Il mio cazzo era duro come il marmo. Feci scorrere la mia mano lungo l’asta, assaporandone la solidità.

Avvicinai le dita tra le sue gambe. Dopo un attimo di esitazione, feci penetrare l’indice. Non ci fu nessuna reazione. Sentivo solo il mio respiro profondo.

Estrassi il dito e strinsi il mio cazzo, puntandolo fra le sue gambe. La mia virilità scivolò dentro con facilità. Era così umido e soffice.

“Ah, sì, è fantastico,” gemetti forse con eccessiva enfasi, ma dovevo sentire il suono delle mia voce in quella stanza silenziosa.

Mi sporsi in avanti, restando sollevato sulle braccia. Quindi, presi a muovere il bacino avanti e indietro. Avanti e indietro. Osservavo il mio cazzo apparire e sparire.

Percepivo i miei muscoli tendersi ad ogni affondo. Tutta la mia forza era incanalata in quel gesto ritmato.

Ma la stanza restava immersa nel silenzio. Solo il mio ansare rompeva quell’atmosfera surreale.

I miei fianchi si muovevano sempre più rapidi, sempre più veloci.

“Ah-ahah-AAAH, sì, vengo,” esclamai, mentre una sensazione di ebrezza mi percorse tutto. Il mio cazzo pulsava e scattava, rilasciando fiotti di seme caldo.

“Che palle,” mormorai a denti stretti. Avrei dovuto usare il preservativo. Adesso mi tocca pulirla tutta.

Guardai gli occhi vitrei che mi fissavano freddi sotto di me. Alcune gocce del mio sudore le avevano bagnato le guance. Stavo iniziando ha odiare quel volto femminile così indifferente.

Mi riportai eretto, estraendo il mio cazzo ormai moscio. Mi dieti una rapida pulita e poi sfilai anche la vagina della mia bambola.

Deposi la vagina nella vasca con particolare delicatezza, considerato quanto mi era costata quella bambola non volevo assolutamente rischiare di rovinarla. Afferrai il soffione della doccia e iniziai a lavarla.

“DRRRRRING.”

Il suono del campanella mi fece sobbalzare e persi la presa del soffione. Lo spruzzo mi centrò in piena faccia. Chiusi rapidamente l’acqua, mentre il campanello suonava ancora all’impazzata.

“Arrivo. ARRIVO!” gridai, camminando rapido lungo il corridoio, lasciando una scia d’acqua dietro di me.

“Lo sai che basta che suoni una o due volte, vero?” esclamai, quando aprii la porta.

“Sì, ma mi diverte darti fastidio. Uhoo, che è successo? Ti sei dimenticato di togliere i vestiti prima di metterti sotto la doccia?” Marzio mi fissò sorpreso.

“Stavo pulendo,” scossi il capo, guardando il mio maglione completamente slozzo.

“Pensavo che avessi una persona che venisse a pulire.” Marzio entrò in casa, chiudendo la porta alle sue spalle.

“Sì, ma questo genere di pulizie preferisco farle io,” cercai di giustificarmi.

“Oh, cazzo, non dirmi che hai nuovamente scopato quella tua bambola sfigata.”

“Senti, ero arrapato. Avevo bisogno di scopare.”

“Oh, non ho dubbi. Non credo che tu potrai mai essere soddisfatto da una bambola. I primi anni, dopo la scomparsa di Ottavia, comprendevo questo tuo bisogno. In fin dei conti ci siamo passati tutti in quella fase. Ma adesso il mondo è cambiato. Devi tornare alla materia vera.”

“Non voglio tornare nuovamente nel discorso. Per me il mondo non è cambiato. Io non sono cambiato. E non lascerò che i miei istinti distruggano i miei principi.”

La mungitura della sborra

Il giorno dopo ero ancora irritato da quella discussione. Ultimamente Marzio era divenuto particolarmente insistente sull’argomento.

In parte, però, aveva ragione. Non avrei mai potuto dimenticare Ottavia. Tuttavia, erano effettivamente passati 6 anni ormai. Penso che se avessi avuto la possibilità di incontrare un’altra ragazza, non mi sarei di certo tirato indietro.

La realtà era, però, diversa.

Mi sistemai la cravatta davanti allo specchio dell’atrio e uscii di casa. Mentre correvo giù dalle scale della stazione della metropolitana, mi venivano incontro uomini e ragazzi di ogni età.

Anche dopo tutti questi anni, osservare il vagone della metro pieno di soli uomini mi faceva strano.

Erano trascorsi più di 8 anni da quando per la prima volta era stato scoperto il paziente 0 di quella che inizialmente era stata definita la “febbre pallida”.

Tuttavia, mentre le donne morivano in poche settimane dopo essere state infettate, gli uomini sembravano essere immuni.

Quello fu il grande errore.

Dal primo focolaio in Estremo Oriente, la malattia si era estesa a tutta l’Asia, poi da noi in Europa, quindi al resto del mondo. L’epidemia si diffondeva senza che nessuno riuscisse a contenerla. Come si trasmetteva la malattia?

Quando, infine, si scoprì che i vettori erano gli uomini, uomini sani, asintomatici, era ormai troppo tardi. Nel mondo restavano solo poche centinaia di migliaia di donne ancora risparmiate dal quello che adesso si chiama “Spermavirus”.

“Stazione Verbano,” la voce metallica della Linea H mi risvegliò dai miei pensieri. “Treno in arrivo alla stazione Verbano.”

Quando uscii fuori dalla stazione, alzai gli occhi. Sopra la mia testa si incrociavano i camminamenti di vetro della Fortezza di cristallo di Roma.

Per proteggerle dallo “spermavirus” furono create le Fortezze di cristallo, delle piccole cittadelle costruite in alto nelle principali città mondiali, usando i palazzi come piloni. Lì le donne vivevano separate dalla folla di maschi che camminava sotto i loro piedi, protette da grandi cupole.

“Cavolo, Massimo, stai peggio di me stamattina,” esclamai, quando entrando in ufficio incontrai il mio collega.

“Ieri era il mio turno alla mungitura,” sospirò. “Ultimamente mi sembra che ci stiano prosciugando.”

