Attraversai il chiostro con passi rapidi sotto gli occhi curiosi degli altri novizi. Non capitava spesso che l’abate chiamasse uno di noi per un colloquio privato.
Il priore Valerio mi scortò lungo i corridoi e su per le scale del monastero fino allo studio dell’abate.
“Entra. Ti sta aspettando,” disse dopo aver bussato contro la spessa porta in legno.
“È permesso?” chiesi, facendo sbucare la testa oltre la soglia.
“Oh, Marco,” esclamò l’abate, quando mi vide. “Vieni, vieni. Vorrei presentarti una persona.”
Entrai e il priore svanì nell’oscurità del corridoio, chiudendo la porta alle mie spalle.
“Marco ti presento padre Romolo,” disse l’abate, indicando il prete in piedi voltato verso la finestra. “Onorato fratello, questo è il novizio di cui ti avevo accennato. Marco è con noi da neppure un anno, ma si sta dimostrando una delle nostre migliore promesse.”
Padre Romolo si girò lentamente, posando due freddi occhi su di me. Avrà avuto 40 o forse 50 anni. Con i sacerdoti era sempre complicato capirlo.
Il prete mi squadrò per un lungo istante con uno sguardo inespressivo.
“Padre Romolo è appena giunto da Roma in visita nel nostro umile monastero,” spiegò a un certo punto l’abate visibilmente a disagio per quel silenzio.
“Umile, ma non per questo sconosciuto,” commentò all’improvviso il sacerdote. “La vostra lunga tradizione di eremitaggio è tenuta in grande considerazione nella Città Eterna.”
“Il nostro venerabile ospite è, infatti, qui per svolgere un ritiro spirituale nel nostro piccolo eremo fra i boschi,” precisò l’abate. “Padre Romolo prevedeva di trascorrere in solitudine i prossimi mesi, ma gli ho spiegato che la vita tra i monti può essere impegnativa e gli ho suggerito di farsi almeno accompagnare da un novizio che si prenda a carico delle incombenze quotidiane.”
“A Roma non mi tiro indietro di fronte a nessuna fatica, ma il fratello abate è particolarmente insistente,” si giustificò padre Romolo con un raro sorriso.
“Ho pensato che potrebbe essere un’occasione per te,” proseguì l’abate, rivolgendosi a me, “di apprendere direttamente da uno dei più grandi maestri spirituali del nostro tempo. Naturalmente, se sei d’accordo.”
“Certo, vi sono davvero grato per quest’opportunità. Sarà un onore poter assistere il nostro ospite,” esclamai.
Era difficile non nascondere l’entusiasmo di scoprire che l’abate ponesse così tanta fiducia in me. Ero entrato in monastero solo lo scorso anno, poco più che ventenne.
La mia famiglia nutriva già grandi speranze di vedermi abate e adesso potevo raccontargli dei miei progressi con orgoglio.
“Sono felice della tua disponibilità e apprezzo la tua passione,” aggiunse padre Romolo, “ma ci tengo a precisare che desidero passare il mio ritiro, nel limite del possibile, in silenzio e in meditazione.”
“Sarete un modello per me. Vi assicuro che non vi sobillerò di domande.”
“Perfetto. Grazie mille, Marco. Ti chiedo di andare già a prepararti. Padre Romolo desidera partire il prima possibile. Il priore ti darà tutte le necessarie istruzioni.”
Il priore mi attendeva ancora nel corridoio e mi condusse agli alloggi dei novizi a organizzare il mio bagaglio.
“Padre Romolo passa la maggior parte del tempo in silenzio. Questo significa che devi anticipare e intuire i suoi bisogno senza che lui te lo chieda. Il tuo compito è occuparti di tutto quello che può distrarlo dalla sua attività spirituale.”
“Sì, priore,” mormorai.
“Devi sentirti onorato del privilegio che l’abate ha deciso di concederti. Padre Romolo non è un semplice prete. A Roma è già ritenuto un santo.”
La mano di Dio
Appena dopo pranzo ci inerpicammo lungo il sentiero tra i boschi.
“Il piccolo eremo non è lontano,” spiegai, mentre camminavo davanti a padre Romolo, “ma la strada è piuttosto impegnativa.”
Il sacerdote si limitò ad annuire, anche se dal sudore sulla fronte si capiva che non era abituato a certe salite.
Dopo un’oretta di cammino fummo in vista del piccolo eremo, un modesto rustico in sasso composto da un’unica stanza.
“Come si fa a lavarsi?” chiese padre Romolo, lasciando vagare lo sguardo lungo le pareti disadorne del rustico.
“Qui vicino c’è un ruscello. Qualche minuto di cammino più in basso si raccoglie in una pozza, dove si può immergersi,” spiegai, “io e gli altri novizi ci andiamo qualche volta a fare il bagno.”
“Il bagno?” ripeté il prete, lanciandomi un’occhiata di disapprovazione. Non osai dire più nulla fino a cena.
I giorni seguenti li trascorremmo in quasi completo silenzio. Padre Romolo pregava e meditava, mentre io pulivo, raccoglievo la legge per il fuoco, cucinavo e prendevo l’acqua al ruscello.
“Vado a lavarmi alla pozza, maestro,” dissi un pomeriggio.
“Vengo anch’io,” mi sorprese lui. Fino a quel momento si era, infatti, sempre sciacquato con l’acqua del secchio che gli portavo.
Percorremmo qualche centinaio di metri, finché non si iniziò a sentire il gorgogliare di una piccola cascata.
