“Dai, ragazzi, non mollate. Oggi ci portiamo a casa una vittoria,” urlava il Mister da bordo campo, agitando le braccia.

“Quanto manca?” mi chiese Flavio visibilmente in ansia.

Sedeva proprio sul limite della panchina, stringendo il bordo con le mani come se dovesse trattenersi dal fuggire.

“Ancora 10 minuti,” dissi, voltandomi a controllare il tabellone di gioco.

“Così poco? Livio io non ce la posso fare.”

“Dai, non è così male. Stiamo vincendo. Quando vinciamo sono sempre più gentili.”

Flavio non rispose. Continuava a fissare l’erba davanti a lui come se sperasse che gli svelasse qualche segreto.

Anch’io ero in ansia, ma non volevo farglielo vedere. Uno di noi due doveva mostrarsi forte. Seguivo con particolare attenzione i miei compagni correre dietro al pallone da un lato all’altro del campo di calcio.

Eravamo in testa 2 a 1, ma era un vantaggio minimo: dieci minuti erano un tempo a sufficienza per ribaltare la partita.

“FORZA, facciamogli vedere chi sono i campioni qui.” Il Mister continuava a gridare, camminando avanti e indietro al margine del campo.

Infine, l’arbitro suonò il fischio di fine partita. A quel suono Flavio sobbalzò sulla panchina. In campo i nostri compagni esultarono. Alcuni se levarono la maglietta, agitandola come una bandiera. Altri si abbracciavano e saltavano.

Il Mister si voltò euforico verso di me e Flavio, facendo un cenno di vittoria con il braccio. Erano tutti felici. Solo io e Flavio, le due riserve in panchina, non riuscivamo a condividere quel momento di gioia.

“Avete visto, mezzecalzette,” esclamò Valerio, dandomi uno schiaffo, mentre la squadra ci passava davanti per tornare nello spogliatoio. “Questa è anche la vostra vittoria, anche se non avete fatto niente per meritarvela.”

“Già, adesso è il vostro momento di contribuire,” aggiunse Sabino, tirando su con forza Flavio dalla panca.

“Camminate,” esclamò Antonio, spintonandoci.

I nostri compagni si erano già tutti mezzi nudi negli spogliatoio. Ridevano, scherzavano e si facevano complimenti per le loro azioni.

“Quel passaggio è stato fantastico.”

“Sì, peccato che Massimo non ha saputo sfruttarlo.”

“Ehi, guardate che alla fine abbiamo vinto grazie alla mia ultima rete,” esclamò Massimo.

“Forza, cosa fai ancora in piedi?” Valerio mi spinse verso il basso, schiacciandomi sulle spalle.

Quando fui a quattro zampe, alzai lo sguardo e vidi Flavio dall’altra parte dello spogliatoio che cercava di svincolarsi dalla presa di Antonio e Sabino.

“Vi prego. Lasciatemi andare. Non voglio più…”

“Piantala di lamentarti. Meritiamo una ricompensa per il nostro sforzo,” ringhiò Antonio, strattonando Flavio in ginocchio.

Antonio si abbassò i pantaloncini e il suo cazzo in tiro schizzò fuori prepotente. Afferrò la testa di Flavio e l’avvicinò alla sua asta.

Flavio dimenava la testa a destra e sinistra, mentre alle sue spalle Sabino lo teneva fermo.

“Che ti prende? Piantala di agitarti,” esclamò Sabino.

“Apri la bocca,” ordinò Antonio. “Stavolta fa attenzione ai denti.”

“AAAAAH.” Fui io a urlare.

“Non dovresti distrarti, mentre ti stai occupando di me,” ridacchiò Valerio.

Una fitta di dolore dal basso ventre mi risalì fino in gola. La sua asta si era forzata l’ingresso nel mio buchino.

Istintivamente cercai di sfuggire in avanti per liberarmi da quel palo.

“Ehi, dove scappi?” esclamò Valerio afferrandomi per i fianchi.

Mi morsi il labbra, mentre le mie dita sembravano graffiare le piastrelle del pavimento nel tentativo di sopportare il dolore.

