“Sei agitato?” mi chiese mio padre all’improvviso.

Distolsi lo sguardo dal paesaggio alpino che scorreva di fronte ai miei occhi, oltre il finestrino, e mi voltai verso di lui, seduto di fianco a me sul bus.

“No, cioè un po’, ma mi sento pronto, ma adesso non dovresti iniziare a spiegarmi come funziona? Ormai siamo quasi arrivati. In tutti questi anni che sei venuto da solo non hai mai raccontato nulla. Neppure alla mamma.”

“Ne hai parlato con la mamma? Ti avevo severamente vietato di farlo,” esclamò mio padre, faticando a tenere la voce bassa.

“No, no, non tradirei mai la tua fiducia,” mi affrettai a rassicurarlo.

Mio padre mi lanciò un’occhiata inquisitoria prima di annuire, quando sostenni il suo sguardo senza esitare.

“Quella a cui prenderai parte è un’antica cerimonia,” disse, infine, mio padre, lasciando che lo sguardo vagasse fuori dal finestrino. “Solo ai discendenti delle antiche famiglie della valle è concesso conoscerne i riti e i segreti. È la Chatscha alva.”

“Ca-cacialva?” ripetei.

Era romancio, ne riconoscevo il suono. Era la lingua madre di mio padre, ma io non l’avevo mai imparata, poiché la mamma non la parlava.

“La Caccia bianca,” tradusse mio padre.

“È un po’ come lo “Pschuuri?”

Lo “Pschuuri” è un’antica festa che si svolge ancora alla fine dell’inverno nell’alta valle del Reno, nei Grigioni, non molto lontano dalla nostra meta.

Durante il Mercoledì delle ceneri gli uomini celibi di Spluga indossano pellicce e una maschera e girano per le strade del villaggio alla ricerca di giovani donne. Quando ne avvistano una, la rincorrono e la buttano a terra. Quindi, alla malcapitata viene dipinto di nero il volto.

Le origini di questa usanza vengono fatte risalire ad antichi riti propiziatori per la fertilità.

“La Chatscha alva è molto più antica dello Pschurri,” rispose mio padre. “I nostri antenati hanno preso parte a questa cerimonia fin dai tempi remoti. Prima ancora che gli italici portassero la civiltà fra queste montagne con l’Impero romano. Era un’epoca in cui in Gallia c’erano ancora i druidi che offrivano sacrifici umani alle divinità.”

“Sacrifici umani?” A quelle parole un brivido freddo mi percorse la schiena.

“Ahah, tranquillo, è una cerimonia di iniziazione, in cui i ragazzi entrano nell’età adulta. Per questo puoi prenderne parte solo ora che hai finalmente compiuto 18 anni.”

“E come si svolge?”

“Ogni cosa a suo tempo. Per adesso fatti bastare quello che ti ho raccontato. Ne saprai di più, quando arriverà il momento.”

Avrei voluto insistere, ma proprio in quel momento la voce metallica del bus annunciò che stavamo per arrivare alla nostra fermata.

Mentre mio padre prendeva un borsone, io raccolsi il mio zaino e mi diressi verso l’uscita.

“LIVIO!” Qualcuno urlò il mio nome non appena misi un piede fuori dal bus. Un ragazzo della mia stessa età mi venne incontro, agitando le braccia.

“Marino, come stai?” esclamai, mentre ci abbracciammo.

Io e Marino siamo amici fin da quando eravamo ragazzini e venivo in valle a trascorrere le estati. Anche adesso, che non vengo più così spesso, ci sentiamo praticamente ogni settimana e giochiamo insieme in Rete.

“Livio, benvenuto. Sono davvero contento che parteciperai anche tu.” Valerio, il padre di Marino, apparve alle sue spalle e mi porse la mano.

Quel saluto formale mi sorprese. Valerio era stato come un secondo padre per me. Lui e la sua famiglia mi avevano sempre ospitato con generosità a casa loro.

Quando le sue dita si strinsero attorno alla mia mano, però, fui felice di aver evitato un abbraccio. Valerio era un contadino di montagna e, con quelle braccia muscolose che si ritrovava, avrei rischiato di finire stritolato.

“Valerio!” esclamò mio padre, scendendo finalmente dal bus.

“Marcello, quanto tempo.”

Valerio e mio padre si strinsero il braccio all’altezza del gomito e si diedero delle pacche sulle spalle. Erano amici d’infanzia e anche quando mio padre si era trasferito a Locarno erano rimasti molto legati.

Non ha importanza, quanto lontano andiamo. Noi della valle restiamo inevitabilmente connessi a questo luogo.

Che la caccia abbia inizio

Poco prima di mezzogiorno iniziammo a salire a piedi il pendio alle spalle del villaggio, immergendoci nella foresta. Era il giorno prima del solstizio d’estate e anche se eravamo in montagna faceva piuttosto caldo.

Mentre ci inerpicavamo, iniziammo a incrociare altri uomini e altri ragazzi della nostra età. Marino sembrava conoscerli tutti e continuava a salutare.

“Ma ancora molto?” chiesi con il sudore che mi imperlava la fronte.

Marino si limitò a indicare di fronte a noi, più su. Un vecchio con una corta barba grigia e lunga tunica bianca era in piedi davanti a una caverna.

“Decano,” mormorò mio padre, inchinando leggermente il capo, quando fummo di fronte al vecchio.

“Marcello, bentornato a casa,” rispose il Decano, socchiudendo gli occhi, prima di tornare in silenzio.

Quando si fu formata una piccola folla in paziente attesa, il Decano allargò le braccia e si rivolse a noi.

“Per superare questa soglia,” declamò, indicando il margine della grotta, “per superare questa soglia dovete abbandonare tutto ciò che siete. Dovete abbandonare tutto quello in cui credete, tutti vostri tabù. Entrare in questo caverna significa entrare in uno spazio antico, senza tempo.”