Mi sfilai la tunica leggermente in imbarazzo e mi gettai subito in acqua con le mutande come a voler nascondere il mio corpo.
Padre Romolo si spogliò lentamente, svelando un corpo più tonico di quello che mi sarei aspettato da un prete di città. Aveva le spalle larghe e il torso solido di chi di solito fatica ogni giorno.
Si immerse cauto nell’acqua fresca, ma alla fine sembrò lasciarsi andare.
Proprio in quel momento sentimmo delle risate fra gli alberi.
“Sembra che oggi non siamo sole, ragazze,” esclamò una giovane donna dai corti capelli neri, sbucando da dietro una piccola altura sopra la pozza.
“Oh, ma che bei maschioni,” commentò una biondina, apparendo alle sue spalle.
“Vi da fastidio, se ci aggreghiamo voi?” chiese una terza dai lunghi capelli ondulati, mentre raggiungevano la sponda.
“Prego, l’acqua è di tutte e tutti,” dissi, sorridendo cortese, ma il sorriso mi si spense fra le labbra, quando vidi le ragazze spogliarsi molto di più di quello che la decenza consentirebbe.
Le ragazze si tuffarono a seno scoperto nella pozza e ci vennero incontro.
“Ehi, ciao, carino,” mi salutò una, emergendo di fronte a me.
“Cavolo, che muscoli che hai,” sentii esclamare alla mora. Quando mi voltai, inorridii vedendola tastare i bicipiti di padre Romolo con enfasi.
“S-signorine, vi prego. S-siamo uomini di chiesa,” balbettai.
“Ahaha, cosa vi danno da mangiare in convento per farvi venire questi muscoli?”
“Non ci credo. Sei troppo giovane e, soprattutto, troppo carino,” aggiunse la biondina.
“Sono un novizio e vivo in un monastero. Non in un convento.”
All’improvviso padre Romolo si scrollò gentilmente di dosso la ragazza che imperterrita aveva continuato a palpargli i pettegoli. Si voltò e in silenzio uscì dall’acqua. Io gli fui dietro con un paio di rapide bracciate.
“Ehi, ma che fate? Già ve ne andate?”
“Dai, restate a divertirvi ancora un po’.”
“Oh, guardate. Sono davvero dei monaci,” esclamò la ragazza con i capelli mossi, quando iniziammo a vestirci.
Le ragazze scoppiarono a ridere e stavano ancora ridendo, mentre ci allontanavamo.
“Sono davvero desolato per quello che è successo,” mormorai. Ero particolarmente ammirato dell’imperturbabilità che aveva dimostrato padre Romolo.
“Il diavolo ci ha inviato delle tentazioni per distrarci dalla nostra vita spirituale. Dobbiamo pregare.”
Pregammo a lungo e quella sera ci coricammo senza cenare. Nonostante il digiuno padre Romolo sembrò riuscire ad addormentarsi rapidamente nell’unico letto della stanza. Al suolo, sdraiato al suo fianco, il brontolare del mio stomaco mi teneva sveglio.
A un certo punto padre Romolo prese a borbottare nel sonno e ad agitarsi. Si girava e rigirava nel letto. Con una serie di calci, gettò il lenzuolo per terra, restando solo in mutande.
Rimasi sconvolto da quello che vidi.
La virilità di padre Romolo era in completa erezione e sbucava dalle sue mutande.
Non era certamente il primo membro maschile che vedevo, ma era il primo, oltre al mio, che vedevo in tiro.
Era così duro che non riusciva neppure a sfiorare la sua stessa pancia. La cappella era così grossa che temevo sarebbe esplosa.
Il demonio stava tentando padre Romolo nei suoi sogni. Il priore mi aveva esortato ha fare tutto il possibile per evitare che il prete si distraesse dal suo percorso spirituale. Ma che cosa potevo fare?
Se avessi svegliato padre Romolo, si sarebbe sentito umiliato. Non potei far altro che intrecciare le mani e iniziai a recitare il Paternostro.
Pregavo. Pregavo, ma il diavolo non sembrava voler abbandonare padre Romolo.
Non potevo permettere che un tale sant’uomo si macchiasse di un infimo peccato. Sentii Dio guidare la mia mano.
Le mie dita si avvolsero attorno all’asta di padre Romolo. La sua virilità si agitò come se avesse una vita propria.
Era calda come una torcia. Fui percorso da una vampata di calore. Era come se il demonio lottasse contro di me.
Iniziai a muovere la mano lungo quel bastone poderoso che non aveva nulla di umano. La cappella appariva e spariva sotto la sua pelle. Nel sonno padre Romolo sembrava, infine, calmarsi lentamente.
Non sapevo esattamente cosa stessi facendo. Anche se ero entrato in monastero poco più che maggiorenne, non aveva fatto esperienze. Toccarsi da soli era peccato.
Ma in quel momento non mi stavo toccando. In quel momento stavo facendo il mio dovere di novizio per liberare un futuro santo dalle tentazioni del demonio.
Percepii il mio braccio divenire pesante. La mia spalla stava per cedere. Il mio polso doleva, ma non potevo fermarmi.
Sentii le vene lungo la virilità di padre Romolo gonfiarsi. Sapevo che quello era l’organo da cui sgorgava il seme, ma non sapevo come si sarebbe svolto.
La sua asta parve diventare persino più dura e più grossa. Stavo forse sbagliando qualcosa? Avevo forse destinato il mio maestro a dover convivere con quest’enorme protuberanza per sempre?
