La strada che conduceva alla villa era sterrata e piuttosto impervia. Guidavo piano e con prudenza. Era l’auto aziendale della direzione.

Non mi è mai importato molto di auto. Di solito mi sposto in bici, ma il mio socio era un appassionato. Se quella sera avesse trovato anche un solo graffio alla carrozzeria, avrebbe avuto un crollo nervoso.

Quando fui in vista del tetto, posteggiai ai margini del bosco che affiancava la strada. Era proprio una bella casa, non potei fare a meno di pensare, mentre mi avvicinavo.

“Sapevo che saresti arrivato.” Mi voltai verso quella voce familiare e vidi due dei nostri operai appoggiati contro un furgone.

“Salve, ragazzi,” salutai. “Non credevo di trovarvi ancora qui.”

“Dentro è messo molto peggio di quanto faccia immaginare l’esterno. Ho pensato che avresti avuto bisogno di un paio di braccia muscolose,” disse Cristiano, poi si rivolse a Luciano al suo fianco. “Torna pure in magazzino. Me ne occupo io.”

Il collega annuì e aprì la portiera del furgone.

“Sei venuto in auto, vero?” chiese nuovamente a me Cristiano. Aveva il suo solito sguardo talmente inespressivo da sembrare arrabbiato.

“S-sì, l’ho lasciata poco più giù,” risposi.

Mentre il furgone si allontanava, ci dirigemmo verso l’ingresso. Quando Cristiano ebbe aperto la porta, mi resi conto che aveva ragione.

“È messa proprio male,” sospirai, osservando le crepe nei muri e la muffa sul soffitto. “Metterla in ordine sarà molto più impegnativo di quanto avevamo calcolato.”

“Aspetta di vedere i piani sopra. C’è un po’ di roba da spostare,” commentò Cristiano, facendosi spazio fra vecchi mobili impolverati.

Per fortuna che era rimasto, perché senza di lui non sarei riuscito a spostare certe travi pericolanti del sottotetto. Procedemmo dall’alto verso il basso fino alla cantina.

“In giardino c’è una specie di piccolo casino di caccia che forse si può salvare,” mi avvisò Cristiano, uscendo nella vasta veranda del salone.

Lo seguii in quello che più che un giardino sembrava ormai una giungla.

“Direi che il capanno è messo male come il resto della villa,” osservai, girandole attorno. Proprio in quel momento sentii una goccia colpirmi la guancia.

“Sta per piovere,” disse Cristiano, alzando la testa verso il cielo, dove senza che me ne rendessi conto si erano radunati dei grossi nuvoloni neri.

Le gocce divennero quasi immediatamente delle secchiate e dovemmo correre verso la veranda.

“Sono tutto bagnato,” lamentai, togliendomi la giacca e appoggiandola su un mobile lì vicino.

Cristiano andò oltre e si sfilò la divisa, restando con la canottiera bianca. Aveva delle braccia davvero muscolose.

“Non ti togli la camicia?” mi chiese.

Scossi il capo con imbarazzo per essere stato beccato a fissarlo. “No, no. Sto bene così,” mentii. Mi vergognavo a mostrare il mio fisico fin troppo magro.

Cristiano si accomodò per terra sulla soglia della veranda e lasciò vagare lo sguardo verso il giardino.

Presi posto poco lontano da lui. Anche da seduto Cristiano mi sovrastava con tutta la sua altezza. Le sue spalle larghe lo facevano apparire particolarmente intimidatorio.

I miei occhi, però, si posarono subito sui suoi pettorali che fuoriuscivano provocatoriamente dai bordi della canottiera.

Osservai il suo petto sollevarsi regolare al ritmo dei suoi respiri e risalii il collo con lo sguardo. Quando raggiunsi il pomo d’Adamo, mi accorsi che mi stava guardando.

“Ti piacciono gli uomini in canotta?” chiese, regalandomi uno dei suoi amichevoli sorrisi.

“Cosa? No, no, stavo solo… ” Stavo che cosa? Ero in trappola.

“Rilassati. Lo sanno tutti al lavoro che sei gay,” disse lui, alzando le spalle. “Ma ho visto come spesso mi mangi con gli occhi.”

Aprii e chiusi meccanicamente la bocca come a cercare l’aria per respirare. Sapevo che doveva negare, ma non trovavo le parole.

“Non hai nulla di cui preoccuparti. Sono un uomo. Ho certi bisogni,” aggiunse, riprendendo la sua usuale espressione quasi rigida.

Non sapevo come replicare e fra noi scese un teso silenzio, disturbato solo dalla scrosciare imperterrito della pioggia.

Nessuno dei due sembrava osare distogliere lo sguardo come in attesa di qualcosa.

Alla fine non riuscii più a sostenere la vista dei suoi freddi occhi castani e abbassai la testa. Cristiano, quindi, si alzò in piedi e si portò le mani alla patta, aprendo la cerniera.