Dall’oscurità alle sue spalle apparvero due uomini con lunghe tuniche grigie.

“Gli iniziati vengano con me,” disse quello a destra.

Lanciai uno sguardo verso mio padre. Lui annuii e dopo un attimo di esitazione, seguii Marino e gli altri ragazzi che si erano incamminati dietro l’uomo.

Inciampai un paio di volte nella penombra prima che apparvero delle torce fissate alla roccia a illuminare il percorso. Infine, il cunicolo si aprì una cavità, grande come una sala, piena di candele.

“Spogliatevi e indossate quelli,” ordinò l’uomo, indicando delle pellicce accatastate su dei tappeti.

Io e Marino ci scambiammo delle occhiate divertite, mentre ci sfilavamo maglietta e pantaloncini. Penso ridacchiavamo per nascondere il disagio.

Era strano trovarsi mezzi nudi in quel luogo con queste persone che non conoscevo o conoscevo solo di vista.

Continuavamo a lanciarci sguardi e sbirciarci gli uni con gli altri. Forse cercando rassicurazioni o forse solo per giudicare chi era il più muscoloso fra noi.

Indossammo le pellicce, che erano una specie di gonnellini che ci coprivamo solo le cosce, e a torso nudo fummo accompagnati in un antro ancora più grande di quello precedente.

Tutto attorno a noi si agitavano le fiamme di decine di candele, mentre al centro sorgeva un piccolo braciere.

Mio padre e Valerio erano già seduti a gambe incrociate insieme agli altri uomini. Indossavano anche loro le pellicce attorno alla vita ed erano a torso nudo.

Il petto di Valerio emergeva particolarmente poderoso sotto una densa peluria, ma mi resi conto che anche mio padre era molto più vigoroso di quanto immaginassi. Anche se non avrebbe dovuto sorprendermi. Era una ditta di infrastrutture stradali e non si tirava mai indietro a sporcarsi le mani con lavori pesanti.

Noi fummo fatti sedere dalla parte opposta della grotta sopra una serie di tappeti consumati.

“Sembra di essere in un gioco di ruolo,” mi sussurrò Marino, ridacchiando.

Non ebbi il tempo di replicare che all’ingresso della sala riapparve il Decano. Nella grotta scese il silenzio. Il vecchio superò il braciere e andò a sedersi in fondo su un mucchio di cuscini.

Uno degli assistenti del Decano consegnò a mio padre una coppa. Lui la portò alle labbra e bevve un lungo sorso. Poi passò il calice a Valerio e uno dopo l’altro tutti gli altri uomini bevvero qualche sorso.

“Questa non è per voi,” disse l’assistente passandoci davanti con la coppa vuota prima di prendere posto di fianco al Decano.

Solo più tardi avremmo scoperto, a nostre spese, cos’era quella bevanda.

“La natura si divide in prede e cacciatori,” iniziò a parlare il Decano dopo un lungo silenzio. “L’uomo è un cacciatore.”

“AHY!” Mio padre e il resto degli uomini lanciarono un grido a quelle parole.

“L’uomo è un cacciatore,” ripeté il Decano, “ma nasce preda. Da mezzogiorno a mezzogiorno, nella notte più breve, nel giorno più lungo, le prede fuggiranno, i cacciatori le braccheranno. Da ogni morte nascerà un nuovo uomo, un nuovo cacciatore.”

Quando il Decano ebbe terminato di parlare, i due assistenti iniziarono a recitare un cantilena in una lingua sconosciuta. Poi uno dopo le voci degli altri uomini si aggiunsero a quel coro.

Mio padre e il resto degli uomini chiusero gli occhi e iniziarono a dondolare la testa al ritmo di quei suoni arcaici.

Mentre la cantilena proseguiva, uno degli assistenti ci fece cenno di alzarci e seguirlo. Ci ricondusse nella precedente grotta, dove erano state posizionate in fila delle maschere mostruose che doveva rappresentare degli animali. Raccolsi quella del Cervo, mentre Marino scelse il Camoscio.

“Ora andate. La caccia sta per avere inizio,” disse uno degli assistenti, quando avevamo tutti finito di indossare le maschere. “Ricordatevi di restare nel perimetro sacro.”

“Ma quali sono le nostre prede? Nessuno ancora ce l’ha detto,” chiese uno degli altri ragazzi.

“Siete voi le prede.”

“Come? Cosa vuole dire?” chiesi.

“Forza, fuggite. La cantilena sta per terminare. Non avete più tempo.”

Proprio in quel momento la melodia si esaurì. Io, Marino e gli altri ragazzi iniziammo a correre. Non so esattamente da cosa scappavamo, ma le parole dell’assistente ci aveva resi inquieti.

Appena fummo all’aperto, ci sparpagliammo tra gli alberi, correndo in ogni direzione.

“Dove possiamo andare?” chiesi a Marino.

“Secondo me stiamo facendo troppo clamore per questa storia.”

“Ho promesso a mio padre che non avrei fallito questa cerimonia.”

Marino sospirò. “Forse ci converrebbe nasconderci direttamente in paese.”

“Sarebbe molto difficile passare inosservati a torso nudo e con queste maschere addosso.”

“Allora, conosco un posto dove non ci troveranno.”

Marino mi condusse in un’altra grotta, molto più piccola della precedente, dove attendemmo l’arrivo della sera.

“Comincio ad aver sete,” dissi, mentre il sole iniziava a scomparire dietro le montagne.

“C’è un riale poco più in giù. L’acqua è potabile.”

Lasciai la maschera nella grotta, poiché mi era d’impiccio, e scesi fino al ruscello a bere. Mentre ritornavo, sentii dei rumori.

Oltre un gruppo di cespugli notai del movimento. Mi avvicinai piano. Per terra riconobbi una delle maschere in pelle. Era il Coniglio. Scostai qualche foglia di felce e rimasi a bocca aperta.

