“L’amore non è mai sbagliato.”
“Siamo tutti uguali, perché diversi.”
“L’amore non è un crimine.”
Le strade di Kiev erano piene di ragazze e ragazzi, donne e uomini che urlavano e ridevano sventolando bandiere arcobaleno.
L’Ucraina non aveva mai visto una Pride Parade con così tante persone come quell’anno.
Nonostante fosse tutto ordinato e tranquillo, la capitale aveva mobilizzato tutte le forze di sicurezza possibili per assicurarsi che fosse mantenuto l’ordine.
“Se lo prendessi in culo, non andrei in giro a sbandierarlo con orgoglio,” commentò il poliziotto di fianco a me.
“Gettano la vergogna su tutto il genere maschile,” aggiunse un altro, scrollando la testa.
“Già, che schifo,” dissi a mia volta stretto fra loro due.
Era la prima volta che vedevo così tanti gay tutti insieme. Non pensavo neppure che ne esistessero così tanti.
“Che giornata sprecata,” sospirò ancora uno dei miei colleghi. “Dovremmo essere ad aiutare chi ha veramente bisogno e non perdere tempo a proteggere un branco di rottinculo.”
“Già,” ripetei, osservando le persone che ci passavano di fronte come una fiumana. La vista di tutti quegli uomini mi metteva a disagio.
A un certo punto un ragazzo biondo con gli occhi blu scuro che sventolava una bandiera arcobaleno rallentò proprio di fronte a noi. Mi lanciò una lunghissima occhiata.
Istintivamente portai una mano alla pistola. Ma il ragazzo mi sorrise e riprese a camminare.
Involontariamente sorrisi a mia volta, ma scossi subito la testa. Guardai i miei colleghi di fianco a me, temendo che si fossero accorti di qualcosa.
“Tutto bene, Viktor?” mi chiese Ivan. “Hai una faccia.”
“Eh? No, no, sto bene. Vado a fare un giro di pattuglia,” dissi per allontanarmi dalla parata.
Trascorsi il resto del tempo a ispezionare i dintorni. La gente si faceva da parte sul marciapiede, quando mi vedeva arrivare.
Non era solo per la mia divisa da poliziotto. Sapevo di incutere timore anche in civile. Sono alto e sopratutto muscoloso. Il capelli rasati fanno il resto.
“Allora? Brutto frocio. Adesso non sei più tanto orgoglioso,” esclamò qualcuno dal fondo di un vicolo.
Nella penombra scorsi un gruppo di ragazzi che si agitava. Mi infilai in quella stradina buia. Quando mi avvicinai, mi resi conto che stavano picchiando un ragazzo.
“Ehi, che diavolo succede qui?” esclamai, estraendo il mio manganello.
I ragazzi si voltarono verso di me.
“Che diavolo vuoi?”
“Sono io che faccio le domande qui. Sono un poliziotto. Lasciate in pace quel ragazzo.”
“È solo un frocio,” disse un tipaccio, alzando le spalle.
“Gli stavamo solo insegnando a stare al suo posto,” aggiunse quello che sembrava il capetto di quella banda di vandali.
“Forza, sloggiate, se non volete finire in gattabuia,” dissi, portandomi a pochi metri da loro.
“Un poliziotto dovrebbe occuparsi di chi ha veramente bisogno,” commentò il capetto, sostenendo il mio sguardo. “Non di un pervertito.”
“Ho detto che dovete smammare. Non farmelo ripetere un’altra volta,” sibilai.
Il capetto rimase ancora per un lungo istante immobile, infine, fece cenno ai suoi compari di andarsene.
Quando i ragazzi si furono allontanati, istintivamente allungai la mano verso il ragazzo. Lui l’afferrò e sollevò lo sguardo verso di me.
Era il ragazzo di prima, quello con la bandiera che mi aveva sorriso.
“G-grazie,” mormorò lui, tastandosi la mascella, dopo essersi alzato. “Mi chiamo Pavlo,” aggiunse, stavolta porgendomi lui la mano.
Nonostante i lividi sul volto e i vestiti tutti rovinati, riusciva ancora a sorridere. La vista di quelle sue labbra sottili mi facevano uno strano effetto.
Alla fine Pavlo ritirò la mano, quando si rese conto che non avevo nessun intenzione di stringergliela.
“Tu hai un segreto, vero?” disse, dandosi una sistemata ai vestiti.
“Come?” spalancai gli occhi sorpreso.
“Tranquillo, con me è al sicuro. Ti puoi fidare. E poi ti devo un favore.”
Sembrava un invito. Riposi nella cintura il mio manganello e mi aprii la cerniera dei pantaloni. Il mio cazzo era già mezzo in erezione. Lo tirai fuori.
“Non era quello avevo pensato,” disse Pavlo. Sembrava all’improvviso a disagio per la situazione.
“Voi fate questo genere di cose.”
Pavlo mi fissò. Non riuscivo a decifrare quella sua espressione.
Infine, fece qualche passo verso di me. Era vicinissimo. Si morse il labbro inferiore. Quindi, si abbassò.
Trattenni il respiro, mentre allungava la mano. Le sue dita mi avvolgevano il cazzo ormai completamente in tiro.
La sua mano iniziò a muoversi su e giù lungo la mia asta. Era piacevole, ma continuavo a essere attratto dalle sue labbra. Avrei voluto vedere il mio cazzo svanirgli in gola.
Fosse stato una ragazza avrei portato una mano alla sua testa. Era un segnale che funzionava quasi sempre. Ma l’idea di toccarlo mi metteva a disagio.
Non so se Pavlo si accorse della mia impazienza o fosse un passo naturale per uno come “loro”, ma socchiuse le labbra e avvicinò la testa alla mia cappella.
