queste condizioni che l’uomo rivela la sua vera indole e la sua forza.
Spinsi con prepotenza e finalmente la punta entrò.
“Aaaargh, che cosa stai facendo? Mi fai male.”
Era una violenza fisica, ma anche mentale.
Mi chiesi se anche Florin aveva già visto i cervi competere… in quel modo.
Aveva già pensato al suo culo come qualcosa di diverso dal punto da cui espellere la cacca? Aveva anche solo pensato al suo buco in un posto diverso dalla tazza del gabinetto?
La montagna non è fatta per la vita umana. Solo con il suo sforzo l’uomo riesce a modellare quegli spazi per le sue esigenze.
La mia virilità si stava materialmente creando uno spazio con la forza nel suo corpo, uno spazio adatto alle mie necessità. Gli stava imponendo una nuova identità.
La natura del maschio è quella di penetrare. Stavo strappando a Florin questa sua certezza, obbligandolo a pensarsi come qualcosa di diverso.
Mentre umiliavo la sua virilità, la mia mascolinità ne risultava aumentata. Ero il cervo alfa. Florin era ormai meno di un maschio, ma non era neppure una femmina.
Era semplicemente mio.
Lo afferrai per i fianchi e osservai la mia asta sparire e apparire nelle sue carni.
Il corpo di Martha sembrava sempre adattarsi spontaneamente a me. Nel culo di Florin ero io che obbligavo il suo culo ad adeguarsi alle mie forme, alle mie misure.
La vagina è atta ad accogliere e Martha ne era cosciente. Da questa stessa consapevolezza ne traeva parte della sua forza. Non le ho mai imposto di accogliere la mia virilità.
La natura, l’istinto, hanno preparata la donna a quell’atto. E quando ne è consapevole, può mantenere il controllo sulla sua identità.
L’istinto del maschio è di penetrare. La sua natura lo incalza a invadere. Mentre l’istinto della femmina è di accogliere. Io e Martha ci integravamo.
Ma non c’era nessuna complementarità tra me e Florin. C’era solo gerarchia. Il mio cazzo non si integrava nel suo culo. Lo annientava come un invasore.
“Ah, sto per venire,” mormorai senza neppure rendermene conto.
Affondai il mio cazzo con slancio, mentre fui percorso da un fremito di piacere che quasi avevo dimenticato.
La mia asta scattò, schizzando ripetutamente il mio seme nel suo ventre.
Quando mi staccai ansante dal suo culo e sfilai la mia virilità esausta, Florin sobbalzò.
Mentre il mio respiro tornava lentamente regolare e il piacere fluiva via, la realtà di quello che era successo mi colpì con tutta la sua durezza.
Il corpo di Florin era completamente sconvolto. Gli tremavano le gambe. Il culo conservava ancora la traccia della forma del mio cazzo. Il suo buchino arrossato sembrava quasi respirare.
Distolsi lo sguardo e mi voltai a disagio.
“Vado a coricarmi un attimo. Ho bisogno di riposarmi,” dissi, cercando di dare alla mia voce un tono naturale. “Occupati tu della cena. Tra poco arriveranno Timo e le ragazze.”
“Sì, faccio io,” fu l’unica cosa che Florin disse, portandosi infine eretto.
Solo in quel momento mi resi conto che io e Florin eravamo praticamente alti uguali. Mi era sempre sembrato più basso di me.
Mi voltai e mi allontanai in fretta. Entrai in casa e mi andai a buttare sul letto.
Non so quanto tempo passò, ma quando mi risvegliai sentii le voci allegre delle mie figlie e di mio figlio di sotto. E anche quella di Florin.
“Ciao, papà,” esclamò Erika, quando mi vide scendere le scale.
“Avete iniziato a mangiare senza di me?” Esclamai, vedendoli tutte e tutti attorno al tavolo.
“È colpa tua che passi il tempo a dormire,” ribatté Timo.