Era il ragazzo che aveva preso la maschera del coniglio. E come un coniglio era inginocchiato per terra.

Di fronte a lui, in piedi, c’era un uomo. Indossava la maschera del Cinghiale. Tra le sue gambe, incoronato da una folta peluria, svettava un cazzo in erezione.

La lunga asta spariva e riappariva tra le labbra del ragazzo. Le sue guance si gonfiavano ritmicamente. L’uomo muoveva il bacino avanti e indietro. Avanti e indietro.

Delle lacrime bagnavano il volto del ragazzo, unendosi al filo di saliva che colava dall’angolo della bocca.

I suoi occhi si agitavano di qua e di là come in preda al terrore. Sentivo un’inquietudine crescermi dentro. Il cuore batteva forte. Il mio respiro era veloce.

Non riuscivo a distogliere lo sguardo da quella scena. Ero come ipnotizzato dallo scorrere di quella nerchia lucida che sembrava splendere ai primi raggi della luna che sorgeva in quel momento.

Poi dietro di loro, due ombre apparvero fra gli alberi, facendomi trasalire. Persi l’equilibro e caddi all’indietro.

“Ehi, ma c’è qualcuno?” esclamò uno degli uomini.

A carponi mi voltai. Scivolai sulle foglie, prima di rimettermi in piedi. Iniziai a correre. Correvo più veloce che potevo.

Per fortuna il chiarore della luna illuminava la foresta. Alzai lo sguardo e vidi una luce nella notte. Proveniva dalla grotta, dove avevo lasciato Marino.

Quando lo raggiunsi, lo trovai accovacciato che allungava le mani su un fuocherello.

“Che cosa stai facendo?” urlai, saltando sulle fiamme con lo scarpone nel tentativo di spegnerlo.

“Ehi, ma che cazzo ti prende? Sei impazzito?”

Presi della terra e la gettai sulle braci, finché il fuoco non fu completamente estinto.

“Che cosa ti è saltato in mente di accedere un fuoco? Così ci vedranno.”

“Ma chi vuoi che ci veda?”

“I cacciatori.”

“Ma di cosa hai paura? È solo una vecchia usanza.”

Scossi il capo ancora sconvolto. “No, gli ho visti. Ho visto quello che fanno. Dobbiamo andarcene. Se qualcuno ha notato il fuoco, siamo finiti.”

“Livio, stai perdendo la testa. Datti una calmata.”

“MUOVITI. Prendi le tue cose e andiamocene,” dissi, andando in fondo alla grotta a prendere la mia maschera.

“Allora, avevo sentito giusto,” esclamò una voce sconosciuta.

Era troppo tardi.

Afferrai la maschera e mi gettai dietro una roccia nel fondo della cavità. Mi schiacciai contro la parete e trattenni il respiro nella speranza di rendermi invisibile.

“Guarda, guarda. Questo qua si è proprio trovato un bel nascondiglio,” esclamò un’altra voce.

“Ehi, fermi! Che cazzo volete fare? Lasciatemi!” urlò Marino.

“Non puoi più scappare, ragazzo. Quando un cacciatore cattura la sua preda, non la molla finché non vede scorre il sangue.”

Quella seconda voce mi era particolarmente familiare.

“No, cosa fai? No. NOOOOOAAAAAH.”

“Non c’è niente di meglio di conficcare un coltello nella carne fresca.”

Mi mancò il respiro. L’avevano… ucciso?

Sapevo che non potevo stare lì senza intervenire. Marino era mio amico. Dovevo fare qualcosa, ma stavo tremando tutto.

Dopo un lungo attimo di esitazione, raccolsi il mio coraggio e lentamente mi voltai e sollevai la testa fra le rocce.

Non so esattamente cosa temessi di vedere, ma non fu quello che vidi.

“Ah, t-ti pregoo-oh-oh. Fa male. Fermo-aaaah.”

Marino non indossava più il gonnellino. Era completamente nudo. Il suo volto contorto in una smorfia di dolore.

Il suo corpo sussultava ritmicamente. Le sue braccia erano tirate dietro la schiena. Alle sue spalle un uomo con la maschera dell’Orso muoveva il bacino.

Non avevo mai visto un cazzo così grosso. Non so quanto fosse lungo, perché l’asta non fuoriusciva mai del tutto dal corpo di Marino.

Le muscolose gambe dell’Orso erano piantate con solidità a terra. Sembrava incanalare tutta la sua forza in ogni colpo.

“Sembra che stia soffrendo,” disse il secondo uomo, ridacchiando. “Magari una lama sul collo, metterà fine al suo dolore.”

L’uomo, che indossava una maschera di tasso, si abbassò la cintola ed esibì il suo cazzo in orgogliosa erezione.

“No, no, nonono. È troppo gros…”

La voce di Marino morì soffocata in un gorgoglio. I peli del pube del Tasso sfregavano contro il suo naso, mentre la sua asta gli riempiva le guance.

“Ah, fa attenzione ai denti, ragazzino. I morsi non fanno parte del rito,” mormorò l’uomo, afferrando la testa di Marino fra le sue grosse mani.

Quindi, prese a muovere il bacino come l’Orso. Gli occhi di Marino sembrarono uscire dalle orbite, mentre quel cazzo scivolava dentro e fuori dalla sua bocca. Il suo pomo d’Adamo pareva spostarsi ritmicamente a ogni affondo.

“Una preda dovrebbe sempre stare in ossequioso silenzioso,” mormorò l’Orso, allungando una mano e accarezzando i capelli di Marino.

Quella voce mi era davvero familiare. I miei occhi si posarono nuovamente sul suo torso nudo. Quello vigoroso petto villoso era inconfondibile.

Marino stava venendo scopato da suo padre.

Portai una mano alla bocca e mi voltai, schiacciandomi contro la roccia. Valerio stava inculando suo figlio.