“Guarda il lato positivo,” replicai. “Almeno hai avuto la possibilità di vedere una donna nuda.”

“Sai che soddisfazione. Anche tu, però, non sembri essere esattamente in forma. Hai avuto anche tu il tuo turno al centro?”

“No, il mio appuntamento è stato programmato fra 3 giorni. Ma ho dormito male stanotte.”

La verità è che scopare una bambola non riusciva più ad appagarmi a sufficienza. Più il tempo passava più la tensione ritornava più forte di prima. Scopare la bambola mi dava sempre meno sollievo e la mia eccitazione mi disturbava il sonno.

Andare alla mungitura era quasi una liberazione. Mi presentai puntuale all’appuntamento. Il centro di raccolta erano un moderno palazzo bianco.

Un infermiere particolarmente svogliato mi condusse alla mia saletta. Mi chiesi quanti uomini aveva accompagnato ogni giorno in quel posto. Non mi sorprendeva che fosse così annoiato.

L’infermiere si dileguò e io mi chiusi nella stanza. Era piccola e bianca. Una parete era di vetro trasparente, dove in mezzo c’era la macchina della mungitura.

La quasi estinzione del genere femminile aveva richiesto di attuare politiche incisive per ristabilire la parità dei sessi dell’umanità.

Ogni 15 giorni ogni uomo in età fertile viene chiamato nei centri di raccoglia per essere munto.

“Buongiorno, bel ragazzo.” Una donna era apparsa dietro il vetro. “Oggi sono fortunata. Sei proprio un maschione affascinante.”

Sapevo che le ragazze della mungitura erano istruite per parlare in quel modo, ma non potevo negare che era piacevole sentire una donna rivolgermi quei complimenti.

“Vieni, avvicinati. Immagino che questa non è la tua prima volta. Si vede che sei un uomo con esperienza.” La donna si morse un labbro, squadrandomi dalla testa ai piedi, iniziando a spogliarsi.

Mi sbottonai i pantaloni e tirai giù la cerniera. Avevo il cazzo già in tiro. La donna si era levata la maglietta con un movimento sensuale. I capezzoli turgidi risaltano sotto il suo reggiseno.

Rimasi a osservarla finché non fu completamente nuda. Si posizionò sopra la macchina della mungitura, divaricando le gambe. Dove c’era la sua figa c’era la bocca del tubo di mungitura della forma di una vagina.

“Che cosa aspetti, maschione? Fammi sentire la tua virilità.”

In realtà, non c’era nessun contatto. Le donne erano sempre completamente isolate da noi uomini. Dallo spermavirus non si guariva e ormai eravamo tutti portatori sani.

Mi avvicinai alla macchina.

“Sei bellissima,” sussurrai contro il vetro.

“Mettimelo dentro. Fammelo sentire.”

Ancora una volta il mio cazzo penetrò in una vagina artificiale. Stavolta, però, non dovetti neppure muovermi. La “vagina” della macchina agiva un po’ come una pompa. Era come se fosse anche una bocca. Il risucchio era fortissimo.

Fu un attimo. Gettai la testa indietro, mentre esplosi in un orgasmo.

Il mio seme era stato raccolto e sarebbe stato filtrato per eliminare lo spermavirus. Quindi, sarebbe stato analizzato e se fosse risultato di buona qualità sarebbe stato usato per fecondare una donna.

“Grazie per la donazione. Torna presto a trovarci. All’ingresso riceverai le informazioni riguardo al tuo prossimo appuntamento.” La donna era divenuto una normalissima commessa. Una commessa nuda. Non c’era più nulla di sensuale nei suoi movimenti. Non c’era più desiderio nel suo sguardo.

Non c’era mai stato. Io ero solo uno dei tanti, tantissimi uomini con cui svolgeva il suo teatrino.

Presi il mio nuovo appuntamento e me ne andai. Quando fui fuori, non potei fare a meno di chiedermi quante figlie o anche figli avevo già avuto. Le femmine veniva allevate nelle cupole, mentre i maschi venivano subito assegnati a genitori affidatari sparsi per la città. Erano principalmente coppie di uomini omosessuali o eterosessuali single.

Quando arrivai a casa, mi gettai sul divano. Avevo sempre cercato di convincermi che la mungitura fosse sesso, sesso vero. Che in quel momento io stavo effettivamente facendo sesso con una donna.

Tuttavia, lì sul divano, mi resi conto di quanto a lungo mi ero ingannato. Forse Marzio aveva ragione, dovevo provare qualcosa di nuovo.

Presi il telefono e scaricai una delle tante famigerate app di incontri. Caricai una foto e iniziai a scorrere i volti di tutti quegli sconosciuti.

Erano tutti uomini. Giovani, vecchi, bianchi, neri. Francamente non sapevo esattamente cosa stavo cercando.

“Bling.” Il telefono squillò e vibrò.

“Ehi, ciao, sei carino!” Feci a malapena in tempo a leggere il messaggio che istintivamente gettai il telefono lontano, sulla poltrona di fianco a me.

Cosa diavolo stavo facendo? Cosa mi era saltato in mente? Io non sono gay. Non ho mai avuto nessun interesse verso i maschi. E di certo non l’avrei mai avuto.

Mi andai a coricare. Ero esausto. Mi addormentai subito. Quando mi risvegliai, mi sentii un po’ meglio. Presi il telefono e guardai nuovamente il messaggio.

Nella foto sembrava un uomo normale. Non tanto diverso da me. Forse potevo almeno incontrarlo. Parlare con qualcuno che non fosse Marzio poteva essere una buona idea.

Sei attivo?

“Ehi, ciao, sei Antonio, vero?” Un uomo alto e biondiccio si alzò e mi venne incontro non appena entrai nel bar.

“Sì, ciao. Nevio, giusto?” risposi, stringendogli la mano. Aveva una presa salda.

“È un bel posticcino, questo. Vieni spesso qui?”

“Sì, abito qui vicino. Qualche volta proprio non ho voglia di cucinare, allora ne approfitto.”