“Ehi, guarda che io, tuo padre, ho sgobbato tutta la giornata. Quello era il mio meritato riposo.”
“Anche Florin ha lavorato tutto il giorno, ma era già qui a cucinare, quando siamo arrivati.”
Fulminai Timo con lo sguardo, ma non replicai. Non potevo certo raccontare che io avevo fatta anche una “cavalcata”.
Timo era solo un ragazzo. Non poteva capire il bisogno di riposo di un uomo dopo una scopata.
Presi posto a capo tavola e Florin mi riempì il piatto.
Alla fine Florin era stato tutto il tempo fermo, mentre io facevo tutta la fatica. Era giusto che fosse stato lui a occuparsi della cena.
“Non ti senti bene, zio?” Chiese Lisa, quando notò che Florin fece una smorfia di dolore, sedendosi.
“Cosa? No, no, ho solo… il… il.. la schiena un po’ indolenzita per la giornata di lavoro,” si giustificò lui.
Dovetti dare fondo a tutte le mie forze per non arrossire. Mi chiesi se Florin aveva ancora il mio seme dentro di sé.
“Non dovresti approfittare così dello zio, papà,” mi riproverò Erika.
“Ognuno in questa casa ha sempre fatto la propria parte che gli spetta in rapporto alle sue capacità,” spiegai senza, però, osare alzare lo sguardo dal piatto.
“Lasciatelo in tranquillità, ragazze. Vostro papà è sempre quello che fatica più di tutti. Mi fa piacere aiutarlo,” disse Florin in tono conciliatorio.
“È la fatica che crea la soddisfazione,” dichiarai.
In fin dei conti aveva ragione. Avevo fatto tutto il lo sforzo nella scopata. Era normale che fossi stato io quello che prima di tutto aveva provato piacere.
Mi dispiaceva naturalmente che Florin avesse provato dolore, ma suppongo che quella fosse la sua parte di fatica.
Il resto della cena trascorse senza altre discussioni. Quando ebbi finito, mi gettai sul divano, mentre Florin si occupava di sparecchiare.
Mi resi conto che Florin aveva preso il posto di mia moglie. Cucinava, puliva la casa e adesso me lo ero persino scopato.
Tuttavia era chiaro che tra me e e lui non c’era la stessa cosa che univa me e Martha. Eravamo entrambi uomini e non poteva esserci amore fra di noi.
Ma allora che tipo di relazione avevamo?
Il riconoscimento per il tuo impegno
Le giornate divennero sempre più lunghe e le temperature continuarono ad aumentare. Quando arrivò l’estate, arrivò anche il momento di portare le mucche al pascolo sull’alpeggio, dove avrebbero superato la calura in alta montagna.
“Piantala di fischiettare, Florin. Fa’ attenzione alle mucche. Il sentiero è scosceso,” gridai dalla cima della mandria, mentre salivamo. Florin era in fondo a chiudere la fila.
Dopo quella volta alla doccia non era più successo niente fra di noi. Non so esattamente perché. Non è che le mie pulsioni fossero scomparse all’improvviso. Ma era difficile dare un senso a quello che era accaduto.
“Florin, fa’ attenzione che qui la mulattiera si restringe,” urlai nuovamente, mentre spingevo le mucche contro la parete per farle avanzare.
Il muggito disperato di una mucca mi fece girare di scatto. Una giumenta sta precipitando verso la scarpata. Florin la stringeva per il collare.
Corsi verso di loro e mi gettai per afferrarla. Alla fine con gran fatica, riuscimmo a trarla in salvo.
“Scusami, non mi ero accorto che il sentiero si ristringeva,” disse Florin, passandosi una mano sul collo.
“Invece di fischiare, dovresti ascoltarmi. Ti avevo avvertito prima,” esclamai, stringendo i pugni. Ero furioso, ma non era quello il momento e il posto per una ramanzina. “Muoviti. Siamo quasi arrivati.”