Sapevo che non dovevo più guardare, ma il mio cazzo ormai pulsava e non riuscii a resistere al desiderio di dare ancora un’occhiata.

In un certo senso fortunatamente Marino sembrava troppo sconvolto da quello che stava subendo per rendersi conto che il suo aguzzino era il suo stesso padre.

Ma Valerio? Marino era senza maschera. Come poteva non fermarsi, sapendo che quello era suo figlio?

Valerio aveva portato le sue mani ai fianchi di Marino. Il suo bacino si muoveva rapido. Ogni botta faceva sussultare il corpo di suo figlio.

Infine, il gemito rauco di Valerio echeggiò nella caverna. Sembrava il grido di vittoria di un predatore che aveva appena conquistato la sua preda.

Sapevo che cosa significava quel suono. Le palle di Valerio si sollevarono, mentre la base della sua asta sembrò pulsare. Stava riversando la sua sborra dentro il culo di Marino. Lo stava colmando.

Poco dopo fu il turno dell’altro uomo gemere, mentre gettava indietro la sua testa. I muscoli del suo torso si tesero e anche lui svuotò le sue palle nella bocca di Marino.

Un filo di sborra colò dall’angolo delle sue labbra, quando il Tasso sfilò la sua nerchia, barcollando qualche passo indietro.

“Non osare farlo colar fuori,” intimò Valerio, estraendo anche lui la sua minchia ormai scarica. “Sei fortunato, ragazzo. Hai ricevuto il seme della creazione sia al principio sia alla fine.”

Marino si voltò indietro stravolto e notai che aveva le guance gonfie.

“Devi ingoiarlo,” intimò il Tasso, afferrandoli la mascella nella mano e sollevandogli la testa.

Marino scosse la testa. Sentii la mia bocca tutta impastata come se fossi io lì al suo posto.

“La sua lama ti ha privato della parola,” disse Valerio. “Ora se vuoi riacquistarla, devi accogliere il suo spirito di cacciatore.”

Alla fine Marino non ebbe altra scelta che deglutire. Così la sborra di quell’uomo gli colò in gola, mentre il suo pomo d’Adamo si muoveva nuovamente.

Il Tasso gli lasciò andare la mascella. Le braccia di Marino cedettero e lui crollo al suolo.

“Non abbiamo ancora finito con te,” disse Valerio, portandosi di fronte a Marino. Si prese delicatamente in mano il cazzo ormai esausto e lo puntò verso il volto di suo figlio. “Ogni grande predatore deve marchiare il proprio territorio di caccia.”

I suoi addominali si tesero un attimo, prima di rilassarsi di nuovo. Un getto di liquido giallo schizzò fuori dalla punta del suo cazzo e centrò Marino in volto.

“Fermo. Ti prego,” mormorò Marino, portandosi le mani davanti al volto, ma suo padre non aveva difficoltà ha superare quell’ostacolo.

Il suo piscio gli bagnò i capelli e, colando lungo il suo collo, gli bagnava il petto.

“Questa puzza segnalerà che un cacciatore è già passato di qua,” disse Valerio, scrollando il suo cazzo per far cadere le ultime gocce. “Vedrai che poi mi ringrazierai.”

Il Tasso scoppiò a ridere, ma io non potei fare a meno di pensare che quello che era stato un atto quasi premuroso di Valerio per suo figlio. Forse in un certo senso voleva evitare che Marino subisse da altri quello stesso trattamento che gli aveva appena inflitto.

Certo era una magra consolazione, osservando Marino completamento distrutto per terra.

Rimasi ancora dietro la roccia per un lunghissimo istante, anche quando Valerio e l’altro uomo se n’erano ormai andati da molto tempo.

Infine, mi feci coraggio e uscii dal mio riparo. Marino era ancora riverso al suolo. Mi portai al suo fianco.

Marino sollevò lo sguardo e allungò le braccia, aggrappandosi a me. L’odore acre di piscio mi riempì le narici. Avrei voluto spingerlo via, ma sapevo che non era il momento per fare gli schizzinosi.

“Va tutto bene. Se ne sono andati. Ci sono solo io qua,” mormorai senza sapere esattamente cosa fare.

“Tutto bene? Tutto bene?” ripeté Marino con la voce spezzata. “Ho la sborra di uomo nel culo. Mi hanno… mi hanno…” Non riuscì a finire la frase che scoppiò a piangere fra le mie braccia.

Sapevo che il fatto che quella sborra era di suo padre avrebbe dovuto restare un segreto che avrei portato nella tomba con me.

Quando finalmente Marino esaurì le lacrime, crollò addormentato stretto a me e io non potei farla che seguire il suo esempio.

Farò di te un uomo

Mi svegliai che il sole non era ancora sorto. Marino non era più addosso a me. Lo vidi già sveglio rannicchiato in un angolo della caverna.

“È meglio che ce ne andiamo in fretta,” dissi, alzandomi.

Raccolsi la mia maschera e mi diressi verso l’uscita della grotta.

“Marino, dai. Non possiamo restare qui,” esclamai, vedendo che il mio amico non si muoveva.

“Non voglio andare da nessuna parte,” mugugnò lui.

“Sta per sorgere il sole. Potrebbe arrivare qualcuno.”

“E allora? Tanto peggio di così?”

“Andiamo almeno al riale, così ti dai una lavata. Puzzi di piscio da far schifo.”

Marino mi lanciò un’occhiata fra l’infuriato e l’umiliato, ma alla fine si alzò e mi venne dietro. Raggiungemmo il ruscello e lui si inginocchiò sulla riva. Con entrambe le mani iniziò a gettarsi acqua addosso.

“Dove hai lasciato la tua maschera?” chiesi, quando mi accorsi che era senza.

Marino alzò le spalle. “Chi se ne frega.”

“Non possiamo andare in giro senza. Fa parte del rito.” Mi voltai e corsi verso la grotta. Trovai la maschera del camoscio riversa in un angolo.