Nevio rise. “Sì, ti capiscono. Ci sono giorni che piuttosto che mettermi ai fornelli, preferirei morir di fame.”

Iniziammo subito a chiacchierare del più e del meno. Sembrava tutto così naturale. Non so esattamente cosa mi aspettavo, ma mi rendevo conto che non c’era quella tensione da primo appuntamento che avevo sempre avuto con le ragazze.

Mi sembrava che fossimo solo dei vecchi amici che si rivedono per aggiornarsi, parlando di sport e libri.

“Ti va ti fare una passeggiata? Ho veramente bisogno di sgranchirmi un po’ le gambe,” propose a un certo punto Nevio.

“Sì, volentieri. Sono stato seduto alla scrivania tutto il giorno oggi. Qua vicino c’è un parco dove vado a correre.”

Uscimmo e ci dirigemmo verso il parco.

“Io abito qui,” dissi, quando passammo di fronte al mio palazzo.

“Però, non male. Sembra un bel posto. Ti fa di farmi vedere l’appartamento?”

La sua domanda mi prese alla sprovvista. Non è una di quel genere di cose che osi chiedere a una ragazza al primo appuntamento. Però, io ero un uomo e non fui in grado di rifiutare. Salimmo le scale e lo feci entrare nel mio appartamento.

“Non è come me l’aspettavo,” disse Nevio, guardandosi in giro tra il curioso e il sorpreso.

“Perché?”

Nevio alzò le spalle, camminando attraverso la sala verso il corridoio. “Non so. È più semplice, forse quasi austero. Sembra un po’ il mio appartamento.” Rise.

Senza neppure accorgermi ci trovammo in camera mia. Nevio si sedette sul bordo del materasso. Istintivamente mi sedetti al suo fianco.

Avevo come una strana sensazione di sdoppiamento. Mi sembrava di osservare la scena dall’esterno.

La tensione era altissima. Sapevo che stavo per scopare un uomo. Per la prima volta.

Nevio si sporse verso di me, tentando di baciarmi. Mi ritrassi subito.

“Scusa, io non…”

“Tranquillo, non hai motivo di scusarti,” disse, sorridendo Nevio. “Anche a me non piace molto, ma so che per… alcuni è importate.”

Nevio si sfilò la maglietta e io seguii il suo esempio. Il suo petto mi sembrava particolarmente villoso. Tuttavia non sembrava in realtà avere più peli di me. Forse ero semplicemente abituato a vedere solo tondi e lisci seni femminili.

Nevio si sporse verso di me, obbligandomi a sdraiarmi sul letto. Il torso nudo mi sovrastava. Il suo volto era a pochi centimetri dal mio.

Mi sentivo minacciato. Era fastidioso. Lo spinsi di lato e mi trovai io sopra di lui. Nevio ridacchiò.

“Eheh, ti piace avere il controllo, eh?!”

Nevio, però, non sembrava volermelo cedere. Allungo la mano la infilò nei miei pantaloni. Ma non dove si insinuavano normalmente Ottavia e le ragazze prima di lei. Le sue dita cercavano il mio culo.

“Che cosa stai facendo?” esclamai, sollevandomi.

Nevio mi fissò interdetto. “Tu… tu sei passivo, vero?”

“Passivo?” ripetei interrogativo.

“Scusami, se te lo chiedo, ma tu sei vergine?”

“No, ho avuto un sacco di ragazze,” esclamai offeso che potesse pensare che non l’avessi mai fatto.

“… ma non l’hai mai fatto con un uomo,” aggiunse lui.

“Non sono mica gay,” ribattei forse quasi sprezzante.

Nevio scoppiò a ridere. “Neanch’io, ma adesso siamo entrambi qui a torso nudo. E temo che vogliamo tutti e due la stessa cosa,” disse, alzandosi e rimettendosi la maglietta.

“Mi spiace deludere la tua prima volta, ma non sono quello giusto per te. Ti consiglio la prossima volta di essere più preciso,” mi fece l’occhiolino e mi salutò.

Era una strana sensazione quella che stavo provando. Da un parte ero sollevato che non fosse successo niente. Dall’altra non potevo negare che era stato tutto molto imbarazzante e addirittura umiliante essere abbandonati in quel mondo.

Proprio in quel momento suonò il telefono. Era Marzio.

“Sembra che hai un sesto senso per chiamarmi nei momenti più imbarazzanti,” risposi, accettando la chiamata.

“Oddio, ti prego, dimmi che non ti stavi ancora segando in quella bambola,” esclamò Marzio.

“Sarebbe stato meglio,” replicai e gli raccontai cosa era appena accaduto.

“Ahahah.” Marzio esplose in una risata rumorosa, al punto che dovetti allontanare il telefono dall’orecchio.

“Sei davvero senza speranza. Dai, vieni a casa mia che ti offro una birra. Hai bisogno di dimenticare quell’esperienza.”

Siamo tutti maschi, ma non siamo tutti uguali

“A ogni modo, un passivo è uno che lo prende,” mi spiegò Marzio, prendendo una birra dal frigo e lanciandomela.

“Ufff,” mormorai, facendo una smorfia di dolore al solo pensiero. “Quindi, suppongo io sarei un attivo.”

In un qualche modo mi piaceva essere definito tale. Mi sono sempre reputato una persona dinamica e intraprendente.

“Vedo che impari in fretta.” Marzio ridacchiò, forse notando un certo compiacimento da parte mia.

“Non che saperlo mi aiuti molto di più. La verità che con le donne era più semplice. Noi eravamo quelli che lo mettevano e loro erano quelle che lo prendevano. E il fatto che la donna aveva il seno rendeva tutto molto immediato. L’unico rischio che c’era era di provarci con una lesbica, ma lo scoprivi PRIMA di arrivare in camera. Gli uomini sono tutti uguali.”

“Ahaha, mi chiedo dove tu abbia vissuto negli ultimi anni. Siamo tutti maschi, è vero, ma non siamo tutti uguali.”

“Sì, certo, uno è più alto, uno è più muscoloso, uno è più grosso, ma non rende che cose più semplice, le rende solo più confuse.”