Appena raggiungemmo il piccolo altopiano in cima, Maco e Lilo, i mie due cani, presero a rincorrersi tra l’erba.
Quando Maco raggiunse Lilo iniziarono a fingere una lotta. Maco si sollevò sulle zampe posteriori, morse la nuca di Lilo, che si acquattò, abbassando la testa.
Maco lo sovrastava, lanciando versi rumorosi. A quel punto Lilo gli leccò il muso, scodinzolando.
Il fischiettare di Florin mi distolse l’attenzione dalla scena. Sentii la rabbia di prima crescermi nuovamente dentro.
Mi diressi verso di lui e, quando gli fui di fronte, lo spintonai bruscamente.
“Che ti prende?”
“Ti ho già detto di non fischiare, mentre camminiamo su quei sentieri,” ringhiai.
“Ma adesso non stiamo camminando.”
Afferrai Florin per il colletto. “Credi di essere spiritoso? Abbiamo quasi perso una mucca per colpa tua.”
“M-mi dispiace. Scusami,” disse Florin quasi affranto.
Lasciai la presa del suo colletto senza, però, distogliere i miei occhi dai suoi. Non avrei accettato le sue scuse.
Florin rimase un lungo istante a sostenere il mio sguardo. Quindi, le sue gambe sembrarono cedere e lui cadde in ginocchio come un cane che si accuccia di fronte a uno più grosso.
Avevo il suo volto di fronte al mio pacco.
Portai le mie mani alla cintura e lentamente la slacciai. Poi mi abbassai la cerniera, lasciando che il gonfiore tra le mie gambe fosse visibile.
Infine, mi tirai giù l’elastico del boxer e il mio cazzo balzò fuori, dondolando di davanti al suo naso.
Florin sollevò gli occhi verso l’alto, verso di me.
Non so che cosa sperava di vedere nel mio volto, ma io non gli sorrisi, fissandolo inespressivo.
Lo sguardo di Florin, invece, sembrava riflettere sul suo volto la posizione del suo corpo in ginocchio.
Avrei voluto dirgli “prendilo in bocca”, ma non volevo umiliarlo ulteriormente. Rimasi in attesa. Il mio sguardo quasi minaccioso che lo schiacciava verso il basso.
E alla fine Florin cedette.
Fu in quel momento che trovai la risposta che mi perseguitava da settimane. Che relazione avevamo io e Florin?
Era qualcosa di primitivo. Eravamo mossi da istinti ancestrali. Lì, nella solitudine delle montagne, quelle emozioni preistoriche che la civiltà tenta di reprimere, era lasciate libere.
Mi era bastato esibire la virilità, che il maschio preistorico in Florin aveva riconosciuto la mia superiorità. Si era piegato per evitare lo scontro. Per evitare uno scontro, in cui era convinto di perdere, si era dichiarato perdente.
E come se il mio cazzo fosse stato il muso di Maco, il mio cane, Florin tirò fuori la lingua e diede una prima leccata alla mia asta, aggressiva di fronte ai suoi occhi.
Come un cane che tenta di disinnescare un pericolo, dimostrando che non è un avversario.
Percepivo come un timore primordiale in lui. Forse l’inconscia primitiva speranza che, se saprà soddisfarmi, io lo risparmierò. Gli risparmierò la vita.
Come il cane, come il cervo stavo solo mettendo sul piano fisico la mia superiorità. Allo stesso tempo la mia superiorità mi metteva nella posizione di poter pretendere di ricevere piacere.
Con questa nuova sicurezza spinsi il mio cazzo fra le labbra di Florin che inesperto non osava andare oltre le leccate alla mia cappella.
“Mi dispiace per essermi arrabbiato prima,” dissi, mentre osservavo la mia asta svanire nella sua faccia. “Infilare il mio cazzo tra due file di denti è un gesto di grande fiducia nei tuoi confronti. Quindi, usa le labbra per coprire i denti.”