“Mi era sembrato di vedere qualcuno correre fra gli alberi,” esclamò una voce alle mie spalle.

La mia schiena fu percorsa da un brivido di freddo. Mi girai lentamente. Mi trovai di fronte un uomo a torso nudo che indossava la maschera del toro.

Appena fece un passo verso di me, scattai. Lo dovetti prendere di sorpresa, perché lo superai di fianco senza che potesse reagire.

Ma mi ingannavo.

“Ehi, ehi, dove scappi così di fretta piccolo cerbiatto,” ridacchiò un altro uomo, quando gli andai a sbattere contro fuori dalla grotta. Indossava la maschera del leone.

“Lasciami andare,” esclamai, tentando di liberarmi dalla sua presa, ma il Leone mi stringeva troppo forte.

Mi fece ruotare su me stesso e mi torse un braccio dietro la schiena. Lanciando un urlo di dolore, fui obbligato a piegarmi. Quindi, con un colpo dietro alle ginocchia, mi fece crollare a terra.

All’improvviso mi sentii davvero inerme come una preda. Il Leone era riuscito a mettermi a pecorina senza troppa difficoltà.

“Abbiamo catturato proprio un bel bocconcino,” esclamò il Leone rivolto al Toro che stava uscendo dalla grotta.

“Credevi davvero di sfuggirmi?” mi chiese il Toro, afferrandomi la maschera e tirandomela via con violenza.

“Vi prego. Lasciatemi,” mi trovai a piagnucolare, quando mi trovai di fronte a loro a volto scoperto.

“Aspettiamo tutto l’anno per poterci divertire qui,” replicò senza pietà il Toro. “Non ti lasceremo andare, finché non saremo sodisfatti.”

“Tienilo fermo,” disse il Leone alle mie spalle.

Il Toro portò un braccio attorno alla mia torso e con l’altro mi blocco il polso lasciato andare dal Leone.

“Lasciatemi andare. Non sono neppure di qui. Io non vivo qui. Vi prego.”

Il Leone si era abbassato il gonnellino e il cazzo svettavano minaccioso fra le sua gambe, puntando verso di me.

“FERMI.” I due uomini si bloccare a quell’ordine perentorio.

Mi voltai e vidi apparire fra gli alberi un torso villoso sormontato dalla maschera di un lupo. Il Leone e il Toro si immobilizzato e lasciarono la prese, facendomi perdere l’equilibrio e cadere a terra.

Quando il Lupo si avvicinò a me, loro fecero qualche passo indietro, tenendo la testa leggermente inchinata.

Il Lupo doveva essere una persona particolarmente rispettata e ammirata. E io non potei che essergli grato. Mi aveva appena salvato.

“Stai bene?” Mi chiese, allungandomi una mano.

Quella voce era inconfondibile. Gliela strinsi e lui mi tirò su di peso. Quelle braccia muscolose, quei movimenti.

“Pa…?”

Non ebbi neppure la possibilità di completare la parole. Mio padre mi mise una mano sulla bocca, facendomi cenno di fare silenzio.

“Qui non ci sono legami. Qui siamo cacciatori. Qui sono il Lupo,” mormorò.

Mio padre mi afferrò per un braccio e la spalla e mi fece ruotare. Quindi, con la sua grossa mano premette contro la mia schiena, invitandomi a piegarmi.

Forse perché era mio padre, forse perché ero ancora sorpreso, ma stavolta non opposi resistenza. Era quasi automatico fidarsi di mio papà.

Ma forse avrei fatto meglio a essere prudente.

“Ehi, cosa? Che cosa fai?” esclamai, quando lo sentii sputare e le sue dita umide mi sfiorarono fra le chiappe.

“Al cacciatore più forte spetta sempre il pezzo migliore,” disse.

Non ebbi il tempo di replicare. Non ebbi il tempo neppure di capire cosa stava succedendo. Mio padre spinse.

Mio padre mi stava pugnalando alle spalle?

Il suo braccio muscoloso si era avvolto alla mia pancia e mi teneva saldo, mentre premeva con forza.

“Fermo. Bastaaaaaaah.”

La sua lama mi aveva, infine, trafitto. Un dolore lancinante mi partì dallo stomaco, su lungo la schiena, fino a uscire in un grido.

“Ssssss! Tua madre ti ha messo al mondo, ma io farò di te un cacciatore.”

“Fa male. Ti prego,” mormorai, mentre gli occhi mi si inumidivano.

“Ogni nuova fase della vita è sempre accompagnata dal dolore,” disse mio padre, allontanandosi da me.

La sua lama si ritirò e fui percorso da un piacevole sollievo. Fu solo un istante. Mio padre spinse nuovamente il suo corpo contro il mio. Gemetti di dolore.

Mio padre si ritirò di nuovo, ma stavolta non ebbi neppure il tempo di riprendere fiato. I suoi movimenti divennero più rapidi.

Lentamente mi rendevo conto di quello che stava succedendo. No, quello non era un pugnale. Non avevo mai visto il cazzo di mio padre, ma quello che si stava facendo largo nella mia carne sembrava qualcosa di enorme.

A ogni affondo il mio corpo sussultava. Sembrava convogliare tutta la sua forza in quei colpi.

Mi sono sempre sentito in soggezione verso mio padre, ma in quel momento tutto il mio corpo sembrava completamente controllato da lui.

“La senti?” Mi sussurrò nell’orecchio, piegandosi contro la mia schiena. “La senti? Questa è la forza creatrice dell’uomo.”

Avevo l’impressione di rivivere in prima persona il momento del mio concepimento. Mi chiesi se da qualche parte, nel profondo, le mie cellule ricordassero in qualche modo quell’atto.

Era sempre stato così forte? Non potei fare a meno di immaginare mia madre nella stessa posizione con mio padre che la stringeva ai fianchi. Il suo corpo che si scuoteva sotto le sue botte nell’istante in cui nascevo.