Non ebbe nessun esitazione. Tuttavia, a me parve un istante lunghissimo prima che la sua bocca avvolse completamente la mia nerchia.
Non era certo il mio primo pompino, ma non mi ero mai sentito così arrapato. Forse perché quello ai miei piedi era un ragazzo.
La sua lingua roteava attorno alla mia cappella. Le sue guance umidi mi massaggiavano l’asta.
“Ah, cazzo, sì.” Il gemito mi sfuggì dalle labbra. Gli afferrai la testa fra le mani. Sentivo un impulso incontrollabile a muovermi.
Spinsi la mia minchia in profondità. Mi forzai dentro la sua gola. Giù, oltre le tonsille. Presi a scopargli la bocca.
Pavlo non disse nulla, ma del resto come poteva? Aveva il mio cazzo piantato in gola.
Muovevo il bacino con frenesia. Mi sentivo un po’ in colpa per usarlo in quel modo, ma in fin dei conti era stato lui a dirmi che mi doveva un favore.
“Oh, sì, ci sono quasi,” mugugnai.
“Ehi, che cosa succede qui?” esclamò qualcuno dal fondo del vicolo.
“Merda.” Estrassi il cazzo dalla sua bocca in preda al panico e all’estasi. La mia asta scattò e una serie di rapidi getti schizzarono contro il volto di Pavlo.
La mia sborra ancora caldo gli riempì la faccia.
“Ehi, tutto bene collega?” chiese il poliziotto alle mie spalle, mentre mi sistemavo in fretta il cazzo nei pantaloni.
“Sì, tutto in ordine,” esclamai voltandomi, infine. “Ho beccato questo pervertito a fare porcate in pubblico. L’altro tipo mi è scappato, ma lui l’ho preso.” Indicai Pavlo ancora inginocchiato per terra.
“Oh, cazzo, ma è sborra quella che ha in faccia? Che schifo.”
Pavlo mi fissava inespressivo.
“Forza, datti una pulita,” esclamò il poliziotto, lanciandogli dei fazzoletti. “Non possiamo portarti in centrale lurido come una baldracca morente.”
Pavlo si pulì il volto della mia sborra, quindi, il poliziotto lo sollevò di peso e lo spintonò via, mentre io li seguivo alle spalle.
“Come si fa a umiliarsi in questo modo?” mormorava il mio collega. “Tutto questo per dar piacere un uomo. Mi disgusti.”
Pavlo trascorse la notte dietro le sbarre insieme ad altri ragazzi retati quella giornata. Mi chiesi se erano stati tutti veramente beccati a fare sesso in pubblico.
Grazie alla registrazione scoprii che si chiamava Pavlo Sirko e non abitava troppo lontano dalla mia palestra.
Mi segnai l’indirizzo.
Era tutto nuovo per me
Era un palazzo ordinario come ce ne sono tanti a Kiev. Decine di finestre che punteggiavano un’alta parete grigia. L’ingresso era stretto fra una lavanderia automatica e un piccolo negozio di alimentari.
Qualche volta, dopo la palestra, avevo preso l’abitudine a passare di lì e osservare la gente che entrava e usciva da quel portone. Pavlo tornava spesso la sera tarda. Altre volte usciva al calar della notte.
“Fa freddo stasera. Vuoi entrare? Ti offro qualcosa di caldo da bere,” disse qualcuno alle mie spalle.
Mi voltai e mi irrigidii per la sorpresa. Il volto di Pavlo illuminato dal lampione mi osservava amichevole.
“Ho visto che ti fermi spesso qui, ma oggi è particolarmente freddo.”
Che diavolo di poliziotto sono, se mi faccio beccare così facilmente?
“Ti va?” Pavlo mi fissava in attesa di una mia risposta, ma io non sapevo come reagire.
Alla fine sembrò arrendersi. Si girò, tenendo gli occhi fissi su di me, e attraversò la strada. Si voltò ancora una volta e mi sorrise.
A quel punto le mie gambe si mossero come da sole e lo seguirono sull’altro marciapiede. Pavlo mi tenne la porta aperta. Lanciai delle occhiate guardinghe attorno a me ed entrai nel palazzo.
“Mi metto qualcosa di comodo e sono subito da te,” disse Pavlo, scomparendo in una stanza dopo che fummo entranti nel suo appartamento. “Fa pure come fossi a casa tua.”
Era un appartamento piccolo. Non molto diverso dal mio. Il salottino arredato in modo semplice. C’era un grande televisore, un divano e poco altro.
Non avrei mai potuto indovinare che fosse gay solo studiando la sua casa.
“Vieni, da questa parte. Di offro qualcosa da bere,” esclamò Pavlo, apparendo sulla soglia del salotto. Si era messo una tuta ginnastica particolarmente attillata.
“Vuoi un tè? Un caffè?” chiese, quando entrammo nella piccola cucina.
“Ce l’hai una birra?” Era un po’ troppo freddo per una birra, ma i gay non bevono birra, no? Avevo bisogno di trovare qualcosa che mi distinguesse da lui.
Pavlo, però, aprì il frigo e mi consegnò una lattina di birra.
“Siediti pure,” mi invitò, mentre iniziò a scaldarsi dell’acqua per farsi un tè.
Quando finalmente l’acqua iniziò a bollire, si riempì la teiera e prese posto di fronte a me. Il tavolino attaccato alla parete era minuscolo. I nostri volti erano a poche decine di centimetri l’uno d’altro.
Quella vicinanza mi metteva a disagio. Mi raddrizzai e spinsi indietro la sedia.