Spalancai gli occhi e la bocca per la sorpresa, ma non ebbi quasi tempo di reagire, perché Cristiano di piegò su di me e mi fece girare, schiacciandomi la schiena verso il basso.

“Stai giù,” mi intimò. Non ero abituato a ricevere ordini da lui, quindi, istintivamente mi ritrovai a pecorina.

Le sue grosse dita si infilarono nella mia cintura e mi abbassarono i pantaloni con facilità. Infine, quasi mi strappò giù i boxer. Una brezza fresca mi accarezzò le chiappe nude, facendomi rabbrividire leggermente.

“Direi che ho vinto la scommessa,” esclamò.

Mi voltai a guardarlo, interrogativo.

Vidi solo la mano di Cristiano allungarsi verso la mia testa. Mi schiacciò il capo verso il basso. “Tieni giù la testa,” mi ordinò di nuovo. “Si scommetteva per ridere se avessi il culo peloso o meno. Lo dicevo io che se uno finisce per farsi inculare, è perché ha un culo che piace agli uomini.”

Non se mi diede più fastidio che scherzassero su di me al lavoro oppure che non sapesse che a certe persone piacciono i sederi pelosi. Avrei voluto replicare, ma lì, piegato a 4 zampe, non osavo quasi far sentire il mio respiro.

Sentii Cristiano sputare e percepii un filo di saliva calda scivolarmi fra i glutei. Mi tirò una chiappa e il suo dito mi sfiorò il buchino.

Fu solo quando spinse e non entrava che mi accorsi che quello non era il suo indice. Era stato tutto così rapido che non mi rendevo neppure conto di quello che stava accadendo.

Mi morsi il labbro, trattenendo un gemito. “È troppo grosso,” mi sfuggì.

“Dillo ancora,” mormorò lui, premendo con più forza.

“AAAARGH.” Il mio grido echeggiò nel salone, mentre il suo cazzo mi scivolò dentro come una spatola troppo larga che mi dilaniava le carni.

“Mmmh, è così stretto,” disse fra sé e sé e io all’improvviso mi sentii solo un buco.

Cristiano aveva chiuso gli occhi e inclinato la testa all’indietro. Assaporò il momento per un lungo istante, mentre io stringevo i pugni, sopportando le fitte di dolore che mi risaliva la schiena.

“Fa male,” lamentai, infine.

“Mi sbagliavo,” mugugnò Cristiano. “Sarà anche un culo da scopare, ma finché non lo si scopa non lo è veramente.”

Le sue dita si conficcarono nei miei fianchi e la sua asta si ritirò, concedendomi una breve tregua. Quindi, la spinse nuovamente in fondo con violenza.

Il suo palo era come un martello pneumatico. Se non mi avesse tenuto per i fianchi, temo che sotto le sue botte sarei volato fuori dalla veranda.

La sua irruenza mi sorprese. Da un uomo che era stato solo con ragazze mi aspettavo maggior delicatezza.

O forse proprio perché ero un maschio, gli aveva fatto cadere ogni barriera e dava libero sfogo ai suoi istinti.

Il suo orgasmo mi prese alla sprovvista. Il mio intestino non si era ancora abituato alle sue misure che Cristiano gemette rumorosamente.

“Oh, cazooooh, sì, ti ho marchiato fin nello stomaco.”

Non posso nascondere che qualche volta avevo cercato di immaginare l’espressione del suo volto nell’istante in cui godeva. In quel momento, però, tutto quello che vedevo era solo il porticato di fronte a me.

La sua irruenza mi aveva talmente intimorito che osai lanciare un’occhiata alle mie spalle solo quando Cristiano sfilò il suo arnese.

Il suo sguardo era tornato inespressivo, ma allo stesso tempo era più rilassato e appagato. Ebbi un moto d’invidia, mentre percepivo la mia erezione frustrata fra le mie gambe.

Mi trovai a sperimentare un attimo di frenetico disagio, chiedendomi come mi dovevo comportare. Cristiano fu rapido a togliermi da quella situazione: si tirò su i pantaloni e si sistemò il pacco.

“Dobbiamo muoverci. Il resto della squadra mi sta aspettando. Abbiamo già perso un sacco di tempo.”

Le ginocchia mi fecero male, quando mi rialzai. Ebbi un attimo di esitazione, prima di rivestirmi. sentivo le chiappe umide della sua saliva e probabilmente anche del suo seme. Forse si sarebbe visto attraverso i pantaloni.

Cristiano era già sulla soglia dell’ingresso e mi fissava. Alla fine non potei far altro che tirarmi su i pantaloni.

“Dammi le chiavi,” mi ordinò Cristiano.

“Perché?”

“Guido io.”

Esitai un istante. Massimo, il mio socio, non sarebbe stato d’accordo.

Cristiano allungò la mano. Il suo volto mostrava la stessa risolutezza che aveva mentre mi scopava. Alla fine infilai la mano nella tasca della giacca e gli porsi le chiavi.