Nonostante avesse corso per quasi due ore, Valerio agitava il suo bacino in maniera frenetica. Era sempre stato un grande corridore.

Infatti, fu veloce.

“Ah, sì, vengo. Ah, sì,” gemette Valerio, mentre i suoi affondi divennero convulsi. Si svuotò dentro di me con urlo di vittoria. Quello stesso urlo che lanciava ogni volta che lanciava il pallone in porta.

Si appoggiò contro la mia schiena per riprendere fiato. Sentivo il suo respiro contro il mio collo.

“Io sono a posto ragazzi,” avvertì, infine, sfilando il suo cazzo dal mio culo.

“Tocca a me,” esclamò Tullio.

“Col cazzo, Tullio,” replicò Giulio. “Se fosse sta per te avremmo perso la partita. Prima tocca a chi se lo merita davvero.”

Giulio si sedette sulla panca a gambe divaricate. Era il più alto della squadra. Anche quando era seduto riusciva sempre a guardarti dall’alto verso il basso.

“Forza, Livio, datti da fare,” disse, indicando con entrambe le mani verso i suo cazzo già in tiro svettava contro la sua tartaruga soda.

“Ahah, sei sempre il solito pigro, Giulio,” rise Valerio, mentre afferrò un asciugamano per andare a lavarsi nelle docce.

“È stata una partita impegnativa. Ho diritto al mio riposo,” ribatté Giulio. “E tu che cosa fai ancora in piedi?”

A quell’imbeccata mi portai immediatamente fra le sue gambe.

“Girati. Non voglio vedere le tue palline mosce.”

Feci come mi aveva ordinato e lentamente mi abbassai verso il suo cazzo. Giulio si era afferrato la base dell’asta e la puntava verso l’alto. Verso le mie chiappe.

Quando la cappella sfiorò il mio buchino ebbi un attimo di esitazione.

“Forza, giù,” esclamò Giulio e, afferrandomi per una spalla, mi spinse verso di lui.

Il suo cazzo entrò con maggior facilità. Avevo ancora gli umori di Valerio che mi lubrificavano il buchino. Tuttavia, il cazzo di Giulio ero lungo tanto quanto lui era alto.

La sua cappella mi schiacciò l’intestino, facendomi gemere di dolore.

“Ora muoviti.”

Iniziai a dondolare il bacino fra le sue gambe. La sua asta sfregava contro le pareti del mio culo.

“Finalmente anche tu fai un po’ di movimento,” esclamò qualcuno.

“Non ti sconcentrare. Vai più veloce,” mi intimò Giulio.

Mi afferrai alle sue cosce e accelerai il ritmo. Giulio chiuse gli occhi e appoggiò la testa indietro contro il palo di metallo.

“Più veloce. Più veloce. Veloce,” continuò a mormorare Giulio.

Le gambe iniziarono a cedermi, mentre il buchino era sempre più infiammato.

“Ah, merda. Sborroooooh.” Giulio mi strinse per i fianchi e diede lui stesso gli ultimi affondi verso l’alto. La sua sborra si mischiò con quella di Valerio dentro il mio culo.

Giulio mi spintonò in avanti e il suo cazzo mi fuoriuscì dal culo, insieme a un rivolo di liquido caldo e denso. Mi accasciai al suolo esausto.

“Finalmente è il mio turno,” esclamò nuovamente Tullio, piazzandosi davanti a me con il cazzo in tiro che mi dondolava di fronte agli occhi.

“Te lo scordi. Sono io che ho segnato la rete di vittoria. Adesso è il turno del mio cazzo di segnare.” Massimo diede una spallata a Giulio e mi sollevò di peso.

Mi spinse fino all’angolo estremo dello spogliatoio e aprì lo sportello del suo armadietto. Mi fece piegare a novanta grandi e mi spintonò dentro.

“Ma si può sapere perché ti nascondi sempre là in fondo? Guarda, che lo sappiamo tutti che poi te lo inculi come tutti gli altri,” gridò Antonio dall’altro lato dello spogliatoio.