“Non hai paura a invitare uno sconosciuto a casa tua?” chiesi incuriosito dal suo comportamento così imprudente.
“Ma tu non sei uno sconosciuto.”
Lo fissai per un lunghissimo istante. Pavlo resse il mio sguardo.
Era ovvio che si ricordasse di me. Non ho certamente la corporatura di uno che può passare facilmente inosservato.
“Mi dispiace per l’altra volta.” Sentii il bisogno di scusarmi.
“Facciamo tutti così all’inizio.”
“Che cosa vuoi dire?”
“Abbiamo tutti paura che qualcuno posso scoprire che siamo gay e ci proteggiamo come possiamo.”
“Io non sono gay,” ribattei quasi in un ringhio.
Pavlo mi fissò a lungo in silenzio, poi tornò a sorseggiare il suo tè. A un certo punto tolse la bustina dalla teiera e si alzò. Si piegò per buttarla nel cestino alle sue spalle.
Le sue tonde chiappe risaltarono da sotto la stoffa della tuta. Qualcosa si agitò fra le mie gambe. E non si tranquillizzò neppure quando Palvo si raddrizzò e si voltò verso di me.
Se fosse stato una ragazza, avrei subito distolto gli occhi. Avrei finto che non gli avevo fissato il culo. Tuttavia, con Pavlo sentivo che potevo osare di più.
Lui si appoggiò contro i fornelli, mi fissò a sua volta.
“Non sei venuto qui, pensando che avresti bevuto solo una birra, vero?” disse.
Il mio cazzo premeva contro i miei pantaloni. Mi chiesi se si notava l’erezione, ma non volevo abbassare lo sguardo per verificare di persona.
Pavlo si avvicinò e si sporse verso di me. Mi stava per baciare. Mi ritrassi. Non sono mica gay. Nessuno avrebbe baciato nessuno.
Ma Pavlo non tentò di baciarmi. Si inginocchiò e prese a massaggiarmi il pacco. Mi sa che la mia erezione si doveva vedere benissimo.
Lo lasciai fare, anche se avrei voluto abbassarmi la cerniera e ficcargli il cazzo in bocca. Ma non volevo sembrare impaziente.
Era lui a essere gay. Era lui che voleva il mio cazzo, non io che volevo darglielo.
Finalmente Pavlo mi aprì la patta e io non potei trattenere un gemito di sollievo, quando il mio cazzo poté balzare fuori libero.
Stavolta Pavlo scese prima a leccarmi le palle. Poi lentamente la sua lingua risalì la mia asta. Quando fu in cima le sue labbra avvolsero la mia cappella e la sua testa affondò fino al mio pube.
Liberai un gemito di sorpresa. Il mio cazzo era completamente sparito nella sua gola. Pavlo alzò gli occhi. Forse stava cercando un segno di approvazione.
Io chiusi gli occhi e gettai la testa all’indietro, gustandomi quelle sensazioni. I muscoli della sua gola si agitavano in preda a un conato. Stava soffocando, ma io riuscivo solo a godere di quel massaggio.
Infine, Pavlo si sfilò completamente l’asta, lasciandomi ansimante di desiderio. Un filo di saliva gli colò all’angolo del labbro.
Avrei voluto dirgli di non fermarsi. Avrei voluto prendergli la testa fra le mani e spingerla nuovamente sul mio cazzo.
Ma era tutto nuovo per me.
Pavlo si raddrizzò in piedi. Appoggiò le mani sul bancone della cucina e si piegò a novanta gradi.
“Forse stiamo andando troppo oltre,” dissi, intuendo cosa stava succedendo.
Pavlo non replicò, ma si tirò giù i pantaloni della tuta. Non indossava le mutande e subito si svelò il suo culetto candido.
Deglutii a vuoto. Una cosa era lasciare che un ragazzo mi succhiasse il cazzo. Tutt’altra era infilarglielo in culo.
Eppure il mio cazzo era così duro da far male. L’asta fremeva alla vista di quelle chiappe tonde e sode.
Pavlo si offriva con così tanta naturalezza. E io dovevo sfogare questo desiderio che bruciava dentro.
Mi alzai in piedi e mi portai alle sue palle. La mia cappella puntò fra le sue chiappe. Intravedevo il suo buchino rosato. Osai, infine, toccarlo per abbassargli leggermente il culo, finché non fu allineato al mio cazzo.
Quindi, premetti contro il buchino.
“È troppo stretto,” lamentai, un po’ irritato. Non avevo mai avuto difficoltà a entrare in una ragazza.
Pavlo si sputò sulla mano e la portò al suo culo. Si umettò il buchino prima di lasciare che un dito scivolasse dentro. Trattenne un gemito.
“Prova ora,” disse, ritirando la mano.
Spinsi nuovamente contro il suo buchino. Non entrava. Ma stavolta non mi arresi. Premetti con più forza. Di più.
“Tyaaaaah.” Pavlo lanciò un grido e io finalmente scivolai dentro.
Rimasi un attimo ad assaporare il calore e la morbidezza che mi avvolgevano l’asta. Ma ero troppo infoiato. Le mie mani si strinsero ai suoi fianchi e presi a muovere il bacino.
Pavlo gemeva e gemeva, ma non mi fermava, non si tirava indietro.
Il mio cazzo appariva e svaniva nella sua carne. Penso non ci sia niente che ti faccia sentire più potente di vedere il proprio cazzo scomparire nel corpo di un altro uomo.
Mi sembrava di scopare per la prima volta. Il mio bacino sbatteva contro il suo culo, facendolo sussultare ogni volta.