“Non stavo parlando dell’aspetto fisico. Se vuoi distinguere un passivo da un attivo, devi fare attenzione ai dettagli. La natura di uomo si rivela nell’atteggiamento, nei suoi comportamenti.”

“L’atteggiamento?” ripetei incerto su cosa si riferisse.

“Ma sì, per alcuni è particolarmente palese. Lo intuisci subito da come si muovono. Per altri è più sottile. Quando sono in nostra presenza, mentre noi alziamo la voce, loro l’abbassano. Sulla metropolitana noi ci allarghiamo, con le braccia, con le gambe, occupiamo spazio, mentre loro si ritirano.”

“Sì, ma che cosa vuole dire?”

“Sono comportamenti che rivelano qual è la propensione al controllo di ognuno. Dimostrano quanto rischio sei disposto a correre per dominare.”

“DRRRRRING.” Il suono del campanello mise fine alla nostra discussione.

“È permesso?” qualcuno aprì la porta senza attendere.

“Vieni, Lucio, siamo al tavolo in cucina,” esclamò Marzio.

“Ah, ehi, ciao. Scusami, avevo capito che fossi solo.” Lucio mi lanciò uno sguardo imbarazzato, prima di rivolgersi a Marzio.

“Sì, perdonami, non ti ho avvertito. Volevo fargli una sorpresa.”

Lucio sembrò arrossire. Osò nuovamente incrociare i miei occhi, ma subito abbassò la testa. Forse iniziavo a capire a cosa si riferiva Marzio, quando diceva che lo puoi intuire dall’atteggiamento.

“Vieni, Lucio. Hai già dimenticato le buone educazioni?” Marzio girò la sedia verso di lui. Allargò le gambe come se stesse esibendo il pacco. Portò un braccio dietro la testata della sedia, mentre con l’altra mano si massaggiò fra le gambe.

“Ma, qui, così. C’è lui. Io non…” Lucio balbettò, portandosi una mano al collo, visibilmente a disagio.

Io non potevo che condividere il suo imbarazzo. Tuttavia, non sapevo che cosa dire.

“Lui è nuovo. Ha bisogno di familiarizzare,” spiegò Marzio.

Stava parlando di me?

Lucio rimase ancora per un lungo istante in piedi. Mi lanciò ancora una rapida occhiata e si morse il labbro.

Infine, si avvicinò a Marzio. E si inginocchiò tra le sue gambe, facendomi trasalire sulla mia sedia.

Quindi, allungò la mano e prese a saggiare l’erezione di Marzio che ormai era chiaramente visibile contro la stoffa dei pantaloni.

Lucio alzò lo sguardo verso Marzio, uno sguardo quasi ossequioso, o forse dovevo dire… passivo.

All’improvviso le parole di Marzio mi divennero chiare. Era una nuova prospettiva. Non era importante quanto fossi alto, quanto fossi muscoloso. Nel tuo atteggiamento filtrava la tua vera natura.

Perso nella mia riflessione non mi ero accorto che Lucio aveva estratto il cazzo di Marzio. Distolsi lo sguardo.

Avevo incrociato la vista della sua virilità varie volte nelle docce della palestra, ma era la prima volta che vedevo il suo arnese in completa erezione.

Ma non riuscii a resistere a lungo. La curiosità era troppa.

“Che cosa…?” le parole mi si strozzarono in gola, quando riportai i miei occhi sulla scena.

Il volto di Lucio era deformato da un palo conficcato nella sua bocca. Il cazzo di Marzio dava al suo volto come un’espressione sorpresa.

Ma fu solo un istante. Poi Lucio iniziò a muovere la testa.

Non era certo il primo pompino che vedevo, eppure non potevo negare che aveva qualcosa di estremamente trasgressivo.

“Fai vedere al mio amico, quanto sei allenato,” mormorò Marzio, accarezzando la nuca di Lucio.

Lucio alzò lo sguardo, incrociando gli occhi lussuriosi di Marzio. Quindi, affondò la sua testa verso il basso. Sempre più giù. L’asta spariva centimetro dopo centimetro tra le sue labbra rosate.

“Ufff, ma non è possibile. Avrà raggiunto la trachea,” esclamai.

Il cazzo di Marzio era penetrato fino all’elsa giù nella sua gola. Lucio spalancò gli occhi, quasi come se quella nerchia gli stesse facendo uscire i globi oculari dalle orbite.

Realizzai solo dopo che probabilmente gli mancava il respiro. Lucio tentò ti ritrarsi per prendere fiato, ma Marzio gli premette la testa contro il suo pube, schiacciandogli la nuca.

“Te l’avevo detto che i maschi non sono tutti uguali. Chi non è disposto a sostenere il peso del controllo, deve accettare di farsi dominare. Questo significa lasciare agli altri il controllo sul tuo respiro.”

Finalmente Marzio lasciò andare la presa. Lucio si sfilò il cazzo dalla gola con un unico movimento, mentre con un suono sordo riprendeva a respirare.

“Ora dai un po’ di sollievo anche al mio amico. Sono 6 anni che non gli fanno un bocchino.”

“Ehi, è una cosa privata. Non andare in giro a dire i cazzi miei,” esclamai.

Lucio camminò a gattoni fino a raggiungermi tra le gambe. Stavo per tirarmi indietro, ma erano davvero troppi anni che non sentivo una bocca umida attorno al mio cazzo. Non mi ricordavo neppure cosa si provava veramente.

Lasciai che mi aprisse la patta ed estraesse il mio cazzo.

Lo fissai bramoso, mentre le sue labbra lucide si avvicinarono alla mia cappella. Fui percorso da un brivido di piacere, quando finalmente percepii la sua lingua solleticarmi il prepuzio.

“Ah, sììì, succhiamelo.” Le parole mi sfuggirono, ma non mi importava più.

Tentai di tenere gli occhi chiusi, immaginando che fosse la bocca di Ottavia quella che si impegnava sulla mia virilità.

Ma ero curioso. Sapevo che era una curiosità morboso, tuttavia volevo vedere il suo volto dall’alto verso il basso.