Padre Romolo gemette. Tutto il suo corpo si tese e fremette. La sua mascolinità vibrò nella mia mano. Qualcosa stava uscendo.
Non deve sporcare il maestro, pensai in preda al panico. Mi allungai su di lui e le mie labbra avvolsero la cima della sua asta. Padre Romolo esplose il suo seme nella mia bocca con un grido liberatorio.
Uno. Due. Tre schizzi colpirono il mio palato e un liquido caldo e denso si accumulò sulla mia lingua.
Un gusto sconosciuto mi riempì la bocca. Ebbi un conato di vomito. Mi alzai e corsi fuori. Un altro conato.
Sputai il seme del maestro per terra, evitando di vomitare per un soffio. Presi a tossire freneticamente.
Quando ripresi a respirare regolarmente, mi accorsi che stavo tremando e tra le mie gambe svettava la mia virilità eretta. Il demonio si era forse insinuato in me?
Appena mi fui calmato, rientrai nel rustico. Il maestro aveva raccolto il suo lenzuolo e adesso dormiva serenamente.
Non potei fare a meno di chiedermi con vergogna, se si era accorto di quello che era successo.
Dalla bocca solo parole per il Signore
I giorni seguenti trascorsero come quelli precedenti. Il maestro pregava e meditava e io lavoravo. Padre Romolo non sembrava più turbato, mentre io mi sentivo ancora scosso.
Non aveva importanza quante volte mi fossi lavato la bocca: quel gusto sconosciuto che avevo provato non ne voleva sapere di sparire. Era il sapore indelebile del peccato? Iniziai a chiedermi se fosse stato davvero il Signore a guidarmi oppure il demonio.
Le risposte ai miei timori sarebbe arrivate presto.
Una sera, quando tornai con l’acqua del ruscello, non trovai padre Romolo inginocchiato a pregare, bensì seduto sul letto con le gambe divaricate.
Era nudo con solo le mutande addosso come quell’altra notte. E la sua asta sbucava eretta dalla stoffa.
“Il demonio mi perseguita con le sue tentazioni,” mormorò.
Il maestro non disse più nulla. Che cosa doveva fare? La sua posizione non lasciava dubbi.
Una parte di me aveva sperato che padre Romolo non si fosse reso conto di quello che era accaduto l’altra volta. Ma adesso era chiaro che non era solo Dio ad essere consapevole di quello che avevo fatto.
“Vi chiedo perdono, maestro,” dissi, buttandomi ai suoi piedi. “È stato il Signore a guidare la mia mano. Ero convinto che vi avrei liberato dal demonio.”
“Una giusta espiazione per le tue colpe di avermi condotto di fronte a quelle ragazze inviate dal diavolo.”
“Mi dispiace davvero per quello che ho fatto,” dissi, mentre padre Romolo si accarezzo la virilità. “Vi prego, non vi toccate. Non sporcate le vostre mani con atti indicibili. Lasciate che se ne occupi il vostro umile servo,” dissi in preda alla vergogna al pensiero che in tutti questi giorni il maestro aveva sempre saputo quello che avevo fatto.
Muovendomi sulle ginocchia, mi portai fra le sue cosce. Allungai la mano e liberai la sua virilità dalla stoffa.
Lì, eretto fra le sue gambe, mentre padre Romolo era seduto, sembrava persino più impressionante dell’altra volta.
“Vi supplico di perdonarmi, maestro, per quello che sto per farvi.”
La mia mano strinse per la seconda volta la sua mascolinità. Dura e viva come l’altra notte, sembrava irradiare una forza che mi schiacciava.
Presi a far scivolare le mie dita lungo l’asta senza osare alzare gli occhi. Sentivo, però, il suo sguardo di disprezzo su di me.
“Lo sto facendo nel modo giusto, maestro?” mi trovai a chiedere, temendo di averlo fatto arrabbiare.
“Usa la tua bocca.”
“La mia b-bocca?”
“La bocca è il primo strumento di un servo di Dio.”
“Ma come devo fare, maestro?”
“Avvicinati,” mi ordinò. “Non a me. All’arnese del peccato.”
Mi stavo per alzare, ma subito tornai in ginocchio e avvicinai il volto alla mascolinità del maestro.
“Apri le labbra e accogli quello strumento di lussuria come l’altra volta.”
“Maestro, non so… se…”
“Non dubitare di Dio.”
Aprii la bocca e lasciai che la sua asta superasse le mie labbra, cercando quasi di non toccarla. Alla fine la mia lingua ne accarezzò la pelle.
Quello che nella mia mano era apparso duro, adesso era liscio e soffice nella mia bocca.
“Tu parli troppo. Usa la bocca di peccatore per dare sollievo a un vero uomo di fede,” disse padre Romolo. “Lascia che scivoli fra le tue labbra come fra le tue dita.”
Presi a muovere la testa avanti e indietro. Ogni volta un senso di nausea mi solleticava la gola.
Il maestro mugugnò. “Quando quella notte hai compiuto l’abominio, hai segnato il tuo destino all’inferno. Ma adesso hai l’opportunità unica di servire un sant’uomo come nessun altro.”
A quelle parole fu percorso da un’ondata di paura e presi a muovere la testa con frenesia.
“Forse Dio saprà ricompensare il tuo sacrificio,” commentò padre Romolo. “Nel frattempo i tuoi sforzi saranno premiati con la certezza che tutto il tuo impegno ha dato sollievo a un uomo di fede.”