Massimo si piegò su di me. Percepii il suo cazzo sfiorarmi le chiappe.

“Guai a te, se ti fai sfuggire qualcosa,” mi sibilò nell’orecchio. “Se dovessi scoprire che hai spifferato qualcosa, non solo ti riempirei di botte, ma potrai definitivamente scordarti di entrare in campo.”

“Non ho mai detto nulla,” risposi in preda al panico. L’idea di non poter mai entrare in campo mi aveva terrorizzato.

“Lo so.” Massimo mi schiacciò la schiena verso il basso e puntò il suo cazzo fra le mie chiappe.

La cappella mi scivolò dentro con estrema facilità. Massimo prese subito a muovere i fianchi avanti e indietro.

“Forza, gemi. Voglio che gli altri ti sentano.”

Prese a mugugnare rumorosamente. La voce dentro l’armadietto echeggiava contro le pareti di metallo. C’era qualcosa di claustrofobico.

Massimo aveva un cazzo piccolo. Davvero piccolo. Era come un dito nel mio culo. A lui creava ansia, ma per me era anche un sollievo. Anzi, forse era più piacevole di tutti gli altri, perché almeno mi evitavo le botte all’intestino.

“Ah,” gemetti, quando la mia testa sbatte contro il fondo dell’armadietto.

Forse il suo cazzo era minuscolo, ma Massimo era il grande calciatore della squadra. I suoi colpi di reni era come essere travolti da un carro armato.

“Oh, ci sono. Vengooooh.” Massimo schizzò una serie di getti dentro il mio culo. Mi diede ancora alcuni affondi per assicurarsi di essersi completamente svuotato e finalmente si staccò da me.

Si voltò di lato e si tirò subito su i pantaloncini, assicurandosi che nessuno avesse adocchiato il suo piccolo arnese.

Ancora due compagni si fecero un giro nel mio culo, prima che potei finalmente andare anch’io a farmi una doccia. Aprii l’acqua calda e sollevai la testa verso il getto.

Poco dopo entrò nelle docce anche Flavio. Questa volta sembrava che a lui fosse andata peggio. Aprii l’acqua calda e appoggiò le testa contro il muro.

Dopo un attimo iniziò a tremare e singhiozzare.

“Flavio…”

“Non ce la faccio più, Livio. Non ce la faccio più,” mormorò, girando la testa verso di me. Nonostante l’acqua della doccia, riuscivo a vedere le lacrime rigargli il viso.

“Mi dispiace,” dissi, avvicinandomi a lui e stringendogli una spalla.

“Io non sono frocio come te,” esclamò Flavio, spintonandomi via. “Lo so che per te non è un problema.”

“Credi che a me piaccia farmi sbattere in quel modo?” replicai infuriato. “Voglio solo giocare a calcio. Dobbiamo solo resistere ancora un po’.”

“Resistere? Fino a quando? È veramente troppo. Ho la sborra di sei ragazzi in culo. Lascio la squadra.”

“Vuoi lasciare? Ma la borsa di studio? Come farai con la retta?”

“Non me ne fotte un cazzo dell’università. A me piaceva giocare a calcio. Piaceva davvero. Da quando è iniziato l’anno gli unici palloni che ho toccato sono le palle dei miei compagni di squadra.”

“Lo sai come funzionano queste cose. È una gavetta che devono fare tutti.”

“Non è vero. Sono solo degli stronzi arrappati. Si sfogano su di noi.” Flavio spense l’acqua e si arrotolò l’asciugamano alla vita.

“Me ne vado, Livio. E dovresti andartene anche tu.” Flavio non si voltò più e scomparve nel corridoio già immerso nell’oscurità.

Appoggiai le mani alla parete e lasciai che l’acqua calda mi scivolasse lungo la schiena. Sentivo la sborra colarmi lungo la gambe. Chiusi gli occhi. Non la volevo vedere fluire nel tubo di scarico.

Odiavo quel tubo di scarico. Ogni tanto mi sentivo come lui.