Percepivo un senso di potenza che non avevo mai provato con Ottavia o qualunque altra ragazza. Forse, perché io e Ottavia eravamo complementari, uomini e donne sono complementari.

Ottavia sapeva che era nella sua natura accogliere. E in quella consapevolezza trovava la sua forza.

Ma io e Lucio eravamo uguali. Avrebbe potuto esserci lui al mio posto in quel momento. Ma c’ero io. C’ero io, perché lui, Lucio, avevo ceduto il controllo. Quando due forze si incontrano, una delle due deve sempre cedere.

C’era qualcosa nel suo sguardo, così fragile, che sembrava gridare: dominami. Gli afferrai la testa fra le mani e mi alzai in piedi.

Erano anni che non scopavo. Era come un istinto primordiale che mi incitava a muovere, a muovere il bacino.

E io lo mossi. La mia asta entrava e usciva dalla sua bocca al ritmo dei miei affondi. Gli stavo scopando la bocca, ma lui non si ribellava.

Le sue mani scorreva lungo le mie gambe. Si stringevano alle mie cosce, forse per evitare di essere sbalzato via.

“Ehi, vacci piano,” mi disse Marzio, appoggiandomi una mano alla spalle. “Il ragazzo ha molto di più da offrire.”

Lo fissai interdetto, lasciando la presa della testa di Lucio. Che cosa intendeva? Lucio, però, sembrava aver capito.

Si sfilò il mio cazzo dalle labbra con mia grande delusione. Si girò e si abbassò i pantaloni e mutande.

“È molto meglio del culo di plastica di quel tuo bambolotto, vero?” mi provocò Marzio.

“Avevi detto che l’aspetto fisico non era un elemento che distingueva passivi e attivi,” mormorai.

“Eheh, lo so. Lui sembra che sia nato con un culo fatto apposta per prenderlo. Ma nessuno nasce per farsi inculare.”

Le due grosse natiche tonde e lisce di Lucio mi riempivano gli occhi. Sembravano splendere alla luce della cucina.

Allungai le mano e saggiai la loro consistenza.

“Sono così soffici eppure sode,” mormorai, massaggiandogli le chiappe.

“E soprattutto sono vive e calde,” aggiunse Marzio, quasi ci tenesse a ricordami che per anni mi ero scopato una bambola frigida.

Allargai le chiappe per sbirciare nella fessura. Non so perché fui sorpreso di scoprire un solo buchino. Forse era il ricordo di un tempo.

“È impossibile che il mio coso entri lì dentro,” dissi, dando un’occhiata prima al mio cazzo e poi a quel buchino rosato.

“Credi di essere il primo a provare a metterlo in culo? Mi spiace deluderti, ma non sei così dotato, da lì escono stronzi ben più grandi” rise Marzio.

“Ma non è la stessa cosa. Una cosa è uscire, un’altra è entrare.”

“Puoi sempre tornare dal tuo bambolotto.”

“Tieni le chiappe allargate,” ordinai a Lucio.

Mi afferrai l’asta ancora umida della sua saliva e la puntai al buchino. Spinsi.

“Non entrerà mai,” esclamai frustrato dopo una serie di tentativi a vuoto.

“Devi dimenticare le premure che avevi con Ottavia. Quel culo sembra fatto per prenderlo in culo, ma non lo è. È il tuo cazzo che deve farsi spazio. Devi usare violenza.”

“Marzio non so se…”

“Gli farà male, non dico il contrario. Ma quello che stai per fare è un atto intrinsecamente violento. Come hai detto tu, da quel posto le cose sono solito uscire. Quando vai contro corrente dei usare la forza.”

E io usai la forza. Spinsi. Spinsi con violenza.

“Aaaaaah.” Lucio lanciò un grido di dolore.

“Non ti fermare,” mi urlò Marzio, quando mi vide esitare.

Forse avrei dovuto davvero fermarmi, ma ormai la cappella era entrata. Spinsi ancora e finalmente superando l’ultimo ostacolo la mia asta fu completamente conficcata nella sua carne.

Lucio inarcò la schiena per il dolore. Le sue pareti sfregavano il mio cazzo. Era caldo, e umido. Ero in estasi.

“Non ce la faccio più,” mormorai, quasi per scusarmi con Lucio. Gli strinsi i fianchi e i mossi il bacino.

Il mio cazzo scivolava dentro e fuori. Era così stretto. Più stretto della bambola, più stretto della figa di Ottavia. Il mio cazzo appariva e spariva e ogni volta Lucio gemeva di dolore.

Ma non mi importava. Come diceva Marzio questo era un nuovo mondo. Siamo tutti maschi. Abbiamo degli impulsi e qualcuno deve sacrificarsi per soddisfare quelli dell’altro.

Lucio aveva fatto la sua scelta.

Conficcavo il mio cazzo con enfasi. Volevo sentire le reazioni di Lucio. Volevo sentirlo gemere. Finalmente non era più silenzioso.

Percepii il piacere crescermi dentro. Era una sensazione così forte, così viva. Accelerai il ritmo. Più veloce. Più veloce. Lucio sobbalzava e tremava a ogni botta.

Chiusi gli occhi.

“Ah-ah, sì, ci sono. Vengo. Oh, sto sborrando.” La mia asta vibrò frenetica schiacciate dalle sue pareti. Lo inondai di sborra.

Mi resi conto di stare ansimando, mentre diedi gli stanchi affondi per svuotare le ultime gocce di sborra dentro di Lucio.

Anche lui stava ansimando. Quando estrassi il mio cazzo, lui trasalì e barcollò, andando ad appoggiarsi al bancone della cucina.

Si aggrappò al marmo, mentre le gambe gli cedevano. Un filo di sborra gli colò fuori dal culo, lungo la coscia.

Aveva il culo arrosato per le mie botte. Il suo buchino aveva la forma del mio cazzo. Sembrava respirare.

“Mi sa che il buchino gli farà male per giorni,” ridacchiò Marzio.

Solo allora, mentre il piacere mi fluiva via, mi resi conto che avevo appena trombato un uomo di fronte al mio migliore amico.

Era davvero un nuovo mondo.