Uno schizzo caldo mi colpì il palato. Poi un altro e un altro ancora. Padre Romolo gemeva.
Rimasi ancora lì, fermo in attesa, con la sua asta che si riduceva nella mia bocca. Infine, il maestro si ritrasse e io lasciai uscire la sua mascolinità ormai alla sua misure originarie.
Mi alzai senza osar sollevare gli occhi e feci per voltarmi. Volevo liberarmi di quel liquido che mi impiastrava la bocca.
Padre Romolo mi afferrò per un braccio. “È peccato spargere il seme,” disse, tenendo stretta la mano al mio polso.
Fissai il maestro supplichevole, ma lui non si lasciò impietosire.
“Quello che conservi è il sacro seme di un uomo che si è votato al celibato. Un seme che non produce figli, ma che diverrà parte di te.”
Non potei far altro che deglutire. Il liquido colò lungo la mia gola. E all’improvviso mi sentii sporco come mai prima di allora.
Penitenza richiama peccato
Le settimane seguenti il demonio andò spesso a cercare di indurre in tentazione padre Romolo. Ogni volta la mia bocca diventava uno strumento di Dio, perché il maestro non abbandonasse la sua via.
“Ti sei svuotato?” Mi chiese il maestro una sera.
Con il suo arnese che mi gonfiava le guance, alzai gli occhi verso di lui, incerto su cosa mi stesse chiedendo.
“Ti sei liberato degli… scarti?” Insistette lui.
Arrossii imbarazzato a quell’intima domanda e, abbassando nuovamente gli occhi, annuii, agitando la sua asta.
“Vieni. Siedi qui con me,” disse, quindi, il maestro, allontanandomi gentilmente dalle sue gambe.
“Le pulsioni che risveglia il demonio sono complesse,” iniziò a spiegarmi, quando ebbi preso posto al suo fianco. Mi sentivo onorato che finalmente mi impartisse degli insegnamenti.
“I tuoi servigi portano conforto al mio spirito. Tuttavia, certe tentazioni devono estinte con le proprie forze.”
“Se c’è un modo in cui vi posso sostenere nel vostro impegno, io lo farò.”
“So che posso contare su di te. Quindi, spogliati.”
Quell’ordine mi prese alla sprovvista, ma feci come mi aveva intimato.
“Anche le mutande. Devi essere come Dio ci ha condotti al mondo.”
Dopo un attimo di esitazione, mi sfilai le mutande, coprendomi le intimità con le mani.
“Se ti crea disagio, puoi girarti.”
“Grazie, maestro,” dissi, voltandomi.
“Ora piegati. No, tieni le gambe dritte.”
Era una posizione molto imbarazzante. Mi sentivo indifeso, nonostante anche il maestro fosse nudo.
Le sue dita mi sfiorarono le chiappe, facendomi sobbalzare.
“Maestro?”
“Il Signore ha dato all’uomo l’istinto di penetrare. Un istinto fisico che noi uomini di fede sublimiamo con la nostra devozione penetrando in una dimensione superiore.”
Percepii la sua mano scorrere fra i miei glutei, facendomi tremare.
“Qualche volta il demonio ci ostacola nella nostra meditazione e l’impulso fisico è troppo forte per essere sedato solo dalle preghiere. Solo un sforzo altrettanto fisico può dissolvere queste tentazioni diaboliche.”
Le sue dita sfiorarono quell’angolo dimenticato del mio corpo.
“Ma-maestro, che cosa vuole fare?” mormorai quasi piagnucolando.
“Ho fatto voto di celibato, ma alla quella pozza tu hai portato nella mia vita le tentazioni femminili. Non ho mai toccato una donna e mai la toccherò. Adesso espierai le tue colpe come uno strumento di liberazione.”
Padre Romolo spinse il suo dito contro il mio corpo, sussultai quando, infine, superò la resistenza della mia carne.
“È sporco, maestro,” fu l’unica cosa che riuscii a dire, mentre una fitta di dolore mi risaliva la schiena.
“È pulito, ma alla fine potrai purificarmi.”
Il maestro estrasse il dito e io tirai un sospiro di sollievo. Un sospiro che si trasformò subito in un lamento. Qualcosa di più grosso spinse contro la mia carne.
“Il dolore è la punizione per il tuo peccato,” mormorò padre Romolo senza smettere di premere con forza.
“Ma io non voglio farlo,” mi trovai a piagnucolare.
“La tua anima è già perduta. Le tue mani e la tua bocca hanno già infangato la natura maschile che ti era stata data in dono da Dio. Adesso la perdita del tuo corpo è solo una conseguenza inevitabile. Ma potrai gioire della mia beatitudine, quando la tua sofferenza mi libererà dalle tentazioni.”
“Aaaah.” Il mio urlo di dolore dovette essere sentito fino al monastero.
Quando avevo iniziato il mio noviziato, mi ero tolto un peso dal petto, sapendo che mi sarei risparmiato i pericoli del servizio militare, allora ancora obbligatorio.
Eppure in quel momento mi pareva che una baionetta, la lama posta in cima all’asta del fucile, mi avesse trafitto la schiena.
Al mio grido padre Romolo, invece, di estrasse la sua spada, prese a inveire sul mio corpo come in preda all’estasi.
“Il dolore da carica ai miei lombi,” mormorò.
Non osavo voltarmi a guardarlo per la vergogna. Tutto quello che vedevo era la parete spoglia del rustico di fronte a me.