“Forza, sali,” disse Cristiano, prendendo posto di fronte al volante.

Feci appena in tempo a mettermi la cintura che l’auto partì con un’accelerazione impressionante.

“Ehi, vacci piano. Se l’auto ha anche un solo graffio, Massimo andrà su tutte le furie,” esclamai, stringendo la maniglia della portiera.

“Sarà anche la prima volta che sono al volante di un’auto così, ma so come si guida. Lascia fare a uno che se ne intende.”

Ripresi a respirare normalmente solo quando l’auto si infilò nella strada asfaltata. Non appena mi fui rilassato, il mio basso ventre si contrasse sotto gli spasmi dei crampi.

“È tutto in ordine?” mi chiese Cristiano, mentre mi piegavo in avanti.

“Sì, sì, non è niente. Devo solo andare…” mi interruppi prima di concludere la frase, realizzando quale fosse il motivo di quei crampi.

Se avessi continuato a parlare, anche Cristiano non avrebbe avuto problemi a intuirne la causa.

Sentivo il buchino indolenzito e il suo seme agitarsi dentro di me per uscire.

Cristiano inchiodò all’improvviso. Un’auto attraversò l’incrocio a sinistra di fronte a noi senza dare la precedenza.

“Rispetta le leggi, tamarro sfigato,” urlò Cristiano.

Solo in quel momento mi accorsi che aveva allungato un braccio davanti a me e la sua mano si era posata sul mio petto come a volermi proteggere.

Cristiano ritirò il braccio senza far caso al gesto e proseguimmo il viaggio. Finalmente arrivammo in sede. Cristiano faticò a consegnarmi le chiavi, quando ebbe posteggiato.

“Gli hai fatto guidare la nostra auto?” Massimo era uscito sulla soglia della porta d’ingresso dell’ufficio e fissava Cristiano tornare nei magazzini.

“Mi ha… mi ero stortato la caviglia. Controlla pure l’auto. Non ci troverai nessun graffio,” dissi, dandogli le chiavi. “Ora scusami, ma devo andare in bagno.”

Fu un sollievo sedersi sulla tazza del gabinetto.

Il suo sperma gocciolò fuori in lacrime copiose. Mi aveva completamente scombussolato l’intestino.

Quando mi fui liberato, non mi sentivo più pulito e il mio cazzo era ancora in tiro. Le mie dita si strinsero intorno all’asta e mi segai rapidamente.

Un capo che scopa e uno che viene scopato sono due cose diverse

La mattina seguente non appena suonò la sveglia, il ricordo di quello che era accaduto, mi travolse. Mi girai e rigirai nel letto, covando il desiderio di restarci. Ma ero il capo.

“Buongiorno, gente,” salutai, entrando nei magazzini. “Avete lasciato dei macchinari fuori. Le previsioni annunciano ancora pioggia.”

“Siamo in pausa,” replicò Cristiano, restando seduto.

La sua risposta mi prese impreparato e anche le sue colleghe e colleghi che si erano alzati si congelarono.

“Potete finirla dopo.”

“Possiamo ritirare le macchine dopo.”

Nei magazzini scese un insolito silenzio, mentre io e Cristiano ci fissavamo.

“Avete sentito Marzio? Portate dentro quella roba. Forza,” esclamò Massimo apparendo alle mie spalle.

La squadra si mosse senza esitazione, incluso Cristiano.

“Che cosa sta succedendo fra te e Cristiano?” mi chiese Massimo, quando furono svaniti fuori.

“Niente. Non succede niente,” risposi, alzando le spalle e dirigendomi verso gli uffici.

“Cristiano è sempre molto diligente ed è anche il più sollecito.”

“Già, persino premuroso,” non potei fare a meno di confermare.

“Avete fatto sesso,” mi sorprese Massimo dopo un attimo.

La domanda era tanto diretta quanto inaspettata che non riuscii subito a trovare le parole per negare. Aprii e chiusi meccanicamente la bocca.

“Ma certo che no. Cosa ti salta in mente.”

“Non era una domanda. Sei un vero idiota,” esclamò, scuotendo la testa. “Dovresti saperlo che non si fa sesso con i collaboratori.”

“Proprio tu mi fai la predica,” ribattei preso nel vivo. “Non ti scopi forse la nostra tecnica?”

“Esatto, hai usato le parole giuste,” rispose Massimo senza esser per niente scalfito dalla mia accusa. “Io mi scopo la tecnica. Tu ti fai scopare da un operaio.”

“Perché dai per scontato che sono io quello che…” mi vergognavo persino a terminare la frase.

Massimo inclinò la testa di lato e mi lanciò un’occhiata quasi di rimprovero. “Seriamente, Marzio? Davvero pensi di potermi far credere che non è Cristiano che te lo mette in culo?”

L’aveva chiesto con così tanta volgarità che non potei fare a meno di arrossire.