Fui particolarmente scosso dall’abbandono di Flavio. La nostra esperienza ci aveva molto avvicinato. Tuttavia, non mi ero mai reso conto di quanto fosse importante la sua presenza. All’improvviso mi sentii solo. Davvero solo.

“Ah, ecco, inizi ad allenarti quando abbiamo tutti finito.”

Lasciai cadere il pallone che stavo palleggiando sulle ginocchia e mi voltai. Era il Mister che se ne stava andando con la sua sacca a tracolla.

“Francamente sono davvero deluso da te. Se continui così, non avrai mai l’opportunità di giocare in campo.”

“Ho molto per… la testa, Mister. Ma mi sto impegnando davvero molto.”

“Lo so. Ti vedo sempre allenarti da solo, quando abbiamo finito, ma il calcio è un gioco di squadra. Devi allenarti con i tuoi compagni.”

“Mi dispiace, Mister.”

“Quello che non capisco è che trascorri un sacco di tempo qui. Arrivi puntuale, ma poi ti perdi via. Che diavolo ci fai tutto quel tempo in bagno?”

Non sapevo cosa rispondere. Non potevo certo dirgli che da quando Flavio se ne era andato, mi sono trovato a dover soddisfare tutta la squadra.

“Vabbè, lascia stare. Sei un bravo giocatore. Mi dispiace solo vederti sprecare il tuo talento in questo modo.”

Guardai il mister scomparire nella galleria. Ancora una volta mi trovai da solo in mezzo al campo. Ormai c’erano solo i grandi lampioni a illuminare il prato. Ripresi un pallone e continuai il mio allenamento.

La maschera bianca

Quel finesettimana arrivai come sempre puntuale. Indossai la divisa e gli scarponcini e mi diressi in campo. Inspirai l’aria fresca del mattino. Mi piacevano gli allenamenti del sabato, perché almeno dopo avevo tutto il giorno per allenarmi alla luce del sole.

“Ehi, Livio. Che fai sul prato? Ti stiamo aspettando,” mi urlò dalla galleria Tullio.

Trovai Tullio con Sabino e Giulio in piedi nelle docce.

“Forza, vieni qui. Abbiamo bisogno di scaricare le palle prima dell’allenamento, altrimenti non riusciamo a concentrarci,” disse Sabino, tirandosi giù i pantaloncini e lasciando che il suo cazzo in tiro balzasse fuori minaccioso.

Deglutii e mi avvicinai al quel gruppetto. Inspirai e mi inginocchiai sul pavimento freddo delle docce.

Sabino si portò di fronte ai miei occhi, facendo dondolare il suo cazzo.

“Se vuoi allenarti, ti conviene iniziare a succhiare.”

Allungai le mani e tentai di prenderlo, mentre Sabiano continuava a muoverlo.

“Ah, no, senza mani.”

Il mio collo correva di qua e di là nel tentativo di ingoiare la sua cappella.

“Ahah, guardate come si agita. Gli piace proprio il cazzo. Visto che ci tieni tanto a succhiarmelo, eccolo tutto per te.”

Sabino mi spinse l’asta nella mia bocca socchiusa, mentre Tullio e Giulio sghignazzavano. Senza toccarglielo presi a pompare con foga. Forse questa volta sarei finalmente riuscito a prendere parte all’allenamento.

“Quanto ardore. Non vedi l’ora di gustare il mio latte, eh?”

A un certo punto Sabino smise di blaterale. Il suo respiro era divenuto più profondo. Alzai lo sguardo e vidi che aveva socchiuso gli occhi e si mordicchiava la lingua.

Accelerai il ritmo e mi preparai a ricevere i suoi schizzi caldi in gola.

Sabino gemette, ma nel momento dell’apice estrasse la sua asta all’improvviso. Uno fiotto di sborra mi centrò l’occhio. Chiusi entrambi gli occhi, mentre percepii altri schizzi caldi colpirmi in volta.

“Uao, Sabino, non sapevo fossi un tale artista,” ridacchiò Tullio.

“Vorrei dire che assomiglia a qualcosa, ma il colore della sborra sulla faccia è irripetibile,” commentò Giulio.