Era come se un bastone troppo grosso e troppo lungo mi stesse devastando le viscere. Ma anche se non lo vedevo sapevo che quello non era un normale bastone.
“Maestro fa male,” lamentai, mentre cercavo di mantenere l’equilibrio sulle mie gambe. Padre Romolo sembrava dare fondo a tutte le sue forze ogni volta che si spingeva in avanti.
“È la giusta punizione per aver infranto i piani del Signore, ma non è nulla in confronto a quello che dovrai subire all’Inferno.”
Le mani di padre Romolo si strinsero ai miei fianchi e gli affondi divennero più intensi.
Lentamente o forse rapidamente iniziai a percepire nuove sensazioni che si insinuarono tra le fitte di dolore.
“Il tuo corpo tradisce il tuo più grande peccato,” osservò il maestro. “Abbassa la testa e guardati fra le gambe.”
“No, padre. Vi supplico,” mormorai quasi con le lacrime agli occhi.
“GUARDA,” mi intimò, schiacciandomi il capo verso il basso.
Mi ritrovai a fissare il mio stesso inguine. La mia intimità era completamente eretta. A ogni botta di padre Romolo l’asta si agitava. A ogni botta provavo un misto di dolore e piacere.
Un piacere che mi faceva vergognare di me stesso.
“Vi chiedo perdono, maestro. Perdono,” supplicai, stringendo le palpebre per non vedere il mio corpo che mi tradiva.
“Non è a me che devi chiedere perdono, ma a Dio.”
Padre Romolo mi afferrò per i capelli e mi tirò la testa nuovamente indietro, obbligandomi a inarcare la schiena.
“Il corpo è il tempio dell’anima e tu hai lasciato che venisse violato.”
Il maestro lasciò andare la presa. Riportò le sue mani ai miei fianchi e dandosi slancio accelerò il ritmo. I colpi mi assestavano una fitta dopo l’altro fin allo stomaco.
Poi, senza preavviso, padre Romolo gemette. Gemette rumorosamente come mai prima. Non lo sentivo, ma sapevo che aveva riversato il suo seme dentro di me come in una donna. Aveva raggiunto la beatitudine così inaspettatamente che non mi ero neppure reso conto.
Il maestro sfilò la sua mascolinità e, ansante, si lasciò crollare sul materasso alle sue spalle.
Il mio calvario era finito, ma non percepivo nessun sollievo. Nonostante mi tremassero le gambe, restai ancora per un lunghissimo istante immobile. Non osavo neppure voltarmi. Ma non avevo scelta.
Raddrizzai la schiena e presi il secchio d’acqua li vicino e un panno. Mi avvicinai a padre Romolo e dopo aver bagnato il pezzo di stoffa, presi a tergere con cautela il suo membro.
“Mi dispiace se vi ho sporcato, maestro,” mormorai. Era ignominioso che padre Romolo avesse dovuto infilare la sua virilità in un tale luogo.
“Anche la più infima delle cose ha un suo scopo nel grande progetto del Signore,” disse con la voce ancora spezzata dalla fatica. “Il corpo di un peccatore è pronto al servizio.”
Quando ebbi finito, mi alzai per portar fuori il secchio e il panno.
“Ricordati che il seme non deve andare disperso al suolo,” mi mise in guardia il maestro come leggendo nei miei pensieri. Sentivo le mie interiora agitarsi per liberarsi.
Uscii dal rustico, stringendo le chiappe. Quando tornai, padre Romolo si era addormentato.
Sentivo ancora i suoi umori maschili muoversi dentro di me. Mi sentivo così sporco. Era come se il suo seme fosse arrivato direttamente a macchiare la mia anima nel mio profondo.
Con quei pensieri tormentati, infine, presi sonno.
La mattina seguente fui svegliato prima dell’alba dai crampi allo stomaco. In silenzio, ma veloce, uscii alla ricerca di un luogo appartato nei boschi. Non ce la facevo più.
Mi accovacciai e spinsi. Lo strombettare risuonò nella foresta, facendomi arrossire anche se attorno a me c’erano solo uccelli che cinguettavano.
Quindi, finalmente, mi liberai, tirando un sospiro di sollievo.
Non l’avevo mai fatto, ma sentii l’impulso di controllare quello che avevo espulso. Mi aspettavo di vedere qualcosa di candido come il seme benedetto del maestro, invece c’era solo una materia scura come la mia anima.
Non potei fare a meno di chiedermi dove fossero svaniti gli umori maschili di padre Romolo. Il suo seme era stato corrotto dal mio corpo di peccatore? Oppure era ancora dentro di me?
Sicuramente quello che era successo ieri sera era stato reale. Un intenso indolenzimento lì dietro me lo ricordava incessantemente.
Non avevo mai dato importanza a quella parte del mio corpo, non l’avevo neppure mai vista, e adesso, invece, sembrava ci fosse solo lei.
Pulsava e mi pulsava nella mente.
Che cosa ero diventato? Che destino mi attendeva? La mia anima era ormai condannata all’Inferno. Questi pensieri mi perseguitarono fino al rustico.
Quando arrivai, trovai padre Romolo già alzato. Era inginocchiato all’ombra di un albero e stava recitando delle preghiere. Sembrava sereno come mai lo era stato da settimane.
In quel momento realizzai che ero solo uno strumento per la via all’illuminazione di padre Romolo.
Le notti seguenti mi permise di piegarmi alle esigenze di padre Romolo con maggiore sollecitudine.