Vivere in un racconto erotico

“Avresti dovuto vedere la faccia di quel ragazzo. Era completamente stravolto. Gli avevo distrutto il culo. Non avevo mai provato una più intensa sensazione di potenza,” raccontai a Massimo.

Mi sentivo un uomo diverso. Un tempo non avrei osato parlare di quello che facevo con una ragazza, mentre in quel momento ero lì con il mio collega di lavoro a raccontargli la mia prima scopata con un uomo.

“Ti sto mettendo in imbarazzo?” chiesi a un certo punto, notando che Massimo sembrava arrossito e teneva il sguardo basso.

“Eh? No, no, tranquillo,” esclamò subito lui.

“Mi sembrava che tu avevi già avuto le tue… esperienze,” aggiunsi.

“Sì, sì, scusami, è solo che devo andare in bagno,” disse, alzandosi in piedi di fretta.

Lo osservai andare via. Non mi ero mai accorto come Massimo camminasse spesso a testa bassa e con le spalle ricurve. Le parole di Marzio mi risuonarono nuovamente nelle orecchie.

Mi alzai e mi diressi nella sua stessa direzione. Aprii la porta del bagno.

Massimo era piegato sul lavandino e si stava gettando dell’acqua sul volto. Alzò gli occhi e incrociò il mio sguardo riflesso nello specchio.

“Tu sei passivo.” Era un’affermazione, non una domanda.

Massimo non replicò, ma distolse lo sguardo.

Non potei fare a meno di chiedermi come mi sarei comportato se di fronte a me ci fosse stata una donna.

La verità è che non avrei mai seguito una donna in bagno. E soprattutto non le avrei chiesto se lo prendeva nel culo.

Adesso, però, ero qui. Massimo era piegato sul lavandino. Teneva gli occhi abbassati, quasi vergognandosi.

C’era qualcosa in quella scena che mi ricordava quei vecchi video porno di serie B, quando c’erano ancora delle donne che recitavano.

Il protagonista si sarebbe avvicinato alla ragazza davanti allo specchio e, vabbè, sapete cosa succedevano in questi casi.

Ma io non ero in un porno. E quello davanti a me non era una ragazza facile.

Non so per quanto tempo rimanemmo lì, immobili, ma fu un istante lunghissimo. Infine, decisi che avrei interpretato il suo silenzio come un invito.

Feci un passo nella sua direzione e poi ancora un altro, finché non gli fui quasi attaccato.

“Non l’ho mai fatto con un collega,” mormorò Massimo, sollevando gli occhi.

Nonostante il tono titubante, sembrava che avessi inteso il suo atteggiamento nel modo giusto, perché quello pareva proprio un invito.

Oltre a quello che era successo la notte precedente, non avevo altre esperienze al riguardo.

Mi trovai a mimare i gesti del protagonista del porno di serie B. Lo feci girare su sé stesso. Afferrai il bordo dei suoi pantaloni e li tirai giù, svelando dei boxer fin troppo maschili.

“Aspetta, non qui. Potrebbe entrare qualcuno,” esclamò preoccupato Massimo, raddrizzandosi all’improvviso.

“Non ti preoccupare. Non ho nulla da nascondere,” dissi, slacciandomi cintura e aprendo la patta.

“Ma in ufficio nessuno sa che…”

“Ti assicuro che se l’ho capito io, se ne sono accorti tutti. Avresti dovuto pensarci prima,” replicai e l’obbligai a piegarsi nuovamente, premendo la mano contro la sua schiena.

Strinsi l’elastico dei suoi boxer e tirai verso il basso.

Aveva un culo più virile di quello di Lucio, il ragazzo dell’altra sera, ma quando gli allargai i glutei mi si rivelò il suo delicato buchino.

“Tieni le chiappe spalancate,” gli intimai.

Massimo portò le mani sul culo e si assicurò che il mio bersaglio restasse ben visibile.

Non potevo negare che fosse strano vedere Massimo, un collega e, sì, anche un amico, piegato con i pantaloni alle caviglie e la camicia pulita sollevata.

Ma quella visione non mi fermò. Lasciai cadere un filo di spunto e, con l’asta umida della mia saliva, puntai al suo buco.

“È troppo grosso. Non entrerà mai,” gemette Massimo.

“Eheh, è quello che ho pensato anch’io la prima volta. Ci vuole solo un po’ più di forza.”

Mi afferrai la base dell’asta e premetti contro le sue carni con prepotenza. Infine, Massimo inarcò la schiena, mentre la mia lancia si conficcò nel suo ventre.

Vidi riflesso nello specchio il suo volto contratto in una smorfia tormentata.

“Te l’avevo detto che sarebbe entrato. Anche se immaginavo fossi più allenato.”

“N-non è come credi…” disse Massimo con voce strozzata.

“Oh, credo solo a quello che vedo e quello che vedo ora è il mio cazzo piantato nel tuo culo.”

Iniziai a muovere il bacino. La mia asta scivolava avanti e indietro, sfregando contro le pareti umide e calde del suo culo. Le sue chiappe veniva sballottate a ogni colpo.

Massimo lasciò andare le sue chiappe e afferrò il bordo del lavandino per reggere alle mie botte che lo spintonavano in avanti.

“Sei troppo forte,” lamentò Massimo.

“Sì, lo so per quello sono io a essere qua in piedi,”

“Ma v-vai… p-più piano.”

“Stai buono. Devi solo stare fermo e piegato, mentre mi massaggio il cazzo nel tuo culo.”

Invece di rallentare accelerai il ritmo. L’abbraccio delle sue carni era sempre più caldo e scivoloso.

Era inconcepibile, e forse proprio per questo particolarmente inebriante, come Massimo lasciasse che praticamente mi masturbassi nel suo culo senza opporsi.

“Non ce la faccio più,” mugugnò Massimo, mentre le sue gambe iniziarono a tremare.

“Ci sono quasi,” mormorai, chiudendo gli occhi.

Percepii la presa del suo culo avvolgermi più saldamente. La mia asta scorreva rapida, mentre sentivo il piacere crescere.