Solo in quel momento mi accorsi che il dolore adesso si alternava al piacere. Abbassai lo sguardo e vidi il mi cazzo in tiro che sobbalzava.

Strinsi gli occhi per la vergogna. Il mio corpo mi tradiva in quel modo disgustoso.

Forse rendendosi conto del mio disagio, mio padre rallentò il ritmo e si fermò. Lo sentivo ansimare alle mie spalle, mentre mi accarezzava la schiena con la sua solita premura.

“Girati,” mi intimò.

Mi voltai e mio padre mi spinse per le spalle. Mi ritrovai inginocchiato di fronte a lui. Era così imponente. Dovetti distogliere lo sguardo alla vista dalla sua virilità che dondolava davanti a me.

Mio padre mi accarezzo la guancia, quindi, mi afferrò il mento fra le dita e mi obbligò ad alzare lo sguardo.

“Non vergognarti a guardarlo,” disse. “Tu vieni da qui come dal grembo di tua madre.”

Era più grosso del mio, ma lungo forse uguale. Le sue palle sembravano pulsare rigide alla sua base. La cappella era lucida come una ciliegia gigantesca.

Mio padre mi afferrò la testa fra le mani e la tirò a sé verso il suo cazzo.

“No, ti prego. No,” mugugnai.

“Io ti ho dato la parola e io posso riprendermela.”

Non so perché non tentati di fuggire via. Era come se il suo cazzo fosse ancora dentro di me. Come prima le sue botte mi aveva completamente soggiogato, adesso ancora non riuscivo a liberarmi.

Aprii le labbra e mio padre spinse la sua cappella dentro. Era stranamente liscio. Era duro come il marmo, ma sulla mia lingua sembrava soffice.

Quando si scontrò contro il palato, mio padre prese a muovere la sua asta nello stesso modo in cui l’avevo fatto nel mio culo.

I dolore e anche il piacere che prima mi aveva percorso il corpo erano scoparsi. Adesso c’era solo quel bastone di carne viva che scivolava nella mia testa. Era come se mi scopasse il cervello, riempiendo ogni pensiero.

Quando qualcosa entra in bocca solitamente si viene avvolti dai sapori, ma in quel momento c’era solo il movimento. Il movimento di quell’asta e l’ansimare di mio padre.

Poi mio padre spinse più a fondo. Troppo in profondità. Mi mancava il respiro. Agitai le braccia, cercando di spingerlo via.

“Un tempo c’era chi aveva la convinzione che chi ci aveva dato la vita, poteva anche prenderla,” disse mio padre e, infine, lasciò andare la presa.

Tossii frenetico, mentre respirai profondamente.

“Essere un cacciatore significa avere la consapevolezza del proprio potere, della propria forza. E da ogni potere deriva anche una responsabilità nei confronti chi viene dominato.”

Appena il mio respiro si fu regolarizzato, mio padre spinse nuovamente il suo cazzo nella mia bocca.

Accelerò il ritmo. La sua asta sfregava rapida contro la mia lingua. Colpiva ritmicamente il palato. Sollevai gli occhi e vide che inclinò la testa all’indietro.

“Il latte di tua madre ti ha fatto crescere,” mormorò. “Il mio latte farà di te uomo.”

Sapevo bene qual era lo scopo del sesso, ma in quel momento non me l’aspettavo. Non mi aspettavo che mio padre avrebbe raggiunto l’orgasmo nella mia bocca.

La sua asta si gonfiò ancora di più e il primo schizzo denso e caldo mi prese alla sprovvista. Poi un altro ancora. Poi ancora e ancora.

Mio padre ansimava. Fece qualche passo indietro e il suo cazzo scivolò fuori dalle mie labbra. Stava rapidamente tornando alle sue misure originarie. Aveva ormai scaricato tutto il suo carico dentro di me.

Ebbi un conato di vomito al pensiero di quello che avevo in bocca. Feci per sputare, ma mio padre mi bloccò.

“Forza, manda giù. Non è nulla di estraneo. È già parte di te fin dal tuo concepimento.”

Il latte di mio padre. Deglutii e la sua sborra colò lungo la mia gola. Abbassai gli occhi mortificato.

Sentii dei passi e, quando rialzai lo sguardo, di fronte a me non c’era più mio padre, ma il Leone e il Toro.

Mi ero scordato di loro. Non potei fare a meno di arrossire al pensiero che quei due uomini erano rimasti lì tutto il tempo e avevo visto tutto.

“Non crederai di potertela cavare così,” disse il Toro, esibendomi il suo cazzo così duro che sembrava pronto a rompersi.

“Già, dopo averci provocato con questo spettacolo devi occuparti anche di noi,” calcò il Leone.

In preda al panico mi guardai in torno alla ricerca di mio padre. Non avrebbe esitato venire in mio soccorso, ma di lui non c’era più traccia.

Mi aveva davvero abbandonato alla mercé di questi due?

“Su, non fare quella faccia. Ogni bravo cacciatore condivide le sue prede con i propri compagni.”

Feci per aprire la bocca per ribattere, ma il Toro ne approfittò per infilarmi il suo cazzo fra le labbra.

“Ormai sai come funziona, vero? Copri le labbra e muovi la testa.”

Sì, sapevo come funzionava e ormai sapevo anche non avevo più scelta. Ero stato catturato e mio padre mi aveva ucciso ogni spirito di resistenza.

Iniziai a muovere la testa avanti a indietro. L’asta di quell’uomo scorreva contro le mie guance. Una parte di me invidiava quei due ragazzi e la sicurezza con cui si comportavano.

Sobbalzai, quando le mani del Leone alle mie spalle mi sollevarono il culo.

“No, ancora no. Non ce la faccio più,” esclamai, facendo scivolare fuori il cazzo del Toro dalla bocca.

“È stata una caccia impegnativa e adesso meritiamo la nostra ricompensa.”