Non ero ormai più degno della grazia di Dio, ma mi dava conforto sapere che la mia vita poteva avere ancora un senso nel piano del Signore. La mia dannazione eterna avrebbe contribuito a un sant’uomo di raggiungere la beatitudine.
Riempire un vuoto
“Ehi, Marco, come stai?”
Appoggiai i due secchi d’acqua che avevo riempito al ruscello e mi voltai verso quella voce familiare.
“Luciano? C-che ci fai qui?”
Con il volto sorridente il mio confratello di noviziato si portò al mio fianco.
“Il priore mi ha pregato di venire a trovarvi per sapere come stesse procedendo il vostro eremitaggio.”
“È bello vederti, fratello,” dissi, riprendendo a camminare. “Il ritiro di padre Romolo procede con serenità.”
“Tu, però, sembri piuttosto provato. Lascia che ti aiuti a portare un secchio.”
“No, non ti preoccupare. Sono ormai abituato. Qui c’è molto lavoro da fare. Sia di giorno, sia di notte.”
“Di notte?”
“Eeeh, sì, io… io assisto padre Romolo nelle sue preghiere notturne.”
“Sei stato il solito fortunato. Chi sa quanto hai già imparato da un maestro spirituale come lui.”
“Non sono degno degli insegnamenti del maestro. Padre Romolo mi ha aiutato a scoprire la mia anima peccatrice. Il mio corpo è solo un umile strumento per la sua realizzazione.”
Luciano mi lanciò un’occhiata stranita.
“Ecco, il maestro,” esclamai, indicando di fronte a noi il rustico.
“Padre Romolo è un onore potervi incontrare. Mi manda il priore per assicurarsi che il suo soggiorno nei boschi proceda nei migliori dei modi.”
“È premuroso da parte di fratello Valerio. Rassicuralo che è tutto in ordine. Anche nei boschi il demonio tenta di indurci in tentazione, ma il novizio che mi è stato affidato si impegna a darmi sollievo.”
“Porta l’acqua dentro, maestro,” esclamai all’improvviso imbarazzato da quelle parole e gli lasciai conversare da soli tra gli alberi.
Fui contento di vedere, infine, Luciano andarsene. Al monastero avevano tutti una grande stima di me e tante aspettative.
Avevo accettato la mia natura di peccatore. Ma una cosa era accettarla intimamente, un’altra era ammetterla di fronte al mondo.
Fortunatamente nessuno dei miei confratelli venne più a trovarci dal monastero e io trascorsi il resto del ritiro tra i lavori domestici e il letto di padre Romolo.
“Hai preso tutto?” Mi chiese il maestro, quando mi vide uscire dal rustico.
“Sì, maestro.”
“Anche il rosario e il Breviario?”
“Sì, maestro.”
Padre Romolo annuii e si voltò verso il sentiero. Io mi girai un’ultima volta a fissare il rustico. Quel luogo era stata la mia casa per così tanti mesi. Faceva strano abbandonarla e tornare alla quotidianità.
Inspirai profondamente e mi voltai, affrettandomi a raggiungere padre Romolo che si era già allontanato. Scendemmo a valle in silenzio. Camminai diversi passi dietro al maestro, tenendo la testa bassa.
Non potei fare a meno di ricordare che quando avevamo risalito quella stessa strada insieme ero un ragazzo totalmente diverso. Camminavo davanti al maestro ed ero pieno di entusiasmo.
Adesso ero pieno di ben altro. Il maestro avevo voluto concludere il ritiro, punendomi un’ultima volta.
“Le nostre strade si dividono qui,” disse all’improvviso padre Romolo.
Mi resi conto solo in quel momento che, a testa bassa, avevo raggiunto l’ingresso del monastero. I miei occhi risalirono rapidi il solido portone di legno che ci sovrastava, prima di posarsi su padre Romolo.
Il maestro afferrò il battente e bussò con forza.
“Sono lieto di essere stato il tuo confessore,” disse, forse intuendo i timori che mi riempivano la mente. “Quello che mi hai rivelato sarà conservato come se espresso in un confessionale.”
“Vi ringrazio per il… supporto, maestro,” mormorai, abbassando umilmente gli occhi.
“Vorrei poterti garantire l’assoluzione, perché riconosco che hai fatto grandi sacrifici,” proseguì. “Purtroppo le tue penitenze richiamavano nuovi peccati.”
“Lo so, maestro. Mi dispiace.”
“Forse non posso assolverti, ma sento che quello che ti ho ripetutamente trasmesso nel profondo ha un valore. Quella che porti dentro di te è un’intima benedizione.”
Mi parve che quelle parole fecero fremere i suoi umori celati dentro di me.
“Tuttavia, ricorda che il corpo può anche essere pulito, ma certe macchie sono destinate a restare per sempre, non importa quanto le strofiniamo per cancellarle.”
Il portone si ha aprì ed entrammo. Fummo accolti con gioia. Mentre padre Romolo veniva condotto dall’abate, io mi recai nel dormitorio dei novizi.
“Allora avevo sentito giusto che eravate tornati,” esclamò Luciano, apparendo nel dormitorio. “Sono tutti i fibrillazione. È proprio vero che la vita in monastero è troppo noiosa, se il ritorno degli eremiti viene celebrato con tanto entusiasmo.”
“Sì, quasi un po’ già mi manca la tranquillità dei boschi,” dissi, mettendo in ordine il mio bagaglio.