“Non venirmi nel culo, per favore.”

Alzai le spalle. Potevo dargli almeno questa soddisfazione.

“Sto per venire. Godo,” esclamai ed estrassi il cazzo proprio all’apice.

La mia nerchia scattò di fronte ai miei occhi. Dalla cappella gonfia o lucida esplose fuori uno schizzo bianco e denso che centrò le chiappe di Massimo. E poi ancora un altro. E un altro ancora.

“Mi sei venuto addosso,” si lagnò Massimo.

“Mi avevi chiesto di non venirti NEL culo. Ti sono venuto SUL culo,” dissi, ammirando la mia sborra che gli macchia i glutei arrossati dalle mie botte.

Strofinai il mio cazzo contro la sua chiappe per pulirlo dalle gocce del mio seme che vi erano rimaste.

“Che cosa fai?”

“Mi stavo pulendo. Tanto sei già sporco,” spiegai, avvicinandomi al lavandomi per darmi anche una sciacquata.

“Ma adesso come faccio?” Chiese Massimo, guardandosi alle spalle senza, però, osare raddrizzarsi per paura che la mia sborra colasse giù.

Scrollai le spalle. “Io sono a posto,” dissi e, dopo aver riposto la mia virilità, uscii la bagno.

Ad andarmene via così mi sentivo davvero come il protagonista di un porno di bassa qualità. Non avevo mai fatto queste cose. E non mi riferivo semplicemente a farlo con uomo o a fare sesso nel bagno dell’ufficio, ma sesso occasionale.

Anche prima di Ottavia non avevo avuto molte relazioni. Sono sempre stato un sostenitore del sesso con sentimento.

Ma ero un uomo eterosessuale. Che sentimento avrei mai potuto provare scopando con un altro uomo?

Questo era un nuovo mondo. In un’altra vita mi sarei sentito in colpa, ma non in quel momento. Massimo si era lasciato scopare senza tante proteste. Era quasi liberatorio poter sfogarsi senza preoccuparsi dei sentimenti.

Se volevamo continuare a fare sesso in una società di soli uomini, era inevitabile che una parte di noi avrebbe dovuto cedere alle necessità dell’altra.

L’importante era essere dalla parte giusta.

Un sentimento particolarmente violento

Da quel momento iniziai a vedere le cose diversamente come se mi fosse caduto un velo che fino a quel momento mi aveva ostacolato la vista.

Scomparsa la presenza delle donne la maggior parte degli uomini sembrava aver perso anche ogni inibizione.

Mi tornarono alla mente di quegli articoli che criticavano il porno, osservando come fossero troppo distante dalla realtà. Nei racconti e video erotici si dava un’immagine distorta del sesso, un’immagine a uso e consumo degli uomini.

Mai come adesso sembrava che realtà e immaginazione avessero iniziato a coincidere. Quelle che erano state solo fantasie, adesso prendevano forma di fronte ai miei occhi.

Anche se i suoi personaggi erano tutti uomini. E io ero uno dei protagonisti.

In ufficio, al ristorante, sull’autobus, non c’era luogo dove non ci fosse qualcuno disposto a cadere in ginocchio o che si piegava a novanta gradi.

Era sufficiente saper riconoscere gli atteggiamenti come diceva Marzio. Bastava adocchiare il ragazzo giusto in metropolitana e potevi tornare a casa con una scopata.

Come Giulio, il ragazzo che mi accompagnò a casa un venerdì sera.

“È un appartamento enorme. Ma vivi da solo?” Mi chiese, quando fu dentro.

“E con chi dovrei viverci?”

Lui alzò lo spalle, guardandosi intorno curioso.

“Sembra roba costosa questa,” disse, indicando non so quale soprammobile.

“Ho un buono lavoro,” replicai con un po’ di orgoglio che la mia casa lo mettesse in soggezione.

Mi avvicinai a lui di spalle e gli strusciai il mio bacino al suo culo, facendogli percepire la mia asta già in tiro.

Come avevo previsto Giulio non si scompose e non tentò di spintonarmi via. Tuttavia mi sorprese voltandosi e stampandomi un bacio in bocca. Fui che mi trovai a spintonarlo via.

“Che diavolo fai?” Esclamai, passandomi il dorso della mano sulle labbra umide della sua saliva.

“Era solo un bacio.”

“Per chi mi hai preso? Per la tua fidanzata? Non faccio certe cose.”

Giulio scrollò le spalle. “Come vuoi,” disse, avvicinandosi a me e afferrandomi la mia mano. La tirò a sé e l’appoggiò contro il suo pacco già gonfio.

“Che cazzo ti prende? Non sono mica passivo io.”

“Mentre io che sono più basso di te, ho la pelle pallida, non posso che essere passivo?”

“Non sarai mica attivo, vero?” Chiese, ricordando la figuraccia della mia prima volta.

“No, non sono attivo,” disse, avvicinandosi nuovamente a me. “E non sono neppure passivo. Sono gay.”

“Gay?” Ripetei.

Gli uomini omosessuali erano quasi tutti andati a vivere in quartieri indipendenti, come dei villaggi cittadini. I gay si sposavano e vivevano in coppie stabili. I bambini, che nascevano nelle cupole e che non potevano essere allevati tra le donne, venivano dati in adozione a loro.

Le famiglie arcobaleno erano le nuove famiglie tradizionali.

Non ebbi molto tempo di mettere in ordine nei miei pensieri. Giulio mi fece passare una gamba dietro la mia e mi spintonò.

Appena caddi al suolo, mi fu addosso. Mi fece ruotare e mi afferrò entrambe le braccia dietro la schiena.

“Aaaaaah, lasciami andare, frocio,” urlai, cercando di liberarmi dalla sua presa con l’effetto di farmi ancora più male alle spalle. Era molto più forte di quanto immaginassi.

“Fa male, vero? Non è doloroso neppure la metà di quello che hai fatto subire tu. Conosco gli stronzi come te. Sei uno di quelli che non sfiora il cazzo, ma va dritto al culo.”

“Che cosa vuoi?”