Forse avrei dovuto essere meno rude? Ma in fin dei conti Pavlo era un uomo. Lo stava facendo per me. Se avesse voluto fare sesso per se stesso, avrebbe usato il suo cazzo. Per quanto piccolo fosse ce l’aveva anche lui.
Era chiaro che lo stava facendo per me. Non dovevo avere remore. Non era come una donna. Lui aveva scelta.
Mi lasciai andare. Era come se mi fosse trattenuto per anni solo per sfogarmi in quel momento.
“Aaaaaah, sììì, godooooh,” esclamai, mentre un’ondata ti piacere mi percorse il corpo. Il mio cazzo si agitava nel suo culo.
Mi sembrò di aver svuotato litri di sborra dentro di lui. Mi staccai da lui, barcollando all’indietro, finché non mi accasciai sulla sedia completamente drenato.
Il culetto di Pavlo era arrossato per le botte. Lui ansimava rumorosamente. Le sue gambe tremavano. Aveva la testa voltata verso di me e mi fissava esausto.
“È meglio che vada,” dissi, quando, infine, l’orgasmo svanì completamente.
Mi sistemai rapidamente il pacco, mentre Pavlo si tirava su i pantaloni. Mi seguì fino alla porta, ma non mi chiese di restare, non mi prego di non andar via.
Ci scambiammo un’ultima occhiata prima che chiusi la porta alle mie spalle. Scesi le scale in fretta, ma continuando a guardarmi in giro. All’improvviso avevo paura che qualcuno mi vedesse. Ero uscito dal suo appartamento. Avrebbero pensato che ero come lui.
Un posto sicuro
Non ci sentimmo per settimane prima che trovai nuovamente il coraggio di presentarmi a casa sua. In realtà, forse non era coraggio. Era solo puro desiderio.
La porta si aprii e Pavlo mi fissò sorpreso sulla soglia.
“Posso entrare?” chiesi, guardandomi intorno a disagio. Non riuscivo a togliermi di dosso quella sensazione che ci fosse gente che mi spiasse.
“Prego.” Pavlo si fece da parte e spalancò la porta.
Rimanemmo per un lungo momento in silenzio nell’atrio, anche quando la porta era ormai stata chiusa.
Il mio sguardo si muoveva inquieto sulle pareti, mentre Pavlo mi guardava tranquillo. Infine, i miei occhi si posarono sui suoi.
Come le altre volte non dovevo dire niente e lui sembrava comprendere. Pavlo si inginocchiò ai miei piedi e in un attimo il mio cazzo era nella sua bocca umida.
Mi dovetti appoggiare contro il muro, mentre la sua lingua mi lavorava l’asta.
“Andiamo in camera,” mormorai.
Superai a malapena la soglia della stanza che spintonai Pavlo verso il letto.
Riuscì appena ad appoggiare le mani sul materasso che lo feci ruotare e gli strappai giù i pantaloni.
Mi inginocchiandomi alle sue spalle. Era sempre più in basso di me. Quando io ero in piedi, lui era inginocchio. Quando io ero inginocchio, lui era a carponi.
Come l’altra volta non indossava le mutande. “Mi stavi aspettando?” osai chiedere.
“Ogni giorno, ogni sera,” sussurrò lui.
Lo schiacciai completamente contro il materasso. Gli sputai fra le chiappe e puntai il mio cazzo.
“Aaaaah.” Pavlo liberò un grido, quando la mia asta si piantò nel suo culo.
“Sono io,” mormorai, assaporando la resistenza del suo corpo alla mia mascolinità.
Adoravo quelle impressioni contrastanti che Pavlo e il suo corpo mi trasmettevano. Mi attirava a sé e mi respingeva allo stesso tempo.
Mi sdraiai contro la sua schiena. Volevo fargli sentire tutto il peso dei miei muscoli. Volevo essere la sua gravità.
Presi a muovere il bacino lentamente, senza staccarmi da lui. Quindi, mi raddrizzai e accelerai il ritmo. Sempre più veloce.
“Ah, cazzo, sborro,” esclamai, mentre fiotti del mio seme gli inondavano il culo.
Diedi ancora un paio di piccoli colpi dentro di lui per assicurarmi di essermi completamente svuotato e, infine, sfilai il mio cazzo.
“Scusami, se sono così,” dissi, sedendomi sul bordo del materasso. “Ma è colpa tua.”
Pavlo mi guardò interrogativo.
“Hai liberato qualcosa in me che credevo di aver soppresso per sempre,” aggiunsi.
Pavlo scosse il capo. “Sono contento che tu sia tornato.” Si portò alle mia spalle e mi abbraccio da dietro.
Fui pervaso da una sensazione di casa. Per la prima volta nella mia vita mi sentivo al sicuro, mi sentivo nel posto giusto.
Percepii il tocco del suo respiro contro il mio collo. Mi voltai e incrociai il suo sguardo. Per un istante mi persi nei suoi occhi. Socchiusi le labbra e le avvicinai alle sue.
Dopo un momento di esitazione la mia lingua osò entrare nella sua bocca e ci baciammo.
“Io ci sarò sempre, quando avrai bisogno di me,” mormorò Pavlo.
Un progetto insieme
Nei mesi seguenti io e Pavlo ci incontrammo regolarmente. Con il tempo dopo la scopata iniziai a spendere la notte nel suo appartamento.
“Perché non ti trasferisci qui?” chiese una mattina Pavlo, mentre mi stavo rivestendo.
La domanda mi prese alla sprovvista e fui percorso da un’ondata di panico.
Quell’appartamento era uno luogo sicuro per me. Era uno spazio dove sentivo che potevo lasciarmi andare. Ma non faceva veramente parte del mio mondo. Non poteva farne parte.