“Davvero? Quando ci siamo visti l’ultima volta, non sembravi così soddisfatto del tuo ritiro.”
“È stato… impegnativo, ma non posso negare di sentirmi un po’ vuoto adesso che è tutto finito. Padre Romolo aveva donato un senso alla mia esistenza.”
“Troverai nuovi sensi con cui riempire la tua vita,” replicò Luciano.
“Sicuramente sono contento di tornare a dormire su qualcosa di più soffice del pavimento. Al piccolo eremo non avevo molte occasioni di usare il letto… cioè, volevo dire nessuna occasione.”
“Anche qui i letti posso risultare duri,” disse Luciano, toccando il legno del letto.
“Speriamo non più della terra,” osservai. “Ora, scusami, ma sento davvero di dovermi dare una lavata.”
Prima di andare ai bagni, però, feci una deviazione alle latrine. L’impulso di liberarsi era ormai troppo forte. Quando ebbi finito, ebbi come la sensazione che un’odore di seme maschile riempisse quel piccolo locale.
Arrossii e corsi a lavarmi.
Fortunatamente quel pomeriggio il priore mi esentò dai lavori e mi fu concesso di andare a dormire prima dei confratelli. Non appena appoggiai la testa sul cuscino morbido mi addormentai come se fossi cullato da una nuvola.
Sobbalzai. Qualcuno si era seduto sul mio materasso. Non so quanto avevo dormito, ma quando aprii gli occhi era notte fonda.
“Chi c’è?” bisbigliai.
“Sono solo io,” disse piano la voce di un ragazzo.
“L-Luciano?” Lentamente i miei occhi si stavano abituando all’oscurità.
“Oggi mi sei sembrato piuttosto afflitto e mi sono impensierito.”
“S-sto bene.” Ero toccato dalla sua premura, ma quella situazione mi metteva a disagio.
“Sei sicuro? La partenza di padre Romolo ha chiaramente lasciato un vuoto in te.”
Luciano si sporse verso di me. Sussultai al tocco della sua mano sulla mia gamba.
“C-che cosa fai? Fermo,” sibilai.
“Hai fatto le stesse resistenze la prima volta con padre Romolo?”
Il mio cuore perse un battito, ma subito mi ricomposi. “Non so proprio di cosa tu stia parlando.”
“Oh, invece, lo sai benissimo.”
Luciano fece scivolare le sue dita lungo la mia gambe. Poi all’improvviso si strinsero attorno al mio polso. Tirò la mia mano verso di se.
Appena le mie dita toccarono la sua mascolinità tra le sue gambe, mi irrigidii. Era completamente in tiro.
Come l’aveva capito? Il maestro l’aveva detto che era una macchia indelebile, ma non pensavo che il peccato sarebbe filtrato sul mio volto. Ero forse diventando un richiamo?
No, non era possibile.
“Lasciami andare,” sussurrai, cercando di suonare alternato e provando a strattonare via il mio braccio.
“Forza, dai sollievo anche a me,” mi intimò, alzando la voce.
“Parla piano. Ci sentiranno,” mormorai.
Proprio in quell’istante la tenda di una finestra venne tirata. La luce fioca della luna illuminò il dormitorio, dando forma alle ombre.
Sobbalzai alla vista dei miei compagni radunati in piedi attorno al mio letto. Non mi ero accorto della loro presenza.
“I tuoi confratelli ti stavano aspettando con impazienza fin da quando ho avuto il piacere di farvi visita,” commentò Luciano.
Mi gettai indietro contro la testa del letto, mentre il mio sguardo si agitava da un volto all’altro dei mie fratelli novizi.
Nonostante le ultime parole che mi aveva rivolto padre Romolo, ero convinto di essermi lasciato alle spalle quell’esperienza. Sembrava, invece, che il mio peccato inciso su tutto il mio corpo, una macchia che non potevo nascondere.
“Credevi mi fossero sfuggite le allusioni del tuo… maestro?” Luciano diede particolare enfasi a quell’ultima parola.
“N-non è vero.” Mi rendevo conto che quello era un tentativo patetico di negare, ma mi sentivo ormai un topo schiacciato in un angolo.
“Ci sarebbe bastato vedere come oggi sei arrivato dietro a quel prete con fare sottomesso per capire che ti sei fatto mettere sotto.” L’ombra di Lucio prese vita con la sua voce profonda.
“Fratelli, vi prego…” iniziai la mia supplica.
“Non chiamarci così,” ringhiò quasi Massimo. “Tu non sei nostro fratello. Tu non sei neppure più un uomo. Hai lasciato che la tua virilità ti fosse strappata via. Non c’è più virtù nella tua anima.”
“Sta’ calmo, Massimo,” intervenne Luciano. “Il nostro amico può ancora accogliere la virtù.”
“Ehi, lasciatemi. Lasciatemi stare,” presi a urlare, mentre i confratelli mi afferravamo per le braccia e le gambe, facendomi capovolgere.
Mi strapparono le mutande e, schiacciato contro il materasso, mi ritrovai nudo sotto gli occhi degli altri novizi.
“Il nostro cantore al monastero lo ripete spesso in latino,” mormorò Luciano, portandosi alle mie spalle sul letto. “ La vir-tus è la più grande qualità di un vir, l’uomo.”
Luciano lasciò che la sua virilità apparisse fuori dalle sue mutande e la puntò tra le mie gambe aperte.
“No, fermo, noooooo.”
Luciano conficcò il suo membro con un unico affondo dentro la mia carne.