“Dai, ragazzi, sborrategli anche voi in faccia. Lasciamogli il nostro marchio che tutti lo possano vedere.”

Giulio non si fece pregare e mi infilò subito il suo cazzo in bocca. Non potei far altro che riprendere a succhiare.

Stavolta presi anche a massaggiargli le palle, nella speranza che venisse prima.

Anche Giulio quando fu quasi per venire, tirò fuori la sua mazza dalla mia gola. Uno potente schizzo volò oltre i miei occhi. La sborra mi centrò i capelli. Poi i colpi successivi andarono a segno contro il mio volto.

Quando anche Tullio ebbe sborrato sulla mia fronte, iniziai a sentire la mia faccia come una maschera di cera. Il loro sperma stava seccando e tirando la mia pelle.

“Sei un po’ pallido, Livio,” ridacchiò Tullio, mentre strizzava il suo cazzo sulla mia guancia per assicurarsi che anche le ultime gocce non andassero sprecate.

“Già, probabilmente perché non ti alleni abbastanza,” aggiunse Sabino, strappando una risata agli altri due.

Il loro ridacchiare attirò l’attenzione del resto della squadra.

“Vi state divertente senza di noi?” chiese Valerio, apparendo sulla soglia delle docce.

“Uho, che scultura. Non ditemi che tutta quella sborra è opera di uno solo di voi?” esclamò sorpreso Antonio, facendo sbucare la sua testa all’ingresso.

“Ma sei scemo? Nessuno può produrre da solo tutta quella sborra,” lo rimbeccò Valerio.

“Avete fatto un buon lavoro,” commentò Massimo, studiando la mia faccia. “Anche se qui si vede ancora la sua pelle. E anche qui. E qui.”

“Puoi aiutarci a completare il lavoro,” propose Sabino.

“Uhm, magari dopo,” rispose Massimo, lanciandomi un’occhiata quasi minacciosa.

“Io invece contribuisco volentieri. Apri la bocca, se riesci ancora a muovere la mascella. Ma è tutta secca?” Non feci in tempo ad aprire tutta la bocca che Valerio fece scivolare dentro la sua asta.

Iniziai a muovere la testa, ma Valerio mi afferrò il capo fra le mani e prese a far scorrere il suo cazzo al suo ritmo. Anche quando lo infila in bocca, voleva correre alla sua velocità.

Mentre cercavo di trovare l’angolazione più comoda, Valerio continuò imperterrito a trapanarmi la gola.

“Ah, ci sono,” mormorò e spinse via la mia testa proprio, quando il primo schizzò esplose dalla cappella colpendomi il naso. E poi ancora il mento

“Piega la testa indietro che sta per colare,” disse, premendo contro la mia nuca.

“Sì, ma così non riesco a farmelo succhiare,” lamentò Antonio.

“Aspetta solo un attimo che si secchi. Poi potrai sfogarti anche tu,” disse Sabino.

Non dovette attendere troppo. Anche Antonio alla fine si fece massaggiare il cazzo nella mia bocca prima di schizzarmi i suoi umori maschili in faccia.

E dopo di lui ci furono Claudio, Marco, Fabio e Vittorio. Ognuno con un cazzo di forma diversa, ma tutti arrapati da farsi succhiare. Avevo sborra su tutta la testa. Persino nelle orecchie. I miei capelli sembrano pieni di gel di pessima qualità. Le mie narici erano piene del denso odore di sborra.

Alla fine persino Massimo riapparve di fronte a me, dopo essersi assicurato che i nostri compagni era tutti fuori ad allenarsi. Succhiare il suo cazzo era come ciuccare una caramella particolarmente liscia.

Mi schizzò contro l’unico occhio ancora libero, forse per accertasi che non potessi più vedere il suo cazzetto.

Quando anche lui svanì nel corridoio, feci per alzarmi. Se avevo contato giusto erano ormai passati tutti miei compagni.

“Ehi, dove credi di andare?”

No, mi sbagliavo. Avevo dimenticato il capitano.