“Ma tranquillo anche tu non resterai a bocca asciutta,” aggiunse il Toro, prendendomi la testa fra le mani e conficcandomi nuovamente il suo cazzo in bocca.

Ma tutta la mia attenzione era alle mie spalle, dove percepii le dita del Leone frugare fra le mie chiappe.

“Come è soffice,” mormorò, mentre un dito scivolò dentro di me, facendomi sussultare. “Il Lupo era proprio ben dotato. L’ha slabbrato per bene.”

Il suo dito sembrava scavarmi nella carne. Era come se qualcuno stesse mettendo a soqquadro le mie interiora.

Fu un sollievo, quando lo estrasse. Ma ormai avrei dovuto aver imparato che non era un buon segno.

Qualcosa di più grosso prese il suo posto. Il Leone spinse. Sentivo la sua cappella premere contro il mio culetto.

La sua asta entrò con maggior facilità, ma per il mio corpo non fu meno traumatico. Inarcai la schiena per il dolore, mentre il cazzo del Toro mi soffocò un lamento.

“Ohu, è ancora così stretto,” mormorò, chiudendo gli occhi come a voler assaporare ogni sensazione. “Il buco di un uomo è così più muscoloso di quello di una donna. Mi avvolge quasi fino all’elsa.”

Poi il Leone prese a muoversi. Ogni colpo mi spingeva contro il cazzo del Toro, facendomi soffocare.

Mi sentivo come un cerbiatto allo spiedo. Sapevo che era ridicolo, ma era come se il loro cazzi fossero uniti e io fossi trafitto dalla testa al culo.

“Ha il culetto in fiamme,” osservò il Leone. “È così caldo e soffice.”

I due accelerarono il ritmo. Sembrava che davvero lo spettacolo di mio padre gli avessi caricati per bene.

Sentii il Leone gemere alle mie spalle. Mi aspettavo che si sarebbe sfilato da me, ma, invece, i suoi colpi non rallentarono.

Non vorrà venire dentro di me? No, fermo, ti prego, quello no. Avrei voluto gridare, ma il cazzo del Toro mi aveva ridotto al silenzio.

Non avevo più neppure il diritto di parola su quello che succedeva al mio corpo, a me.

“Oh, le palle mi stanno per esplodereeeeh.”

Il Leone chiuse gli occhi e si irridi, mentre percepii la sua asta vibrare nella mia carne. Mi era venuto dentro. Aveva svuotato le sue palle dentro di me.

Proprio quel momento il Toro estrasse il suo cazzo dalla mia bocca.

“Lasciamo un marchio visibile sul questo bel visino,” esclamò, stringendosi il cazzo nella mano, “così che tutti sappiano che siamo passati da qui, o meglio ti abbiamo ripassato qui.”

Avevo la sua cappella a pochi centimetri dal mio volto. Vidi il liquido bianco esplodere di fronte ai miei occhi.

“Non ho mai mancato il bersaglio con il mio fucile. Prenditi i miei colpi.”

Come dei proietti caldi, la sua sborra mi centrò la fronte, la guancia, il naso, arrivando a riempirmi le narici.

“Cazzo, ma quanta ne hai fatta?” Esclamò Leone, portandosi di fianco al Toro.

Il suo sguardo ammirato, confermò la mia sensazione di avere il volto ricoperto di sborra. Il suo sperma era così denso che faticava persino a colar via.

“È quella brodaglia che ci danno da bere. A me non solo me lo tiene ritto per tutto il tempo, ma mi cambia praticamente il sangue in sborra.”

Crollai in ginocchio. Mi sentivo completamente devastato come se fossi stato risucchiato in un tornado e poi sparato fuori.

“Non guardarci così. Non è la fine del mondo. Verrà anche il tuo turno,” mi disse il Toro, sistemandosi il gonnellino.

“O magari poi gli è piaciuto e il suo turno non arriverà più,” ridacchiò il Leone, voltandomi le spalle.

“Speriamo, perché non mi dispiacerebbe farci un altro giro,” replicò il Toro, salutandomi con un cenno della mano e seguendo il compare tra gli alberi.

C’è molto di più del solo sesso

Rimasi ancora per un lungo istante immobili per terra, cercando di mettere in ordine nelle mie sensazioni. Quando ebbi recuperato abbastanza dignità, mi alzai in piedi.

Raccolti la mia maschera e presi il mio gonnellino. Quando feci per infilarmelo, mi resi conto che il mio cazzo era ancora in tiro. Era così duro che mi faceva quasi male.

Mi diressi verso una radura e mi trovai su una sporgenza che dava verso la vallata. La vista era meravigliosa. Quel panorama mi aiutò a trovare un po’ di serenità.

Di fronte a me il sole stava sorgendo. Avevo ancora il cazzo in tiro. Non so da dove mi nasceva quell’urgenza, ma sentivo che dovevo venire.

Mi afferrai l’asta e presi a segarmi. Mentre percepivo il piacere crescere, chiusi gli occhi e piegai la testa all’indietro.

Un rumore di foglie alle mie spalle mi fece trasalire. Mi voltai di scatto.

“Ehi, tranquillo, figliolo. Sono solo io,” disse mio padre, sollevando i palmi delle mani come a voler mostrare che era disarmato.

Anche se ormai sapevo che la sua arma più letale la nascondeva fra le gambe.

Coprii immediatamente la mia erezione nel gonnellino di pelle, pregando che mio padre non si fosse accorto di niente.

“Ehehe, guarda, che ho visto che ti stavi toccando,” disse lui come rispondendo al mio pensiero e mettendo fino alle mie speranze.

“Non è come sembra. Non sono gay,” esclamai, agitandomi imbarazzato.

“Neanch’io. La maggior parte delle persone qui non lo sono. In ogni caso, non ci sarebbe nulla di male, se lo fossi,” replicò mio padre, sedendosi di fianco a me. “Ti conviene finire adesso,” aggiunse, indicando fra le mie gambe.