Anche se in realtà più che fiducia in lui, era fiducia in me stesso e nella mia capacità di dominarlo.
Florin coprì i denti e sembrò aumentare il suo impegno. La sua bocca umida scivolava rapida lungo la mia asta.
L’altra volta, alla doccia, avevo usato il suo corpo per venire. Stavolta, però, era lui che stava facendo lo sforzo.
“Anche se non te lo dico mai, sono sempre sodisfatto del tuo lavoro. Non sono bravo con le parole, ma so che ogni tanto bisogna esprimere il proprio apprezzamento. Stavolta non nasconderò la soddisfazione per il tuo impegno. Sto per godereeeh. Aaah, sììì,” esclamai.
La mia nerchia si gonfiò, mentre un brivido di piacere mi attraversava il corpo. Estrassi il mio cazzo dalla sua bocca.
Un primo rapido schizzo centrò Florin nell’occhio. Poi un altro getto di sborra gli macchiò la fronte, quindi un altro ancora il naso.
“Questo è il riconoscimento più sincero che hai fatto un ottimo lavoro.”
“G-grazie…” mormorò Florin.
Il suo volto era una maschera di seme maschile. Denso e candido il mio liquido gli stava lentamente colando sulle guance.
“Questo non è solo il riconoscimento che il tuo impegno ha avuto successo. È anche un marchio come quello degli animali per segnare il territorio. Non ti devi lavare.”
“Va bene,” fu l’unica cosa che riuscì a dire. Mi voltai e andai a occuparmi delle mucche.
In poco tempo il mio seme si era seccato sulla sua faccia, dandogli un aspetto un po’ inquietante.
“Puoi darti una lavata prima di tornare giù,” concessi, infine, mentre alla fine della giornata stavamo raccogliendo le nostre cose.
“Grazie,” disse Florin, dirigendosi al ruscello lì vicino.
Oltre quei sentimenti primordiali
Quando fummo nuovamente nella familiarità di casa, però, fui preso dai sensi di colpa. Era un po’ come se in quel piccolo angolo di civiltà fra i boschi e le rocce, quei primordiali comportamenti mi apparissero in tutta la loro brutalità.
E ancora una volta tra me e Florin non successe più nulla, nonostante fosse ormai palese che c’era una strana tensione fra noi.
“È successo qualcosa fra te e Florin?” mi chiese Helen un giorno che era venuta nuovamente a trovarci.
“No! Che cosa vuoi che sia successo?” esclamai subito sulla difensiva.
“Lo immaginavo.”
“In che senso?”
“Si vede che ha qualcosa per la testa. Se non è un problema con te, visto che sei l’unica persona con cui parla, deve star sicuramente pensando di andarsene,” concluse con sicurezza Helen.
“Cosa?” esclamai quasi sconvolto da quel pensiero.
“Te l’avevo detto. Comunque, sono assetata. Per favore, portami del tè.”
“Io?”
“E chi altro?”
Sbuffando, entrai in casa. Mi diressi in cucina e misi dell’acqua sul fuoco.
Non avevo nessun motivo di agitarmi. Era solo una fantasia di Helen. Anche se adesso non potevo fare a meno di pensare che poteva aver ragione.
Probabilmente se fossi stato nei panni di Florin, dopo quello che era successo, probabilmente io starei iniziando a progettare di andarmene.
Ma non ero Florin e in quel momento mi resi conto di quanto volevo che restasse.
“Come non vuoi andartene da qui?” sentii Helen esclamare fuori dalla finestra della cucina.
“Qui io sto bene,” rispose pacato Florin.
Spensi l’acqua che stava iniziando a bollire e avvicinai l’orecchio alla finestra.
“Ma un un ragazzo carino come te dovrebbe aspirare a molto di più.”
“Ho sempre avuto una grande ammirazione per Jacopo,” spiegò Florin. “Volevo diventare come lui. Ma ho ormai capito che non ho i suoi stessi… attributi.”