Adriano apparve sulla soglia. La sua sola presenza mi schiacciò nuovamente a terra.

“Non ho mai visto tanta sborra sul volto di una persona, neppure nel peggiori dei porno.”

Feci per aprire la bocca e dire qualcosa, ma il capitano ne approfittò per far scivolare il suo cazzo nella mia gola.

Me lo spinse in profondità. Più affondo di chiunque. Superò le tonsille e quasi mi sembrò raggiungesse a trachea. La mia testa era quasi schiacciata fra le sue grosse e muscolose cosce.

Sembra quasi che il cazzo di Adriano riempisse ogni angolo della mia realtà.

Lentamente iniziò a mancarmi il respiro. Cercai di spingerlo via, premendo contro le sue cosce pelose.

“Mai come in questo caso è stato più vero il fatto che il capitano ha il potere di vita e di morte sui membri della sua squadra,” mormorò Adriano prima di lasciare andare la presa.

Finalmente ripresi a respirare. Ma fu solo un istante. Adriano spinse nuovamente la sua asta nella sua bocca e prese a fottermi la gola.

Anche lui, poco prima di godere, sfilò la sua mazza e lasciò che la sua sborra si riversasse sul mio volto. Anche se ormai si andò semplicemente a raggrumare sulla sborra di chi lo aveva preceduto.

“Adesso ho finito, capitano. Posso venire ad allenarmi con voi?”

Adriano sorrise. Lui sorrideva sempre. Anche a me.

“Ogni calciatore ha il proprio ruolo. Attaccanti, difensori, centrocampisti, portieri e poi ci sei tu. Questo è il tuo ruolo.”

“Mah…”

“Non posso far uscire in campo una testa di sborra. Sei praticamente uno spermatozoo.”

“Mi do subito una lavata.”

Adriano scosse la testa. “Quello che hai in faccia è il lavoro di tutta la squadra. I nostri compagni ti hanno affidato la cosa più preziosa di un ragazzo. È un marchio di fiducia. Tutti devono poter ammirare l’opera che abbiamo compiuto insieme.”

Abbassai gli occhi.

“Lo so che può sembrare ingiusto. Sicuramente è umiliante, ma puoi consolarti pensando che il tuo contributo è essenziale per serenità di ognuno di noi. Grazie a te la squadra è più unita.”

Mentre Adriano riponeva il suo arnese e tornava in campo, mi accasciai a terra. Se avessi potuto avrei messo la mia testa fra le mani.

“Che cos’è questa puzza?” esclamò qualcuno. I suoi passi si avvicinavano veloci lungo il corridoio.

“Livio? Che diavolo?” Il Mister apparve sulla soglia e mi fissava sconvolto.

“No, la prego non mi guardi. Non mi guardi,” gridai, gettandomi a carponi verso un angolo delle docce.

“È per questo? È per questo che perdi gli allenamenti? Non avrei mai potuto immaginare…” Il Mister non riuscì neppure a finire la frase. Si voltò e scomparve nel corridoio.

Un ragazzo innocente

Ero in completo panico. Mi avrebbe sicuramente espulso dalla squadra. Non avrei mai potuto giocare. Avrei dovuto abbandonare l’università.

Aprii l’acqua della doccia e mi ci gettai sotto con tutta la divisa. Iniziai a strofinare con forza la faccia, i capelli. La sborra, però, sembra divenuta cemento. Era secca e non ne voleva sapere di staccarsi. Non so per quanto strofinai, ma alla fine pensai di essere sufficientemente pulito per poter uscire.

Abbandonai la divisa in un angola e mi asciugai in fretta. Mi vestii e corsi nell’ufficio del Mister, sperando di trovarlo ancora là.

“Mister… io… io posso spiegare,” esclamai, entrando a corsa nella stanza.

“Chiudi la porta,” disse il Mister senza alzare gli occhi dalla scrivania a cui era seduto.

“Non ho mai voluto…”

“Qualche volta mi dimentico che siete anche uomini, maschi,” iniziò a parlare il Mister senza darmi la possibilità di spiegarmi. “Per me siete sempre solo calciatori. Non penso neppure che sotto quelle divise si agita qualcosa.”