“Come?”

“Il rito non sarà terminato, finché non sarete tutti… venuti. Ti consiglio di sfogarti ora, altrimenti finirai per doverti masturbare davanti ai decani alla conclusione della cerimonia.”

“Ma qui ci sei tu.”

“Penso che dopo quello che abbiamo sperimentato tra noi difficilmente potrà esserci ancora imbarazzo. In ogni caso, ti assicuro che è meglio segarsi di fianco a me che di fronte quei vecchi dei decani. Ho fatto l’esperienza in prima persona e non l’auguro a nessuno.”

Quell’immagine mi percorse come un brivido. Sentivo ancora il cazzo pulsarmi tra le gambe. Ero troppo eccitato. Abbassai il gonnellino. La mia asta balzò fuori.

Non osai voltarmi verso mio padre. Le mie dita si strinsero attorno alla mia virilità e ripresi il movimento di sali e scendi.

Non ci volle molto prima che la mia asta iniziò a fremere. Liberai un gemito, mentre un primo lungo schizzo bianco esplose nell’aria, andando a macchiare il terreno di fronte a me. Poi, dopo un più breve schizzo, la sborra mi uscì come gorgogliando, riempiendomi la mano.

Mi trovai ad ansimare, mentre il piacere lentamente fluiva via. Mio padre mi appoggiò una mano sulla spalla e me la strinse.

“Sono orgoglioso di te,” mi disse.

Fissai la mia mano ricoperta del denso e candido frutto del mio gesto. Come poteva dirmi questo dopo tutto quello che era successo?

“Che cosa ho fatto?” esclamai quasi con disperazione, quando le ultime tracce dell’orgasmo svanirono e la realtà di quella che era successo mi colpì in pieno. Abbandonai il volto fra le mani.

“Sei divenuto un uomo,” disse mio padre.

“Un uomo? Un uomo?” esclamai, alzando lo sguardo. “Sono stato umiliato. La mia virilità mi è stata strappata. È come se una parte di me fosse morta.”

“Quello che è morto è un ragazzino,” replicò mio padre con serenità. “Per diventare uomini, per diventare adulti, dobbiamo imparare qual è la nostra forza e la responsabilità che viene con essa.”

Fissai mio padre interrogativo.

“So bene che alcuni vedono questo rito solo come un’occasione per fare sesso selvaggio nei boschi. Non sto dicendo che io non abbiamo provato piacere di scoparti, sono pur sempre un maschio, ma il significato di quello che abbiamo fatto va oltre.”

Non potei fare a meno di arrossire e abbassare lo sguardo a quella confidenza. Era ovvio che mio padre avesse goduto, considerato che aveva sborrato. Tuttavia, sentirgli dire che gli era piaciuto fottermi, mi metteva a disagio.

“Noi siamo cacciatori,” proseguì, “ma per poter essere dei buoni cacciatori è necessario comprendere cosa prova la preda. Non puoi davvero capire cosa prova una donna o un uomo passivo, finché non vivi in prima persona la sua esperienza.”

Iniziavo a capire cosa intendeva.

“Qui, hai provato cosa significa avere il corpo invaso. Hai provato cosa significa essere sotto il controllo di qualcun altro. Hai provato cosa vuol dire essere dominati.”

Non potei fare a meno di ricordare le sue mani che mi stringevano saldo e mi piegavano alle sue necessità.

“Non sei più un ragazzino. Adesso sei maggiorenne e con la maggiore età vengono anche delle responsabilità.

Sono certo che hai imparato molto di più di quanto credi. Quando d’ora in avanti ti troverai da solo con una ragazza o un ragazzo, so che porterai rispetto nei confronti dei suoi sentimenti, delle sue sensazioni.”

“Però, quello che abbiamo fatto…” Non riuscii neppure a terminare la frase.

“Ricorda quello che ha detto il decano prima che entrassi nella grotta. La cerimonia è un luogo fuori dal tempo e dallo spazio. Qui non esistono i tabù della nostra società, perché qui riviviamo un momento dell’antichità, prima della società. Anche se sono convinto che ogni uomo dovrebbe vivere la tua esperienza.”

“Quindi, anche tu ci passato?”

“Eheh, certo, è stato mio zio a rendermi un uomo.”

“Il prozio Fabio?” Mi era difficile immaginare quel vecchio sulla sedia a rotelle che dominava mio padre.

Ma soprattutto non riuscivo a immaginare mio padre a pecorina, mentre veniva penetrato.

Mio padre rise, annuendo come se stesse ricordando quei momenti. Rimanemmo così, seduti a guardare il panorama in silenzio, per un bel po’.

Infine, mio padre sospirò e si alzo in piedi.

“Forza, vieni. Dobbiamo essere tutti alla grotta, quando scoccherà mezzogiorno,” disse, allungandomi la mano.

Dopo un attimo di esitazione, gliela strinsi e mi lasciai tirare in piedi.

“Cavolo, l’anno prossimo saremo entrambi dei cacciatori,” osservò mio padre, mentre tornavamo nei boschi. “Magari potremmo andare a caccia insieme e ci scopiamo una preda insieme. Vorrei proprio vederti all’opera.”

“PAPÀ, per favore. Non sono ancora pronto per questi discorsi. Ero una preda fino a poco tempo fa,” esclamai. “E poi non credo mi vada molto l’idea di fare sesso di fronte a mio padre.”

“Non credo che sarà peggio di averlo preso in culo da me.”

“PAPÀ!”

Mio padre scoppiò a ridere. L’anno seguente, in ogni caso, ho ancora accompagnato mio padre alla Chatscha alva e in quei boschi ho perso la mia verginità. Ma questa è un’altra storia.

Se vi ho resi partecipi di questa tradizione di famiglia, è perché sento che di voi mi posso fidare. Sono sicuro che saprete mantenere il segreto di quest’antica cerimonia.