“Ma che sciocchezza. Hai le stesse capacità di Jacopo, se non di più.”
“Forse, ma temo mi manca la necessaria risolutezza. Jacopo è guidato da una grande determinazione. Stare con lui mi offre l’opportunità di sfuggire al disorientamento di un agire senza scopo. Voglio condividere il suo sforzo, anche se non ne posso condividerne il risultato.”
“Ho capito, ma non ho capito,” commentò Helen confusa.
“Le sue mani che mi guidano verso la migliore… angolazione, sono la più piacevole attenzione a cui posso aspirare.”
Arrossii. Presi l’acqua e la versai nella teiera nel tentativo di distrarmi. Quindi, presi un vassoio e uscii fuori in fretta per mettere fine a quell’imbarazzante conversazione.
Terminato il suo tè, Helen decise che aveva sentito abbastanza nebulose dichiarazione e ci salutò.
Quella sera, quando tutti si furono addormentati, mi rialzai dal letto. Aprii con cautela la porta e camminai silenzioso lungo il breve corridoio.
Sotto i miei piedi gli assi di legno scricchiolavano, facendomi battere il cuore.
Mi fermai di fronte alla porta dall’altro lato del ballatoio. L’aprii lentamente e mi infilai nella camera.
“Chi è?” esclamò Florin, scattando seduto sul letto. “Jacopo? Che cosa stai facendo?”
“Non so spiegare quello che provo, ma voglio scoprirlo,” sussurrai.
Avvicinai il mio volto al suo e lo baciai. Fu un bacio impacciato non molto diverso da quello che mi ero scambiato con la mia prima fidanzatina delle medie.
“Ho osato troppo?” Chiesi, staccandomi da lui, notando che non ricambiava il mio slancio.
Florin scoppiò a ridere sommesso, lasciandomi imbarazzato sul bordo del letto.
“Mi hai infilato il tuo pisello tra le chiappe e in bocca. Non penso che un bacio possa essere ritenuto troppo al confronto.”
Era piacevole vedere Florin rilassato. Aveva sempre tenuto un comportamento così composto.
Florin si sporse verso di me e mi baciò a sua volta. Stavolta le nostre lingue si sfiorarono e si intrecciarono.
Era strano baciare un maschio. Era come se nella nostra relazione primitiva fosse arrivata la civiltà.
“Non so dove questi sentimenti ci stiano portando, ma vogliono viverli a pieno,” mormorai, sdraiandomi di fianco a Florin nel suo letto.
Quella notte per la prima volta facemmo l’amore.
18 Maggio 2021 at 16:03
Il nuovo racconto e davvero molto interessante e molto eccitante
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18 Maggio 2021 at 16:16
Eheh, sì, forse è più interessante che eccitante. Ma volevo approfondire questa sensazione dell’istinto primordiale del sesso fra uomini. XD
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19 Maggio 2021 at 12:43
Complimentiii !! Sempre molto eccitanti. Sei fantastico!!! Baci Marino
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20 Maggio 2021 at 6:58
Stavolta sei davvero troppo gentile. Temo di aver esagerato con le riflessioni.
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20 agosto 2021 at 19:30
Racconti ben costruiti e lettura scorrevole e piacevole, oltre che molto ecvitante!!!
Come avrei voluto essere al posto di Florin!!!
3343095677
Baci Lory trac
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28 agosto 2021 at 6:49
Ciao, Lory! Grazie per il commento. Sei molto gentile.
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20 agosto 2021 at 19:31
Racconti ben costruiti e lettura scorrevole e piacevole, oltre che molto ecvitante!!!
Come avrei voluto essere al posto di Florin!!!
3343095677
Baci Lory trac
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11 febbraio 2022 at 22:27
Davvero coinvolgente. Fighissimo!
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12 febbraio 2022 at 6:35
Ehi, ciao, Maxalbe! Grazie per il commento! Cosa ti è piaciuto di più?
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