Il Mister si alzò dalla sedie e si voltò a guardare fuori dalla finestra.

“Siete tutti adulti. E come tutti gli adulti avete naturalmente già perso la vostra innocenza. Forse se lo avessi realizzato prima, non saremmo arrivati a questo punto.”

Il Mister si girò nuovamente a fissarmi, ma io non riuscii a sostenere lo sguardo.

“È per questo che Flavio se n’è andato?”

Non potei farlo altro che annuire.

“E perché tu sei restato?”

“Io voglio giocare a calcio. È sempre stata la mia grande passione,” spiegai. “Inoltre, ho bisogno della borsa di studio sportiva.”

“Ci sono altre scuole universitarie e accademie che offrono borse di studio per calciatori.”

Tra noi scese un lungo silenzio. Il Mister si portò davanti alla scrivania e si appoggiò al bordo.

“Io l’ho sempre ammirata,” confessai infine. “Mi ricordo ancora quando era in Nazionale. Quando scendeva in campo non lo faceva solo per tirare un calcio al pallone: lei era il capitano e voleva trasmettere un messaggio.”

Il Mister mi fissò a lungo in silenzio. “Alzati.”

Mi sollevai dalla sedia e il Mister mi mise le mani sulle spalle.

“Mi dispiace per quello che hai dovuto passare. Non so da quanto tempo va avanti a questa storia, ma se lo avessi saputo, avrei osato fare questo molto prima,” disse e mi tirò a sé.

Le sue labbra si schiacciarono alle mie.

“Non è come crede, Mister,” mormorai, cercando di allontanarmi dal suo abbraccio. “Io l’ammiro molto, ma…”

Le sue labbra si schiacciarono nuovamente alle mie. La sua lingua tentò di aprirsi un varco e alla fine dovetti cedere. Le nostre lingue si intrecciarono.

Infine, le nostre bocche si staccarono. Mi mancava il fiato. Il Mister mi accarezzò la guancia.

“Se avessi saputo che non eri quel ragazzo innocente che credevo, non mi sarei fatto tutte quelle remore,” disse e si spostò facendomi andare contro la scrivania.

Si portò alle mie spalle e mi schiacciò la schiena verso il basso.

“Ho messo gli occhi su di te fin dal primo giorno. Eri un ragazzo così a modo.” Le mani del Mister mi tastavano tutto il corpo e si infilavano nei miei pantaloni.

“Mister la prego, non credo che…”

“Non serve più che fai tanto il pudico. Tanto lo so che i tuoi compagni con te non si sono fermati a sborrarti in faccia.”

Il Mister mi tirò giù pantaloni e mutande con la forza.

“Ah, che culo favoloso,” esclamò, affondando la sua testa fra le mie chiappe e prendendo a solleticarmi il buchino con la lingua.

Non sapevo più cosa fare, come comportarmi. Nutrivo davvero una grande ammirazione per il Mister, ma aveva almeno 15 anni più di me.

“Scusami, ma non ce la faccio più. Ho desiderato questo culo da così tanto tempo.” Il Mister armeggiava con frenesia con i suoi pantaloni. In un attimo aveva il suo cazzo in tiro in mano.

“No, aspetti…”

Il suo cazzo si forzò l’ingresso nel mio buchino. Le sue poche leccate lo aveva lubrificato a malapena.

Lanciai un grido, prima di essere tappato dalla mano del Mister.

“Sssss, piano. Un insegnante e uno studente non possono essere certo scoperti insieme.”

Quando si fu assicurato che mi ero calmato, il Mister si raddrizzò e lasciò che il suo cazzo quasi uscisse completamente dal mio culo. Quindi, lo conficcò nuovamente dentro come a volersi accertare che non avrei più gridato.

E io mi morsi la lingua e rimasi in silenzio.

Il Mister lentamente prese un ritmo. Il suo bastone scorreva dentro e fuori dalle mie carni. I suoi affondi era risoluti, ma meno frenetici di quelli dei miei compagni.