“Lo sai che non posso,” mi limitai a rispondere, cercando di non far trapelare la mia ansia.
“Ma ormai ti cucino la cena ogni sera e dormi qua quasi ogni notte.”
“Infatti, dovresti essere soddisfatto,” tagliai corto.
“È passato tanto tempo. Penso che adesso potremmo fare un passo in più.”
“Devi capire che la mia vita è diversa dalla tua,” replicai impaziente. “Sono un poliziotto. Viviamo in due mondi troppo lontani.”
“Ieri sera non mi sembrava fossimo così distanti.”
Quella sua insinuazione mi irrito particolarmente.
“È proprio quando siamo così vicini che si vede quanto siamo lontani,” dissi. “E poi adesso sto iniziando a vedere una ragazza.” Pavlo mi fissò a bocca aperta.
In realtà, non era esattamente vero. Le parole mi erano uscite così. Forse volevo semplicemente mettere in chiaro che non eravamo uguali io e lui.
Infatti, la notizia sembrò sortire il suo effetto, perché Pavlo non sapeva più come replicare.
“Mia madre mi aveva organizzato un appuntamento con la figlia di una sua vecchia amica,” spiegai alla fine. “Ci siamo visti una sera al ristorante.”
Non era successo nulla, ma questo preferii nasconderlo a Pavlo. Volevo farlo crogiolare nei suoi pensieri. Doveva imparare che con me non poteva dare niente per scontato come se fossi uno dei suoi amichetti.
“La rivedrai?” osò chiedere, infine.
“Non so. Penso di sì,” dissi, alzando le spalle. “Ma non ti riguarda. Quello che c’è fra me e te è un’altra cosa.”
Le mie parole potevano essere interpretate in tanti modi, ma la verità è che neppure io sapevo cosa intendevo. In ogni caso, questo sembrò rassicurarlo, perché la discussione finì lì.
Quando alla fine iniziai a frequentare Maryana, la figlia dell’amica di mia madre, Pavlo sembrò accettarlo senza troppa opposizione.
Iniziai a passare meno notti da lui. Tuttavia, qualche volta mi svegliavo a casa di Maryana e avevo il cazzo ancora duro.
“Viktor? Che ci fai qui a quest’ora? Sono le 5 di mattina,” biascicò Pavlo, aprendomi la porta. Aveva tutti i capelli arruffati e si strofinò gli occhi assonati nel tentativo di mettermi a fuoco.
“Hai sempre detto che ci sei, quando io ho bisogno,” dissi, chiudendo la porta alle mie spalle. “Non riuscivo più a dormire”
“Io sì, invece. Vieni che faccio un caffè.”
Lo seguii in cucina.
“È una mia camicia quella?” chiesi. Pavlo indossava solo un camicia bianca particolarmente lunga. Gli arrivava fino alle cosce.
“La uso per dormire, quando non ci sei.”
Finì di preparare il primo caffè e me lo porse. Fece per voltarsi a farne un altro, ma lo afferrai per il braccio.
“Fermo. Tu inizi la giornata con qualcosa d’altro.”
Tirai Pavlo verso di me, quindi, lo spinsi verso il basso, premendo sulle spalle, finché non fu inginocchio fra le mie gambe muscolose.
Aprii la patta e lasciai che il mio cazzo balzasse fuori completamente in tiro.
“Pensavo avessi dormito da Maryana,” commentò Pavlo, allungando la mano. Le sue dita calde avvolsero la mia asta.
“Te l’ho già detto,” mormorai annoiato dal suo tono. “Quello che abbiamo io e lei è diverso.”
“E in che cosa è diverso?”
Scossi il capo e gli afferrai la testa fra le mani. Quindi, tiravi verso di me. Dopo un attimo di resistenza, Pavlo aprì le labbra e la mia cappella fu finalmente immersa nel umido abbraccio della sua bocca.
“Almeno così stai un po’ zitto,” dissi. La verità è che non sapevo cosa rispondere. Sentivo che era diverso, ma non riuscivo a metterlo a fuoco.
Mi appoggiai contro lo schienale della sedia e chiusi gli occhi, lasciando che le sensazioni di piacere mi conquistassero.
Avevo fatto sesso con Maryana quella notte. Ovviamente ero venuto, eppure sentivo che ancora non avevo concluso.
La lingua di Pavlo ruotava attorno alla mia cappella, mentre la mia mazza scivolava contro le sue guance, giù fino in gola.
Stavo per venire. Aprii gli occhi, incrociando quelli di Pavlo che mi guardavano dal basso verso l’alto.
Pavlo sapeva sempre quanto stavo per raggiungere l’apice.
“Ah, godo. Sborro,” gemetti, mentre il mio cazzo fremette nella sua bocca. Incontrollati schizzi del mio seme gli centrarono il palato.
Pavlo lasciò che la mia sborra si accumulasse sulla sua lingua. Mi lanciò un’occhiata sensuale e poi ingoiò, facendomi quasi avere un secondo orgasmo, vedendo il suo pomo d’Adamo muoversi, mentre il mio sperma gli colava nello stomaco.
Pavlo si pulì le labbra con il dorso della mano e si alzò in piedi, tossendo.
“Questo è davvero il modo migliore per iniziare la giornata,” esclamai, sistemandomi il pacco. Nessuno mi faceva provare sensazioni più intense.
Pavlo tirò fuori il pane e iniziò a tagliare qualche fetta.
“Hai ancora fame? Non ti è bastata la tua colazione?”
“Un mio amico mi ha trovato un lavoro in Italia,” disse all’improvviso Pavlo, tirando fuori un barattolo di miele dall’armadietto.
“Come? Cosa?”