“Siamo amici da una vita, ” continuò lui. “Ti conosco fin troppo bene. Non avresti la necessaria determinazione.”

“Questo non è vero,” esclamai risentito.

“Bene. Allora fai quello che devi fare. Licenzialo.”

“Li-licenziarlo?” balbettai. “Non hai mica licenziato Adriana.”

“Devo davvero spiegarti anche questo? Io sono il capo. Lei è la subordinata. Io la trombo. Lei si fa trombare. È tutto semplice e lineare. Nessuno vede la propria posizione essere messa in dubbio.”

Avevo capito ormai dove voleva arrivare.

“Tu sei il capo e ti fai inculare da un operaio. Cristiano ha assaggiato il potere di dominare il suo superiore. Non puoi mica biasimarlo, se adesso non mostra per te lo stesso rispetto che aveva prima.”

“È ridicolo,” sbottai. “Sono sempre io il capo.”

“Ridicolo o no, devi risolvere questa soluzione. E, se non ci riesci, dovrai licenziarlo. Non possiamo permetterci insubordinati fra il nostro personale.”

Massimo mi chiuse la porta del suo ufficio in faccia e io non ebbi occasione di replicare.

Stava esagerando. Sarebbe tutto tornato come prima. Bastava far finta di niente. In cantiere non ci sarebbe stato nessun problema.

Ma mi sbagliavo.

“Dobbiamo sostituire quelle travi, altrimenti saremo in difficoltà più avanti con i lavori,” dissi durante un sopralluogo in un vecchio stabile.

“No, ho già verificato,” replicò Cristiano. “Basterà rinforzarle.”

“L’analisi tecnica era chiara su questo punto,” dovetti insistere. “Se guardi qui, noterai che…”

“Sono solo calcoli da segaiolo che passa il tempo in ufficio,” mi interruppe Cristiano. “Questo è un lavoro da uomini attivi sul campo, quindi, lascia fare a noi. Sappiamo maneggiare le nostre travi.”

Non potei fare a meno di arrossire, chiedendomi se si stesse riferendo a me. Il resto della squadra ridacchiò.

Quella sera lo andai a cercare in magazzino.

“Cristiano puoi venire un attimo,” dissi, entrando nel piccolo spogliatoio degli uomini. “Ti devo parlare.”

“Ho finito di lavorare. Sto andando,” replicò lui, iniziando a spogliarsi.

“Ci vorrà solo un attimo.”

“Parla allora.”

“In privato,” dissi, spostando lo guardo sulle altre operaie e operai che ci lanciavano occhiate curiose.

“Sono di fretta. Muoviti.”

“È proprio di questo che volevo discutere. Non mi piace il tuo atteggiamento. Non puoi continuamente mettere in dubbio le mie decisioni tecniche e interrompermi. Sono io l’architetto.”

Cristiano mi fissò per un lungo istante, quindi, mi afferrò per il braccio e mi portò fuori.

“Ehi, che ti prende. Lasciamo andare,” esclamai, mentre Cristiano mi trascinava in uno sgabuzzino.

“Non puoi parlarmi in quel modo davanti alla squadra,” quasi sibilò, mollandomi il braccio con uno strattone.

Quel rimprovero mi prese alla sprovvista. Avrei dovuto essere io quello che gli faceva la ramanzina.

“S-sono io il capo, qui,” sbottai. “Sono ancora io quello che da gli ordini.”

“Non prendo ordini da uno a cui gliel’ho messo in culo.”

Quelle parole mi lasciarono senza fiato. “Come, scusa?”

“Devi stare zitto e buono, quando faccio i miei comodi. L’altra volta mi sembrava che l’avessi imparato.”

“Temo che tu abbia preso un abbaglio, perché non funziona così,” dissi, ritrovando un po’ di compostezza.

Cristiano mi fulminò con quel suo sguardo inespressivo, ma non disse niente. Fece qualche passo verso di me, finché non fummo a pochi centimetri l’uno dall’altro.

Riuscivo a percepire il suo respiro sul mio volto. Mi sovrastava di almeno una decina di centimetri in altezza. La sua mascella squadrata era contratta.

Il mio cuore prese a battere all’impazzata. Avrei voluto baciarlo. Socchiusi le labbra.

“In ginocchio,” mi ordinò, quasi in un sibilo, portandomi entrambe le mani sulle mie spalle.

Il suo toccò mi riportò alla mente le sensazioni dell’altro giorno. Mi schiacciò verso il basso e le mie ginocchia cedettero.

Per evitare di fissare il suo pacco, presi a muovere lo sguardo in giro, finché non incrociai gli occhi di Cristiano che mi guardavano dall’alto in basso. Distolsi lo guardo sul pavimento.

Cristiano portò le mani alla cintura e se la slacciò. Quindi, lo sentii abbassarsi anche i boxer e un odore fresco di maschio mi inebriò.