“Oh, se l’estasi può essere raggiunta, queste devono essere le sensazioni che si provano,” mormorò Luciano, affondando le sue dita nelle mie chiappe.
Avevo già subito quel trattamento da parte del maestro. Era la stessa cosa, ma non era la stessa cosa.
“Fatelo stare zitto. Finiranno per sentirci,” sbottò Massimo.
“Ci penso io,” esclamò Paolo. Balzò sul letto e si piazzò di fronte a me.
Nella penombra quasi non vedevo la sua asta erezione, ma ne riconoscevo l’intenso odore di maschio che mi solleticava il naso.
Paolo spinse la sua cappella contro le mie labbra, ma mi rifiutai di aprire la bocca.
Luciano ritirò il suo arnese. Quindi, lo spinse nuovamente dentro di me con la stessa forza. Lanciai un altro grido e Paolo ne approfittò per far scivolare la sua asta nella mia testa.
Mi afferrò la testa fra le mani e prese a muovere il bacino.
Erano novizi come me. Non riuscivo a comprendere dove avessero appresso quella sicurezza nei gesti. Era come se fossero guidati da un istinto a lungo soppresso e che solo in quel momento fuoriusciva.
“Giravi nei corridoi con tante superbia, convinto di essere il migliore di noi,” disse Paolo. “E ora guardati: costretto al silenzio dalla mia mazza.”
“Padre Romolo deve aver deformato il suo corpo, perché sembra che le sue carni hanno la forma della mia virilità,” mormorò Luciano.
“Forza, muoviti. Anche noi vogliamo il nostro turno,” esclamò qualcuno.
Luciano non si fece attendere oltre. Le sue botte erano sempre più veloci. Più veloci. Veloci.
“Oh, sìììì, ooooh.” Luciano esplose in un lungo gemito di goduria. Riconobbi il vibrare di un’asta nel mio corpo. Il seme di un altro uomo mi invadeva le interiora.
Forse stimolato dei quei suoni eccitati, anche il membro di Paolo fremette sulla mia lingua. Le sue dita affondarono nei miei capelli, mentre uno schizzo dopo l’altro mi colmava la bocca.
Il calore e la densità non lasciavano dubbi sul fatto che erano umori maschili, ma il sapore era diverso rispetto a quello a cui mi aveva abituato padre Romolo.
Mentre Paolo sfilava il suo pisello esausto, mi resi conto con un sollievo di essere nuovamente libero. Ma fu un breve istante. Un nuovo confratello si portò alle mie spalle e un altro di fronte a me.
“L’abate ha sempre avuto un particolare considerazione di te. Diceva sempre che con la tua testa avresti reso grande il nostro monastero,” mormorò Lucio, facendo scivolare la sua asta dentro e fuori dalla mia bocca. “Adesso che vedo la tua testa al lavoro, capisco cosa intendeva.”
Mentre il suo cazzo mi riduceva nuovamente al silenzio, sentivo che anche i miei sogni venivano ridotti a brandelli.
Non potei fare a meno di pensare alla mia famiglia e alle aspettative che avevano posto in me. Ormai non potevo nutrire nessuna aspirazione.
Uno dopo l’altro quelli che avevano chiamato amici, si svuotavano il loro seme dentro di me, si sfogavano nel mio corpo.
Quando, infine, fui nuovamente solo nel mio letto, mi rannicchiai di lato, portando braccia e ginocchia al petto. Attorno a me i miei confratelli era piombati in uno sonno profondo.
Era la prima volta che mi sentivo così solo, circondato da così tante persone.
Avevo il culo in fiamme e la gola che mi faceva male. Il loro seme strabordava e colava lungo la mia coscia, macchiando le mie lenzuola.
Avrei voluto alzarmi e andare a lavare, ma sentivo ancora le parole di padre Romolo che mi fischiavano nelle orecchie.
È peccato spargere il seme.
Così rimasi a letto e alla fine il sonno mi prese senza che me ne rendessi conto.
Vorrei poter scrivere che quella fu l’unica volta. Invece, dopo quella notte i miei confratelli non mi diedero tregua.
Mentre di giorno mi ritrovai a dover svolgere i lavori più umilianti, nella notte subivo il più umiliante dei trattamenti da parte loro.
Non potei fare a meno di rivivere quei mesi trascorsi nei boschi con padre Romolo. Mentre i miei confratelli infilavano la loro erezione uno dopo l’altro dentro di me, mi resi conto che non c’era nessuna differenza rispetto a quello che avevo sperimentato con il mio maestro.
Tuttavia, nella mia disperazione mi sembrava che ormai il mio destino fosse davvero segnato, ma l’inferno non mi attendeva dopo la morte. Stavo già vivendo all’inferno.
Ma è difficile che una decina di ragazzi arrapati passi inosservata, se scopano ogni sera in un monastero.
Alla fine il priore scoprì cosa stava avvenendo. L’abate andò su tutte le furie. I miei confratelli furono spediti in monasteri in ogni angolo del mondo, il più lontano possibile gli uni dagli altri.
Io fui destinato a un monastero in Slovacchia, ma ormai la mia fede era stata distrutta. Colsi l’occasione per abbandonare il mio percorso.
Non ho mai raccontato a nessuno sul perché non riconfermai i miei voti. Era un segreto che mi ero promesso avrei portato nella tomba con me.
Tuttavia, ora che ho superato gli 80 anni, sentivo che dovevo confidarmi con qualcuno. Ora l’ho potuto fare con voi.
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