“A Milano. In un’azienda locale di informatica,” rispose Pavlo, anche se non era quello che avevo inteso chiedere.
“Ci andrai?”
“Non lo so. Penso di sì. È una grande opportunità.”
“Ma come faremo a vederci?”
“Puoi venire anche tu. Partiamo insieme,” esclamò Pavlo. Gli brillarono gli occhi, come se non avesse sperato che questo.
“Non posso.”
“Certo che puoi. Nell’Unione europea finalmente potremmo veramente stare insieme. Non dovremmo più nasconderci. Potremmo essere felici.”
“Ma io sono felice. Ho un bel lavoro. Sto bene qui.”
“Io non posso continuare a essere quello che ti fa un pompino dopo che hai passato la notte dalla tua ragazza.”
“Ci stiamo per sposare,” buttai lì senza preavviso.
“Cosa?”
“Sono un uomo, Pavlo. Voglio farmi una famiglia. Prima mi chiedevi che cos’è che c’è di diverso. Io e Maryana possiamo portare avanti un progetto di vita. Insieme.”
“E naturalmente avevi pensato che in quel progetto ci fosse posto anche per il ragazzo che ti fotti, quando hai bisogno di sfogarti.”
Espresso in quel modo sembrava piuttosto squallido e mi fece irritare. Mi faceva apparire un egoista che se ne fregava di tutto.
“Sì, vengo a letto con te e per questo sento delle responsabilità nei tuoi confronti. È naturale che non posso lasciarti. Tu hai solo me.”
“Ah, quindi, lo fai per compassione?”
Sembrava che si divertiva a rigirare le mie parole. Mi stava veramente stufando.
“Guarda in faccia la realtà. Sei un ragazzo che se lo fa mettere in culo. Che prospettivi pensi di avere? Ne ho visti di ragazzi con il culo rotto come il tuo alla centrale di polizia. Vi rastrelliamo tutti nelle strade dove finite a battere.”
“Penso che tu debba andare ora,” sibilò Pavlo, andando ad aprire la porta d’ingresso.
“Penso anch’io,” dissi, alzandomi e uscendo senza neppure degnarlo di uno sguardo.
Io mi preoccupavo per Pavlo e lui cercava di farmi sentire in colpa. Come se fossi io quello che lo obbligava a prendersi il mio cazzo in culo.
Vuoto
“Uhm, questa torta è deliziosa,” esclamò Maryana, coprendosi la bocca con la mano. “Dovete assolutamente provarla.”
“Hai ragione. Penso che l’abbiamo trovato. È quella giusta,” disse mia madre affondando ancora una volta il cucchiaino in quella fetta con la panna e tanti strati colorati.
“Provalo anche tu, Viktor,” disse Maryana, allungandomi il cucchiaio.
“No, tranquille. Mi fido di voi,” risposi, allontanandomi e controllando il telefono.
Non c’era nessun nuovo messaggio. Non so cosa mi aspettassi. Io e Pavlo non ci sentivamo da settimane.
Da quando sono iniziati i preparativi del matrimonio, sono stato completamente assorbito. Abbiamo visitato una decina di sale da matrimonio. Abbiamo passato in rassegna i fiori e le altre decorazioni. Quindi, siamo finiti in quella pasticceria per scegliere, infine, la torta nuziale.
Mayriana e mia madre si stavano divertendo, mentre io sentivo che mancava qualcosa. Ero stato ingiusto con Pavlo. Alla fine aveva ragione a reputarsi offeso. Pavlo non era semplicemente il ragazzo con il culo rotto che mi trombavo. Era molto di più.
Mi promisi che quella sera sarei finalmente andato a trovarlo e mi sarei scusato con lui.
“Pavlo? Pavlo, sono io. Apri. Devo parlarti,” esclamai di fronte alla porta del suo appartamento.
Di solito a quell’ora era a casa. Bussai con più forza e insistenza.
“PAVLO!”
“Pavlo non c’è,” disse una signora, uscendo dalla porta di fronte sul pianerottolo.
“Ah, grazie. Tornerò domani allora,” dissi, dirigendomi verso le scale.
“Pavlo si è trasferito. È partito qualche settimana fa.”
“Come? Dove?” chiesi sconvolto da quella notizia, bloccandomi a metà scalinata.
“In Europa. A Milano, in Italia,” disse la signora, sospirando. “Era davvero un bravo ragazzo. Ci mancherà.”
Mi voltai senza ringraziare e scesi lentamente le scale.
Quella notte la trascorsi girandomi e rigirandomi nel letto. Se n’era andato senza dirmi niente. Non riuscivo a capacitarmene.
Continuai a pensare a Pavlo ogni giorno. Anche durante il matrimonio non potei impedirmi di cercare il suo volto fra la folla che si era radunata. Io e Maryana ci siamo sposati nella Cattedrale della Risurrezione di Cristo a Kiev. Ero felice, ma sentivo ancora un vuoto.
Abbiamo comprato un appartamento in città e siamo andati a vivere ufficialmente insieme. Dopo neanche un anno Maryana è rimasta incinta.
Quando nove mesi dopo ho tenuto in braccio per la prima volta in mano mia figlia Alina, mi dissi che avevo fatto la scelta giusta.
Non aveva importanza quante volte io avessi riversato il mio seme dentro di Pavlo. Lui non avrebbe mai potuto darmi la stessa gioia che mi aveva fatto Maryana con quella bambina.
Da quel giorno smisi di pensare a Pavlo.
“Stai giù, Petro,” ordinai, schiacciandogli la testa contro il materasso.
“Fai piano. Ti prego,” supplicò lui, allungando le braccio contro la testata del letto.