“Guardalo,” mi intimò. “Guar-da-lo,” insistette.

Sapevo che non dovevo guardare. Eppure non posso negare che ero curioso. L’altra volta non l’avevo praticamente visto. Volevo sapere se era davvero così grosso come il mio buchino indolenzito sembrava suggerire.

Alla fine sollevai gli occhi. Il suo cazzo era meno grosso di quello che mi aspettavo. Non era, però, meno minaccioso e orgoglioso del suo proprietario.

Fui sorpreso di vederlo completamente in tiro. La sua cappella era lucida. Le grosse vene che lo percorrevano parevano pulsare. L’asta scattava e la sua cappella sembrava non aver finito di gonfiarsi.

Provavo un misto di invidia e ammirazione.

“Voglio che la nuova prospettiva sia chiara. Tu sei in ginocchio. Io ti guardo dall’alto in basso. Quello che vedo io sono i tuoi occhi che mi supplicano di non superare il limite. Quello che vedi tu sono i miei peli pubici e un cazzo in tiro.”

Fece dondolare il suo cazzo di fronte ai miei occhi. Sapevo che non dovevo prenderlo in bocca, Cristiano mi stava provocando. Visto che non reagivo, prese a strofinarlo contro la mia faccia.

Infine, appoggiò la sua mano sulla mia nuca. Fu un gesto quasi premuroso e istintivamente socchiusi le labbra.

La sua nerchia non esitò. Mi scivolò dentro. Feci per ritirare la testa nel tentativo di sfilarmi la sua asta dalla bocca.

Cristiano mi strinse la testa fra le mani.

“Io sono dritto. Tu mi guardi dal basso verso l’alto. Quello che vedi tu è un cazzo che svanisce tra le tue labbra. Quello che vedo io è il tuo viso deformato dalla mia mascolinità.”

Cristiano si spinse in avanti. La cappella premette contro il palato. Mugugnai. Lui continuò a premere e le sue palle arrivarono a sbattere contro il mio mento.

L’asta mi era scivolata in profondità nella gola. Sentii lo stimolo a vomitare. Cercai con frenesia di spingere via Cristiano, ma lui restò immobile piantato di fronte a me.

“Stai al tuo posto.”

Lentamente i contati passarono, ma iniziò a mancarmi il respiro. Sollevai gli occhi in una supplica.

“È così che dovresti stare di fronte a me,” disse. “In silenzio e con sguardo supplichevole.”

Finalmente lasciò andare la presa. Mi ritrassi e il cazzo fuoriuscì dalla mia bocca, lasciandomi prendere un respiro profondo.

“Adesso ti è più chiaro chi è il capo qui?” mi chiese Cristiano.

Avevo ancora il respiro troppo affannoso per poter rispondere. Gli lanciai un’occhiata di traverso.

“Sono io che decido i tuoi momenti d’aria,” disse e mi prese nuovamente la testa fra le mani.

Stavolta non feci nessuna resistenza. Socchiusi la bocca e lui mi infilò la sua mazza ancora umida nuovamente in gola.

Prese a muovere il bacino. La sua cappella sbatteva contro il palato. La sua asta slittava sulla mia lingua, contro le mie guance.

Cristiano gemette sommesso. Percepii la sua cappella gonfiarsi. La sua vena del suo cazzo sembrava pronta a esplodere.

Ed esplose. Come dei proiettili degli schizzi di liquido caldo e saturo mi colpirono il palato. Il sapore della sua sborra mi impastò la bocca e riempì le narici.

Adesso mi avrebbe finalmente lasciato andare la testa.

“Mandala giù,” mi ordinò, invece, senza abbandonare la presa. “Man-da-la giù.”

Lo fissai per un lungo istante. Infine, deglutii. La sua sborra scivolò ancora tiepida giù per la mia gola.

“Visto chi è che ti da il cibo per la giornata?”

Aggrottai la fronte, mentre la sua asta si stava finalmente sgonfiando tra le mie labbra. Tuttavia, Cristiano ancora non ne voleva sapere di lasciarmi andare le tempie.

Lo vidi socchiudere gli occhi e inclinare leggermente indietro la testa. Stava ancora venendo?

Uno nuovo schizzò caldo mi sorprese il palato. Aveva, però, un sapore totalmente diverso. Spalancai gli occhi e alzai lo sguardo.

Cristiano mi fissava soddisfatto. Mi agitai per staccarmi la lui, mentre il suo piscio mi colmava la bocca.

“Non ti muovere, se non vuoi puzzare di piscio, quando usciamo da qui.”

Le mie guance stavano per esplodere. Il suo getto era senza fine. Non sapevo più come trattenere la sua urina. Alla fine non potei far altro che deglutire. E deglutire. Deglutire. Sembrava senza fine.

Cristiano mi lasciò andare la testa ed estrasse il suo cazzo ancora barzotto.