Mi voltai indietro e vidi il Mister che si sfilava maglia e maglietta, restando in torso nudo. Mi sorpresi di vedere ancora una muscolatura così ben definitiva. Solo una peluria argentata sembrava svelare la sua età.

Mi strinse forte i fianchi e prese a cavalcarmi con determinazione. Sentivo tutta la sua forza incanalarsi per affondarmi nel culo.

All’improvviso mi trovai a pensare se forse dietro la mia ammirazione provavo qualcosa di più per il Mister.

Le botte divennero più rapide e intense. Sentivo che era davvero un ex calciatore della Nazionale abituato a raggiungere quello che voleva.

“Ah, Livio, sì, Livio, finalmente. Arriva. Ti riempio il culo.” Il Mister chiuse gli occhi e gemette rumorosamente.

Si sdraiò sulla mia schiena. Il suo respiro affannoso mi sussurra nell’orecchio. Infine, si staccò da me, vestendosi in fretta.

Mi alzai dalla scrivania tutto indolenzito, ma tra le mie gambe il mio cazzo era in tiro.

Il Mister tossicchiò, tornando a prendere posto sulla sua poltrona.

“Domani ti voglio puntuale in campo. Mi occuperò io dei tuoi compagni,” disse, afferrando dei fogli a caso sulla scrivania, forse per distrarsi, mentre mi tiravo su i pantaloni.

La mattina dopo ero puntuale in campo, ma mi sorpresi di trovare il resto della squadra già in fila sul prato.
“Guarda chi c’è,” mormorò Tullio.

Il resto della squadra si voltò verso di me. Mi lanciarono tutti degli sguardi dal sorpreso e l’irritato.

“Chi ti ha dato il permesso di venire qui?” sibilò Valerio.

“Dovresti aspettarci nelle docce,” disse il capitano.

“C’è qualche problema, Adriano?” chiese il Mister apparendo alle nostre spalle.

“No, niente. Livio dice di non sentirsi bene. Pensavo di accompagnarlo dentro.” Il capitano mi rivolse un invito con lo sguardo per confermare la sua versione.

Stavo per cedere, ma il Mister non ci degnò della minima attenzione.

“Bene. Ora che ci siamo tutti. Possiamo iniziare,” disse il Mister. “20 giri di campo. Subito.”

I ragazzi iniziarono a correre e io fui loro dietro. Tentai di mantenere una certa distanza, ma Giulio e Valerio si strinsero ai miei fianchi.

“Ho le palle che mi esplodono,” mormorò Giulio. “Trova una scusa e fatti trovare dentro.”

“Cosa ti salta in mente di farti vedere dal Mister in campo?” instette Valerio.

“Valerio? Giulio?” chiamò il Mister. “15 flessioni. Adesso.”

“Cosa? Ma perché?” esclamarono in coro.

“30 flessioni. Poi finirete il giro.”

Pochi minuti dopo mi trovai a correre quasi da solo in campo. Il resto dei miei compagni era per terra e stava facendo flessioni.

“Che cazzo sta succedendo? Adesso vado in bagno. Raggiungimi. Ho bisogno di sfogarmi,” mi bisbigliò Adriano, uno degli ultimi ancora su due piedi, prima di rivolgersi al Mister. “Coach posso andare in bagno?”

Per un attimo ebbi l’impressione che il Mister gli stesse per affibbiargli anche a lui delle flessioni, invece fece un gesto infastidito. Adriano svanì all’interno. Io attesi un attimo e, quindi, chiesi di poter andare anch’io al bagno.

“No, devo andare prima io,” fu la risposta del Mister. “Continuate tutti. Se quando torno non siete grondanti di sudore altre 50 flessioni.”

Il Mister seguì i passi di Adriano e dopo non so quanti minuti tornarono entrambi insieme. Adriano sembrava visibilmente scosso.

Da quel giorno nessuno dei miei compagni osò più chiedermi niente. Dopo gli allenamenti, però, andavo a trovare il Mister nel suo ufficio.