“Non sei mia moglie. Sei qui per farmi godere, non per piagnucolare,” mormorai e spinsi il mio cazzo contro il suo culo.
La sua carne si rifiutava di cedere. Spinsi con più forza.
“Aaaaaah.”
Finalmente la cappella riuscì a superare le prime barriere. Ma non era ancora finito. Adoravo gustarmi la resistenza del suo corpo, quando lentamente il mio cazzo si apriva una via tra le sue strette pareti.
Gemetti, mentre il caldo e soffice abbraccio del suo culo mi accarezzavano il glande che avanzava dentro di lui.
“Ah-aaaah.”
“È completamente dentro,” esclamai, quando infine le mie palle sbatterono contro il suo scroto.
Petro inarcò la schiena di dolore, mentre il mio cazzo schiacciava contro il suo colon. Rimasi un attimo immobile, lasciando che il suo corpo si abituassi alle mie misure.
Quindi, ritirai il bacino, facendo tirare un sospiro di sollievo a Petro prima di conficcarlo ancora dentro e farlo nuovamente gridare.
“Argh.”
Gli afferrai le chiappe e, tenendomi saldo al suo corpo, presi un ritmo regolare.
“N-non ho mai fatto sesso con un uomo sposato,” mormorò lui.
“Tu non stai facendo sesso,” ringhiai. “Io sto facendo sesso. Quello che tu stai facendo è ricevere un palo su per il culo.” Mi irritava, quando mi ricordavano che avevo una moglie. E una figlia.
“Che cazzo sta succedendo qui?”
Mi voltai di scatto verso la porta. Maryana era sulla soglia. Aveva gli occhi spalancati e mi fissava sconvolta.
“Non è come sembra,” esclamai, spintonando via Petro. Il cazzo mi si sfilò umido di saliva e degli umori di maschio. “Tra me e lui è diverso.”
Era quello che dicevo sempre a Pavlo. Ma Maryana non lo prese bene.
“È diverso? Certo, che è diverso, maiale. Sono una donna! E a me non me lo metti in culo.” Maryana prese un libro lì vicino e me lo tirò addosso. Poi prese un orologio e mi lanciò anche quello. Ogni cosa che le capitava a tiro me lanciava contro.
“Mi fai schifo. PORCO,” continuava a urlare.
“Io non centro niente,” disse Petro, raccogliendo i vestiti e tentando di andarsene.
“Oh, certo che centri, brutto frocio. Quelli come te si fanno trombare senza dignità e ci rubano i mariti,” gridò Maryana, afferrandolo per un braccio e scuotendolo violentemente.
Alla fine Petro riuscì a liberarsi e a fuggire via.
“Adesso io vado da mia madre,” disse ansante Maryana. “Adesso me ne vado e quando torno. Quando torno tu non ci sei più. Tu e tutta la tua MERDA. Hai un giorno,” urlò, sbattendo la porta.
Abbassai la testa e incrociai il mio cazzo ancora in completa erezione. Non ero riuscito neppure a sborrare.
Scoppiai a ridere. Il mio matrimonio era appena finito e quello era la mia prima preoccupazione?
Mi resi conto che il mio matrimonio era finito da un pezzo. Probabilmente era finito ancora prima di cominciare.
Invece di essere afflitto mi resi conto che mi sentivo quasi sollevato. Sì, mi sentivo sollevato. Quasi euforico.
Avrei voluto condividere quella felicità con qualcuno. L’avrei voluto condividere con Pavlo. Sentivo che ora potevo dirgli che ero pronto e che l’avrei raggiunto ovunque egli fosse.
Presi il suo telefono e cercai il suo numero. Mi chiesi se funzionava ancora. Avviai la chiamata. Suonava.
“Hello?”
“Pavlo? Sei tu? Sono io,” esclamai.
“No, I’m sorry. Pavlo has gone out a minute ago,” rispose in inglese la voce di un uomo con un forte accento. “Questo è il suo vecchio telefono. Non lo porta mai con sé. Ho visto che era un numero non registrato e mi sono permesso di rispondere.”
“Non è registrato?”
“Eh, sì, mi dispiace. Chi devo annunciare che ha chiamato?”
“Sono Viktor.”
“Viktor e…?”
“Solo Viktor. Lui capirà. Lei chi è?” osai chiedere.
“Sono Massimo, suo marito.”
Marito? Viktor si è sposato? Si è sposato con uomo?
“Signore, tutto bene? Viktor, è ancora lì?”
“Sì, grazie. Richiamo io. Non dica niente a Pavlo. B-buona giornata,” salutai e attaccai ancora prima che l’uomo potesse ricambiare.
Mi misi seduto sul bordo del materasso e strinsi le braccio al torso nudo. Non potei fare a meno di ricordare una delle prima volta che io e Pavlo ci eravamo visti. Ero seduto allo stesso modo e lui mi si aggrappato da dietro come se non volesse lasciarmi più andare.
Adesso era sposato. Che ingenuo che sono stato. Una parte di me era stata convinta che mi avrebbe atteso per sempre.
Forse davvero credevo quello che gli avevo detto l’ultima volta che ci eravamo visti. Ero così idiota da credere che per lui potesse esserci solo me.
La verità era proprio il contrario. Era Pavlo l’unica cosa che c’era per me e io me lo ero lasciato sfuggire.
Appoggiai i gomiti sulle ginocchia e feci cadere la testa fra le mani. Scoppiai a piangere. Continuai a piangere lì, da solo in quella stanza vuota, in quell’appartamento vuoto, in quella vita ormai vuota.
Sempre al tuo fianco
“Ah, bentornato, agente,” esclamo la signora, quando mi vide salire.