“Vogliono insegnare un po’ di buone maniere a voi “gay” dell’ultima ora,” mi sussurrò nell’orecchio Giulio.

“Non sono gay, sono etero,” replicai.

“Sì, un etero particolarmente flessibile. Ero ti mostrerò anche quanto.”

Giulio mi schiacciava sul pavimento con tutto il suo corpo. Tenendomi stretti i polsi con un mano, fece scivolare l’altra lungo la mia schiena fino a lambirmi la vita.

“Fermo, dove credi di andare?” Mi agitai più che potei nel tentativo di sciogliermi dalla sua presa, ma Giulio mi piantò il gomito nella schiena, facendomi gridare di dolore.

Quindi, mi infilò il pollice dietro la cintura e mi tirò giù pantaloni e boxer abbastanza da mettermi il culo all’aria. Poi la sua mano si insinuò fra le mie chiappe e un dito mi sfidò il buco.

“Non provare ad andare oltre, pezzo di merda,” ringhiai.

“Sì, sì, sembra proprio che qualcuno abbia bisogno di una bella rinfrescata del galateo e io ho lo strumento giusto. Sono contrario all’uso della violenza per scopi educativi, ma qualche volta credo il bastone faccia bene.”

Sentii Giulio aprirsi la patta e qualcosa di liscio e duro accarezzarmi le chiappe. Non poteva star davvero succedendo. Non poteva.

“Aaaaah, fermo, non entrerà mai,” gridai, quando Giulio inizio a premere contro il mio buchino.

“Mi spiace deluderti, ma, anche se ti piaceva crederlo, il tuo culo non è diverso da quelli che ti sei scopato fin ora. Se sei riuscito a infilare il tuo cazzo, vedrai che anche il mio entrerà.”

“Uaaha.”

“Magari possiamo mettere fine a questo strazio con un po’ di sputo.” Giulio si spuntò sulla mano e mi accarezzò nella fessura del culo. Quindi, riprovò nuovamente.

“AAAAAHRGH.”

Era come se mi avessero assestato un pugno nello stomaco.

“T-toglilo! Toglilo!” Gridai.

“E perché? Con tutta la fatica che ho fatto aprirmi un varco. E poi non puoi immaginare come sia caldo e scivoloso. O forse lo sai.”

Giulio sollevò il bacino, dandomi un attimo di sollievo. Ma fu solo un attimo, poiché me lo riconficcò nella carne. E poi ripetè il gesto. E ancora. E ancora.

Mi mancava il respiro.

Poi, però, sentii qualcosa. Sentii come qualcosa che premeva per uscire. Oh, merda.

“Tiralo fuori. Mi scappa da cagare. Tiralo fuori,” mormorai in panico.

“È solo una risposta automatica del tuo corpo. Non c’è nessun stronzo. Hai un cazzo piantato nell’intestino. Allora come ci si sente a farsi scopare l’apparato digerente?”

Non avevo neppure più la forza di replicare. Un uomo mi stava sfregando il cazzo nel mio intestino.

E a me non restava altro che lasciarlo fare. La mia unica speranza era che finisse il prima possibile.

“Se stringi un po’ quel buchino ormai slabbrato che ti ritrovi, vedrai che verrò prima.”

Feci come mi disse. Non avrei mai pensato che sarei arrivato a impegnarmi perché un uomo godesse il più veloce possibile con il mio culo.

Adesso capivo, perché era tanto piacevole scopare un maschio. Non ha importanza quanto possa piacerti farti inculare, il primo istinto è arrivare a trovare il sollievo di svuotarsi.

“Ah, sì, bravissimo.”

Giulio lasciò andare i miei polsi e si afferrò alle mie spalle, iniziandomi a cavalcare selvaggiamente.

Avevo il culo in fiamme. Non so esattamente quello che stavo provando, ma di una cosa ero sicuro: non avrei resistito ancora a lungo. Ma non stavo per raggiungere l’orgasmo. Qualcun altro, però, sì.

Giulio accelerò il ritmo, mentre il suo respiro divenne più affannoso. Mi sembrò che il suo cazzo mi stesse esplodendo nel culo.

“Preparati, sto per darti la lezione finale.”

Giulio gemette. Il palo conficcato dentro di me fremette frenetico. Mi stava riversando il frutto del suo piacere. Diede gli ultimi intensi affondi e si accasciò contro la mia schiena.

“Spero che tu abbiamo imparato qualcosa, perché per me è stata una lezione particolarmente appagante.”

Mi rifiutati di rispondere o solo di alzare la testa. Giulio decise che era abbastanza e si risollevò, sfilando il suo cazzo ormai moscio dalle mie carni.

“Il mio cazzo non sarà più nel tuo culo, ma la mia sborra, come la mia lezione, resterà per sempre con te, assorbita dal tuo intestino come i tuoi liquidi.”

Non mi alzai neppure quando se ne fu andato e sentii la porta chiudersi. Rimasi sdraiato a terra con il culo all’aria, mentre un filo di sborra mi colava fuori dal buco.

Non mi ero mai sentito tanto indifeso. Senza controllo su di me, sul mio corpo, su quello che stava succedendo.

Quando scopiamo, possiamo sentire solo le nostre sensazioni. Tuttavia è difficile non dare per scontato che quando proviamo piacere noi, lo stanno provando anche gli altri.

Invece solo chi ha il controllo sta veramente godendo. Solo chi da il ritmo, solo chi fa scivolare la sua asta percepisce e può raggiungere l’apice del piacere.

L’altro deve adattarsi e lasciare che le sue sensazioni siano quasi un effetto collaterale, non previsto di tutto quel movimento.

Forse ogni uomo, almeno una volta della vita, dovrebbe provare a farsi penetrare. Non si può davvero comprendere cosa significa ad avere il proprio corpo invaso in un posto tanto intimo e con tanta furore, finché non ti conficcano un cazzo su per il culo.

Da quel giorno mi promisi di trattare con il giusto rispetto chiunque era disposto a lasciarsi fare quello che avevo subito io.

Quello era un nuovo mondo. Non c’erano gay, etero, asessuali, bisessuali, ma sono coloro che volevano andare avanti.