Non riuscivo più a chiudere la bocca. La mascella era indolenzita e il sapore di piscio non mi abbandonava.

Cristiano ne approfittò per agitare il suo cazzo sopra la mia lingua, facendo cadere le ultime gocce.

“Adesso ti è più chiara la tua posizione?” mi chiese, sistemandosi il pacco. “Sono io il superiore qua. Sono io che comando e tu ti devi occupare delle mie necessità.”

Sobbalzai, quando Cristiano mi accarezzo i capelli in un gesto di premura che non mia spettavo. Mi sembrò di intravedere un sorriso prima che si voltasse ed uscisse dallo sgabuzzino.

Rimase per non so quanto tempo da solo inginocchiato sul pavimento tra le scope e gli stracci, prima di ritrovare la forza e il contengo per alzarmi.

La mia testa fece capolino fuori. Per fortuna sembrava che non ci fosse più nessuno.

“Che diavolo ti è successo? Sembra che ti è appena passato sopra uno schiacciasassi,” esclamò Massimo, quando me lo trovai davanti. “Non dirmi che ti sei fatto sbattere un’altra volta?”

Mi ero dimenticato che restava spesso a lavorare sempre fino a tardi.

“Non essere sempre così volgare,” replicai risentito che l’avessi capito con così tanta facilità. “Anche se temo, tu avessi ragione. Ero andato da lui per chiarire la situazione…”

Massimo scosse il capo. “Tu e lui non parlate la stessa lingua. Noi siamo imprenditori,” disse Massimo. “Il nostro lavora definisce chi siamo, la nostra identità è strettamente legata alla nostra azienda. E anche il nostro status.”

Non potei fare a meno di sbuffare. Quel tono saccente che Massimo prendeva, quando parlava di queste cose era particolarmente irritante.

“Per quelli come Cristiano il lavoro è solo lavoro. Potrebbe fare l’operaio qui come potrebbe farlo da un’altra parte senza che la sua identità ne venga scalfita.”

“Tutti noi abbiamo un’identità, qualcosa che ci distingue e ci da un senso,” osservai.

“Esatto. Quelli come lui si sentono prima di tutto maschi. È quasi un atteggiamento primordiale. È quello che si ritrovano fra le gambe che definisce chi sono.”

“Ce l’ho anch’io un cazzo fra le gambe.”

“Sì, un cazzo da segaiolo. Quando siete in due, solo lui ha veramente il cazzo, perché solo lui lo usa.”

“Non vedo come questo abbia un’influenza.”

Massimo si sporse verso di me.

“Il suo cazzo domina il tuo corpo, lui ti domina. Quando lui è in piedi, tu sei in ginocchio. Quando lui è in ginocchio, tu sei a quattro zampe. Lui da il ritmo. La scopata inizia con lui che te lo pianta in culo e finisce con lui che geme come quello stallone che è.”

Mi sentivo offeso, ma all’improvviso iniziavo a capire il suo punto di vista. E anche la prospettiva con cui Cristiano era abituato a guardami: dall’alto in basso.

Io ero quello che stava lì, fermo e buono, mentre lui mi faceva sentire tutta la sua forza.

Lui era quello che mi zittiva con la sua mascolinità, ma non semplicemente dal punto di vista figurativo: lo faceva fisicamente piantandomi il suo cazzo in gola.

Fuori dall’ufficio comando io

“Adesso, basta, Cristiano. Falla finita,” sibilai un pomeriggio, dopo la sua ennesima sfrontatezza di fronte a tutta la squadra.

“Eheh, perché altrimenti cosa fai? Mi prendi a botte?” chiese lui, fingendo di alternare un desto con un sinistro nella mia direzione.

“Sono il tuo capo. Non devo fare niente.”

“Forse perché non sei capace a dare le botte. Tu sei fatto per prenderle.” Stavolta mimò il gesto di una scopata, muovendo i fianchi e allungando le braccia in avanti.

La sala fu attraversata da una fragorosa risata.

“Adesso ti faccio vedere io di cosa sono capace.” Mi voltai di scatto e gli diedi un pugno in faccia.

Cristiano si portò la mano alla guancia, fissandomi con sorpresa. In verità, anch’io ero sorpreso di quello che avevo fatto.

Stavo per scusarmi, quando Cristiano mi si lanciò addosso. I nostri corpi si scontrarono come già altre volte era capitato, ma questa svolta reagii.

Immagino che dall’esterno la scena doveva apparire un po’ ridicola, ma iniziammo a prenderci a botte un po’ dove capitava. Alla fine finimmo in terra a rotolare uno sopra l’altro.

Intervenne Massimo a separarci e, dopo averci sgridato, ci mise in una stanza.

“Ora che avete dato sfoga alla vostra mascolinità tossica, risolvete il vostro conflitto come le persone civili che dovreste essere.”

Io e Cristiano ci scambiammo uno sguardo pieno di astio e rabbia.