“Buongiorno, Oksana, ma le ho già detto che può chiamarmi Viktor.”
“Ci sentiamo sicuri da quanto è arrivato qui, agente,” ripeté imperterrita la signora Barno.
Vivevo in quel vecchio palazzo ormai da qualche anno. L’ascensore non funzionava, ma almeno l’affitto era basso. Inoltre, mi ero sentito fortunato ad aver trovato un appartamento proprio dove era iniziato tutto. Sentivo che era destino.
“Sa che si è liberato il vecchio appartamento di Pavlo?” continuò la signora Barno, indicando la porta di fronte alla sua.
Quel nome mi fece perdere un colpo. Anche se pensavo a lui ogni volta che passavo in quel pianerottolo, faceva tutto un altro effetto sentir pronunciare il suo nome.
“No, non lo sapevo,” mi limitai a dire.
“Ci manca tanto Pavlo.”
Già, ci manca Pavlo.
Alzai la gamba per continuare la mia salita ed ebbe un attimo di vertigini. La vista mi si oscurò per un attimo.
“Tutto bene?” chiese la signora.
“Sì, sì, tutto bene. Non si preoccupi.”
Salii al piano di successivo. Avevo le palpitazioni. Tirai fuori in fretta la chiave, ma non feci in tempo a infilarla nella serratura che caddi al suolo svenuto.
Quando riaprii gli occhi ero in ospedale.
“Un mese?” ripetei.
“Mi dispiace davvero tanto, Viktor.” La medica mi fissava contrita da dietro i suoi grandi occhiali.
“Capisco,” mi limitai a dire, fissando il lenzuolo bianco del mio letto d’ospedale.
“Desidera informare qualcuno? Sua moglie?” chiese l’infermiere lì vicino.
Scossi la testa. “No, non c’è nessuna moglie.”
Non sentivo Maryana da oltre dieci anni, mentre avrò visto Alina poche volte prima che la mia ex-moglie le avvelenasse la testa.
“Altri parenti che vuole avvisare?”
“No, non c’è nessuno. Grazie,” tagliai corto.
Mia madre era ormai morta e da quando mi ero ammalato avevo perso i contatti con i miei colleghi di lavoro.
La medica e l’infermiere si scambiarono un’occhiata e, dopo avermi salutato si allontanarono. Tirai un sospiro si sollievo.
Avrei trascorso il mio ultimo mese di vita in quell’ospedale da solo. In fin dei conti era quello che mi meritavo.
Chiusi gli occhi e immersi la testa nel cuscino. Si dice che quando uno sta per morire tutta la sua vita gli passa davanti.
Ma in quel momento l’unica cosa che riempiva la mia mente era il volto di Pavlo.
“Viktor. Viktor? Viktor?”
Iniziavo ad aver le allucinazioni. Mi sembrava di sentire la voce di Pavlo.
“Viktor, sono io. Pavlo.”
Lentamente aprii gli occhi. Sopra di me c’era il volto di Pavlo che mi sorrideva. Non poteva essere un sogno. Pavlo era invecchiato. Anche lui. Aveva, però, ancora gli stessi lineamenti gentili e quel sorriso timido.
“Pavlo come…?” esclamai, cercando di tirarmi su.
“Stai tranquillo. Sono qui. Non me ne vado da nessuna parte.”
“Come mi hai trovato? Come sapevi che ero qui?”
“La signora Barno, quella del pianerottolo. Sono sempre rimasto in contatto con lei. È una vera pettegola, ma ha anche davvero un buon cuore.”
Qualcuno bussò alla porta e un volto sconosciuto apparve sulla soglia.
“Possiamo entrare?” chiese l’uomo.
“C’è qualcuno che voglio presentarsi, Viktor,” disse Pavlo, andando alla porta e aprendola del tutto. “Lui è Massimo, mio marito.”
L’uomo alto con i capelli scuri brizzolati sorrise ed entrò.
“Papà, papà,” urlo una bambina, correndo dentro. “È lui Viktor?” chiese, sporgendosi verso di me.
“Ti presento Ottavia, nostra figlia,” disse, mettendo una mano sulla testa della bambina. Poi si voltò verso la porta: “vieni anche tu.”
Un bambino si nascondeva dietro la gambe dell’uomo e sbirciava nella mia direzione.
“Lui è l’altro nostro figlio. Non parla ancora bene l’ucraino, quindi, non si sente troppo a suo agio. L’ho chiamato Vittorio.”
“Vittorio,” ripetei quel nome. Anche se non parlavo italiano, sapevo benissimo che era la traduzione del mio nome.
Gli occhi mi si riempirono di lacrime.
“Papi, cattivo. Hai fatto piangere Viktor,” esclamò la bambina. “Non piangere, Viktor. Ci sono qua io. Non piangere.” Ottavia allungò la mano e mi accarezzò il braccio.
Non potei far altro che sorridere.
“Forza, Ottavia. Vieni con noi. Lasciamo papà Paolo con il suo amico.”
“Sono felice che hai avuto la possibilità di crearti anche tu una famiglia,” mormorai, sorridendo. Non so, perché ma la vista della figlia e del figlio di Pavlo mi aveva donato una grande serenità.
“Anche tu sei parte della mia famiglia,” disse Pavlo, stringendomi la mano nella sua.
Gli occhi mi si riempirono nuovamente di lacrime.
“Perché sei venuto?” chiesi.
“Te Io detto tante volte: io ci sarò sempre, quando avrai bisogno di me.”
26 febbraio 2022 at 14:30
Pace per l’Ucraina!!!
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6 marzo 2022 at 7:17
Fate l’amore, non fate la guerra?
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