“Forza, adesso vogliono vedervi stringere la mano,” insistette Massimo, strattonandoci entrambi per una spalla.

Dopo un attimo di esitazione allungammo entrambi la mano. La stretta di Cristiano fu particolarmente forte e dolorosa. Non perdeva occasione per farmi pesare la situazione.

“E ora vi lascio soli,” disse Massimo. “Quando uscirete da quella porta, voglio vedervi sorridenti e che andate d’amore d’accordo. Sono stato chiaro?”

Io e Cristiano annuimmo e il mio socio se ne andò soddisfatto, chiudendo la porta alle nostre spalle.

Massimo la faceva facile, ma francamente mi sembrava che il rapporto fra me e Cristiano era così degenerato che non sarebbe stato una discussione.

Sempre se saremmo riusciti a parlare. Cristiano se ne stava inespressivo appoggiato contro il bordo di un tavolo, mentre io fingevo di curiosare attorno alla stanza.

“Mi dispiace di averti dato quel pugno,” dissi, infine.

Cristiano sollevò gli occhi verso di me prima di distogliere nuovamente lo sguardo. “Ho effettivamente esagerato. Mi rendevo continuamente conto di star superando il limite, ma non sapevo come uscirne.

“Non so cosa mi sia preso. Fin dalla prima volta alla villa mi sono sentito così… potente.” Cristiano abbassò gli occhi, quasi imbarazzato a confessare quello che provava. “Sono solo uno di tanti dipendenti a cui tu e Massimo date ordini e mandate in giro.”

“È stato travolgente per la prima volta dominare un altro uomo. Forse… forse una parte di me era anche contenta di vederti umiliato in quel modo. Non fraintendermi, ti ammiro, ma ti invidio anche.”

“E non ti bastava umiliarmi in quel modo? Era necessario mancarmi di rispetto anche al lavoro? Di fronte al resto del personale?”

“È complicato prendere ordini che poco prima si è inginocchiato di fronte a te e a cui gliel’hai ficcato in bocca.”

“E credi che per me non sia stato frustrante essere trattato in quel modo?”

“Uh, non ti è piaciuto?”

“No, cioè sì, forse la frustrazione dei miei impulsi è parte del piacere, ma è difficile lasciarsi degradare in quel modo da un tuo operaio. Svolgo un ruolo in cui sento di dover presentare una certa immagine per ottenere il necessario rispetto per lavorare.”

Tra noi scese il silenzio.

“Sembrava tutto più semplice, quando te l’ho ficcato dentro la prima volta,” disse, infine, Cristiano con un mezzo sorriso.

“Magari è stato più semplice per te,” replicai, sorridendo.

Lui ridacchiò.

“Forse è proprio quest’inversione di ruoli che lo rende particolarmente eccitante,” confessai.

“Già, quindi, forse è meglio che tu continui a fare il capo… al lavoro.”

“E a letto sarai, invece, tu a fare il capo,” dovetti concedere.

“Non solo a letto,” concluse lui, avvicinandosi a me e baciandomi inaspettatamente.

Era la prima volta che le nostre labbra si abbracciavano. La sua lingua si insinuò aggressiva come il suo cazzo e si avvolse alla mia.

Senza staccarsi dalla mia bocca, Cristiano mi spinse contro il tavolo alle mie spalle. Fui obbligato a sedermi.

Cristiano prese ad armeggiare con la sua divisa in preda alla foga.

“Lascia. Faccio io,” mormorai, e gli slacciai la cintura, prima di abbassargli la cerniera.

“Stai giù,” mi ordinò lui, schiacciandomi indietro. Mi trovai sdraiato sul tavolo, mentre Cristiano mi tirò giù i pantaloni e i boxer. Mi sollevò le gambe e mi trovai il culetto in bella vista di fronte a lui.

Non riuscivo a vederlo, ma intravidi un lungo filo di sputo colarli sul cazzo. Fece scorrere la mano per lubrificarsi bene e puntò fra le mie chiappe.

Mi dovetti mordere la lingua per non lanciare un urlo. Dietro quella finestra c’era gente che lavorava.

Non ha importanza quante volte ti conficcano un cazzo in culo. Ogni volta è doloroso come l’ultimo grosso stronzo che caghi fuori.

Cristiano mi afferrò per le caviglie e iniziò a muovere il bacino. Non aveva importanza in quale posizione mi mettesse: Cristiano mi guardava sempre dall’alto in basso.

“Così accovacciato sulla schiena sembri proprio solo un pezzo di carne servito al tavolo per essere assaporato,” ridacchiò Cristiano, accelerando il movimento dei fianchi.

E il suo cazzo era come un coltello che mi lacerava proprio le carni. La sua asta scorreva ritmata dentro e fuori, mentre un doloroso piacere mi percorreva la schiena.

Avevo il cazzo così duro che faceva quasi male. Allungai la mano e presi a segarmi. Cristiano mi afferrò il braccio e me lo gettò indietro.

“Non dicevi che ti piaceva la frustrazione di non soddisfare i tuo impulsi?” mormorò. “Mi sembra che prima siamo stati chiari: fuori dal lavoro sono io che comando e sono io che godo. Tu concentrati su come darmi piacere.”

Cristiano calcò il suo punto di vista, dandomi un affondo particolarmente violento e profondo. Forse era un accordo meno vantaggioso di quanto pensassi.

Ma poi vidi Cristiano chiudere gli occhi in preda al piacere. Piegò la testa all’indietro, socchiudendo le sue labbra carnose.

Sembrava davvero così potente. Non potei fare a meno di pensare che meritava il suo momento di superiorità. Ero contento di vederlo appagato.

E poi tra dolore e umiliazione, sentivo anche piacere.

“Aaaaah, ci sono. Cazzo, godo,” mugugnò Cristiano, ma estrasse il cazzo e gli schizzi caldi mi centrarono il culo all’aria. Fui percorso da un’ondata di soddisfazione alla vista del suo volto contorno dal godimento.

Lentamente i respiri di Cristiano tornarono regolari. Si pulì il cazzo sfregandolo contro le mie chiappe.

Sono quel momento mi ricordai che eravamo in ufficio e io avevo le chiappe sporche dei suoi umori di maschio.

“Merda, Cristiano, cosa ti è saltato in mente?” esclamai, scivolando giù dal tavolo, cercando di voltarmi a vedere in che stato era il mio sedere.

“Ho solo marchiato quello che è mio.”

“Non ti bastava lasciarmi il culo indolenzito?” chiesi, agitando la testa. “Ce l’hai un fazzoletto?”.

Cristiano sorrise, scuotendo il capo, mentre si sistemava senza troppi problemi la patta.

“E adesso come faccio?” esclamai in preda al panico. Sentivo il suo seme che ancora colava contro le mie chiappe. Puzzavo come un puttano.

“Vedi l’aspetto positivo,” commentò Cristiano, “ti ha fatto passare l’erezione. Almeno non dovrai preoccuparti di avere ancora il cazzo in tiro, mentre cammini per il corridoio.”

“Guarda che non è perché la scopata ruota tutta intorno a te che non ho diritto a segarmi,” mi sentii in dovere di replicare.

“Beh, non davanti a me,” concluse, facendomi l’occhiolino. “E ora muoviti che devo tornare al lavoro.”

Non ebbi altra scelta che tirarmi su boxer, sperando che la sborra non macchiasse anche i pantaloni.

Non potei trattenere una smorfia, quando percepii i boxer appiccicaticci contro la mia pelle. Mi rendo conto che poteva sembrare fuori luogo essere così schizzinosi, dopo che Cristiano mi aveva già sborrato in culo e in bocca. Eppure non potei fare a meno di sentirmi particolarmente sporco.

Un applauso esplose non appena aprimmo la porta. Di fronte a noi ci trovammo tutta la squadra che ridacchiava ed esultava.

In un angolo Massimo scuoteva la testa. Era difficile intuire se stesse per infuriarsi o ridere.

I colleghi di Cristiano radunarono intorno a lui. Si trovò sommerso dai complimenti, mentre batteva il cinque e riceveva pacche sulla spalla.

“Alla fine sei tu che gliene hai suonate per bene.”

“Allora cosa si prova a mettere sotto il proprio capo?”

“Sei un vero stallone. Non camminerà per giorni.”

Non che mi aspettassi che qualcuno si congratulasse con me per essere stato inculato, ma mi sentii mortificato che gli rivolgevano quei apprezzamenti. Sapevo che quei complimenti nascondevano anche dei biasimi nei miei confronti.

All’improvviso ebbi un moto di risentimento verso Cristiano. Non solo aveva goduto, mentre io ero non mi ero neppure segato, ma era anche diventato l’idolo della squadra per aver umiliato il capo.

“Adesso, però, tenete a mente che non è solo il nostro capo,” concluse Cristiano. “Anche il mio compagno. Quindi, volate bassi.”

Il suo compagno? Quelle poche parole fecero svanire ogni risentimento. Erano meglio di qualunque complimento. Avrei vissuto senza sborrare per quel suo lato premuroso.

“Sembra che hai un culo da favola,” commentò Massimo, portandosi al mio fianco. “Forse avrei dovuto farci un pensierino anch’io.”

“Molto spiritoso.”

“In ogni caso, mi sembra che avete finalmente risolto e trovato un certo equilibrio,” aggiunse. “Sono sempre a favore di sesso pacificatore, ma la prossima volta fatelo in un luogo meno pubblico.”

Non potei fare a meno di arrossire.

“Ehi, ma ti sei bagnato i pantaloni?”

Mi voltai e vidi che sul retro si iniziava a intravedere delle macchie.

“E poi è meglio che ti fai una doccia,” disse Massimo. “Puzzi di… di…”